Diario inutile. 22

Diario inutile. 22
Mendicanti di senso.

Lo statuto interiore della mendicanza ha trovato forse un nuovo ospite. L’ho saputo qui, nelle parole del teologo.

La temperie che ha provocato il capitombolo della modernità suscita nuove tempestive adesioni ad una sintassi escatologica posta ai margini della scena [anche mediatica, soprattutto mediatica] da decenni. Così, chi negli anni dell’opulenza si era genuflesso nella solitudine disabitata del margine, piegato in una dolente e sempre orante crocefissione al Silenzio, scopre ora, lungo quello stesso sentiero che egli aveva battuto nella nudità di una spoliazione scelta, altri viandanti che intonano parole di risonanza a lui familiare. Anche la morte [“...così rimossa nel nostro tempo…”, scrivevo in “Thanatos. Il tempo della morte”, Exsultet, 1990], la grande aliena di quei decenni andati via nell’abbandono degli sconfitti, sembra tornare. Non solo e soprattutto nella drammatica evidenza delle vite che la pandemia miete quotidianamente: anche nella consapevolezza a lungo smarrita, accantonata, talvolta umiliata in chi se ne faceva testimone coerente, di una finitudine che è dell’umano da sempre e per sempre.

Sogno, giunto al tramonto della vita, come sempre ho sognato fin dall’alba del mio giorno adulto, che le parole siano le cose. E che il poeta ne sia sempre il testimone persuaso nel corpo vivo della ferialità coerente. Che il suo canto, come una preghiera, non inclini mai allo sfarfallio dei retori. Che la sua parola ostesa viva di Luce postuma come una cometa che traccia la rotta celeste di un futuro già e non ancora. Che mai conosca in sè e nella sua parola, la stentatezza di stelle cadenti accese di luce riflessa nella notte dei tempi che ha avuto la ventura, il dono e la Grazia di essere chiamato ad abitare e a vivere.

Diario inutile. 21

Diario inutile. 21
Natali.

Qui quando già era l’ultimo, l’inconsapevole Natale. Quando la caduta tolse il velo allo sguardo e l’umanità sembrò ritrovare in se stessa una traccia. L’indizio più profondo di sé. L’orma del vero. Di ciò che solo dura. Sgomenta. Dapprima. Sconvolta, poi. Infine, e lentamente, consapevole degli Essenti, a lungo posti al margine delle proprie vite o dimenticati o cancellati.

Non è l’attimo della Morte, il punto. E’ il Senso che prima abbiamo dato alla Vita e l’attesa che in Essa abbiamo vissuto poi, del Dopo che ci attende. La Fine si calcina nell’inatteso qui ed ora, che i tempi panici fermano nel Tempo.

Il viaggio finisce. Il Viaggio inizia. Il mio, nato all’epilogo del tramonto epocale, si spegne mentre l’alba si rivela nei primi, ermetici stati nascenti.

Il tema fu sempre quale Senso dare alla Vita. La propria, almeno. Forse è per i molti troppo tardi, ora. O forse è stato sempre per me troppo presto.

La Speranza, ed è la consolazione estrema di chi parte, è senza Tempo.

Qui, quando e come fu già molte volte Natale.

Ora, nell’Eterno non ancora, pervaso di Luce piena e di attesa, sogno, sogno per sempre , mentre la dura pietra del reale rinterza l’evidenza nuda delle cose, prive di una smagata narrazione. Fuggita via, nel tempo senza opulente fiabe della prova.

Tu poni ancora qui, nella Luce della grotta interiore in cui infinitamente nasci, la parola che immagina la profondità e l’altezza di ciò che non vedi, ciò che tutto precede e che tutto seguirà, quando il Silenzio sarà il segno di un compimento del destino e non più l’amorevole compagno di tante ore ferite. Delle gioiose attese.

Amami ancora, nell’ora del congedo che non ha più sorelle, come sempre, so, mi hai amato, Signore!

Amami ancora, mio dolce Signore, ed amami per sempre.

Presto ricorderò l’ora Natale che inonda di Luce l’intero della Vita tutta, l’Innocenza che viene. E tutta già così consapevole dell’erta che salirà in qualche suo dolente sentiero dei tempi futuri. Eppure, che tanto sarà profonda duratura e radiosa nell’Ora risorta!

Ci saranno le arance della Vigilia, così attese, ed indimenticate, nella miseria dei Natali adolescenti, portate dalla nonna, amorevole distillato della sua scarna pensione. Ci sarà l’opulenza fredda dell’infanzia ricca di tutto e così inconsapevole nella bolla di un’abbondanza senza privazioni. Ci sarà il sentiero stretto della rinuncia, che ho appreso tra quelle due polarità innocenti, la miseria e l’opulenza, povere entrambe ciascuna a modo proprio e fedeli e persuase. Il sentiero che precisamente, tra gli uni tempi e gli altri, con le nude mani della solitudine e dell’esperienza, ho imparato a tastare prima e poi irrevocabilmente a seguire. Tutta la vita adulta.Al diapason della gioia, nella più memorabile tra le parole dei testimoni innocenti, Amare.

Tu c’eri, ci sei, anche nella mia più angusta cecità. Ci sarai, quando tremante nella mia fragile unità di un corpo indifeso Ti chiederò l’impossibile.

Amami ancora, dunque, e per sempre, dentro ed oltre quell’ultimo terreno istante. Ama il minuscolo seme che hai gettato, imperfetto e oscurato nel limite dell’angusto sguardo umano, fino a condurlo alla verticalità del Canto infinito che mai muore. La Tua Luce. La Tua Voce, che, poeta, sempre ho atteso, ascoltato ed accolto da una fessura di Silenzio.

Amami così, anche in questo Natale, fino alla fine e per la Fine, come in tutti i tuoi Natali di misericordia. Che sollevano in alto e danno Luce al tremore, all’uomo messo all’angolo dalla ancestrale paura di tornare ad essere colui che era prima che il corpo fosse.

Nasce così, nasce con Te, l’Innocenza, la voce che tu intoni nel grembo dei poeti.

I tempi della Storia hanno issato in vetta alla fatica feriale della piccola vicenda personale le parole memori, scolpite nel silenzio, nella prova, nel vissuto da sempre e per sempre.

Urgono dentro. Risuonano nei silenzi in cui l’anima vaga, nell’ostensione duratura di una verità di sé che non muore mai e quando muore risorge sotto il segno di una coerenza dolente. Vocata ad essere, più che ad avere e certo mai ad apparire.

Le trovo ad una ad una. Sillabate nella Luce della Tua venuta. Le colgo, ad una ad una, nella memoria del Tuo dolente calvario. Le ripeto, come una tacita preghiera, quando sento l’Eternità risorgere nell’attimo della verità feriale. La sola che dura. Le tengo, come una stretta di mano, forti e commosse, forse l’ultima, o l’ultima che ho conosciuta vera, le parole amanti. Le sento fremere nell’infanzia ancor viva di tutti i miei Natali.

La Modernità. Un nome dai mille volti, ti ha soffocato nel secolare amplesso di infinite vanità. Non sono stato un uomo in fuga verso primordi che non conosco. Sono stato il pellegrino chiaro in cerca della scintilla. Quel Tuo volto sempre identico a se stesso , ora e sempre qui e dovunque, sepolto nelle parafrasi della Storia contemporanea.In cammino verso la scaturigine originaria ed originale. Quella che, al crocevia di tutte le nascite, ripete il miracolo della forma che si compie nella Tua Luce, quale eco di prossimità con il divino, nella Coscienza e nella Parola.

So che domani, qualunque fosse il Tuo nome, Tu sarai sempre lì, nel grembo della mia attesa, a dare vita e Luce, nella consolazione primigenia ed in quella estrema. L’ora in cui Tu nasci è e sarà la stessa nella quale io morirò. Sei stato Tu il seme, il grembo, il Volto. Tu sarai la vastità che mi accoglierà, prodigo figlio di ritorno da un lungo esilio. Ed io sarò ancora e per sempre un minuscolo frammento della Tua composta eternità, che gode il Cielo, il Vento, il Tempo. La forma del corpo, e la sua preghiera, il Canto.

Nessun uomo è mai veramente solo. Nemmeno quando giace sepolto sotto i totem secolari che egli stesso ha costruito, preda dell’ego, per tentare di scongiurare la paura, lo sgomento che lo prende. Quando non Ti vede nascere. O quando teme che Tu te ne sia andato. Tu, Signore, sei nato per sempre. Sei nato per non lasciarci mai. Quando la Tua Luce sembra scomparire dall’orizzonte dei tempi, l’uomo Ti cerca dove sa che abiti da sempre ed in eterno. Ti cerca nella piccola culla che gli fa Luce, dentro. Fai, o Signore, che non dimentichi mai l’alfabeto della Tua voce interiore. Il luogo in cui, dandomi la Vita, Tu stesso nasci. Nell’eterno Natale del misterioso e bellissimo dono che è la Vita tutta. Alfa ed Omega di una parentesi sublime e singolare che solo Tu conosci, prima del nome proprio di ciascuno e dopo il suo terreno compimento. Ti vedo, oltre l’orizzonte del mio sguardo breve. Temo, ma so che mi attendi. In quel Natale senza tempo, che ha il volto estremo della Grazia innocente. Quella che ha colmato i miei giorni migliori di uomo ed ha sostenuto non vista la profezia dell’avvento. Di Te, in un altro me stesso risorto dopo il ripiegamento nell’ora d’ombra dell’analfabetismo d’amore. L’ora in cui si congiungono sorelle le anime elette dei vinti a tutto, affidate alla sola certezza della Vita, che semplice accade. Fai che io sempre ti veda, ti ascolti, ti canti. Nell’ora felice in cui nasci in me e fai di me una Nuova Innocenza. Nell’ora risorta in cui rivivi in me e mi restituisci alla perduta Grazia. Nell’ora dolente in cui muoio e Tu mi prendi la mano per condurmi dentro un altro, l’estremo ed eterno Natale.

Aggiornamento_1. 26 Dicembre, Santo Stefano.

Dopo quelle di Nessuno si salva da solo  e di Orfanezza, ecco un’altra singolare coincidenza. L’analfabetismo d’amore del mio testo [che avevo pubblicato alle 13.30 della Vigilia] e gli analfabeti di bontà nell’Omelia  di Papa Francesco, durante la Messa della Notte di Natale, celebrata il 24 Dicembre alle 19.30.

 

Aggiornamento_2.

Grazie, naturalmente, ed ancora una volta e come sempre a Lan Lan, alla sua fedele amicizia, che mi accoglie ed accompagna nella spesso solitaria avventura della poesia e della preghiera. Insieme, nella Parola creatrice.

 

 

 

Diario inutile. 20

Diario inutile. 20
Paul Celan.[23 Novembre 1920. 23 Novembre 2020].

Con misericordia, esercitata anche e soprattutto verso la smemoratezza che ormai mi abita con frequenza proporzionale all’incedere degli anni, mi avvicino alla soglia di un indelebile ricordo. Smarrito, smemorato, anche lui come tanti, forse troppi, tra i più cari e radicati nel profondo. Cancellato, mai. Assistito dalla Grazia, madre delle folgorazioni nei giusti ritorni.

Scrivo di lui, Paul Celan, il poeta che forse più di tutti ho amato. Da lontano nel tempo e per sempre.

L’ho ritrovato ieri sera, dopo qualche anno di sonno riposto nelle pieghe di una vita altra, diversa ed incalzante. La Grazia è il nome preciso del Destino ed il caso, nella sua accezione minuscola di luogo comune, non esiste. E’ accaduto che ritrovassi il mai perduto compagno di giorni e di ore trascorse nella luce di una Parola alta, la sua, mentre cercavo in archivio la traccia di altri sentieri, riposti ma non interrotti o accantonati per sempre.

Vagavo con sicura consapevolezza tra le cartelle degli archivi, regesto e vita viva di anni fervidi di una intensa partecipazione spirituale ed intellettuale. Tempi in cui le parole nella relazione tanto somigliavano, e per lunghi tratti davvero lo erano nel canto, all’attesa ed al compimento di un sublime umano incontro. Sotto il segno della sua poetica, mirabilmente esposta qui, in una sintesi esistenziale indimenticabile: “[…] Solo mani veraci scrivono poesie veraci. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano. […][in Paul Celan, «La verità della poesia», Ed. Einaudi, 1993].

Ho scritto tanto di Paul Celan. Alcuni tra i canti a lui dedicati e che avevo in precedenza pubblicati, li ho lasciati anche sul blog: qui, qui, per esempio. L’ho spesso citato in extemporalitas, dove egli è sempre stato per me ospite esemplare. Una presenza viva.

Vagavo con animo a tratti commosso, ieri sera. Cronos è per me in questo tempo ancor più insignificante di sempre. La prova del confinamento disorienta a tratti anche la sicura bussola interiore di ascendenza agostiniana. E’ stato così che con sgomento, aperta la cartella datata 23 Novembre, un novembre di qualche anno fa, ho letto il suo nome, Paul Celan, la traccia di un ricordo scritto, la data di una ricorrenza. Ho vacillato per un attimo dentro l’inconsapevolezza delle date: sarà domani, mi sono detto, sorpreso. Domani saranno 100 anni dalla nascita.

Non scriverò nulla, nulla più e null’altro su di lui. Non potrei significare meglio quello che in giorni alati l’incontro con il dono della sua poesia mi ha suscitato dentro. Non si può e non si deve scrivere ciò che già si è detto meglio, nel migliore per noi dei modi.

Vorrei unicamente ricordarlo per il fiore luminoso del suo canto, che non finisce mai.

Ci sono figli che, nell’incolpevole innocenza in cui la Storia li ha convocati a nascere, sono chiamati [vocati?] a riscattare anche le colpe dei padri. Ci sono figli che, generosamente per una vita intera e a costo della propria vita, vivono nel rimorso per una colpa che non hanno, che non avrebbero potuto avere: non avere potuto/saputo salvare i propri padri. Lo vivono ciascuno secondo il talento ricevuto. Paul Celan nella lingua, in quella che riteneva essere madre, la Lingua del canto, cercando l’indelebile Traccia. Che ricongiungesse la vita cancellata alla Vita viva in cui, figlio, con l’estrema umiltà degli ospiti inutili a tutto, era stato chiamato ad essere. Porgendo nella Parola del canto una mano tesa, oltre la cenere di un nichilismo pervasivo che tutto aveva annullato. Cancellandolo via, nell’incolpevole impotenza del figlio. Paul Celan, con e nella Lingua universale del canto, e con la precisa e responsabile scelta della lingua degli aguzzini, aveva cercato, lungo una vita intera, la parola, che presa per mano la Morte incolpevole dei cari e poi dei molti la convocasse dentro ed oltre la Soglia dell’Eternità, nel Tempo. Una Parola risorta.

Mi è sembrata ancora e di nuovo e per sempre, l’amata parola di Celan, un viatico esemplare anche per questi giorni. Non è la Morte, il punto. E’ la nota di Senso che in essa abita e che ci abita. Lungo una intera vita. La Traccia che cerchiamo ed insieme lasciamo nella e con la nostra testimonianza.

Ci sono figure interiori apicali in ogni epoca. Ve ne sono state e ve ne sono anche in questi ultimi tempi di transito da un’epoca ad un’altra. Paul Celan, certamente è stato in vita, è oggi e come tutti i classici lo sarà per sempre, una di esse.

Un giorno, l’ho ricordato anche così, nel canto:

 

Ospitaletto, 06 Febbraio 2000, ore 11.00

Sui sentieri d’Europa d’un tempo in salita

è rimasta soltanto parola la vita, sola

prova e misura del senso, o poeta. E’ finita.

E’ per sempre finita la gran cerca

del grembo dove nascon l’arcano e la lingua,

la tua terra e la madre nel delitto sfinita.

Ti è rimasto il Silenzio, grande culla e per noi

tuoi eredi e tuoi figli di censo, un po’ indegni

poeti, la balbuzie del canto. Della lode

l’incenso. E’ finita. Nel tuo ultimo gesto

risorta per sempre ad ignoto destino

una nuova canzone, Paul Celan,

forse il Nuovo Cammino.

[in "Fessura di Silenzio", Brescia, Gennaio 2000, Giugno 2001].

 

 

La Via. [La Vita].

La Via. [La Vita].

Il testo che segue,riassume in sé i caratteri di due diversi Sentieri di Senso. Quelli del Convivio e quelli di Op.Cit. Avrei potuto, come sempre in passato, pubblicare il mio scritto in Convivio, e le citazioni dal libro di cui scrivo in Op.Cit. Il testo mi è venuto così, in forma di dialogo tra parole nate talvolta in seno a tempi lontani e scaturite quasi sempre in luoghi diversi e distanti. Come lontani, certamente nello spazio, siamo stati sempre e siamo Lan Lan ed io. Così come è nato, ho deciso di lasciare questo lavoro, suscitato dalle parole dell’autrice, Ly-Thanh-Huê, e dedicato al suo ultimo libro pubblicato, “La voie est sous vos pieds”, St Ouen, Les éditions du net, 2020.

 

Ho trovato la porta d’accesso, o forse la minuscola chiave che apre la soglia interiore, così evidente nella sua Bellezza da sembrare nascosta all’occhio pigro dell’indugiare feriale. Priva talvolta, nella fatica e nella prova, di vocazioni verticali accolte.

Me l’ha data lei, l’autrice.

Scrivo raramente, ed ancor più di rado ho scritto, dell’opera altrui, di libri pubblicati. Per un’indole poetica cui sono fedele da sempre, nella scrittura come nella lettura. Per una forma di rispetto della verità di me, di chi scrive, della nostra più viva e veritativa relazione. L’ipocrisia e la convenienza dell’opportunità critica o dell’opportunismo che cerca una improbabile elevazione di sé nelle asimmetrie dell’incomunicabilità, o dell’incomprensione più diffusa e probabile, conducono solo al delitto: lo spreco della Parola. Il seme inutile disperso e la generosità della parola in atto, il canto è gesto, sono nella sua origine e nel suo destino. A tale assioma etico sono fedeli, nella mia visione, il lettore ed il poeta.

L’opera in sè può essere un universo compiuto in attesa e può dischiudere mondi in chi lo scopre nella ricerca di rivelarlo a se stesso. Essere letti, forse essere amati… E, reciprocamente, in una relazione che attende la comunione, leggere con uno sguardo amante. La composizione della figura interiore che nasce da tale incontro, è la presenza al reale dell’opera.

Toccare con lo sguardo dell’anima la profondità di chi ha scritto, è un esercizio impervio. L’intuizione, simile alla folgorazione che accende il cuore nell’atto di fede, è un dono da custodire con cura ed attenzione. L’altezza della comprensione raggiunta è il sentiero al termine del quale la mente sussurra l’incipit dell’incontro, il proprio “Eureka”. Non sempre la meta è data, ed anche quando lo è, talvolta non è data per sempre.

Da alcune settimane ho concluso la lettura del libro di Lan Lan, ma Sœur du Nord.

Da tempo l’ho lasciato in un sonno vigile ed attivo, fedele all’esergo, una nota iniziatica della mia minuscola storia creativa. L’ho posta in apertura del blog: Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento.

Da tempo, il libro stesso mi guarda ed insieme mi chiama a raccogliere la sintesi del nostro incontro. Lo vedo e lo ascolto ogni volta che scorgo i segnalibri fare capolino dalle sue pagine. Sono i segnavia di passo che ho posto, le tracce di una memorabilità della relazione fra le parole scritte da Lan Lan e la mia lettura.

E’ seguendo tali tracce e citando i suoi passi, che avrei voluto scrivere della sua opera. Come in un dialogo ininterrotto in cui la parola di chi scrive suscita una risonanza interiore. Talvolta il ricordo di altre parole che egli stesso scrisse. In una conversazione oltre lo spazio tempo delle contingenze, che reca in sé gli accenni dell’infinità e dell’eterno. Come è dell’amicizia e della fedeltà che, anche nella parola, dura.

Più volte ho esitato: ogni punto di intersezione e di accesso, tra quelli evocati dai miei segnalibri, mi è sembrato adeguato e bello.

Infine, nei giorni scorsi, è venuta lei, con la consegna dirompente e decisiva, con la chiave d’accesso alla soglia. Ecco dunque il fiume, quella mirabile metafora del tempo, la porta d’accesso, la chiave del senso. Di un possibile inizio nella narrazione dell’incontro.

Le fleuve est la métaphore du temps, de son flux, de son impermanence. Ici, impétueux torrent, là, calme et étale, telle la vie changeante sans cesse, jamais sans douleurs ni tracas, il s’écoule. Il est peinture, poème, koan peut-être, énigmes sans fin, qui inspirent l’âme humaine. Alors, méditons-nous le fleuve ou le fleuve nous médite-t-il ?“. Quel tempo che è la Vita stessa, scandita dal metronomo interiore della Coscienza [La Coscienza è il Tempo, in Exsultet, 1990].

Inizia qui la restituzione nel dialogo, costellato dagli accenti dei segnalibri, della Via che Lan Lan ha segnato con il suo passo. Quel Tempo, che è la Vita stessa.

Con una domanda che forse è preludio alla sinfonia cosmica il cui unico Cantore è il solo Autore ignoto. “Alors, méditons-nous le fleuve ou le fleuve nous médite-t-il?”. Nella Parola [o nel segno: il Poema o il Dipinto, che importa…], l’enigma senza fine. Senza il Fiume, nessun Canto. Senza il Canto, nessuna rivelazione dell’Essere del Fiume sarebbe possibile. In mezzo, l’uomo, creatura divina, medita ed è meditato, nell’icona ultima e decisiva del Segno. Che rivela e snuda l’Abisso e la Luce. La calma pienezza del Tutto, al colmo della rivelazione. Che è, prima di tutto, Relazione fra la Cosa, il Mondo, e l’incantesimo dell’Essere che nella Parola eternamente canta. Il poetico istante in cui tutto è Chiaro e l’uomo vede l’Essere in sé e la Natura stessa vede nel suo esistere l’uomo.

[…] Conta l’informale, inteso così tutto ciò che si considera naturale, cioè non manipolato dall’uomo, ma soprattutto non rivelato, non reso cioè da esso in qualche modo intelligibile alla vita. Interessa tutto ciò che esiste prima che nel pensiero di qualche creatura sia stato pensato, cioè fondato a oggetto di relazione, rivelato. Tutto ciò che preesiste, preesisteva all’uomo, ad ogni uomo, in ogni tempo, e alla sua capacità e possibilità di nominarlo.[…]

Nello zero assoluto è, oggi, l’ispirazione del poeta, la sublimazione di un incontro tra un uomo in esilio nel grande silenzio e ciò che accade.

Compito del poeta non è quello di ordinare le cose, ma quello di vivere nella consapevolezza estrema, e mai abbandonata, che esse sono in quanto diamo loro un nome. L’albero è di per sé già cosa. Ma senza l’ideogramma primitivo che lo definì, senza il più raffinato fonema, forse senza la forza di una simbologia trasmissibile domani nel e con il solo pensiero (una sublimazione di cui l’intuizione non sarebbe che il fondamento primo), l’albero non entra nel cono di luce della vita, non si rivela.” [in Exsultet, poema.1990].

Il fiume contempla l’uomo da un ineffabile indizio di perennità. C’era prima, ci sarà dopo l’uomo. Il poeta scandisce nella parola il canto dell’Essere, che intuisce, presente, vivo, infinito ed eterno nel fiume. Il quale, mentre gli detta dentro i caratteri del mistero primordiale, viene letto nella parola estrema del poeta, alla soglia dell’indicibile che abita la meditazione e prelude l’avventura mistica. Una relazione incantevole in cui l’uno rivela l’altro a se stesso. Nel divino scenario del Silenzio. Il Fiume pensa l’uomo o il poeta canta il Fiume? Nella Relazione tra il Fiume ed il poeta si rivela l’incantesimo del Mistero. L’anima meditativa del Mondo. Che tutto precede, da cui tutto procede, che tutto segue.

Dire l’Ineffabile, tentare di dirLo, è un esercizio estremo. Del quale Ly-Thanh-Huê, nel suo libro, ci offre più di una traccia e numerosi indizi.

Ly-Thanh-Huê è, fin dalla biografia, una creatura di confine, inteso come apertura di orizzonti di condivisione. Ly-Thanh-Huê sembra amarne la porosità [cit.], qualità che sospinge la conoscenza oltre l’angustia dei luoghi dati e comuni. Le origini, la nascita ad Oriente, ed il destino, l’esperienza in Occidente.

Ne La voie est sous vos pieds”, se ne colgono ampie tracce interdisciplinari, interculturali, interreligiose. Che lei tratta con discrezione esistenziale e con competente, umana cura, sebbene con l’indispensabile audacia di chi cammina davanti. Sarebbe sufficiente l’icona di un titolino da lei dato ad alcuni paragrafi del suo testo, per rendere l’accento sapido che distingue la Via di Lan Lan. “Un jour la parole délivre du langage, dit la psychanalyse après Lacan. Un autre jour le silence délivre de la parole, dit le zen”.

C’è la religione, [e vedremo poi con quale profondo sguardo interculturale], c’è la scienza, [Ly-Thanh-Huê è psichiatra e psicanalista e Lacan scandisce spesso la messa a fuoco del pensiero di Lan Lan, nelle sue pagine]. C’è l’arte: Huê scrive poesia, il suo blog ne offre ampia testimonianza ed il libro stesso, con puntuali citazioni, da Bachelard a Omero, a Dante, disegna un cammino singolare e profondo nel confronto con la parola poetica. Senza dimenticare il fondamento haiku del canto di Lan Lan, che ha in Basho ed Issa due sicuri custodi della sua avventura creativa.

La meditazione, nutrimento e stilema centrale dell’universo esistenziale e creativamente generativo di Lan Lan, attraversa, sostiene ed unisce tutto il suo cammino, nelle diverse declinazioni interdisciplinari. In una sintesi intuitiva, direbbe forse Emo Marconi. Nello sguardo di monos, il monaco, sostiene il poeta, che ha accettato, nella lezione di Raimondo Panikkar, la sfida di scoprirsi tale.

La forte tensione spirituale che ne anima e ne distingue il passo, allontana l’eco temibile di un sincretismo citazionista e colto. Il tratto discreto dell’umiltà si respira in ogni pagina e mette al riparo da improvvisazione ed al sicuro rispetto ai dettami di una superficialità indotta dalla devozione all’apparenza.

C’è, in apertura del volume, una riflessione che precede il cammino: “Avant le chemin”, Qui, il vaso di Pandora [cit.] sprigiona tutte le domande, e le risposte che sembravano sicure, la via è sotto i vostri piedi [cit.], divengono incerte, fragili, precarie. Come sempre è nel destino dell’uomo, anche quando egli lo ritiene compiuto. Ed altre domande si aprono dentro di lui e davanti a lui. Gli haikus, questi infiniti stupori [cit.], è un pensiero iniziale [iniziatico?] di Lan Lan, elogio del minuscolo qui ed ora, ne accompagnano il cammino [in cerca di risposte?]. Di nuove risposte. Perché il destino dell’uomo, qualsiasi possa essere il vero significato del compimento, il Koan?, non è mai dato per sempre. Per sempre compiuto.

Basho è, nella sua prima citazione, il distico che introduce il cammino, “Pour introduir le chemin”. Con chi? Verso dove? Con lui, Basho, verso le grand nettoyage [de ce bas monde]”. “Il y a d’abord marcher”, scrive Lan Lan. E, all’inizio del paragrafo successivo, “Il y a ensuite et insensiblment, méditer”. Compare qui decisivamente il fiume, la Via e, quindi, la Vita. “Le fleuve a souvent servi de métaphore du cours de la vie”, prosegue Lan Lan. “Marcher et méditer au quotidien.

Camminare e meditare nella vita quotidiana, sono esercizi che lei introduce con una figura enigmatica ed insieme icastica della modernità. Il protagonista di un viaggio senza origine e senza destino. E’ il camminatore di Giacometti. “in movimento verso dove, verso cosa, nessuno lo sa…. Lo sguardo dello spettatore rimane sospeso al suo solo movimento.”. [cit.]. Sembra di cogliere qui l’insensato ipercinetismo di un’epoca smarrita. Un muovere fine a se stesso. Di cui nessuno, a partire dal camminatore stesso, comprende più il senso. Se mai più uno ne avesse. Infinitamente lontano dal lento pellegrinaggio interiore che la meditazione ispira. Il viaggio dentro se stessi in presenza del quotidiano. Il sorriso silente di statuari Buddha dagli occhi semichiusi, che sembrano essere ormai tutt’uno con la natura che li avvolge, si erge, nelle immagini calme di visi scolpiti nella pietra: pare un esoterico contrappunto, se dressent les images tranquilles [cit.], ed insieme un conforto ed una consolazione per i viandanti. “… se dressent [...] face à elle”, la statua dell’uomo spoglio di tutto di Giacometti, la cui unica dimensione percepita, nella sua nudità sgomenta, è, appunto, il muovere. Muoversi purchessia.

Tutto potrebbe finire qui dove inizia. Il La, nota d’avvio del cammino, è dato. La religione del Silenzio contemplativo, è già in embrione nella pietra immobile, in faccia all’uomo nudo di una dissacrante frenesia senza meta, ma in atto. Un terribile destino senza requie, nella contemporaneità.

Un’odissea di freschezza [cit.] tende, invece, dolci agguati nella prossimità feriale [purché essa sia vissuta “…tout le long le fleuve…”, con indole meditativa...]. Perché l’orizzonte della meditazione non ha unicamente lo sguardo ampio dell’epoca. Al contrario, si muove ed attinge, proprio perché la via è sotto i nostri piedi, anche la bella seppur insospettabile e talvolta faticosa prossimità feriale. “Une odyssée de fraicheur”, scrive Lan Lan. Alla quale ci guida ed introduce con Issa:

La meditatione est ce chemin...le long du fleuve.”. Un orecchio bene esercitato alla preghiera laboriosa, all’orazione meditativa del corpo dedito alla vita semplice,non può non sentire in queste pagine, sin dai primi passi, “faire la vaisselle, le jardin…”, l’eco feriale dello spirito benedettino. Ora et labora. Quando il gesto del canto feriale è anche l’atto del corpo quotidiano che canta. L’Armonia spesso dolente del cosmo, si conforta, si consola e rischiara nella minuscola preghiera senza remissione, di tutti e di ciascuno. La meditazione contemplante della compostezza. Al soffio [le souffle?, cit. ] di un Dio nascosto o misconosciuto, sempre presente. Anche in chi crede di non credere e lo chiama con uno dei nomi prediletti della modernità in perpetuo movimento nell’estimità: Nessuno.

Lungo la via, sul cammino, lo sguardo meditativo del pellegrino interiore si apre da una finestra [forse una delle tante che si dischiudono dentro e sulle Anime?…]. Lo soccorre, dopo l’esordio con Buddha, una memoria cristica, tutta occidentale. Fenêtres sur âmes?”, si interroga Lan Lan. Si capisce che ha trovato una sua risposta. Finestre sulle anime?,ce château est l’âme…”. E si comprende che il paesaggio sul quale si posa lo sguardo dell’autrice è quello, inevitabilmente familiare per uno spirito meditativo, di Teresa D’Avila, con la sua esaustiva metafora del castello interiore.

Thérèse d’Avila parlait du château de l’âme, dans lequel se déploient les chambres de l’âme. Si la mème métaphore pouvait être utilisée ici, il serait possible de se représenter les langues et les cultures comme des fenêtres différentes s’ouvrant sur l’intérieur du château de l’âme. Elles n’ouvrent pas toutes sur la même chambre. Ce en quoi, elles ne sont pas la même expérience. Mais elles ouvrent certes sur la même maison, le même château de l’âme, soit l’expérience intérieure. […] La méditation en ce sens, ne serait pas une chambre particulière de la maison, chambre monacale de recueillement, singulière et unique au sein de l’être. Elle est partout, habitant toutes les chambres de l’âme, tous les moments possibles de la vie, elle est légère, fluide, polymorphe, circulant comme un souffle, elle est respiration entre les différentes chambres de la vie. Méditer serait tout simplement ce souffle qui traverse la vie intérieure [...]».

Lan Lan offre uno sguardo oltre l’orizzonte della modernità, composto ed atto a ricomporre un dialogo fra diversi e lontani. L’incontro, lo sguardo dell’alterità , le diverse culture: un punto di sintesi e di condivisione. Il castello dell’anima. Assai prima che lo spazio ed il tempo sembrassero convocati in un’unica [quanto spesso fittizia ed illusoria!] dimensione dai prodigi digitali, lo sguardo interiore, aggettato da finestre intemporali [preludio d’Eternità?], convoca nella compresenza del dialogo essenze umane in apparenza lontane [prossimità degli Infiniti?] ed affatto diverse. Un invito senza tempo a riconoscere [conoscere? Approfondire, scendere con Luce dello Spirito nell’umano abisso fino allo scrigno in cui un Dio ci veglia ed assiste?], prima di tutto nel sé dove già ci abita, il luogo, l’Anima. In cui sono custodite la Bellezza, l’Amore. Il linguaggio comune nella Babele contemporanea [o forse oltre il suo incerto balbettio, babil [cit.]?]. Il Linguaggio? Le souffle [cit.], che è respiro dell’Anima. Intuito nel suo più intimo e riposto recesso, perché, come scriveva Teresa d’Avila, C’è un cuore del castello che è abitato. C’è un cuore del castello dove abita Dio. C’è un cuore del castello dove Dio vuole parlare e intrattenersi con noi. Noi possiamo esserne fuori, ma Egli è là, al cuore del nostro cuore”.

La parola estrema del poeta ed il silenzio del mistico attingono la soglia dell’Indicibile e del Mistero, in prossimità del cuore del castello interiore che è la loro anima stessa [Le souffle, linguaggio ed insieme anima mundi?]. Per questo, forse, come Lan Lan ha scritto,La méditation […] Elle est partout […]. Lo Spirito, [le souffle? [cit.] infatti, soffia dove vuole, e l’umana creatura lo ascolta, lo accoglie quando può e dove vuole. Ne è abitato sempre.

Il libro di Lan Lan è un breviario laico per l’uomo in cammino. Nella ricerca della meta più negletta alla contemporaneità. Lungo il corso del più ineffabile dei cammini, nel deserto secolare dei nostri tempi: quello di un pellegrinaggio interiore sostenuto dall’umile passo della nostra viandanza, che segna ed insieme compie e distingue l’originalità di ogni singolo incedere. La Via è sotto i nostri piedi. Se sappiamo alzare lo sguardo al Cielo, in alto, nel profondo, dentro, e tutto intorno dovunque, lasciandoci guardare dalla Vita, il Fiume, che eternamente scorre.

Potrei, e avrei potuto, proseguire nell’affascinante ricognizione dialogica, parola su parola, dentro il testo di Lan Lan. O cercando di camminare con lei, accanto, lungo la via che è sotto i miei piedi. Tentando di cogliere altre chiavi che introducano all’intimità meditativa del viaggio, mentre l’estimità  del paesaggio richiama l’attenzione sulla Bellezza delle forme e/o sulla Semplicità degli istanti. Che divengono, nella relazione che una all’altro rivela, chiare di una Luce altra.

Il mio passo non è stanco di seguire, fedele alla propria cadenza, speranzoso nell’affidamento della viandanza ad un destino di comunione, la Via che Lan Lan ha tracciato: altri scorci e nuovi accessi non mancano. C’è Sant’Agostino, la cui esegesi del tempo interiore, così lontana dalla pervasiva e feroce partizione cronologica della contemporaneità, ho sempre amata. Mi fermo qui.

Lascio, lungo questi Sentieri di Senso, in Op. Cit., qualche altra traccia del viaggio che ho compiuto nei passi di Lan Lan. Scorci del Fiume aperti su visioni a me sempre care, quali, tra tutte, il Silenzio.

Un sublime lacerto del cammino, che è viatico e destino di una poetica meditativa, ed è un universale dell’umano. “Le silence comme fond de l’expérience humaine”, intitola un suo capitoletto Lan Lan. Poche righe più avanti, Angelus Silesius irrompe con la perfezione della Bellezza, la risposta dell’arte: “La rosa è senza perché”. La Poesia [e la mistica, con l’Angelo della Slesia...], che non si è mai interrotta, può iniziare. Ed in lei e con lei la contemplazione.

[…]Alors peut surgir la paisible et sereine contemplation de la fleur, de la lune, de la nature, en son éphémérité et impermanence, en son silence immense, pur être là, contemplation dépouillée du brouhaha du monde, universelle, accueille sans fin l’immensité du monde a travers ses détails infimes.[…]; le silence vibre de ce lointain murmure des affects qui le colorent. Les silences contemplatifs se font sur ce socle premier du langage.Ils surgissent entre les mots, découpent les phrases et font réapparaître l’oxygène d’origine qui a fait naître les mots, leur souffle premier.[…]”.

Ed un’altra traccia, quella della parola  vissuta, che dal Silenzio nasce, tra Vita, lettura e scrittura e poema.

[…] La parole trouve sa véritable valeur a partir de son socle de silence. Et c’est dans le silence, a partir de ce silence, que le retour a l’origine amène a la nature, a la vie. Devenir la montagne, l’arbre, la fleur est alors ce vécu d’évidence d’un être dans le monde qui se retrouve en solidarité avec tous les autres êtres au monde. Se mettre alors a l’écoute, en silence. Et ce n’est qu’ensuite que les mots viennent témoigner de ce partage, de cet être au monde, en ramenant une parole délestée, allégée,libérée, vivifiée par le silence. […]”.

Un fitto canto di risonanze interiori ed echi si leva qui, lungo il fiume della generatività creativa, che entrambi, Ly-Thanh-Huê ed io, pur lungo cammini così lontani e forse anche affatto diversi, abbiamo, per vocazione o destino, entrambi percorso. Qualche volta, condiviso.

Une pratique d’écriture qui est exercice spirituel.

Retenons ce premier point. L’expression peut faire penser aux exercices d’Ignace en un tout autre contexte. Exercice est en tout cas le maître mot, il est cet entraînement au quotidien, il n’est pas seulement gymnastique de l’esprit, en sa mécanique formelle et technique. Il est d’abord et avant tout posture de l’être. Et cette posture est en communion avec les autres êtres de la nature. Un trait, une couleur, un parfum, et tous peuvent pousser a une expérience qui dépliée majore un être au monde, dans ce monde où nous ne sommes qu’invités de passage […]”.

Forse, non fu dunque un caso [e chi sa mai quale sia il nome preciso e proprio del Caso nelle vicende umane] che, poco o nulla conoscendo di lei, tanti anni fa, invitassi proprio Lan Lan, tra i pochi e rari, a tentare di vivere l’avventura creativa cui stavo cercando di dare vita, quella delle Relazioni Spirituali.

Sono solo minuscoli accenti di una sintesi esistenziale che è anima, spirito, corpo.

En guise d’étape, conclude o forse inizia di nuovo e per sempre, il suo cammino Lan Lan. “II y a-t-il un bout du chemin ? Voyager en impermanence, en sa voie ou ses voies, en sa voix ou ses voix, est peut-être le propos de la méditation, comme celui de la marche et de la respiration, comme aussi celui de la poésie et du chemin de l’analyse, tout le long du fleuve de la vie. La voie me suis-je dit, n’est peut-être finalement que le nom donne a la vie, et elle ne peut être que profondément marginale car les voix qui peuvent s’en élever ne sont que celles qui se sont élevées en chacun, singulières réponses a différents temps de sa vie, pour tenter de la dire justement, au plus près, éthique d’un bien-dire qui se cherche tout le long du chemin. […]”.

E, infine, giunta in prossimità della fine del Viaggio, il lascito Elle peut des lors servir a d'autres, ou non, librement.»] ed i sogni […]. Discreti, come tutto nel libro di Lan Lan, ed infinitamente chiari: […]Marcher, méditer, écrire, recueillir les mots sur le chemin. «Le monde est notre représentation», disait Schopenhauer, cueillant l’essence d’un bouddhisme que l’occident avait importé en son temps. Ce monde est construction, facticité, regards, fenêtres sur un réel. Il est possible alors de se distancier de ses représentations, de s’en détacher même s’ils nous ont été utiles en une vie. Laisser la barque qui a aidé a traverser le fleuve sur le rivage. Elle peut des lors servir a d’autres, ou non, librement.[…]”.

[… ]Les mots sont simples métaphores, barques arrimées sur le rivage du langage commun, que même le simple d’esprit peut entendre. Certainement pas dogmes, ils servent juste a maintenir la vigilance dans ce voyage de la vie que nous savons tous, être vallée des songes.[…]”.

Qualche eco parafrastica della preghiera, la “valle di lacrime”, diviene ed è, nella declinazione laica e professionale di Lan Lan, la valle dei sogni. Qualche accento esistenziale, con l’ineluttabile metafora del Fiume, con le sue barche, forse anche quelle vere che ondeggiano discrete nell’orizzonte di Port Thibault. Da cui Lan lan firma e data la conclusione del libro [forse del Viaggio?].

 

 

Note.

1. Quando scrivo di Arte, Religione e Scienza, mi riferisco alla lezione del mio indimenticabile ed indimenticato maestro, Emo Marconi.

2. Quando cito intercultura e visione interreligiosa, mi riferisco al dialogo di Raimondo Panikkar, di cui ho più volte scritto sul blog.

3. Le citazioni dal libro di Ly-Thanh-Huê sono in corsivo ed in lingua originale. Quelle da me tradotte e/o introdotte nell’intercalare parafrastico ed argomentativo, sono contrassegnate con [cit.], anche quando si tratta di una sola semplice parola.

 

Diario inutile. 19

Diario Inutile. 19
Luce interiore. [Il canto di Lan Lan].

Fiori, fiori, primi piani. Ampi luminosi azzurri orizzonti per alte campiture interiori. La poesia di Lan Lan Huê. Haiku, forse non solo. La parola scolpisce l’attimo nella Luce verticale della contemplazione. Di luce lieve. E lo calcina. Il mare. Il fiume che forse solo si immagina e corre dentro il suo Destino. Il mare! L’Estuario nella cui acqua profonda la Vita corre! O forse è sorgente d’un nuovo inizio, metafora dell’eterno cui il poeta attende? All’ombra muta e nel conforto dell’Essente? Chi sa quale Altrove attinge e dove posa lo sguardo. Una lama di luce attraversa l’anima, fissando le cose l’istante e la vita nella teca del canto. Il culmine dell’attimo, sparso nelle infinite sonorità del silenzio in cui medita e si raccoglie. Affacciata alle sconfinate finestre della Memoria e della Speranza. Lungo il Fiume. Dentro il Mare.

Qui, lontano, senza curarsi dello spazio, la distanza che ci divide, nell’oasi condivisa di un tempo senza tempo, riverbera la parola poetica di Lan Lan. Che mi raggiunge e risuona in me di un’eco aperta alla solenne sororità della Speranza. Come nei ritorni attesi delle fedeltà amicali.

Diario inutile. 18

Diario inutile. 18
Eufonia d’estate.

Ubriaco di aria. Di luce. Di respiro, di vento. Il sole nell’azzurro, in alto. La memoria arde dentro. L’antica piazza in cui sono nato, l’infanzia prima ed estrema, nel cuore della vecchia città. L’ora unica e chiara di tutto il fulgido o dolente avvenire. Cammino svelto nell’eufonia del momento. Le strade strette snodano i passi, esperti di un passato remoto. Ecco l’adolescenza, colma di una speranza senza tempo. L’eternità nell’istante, vivo per sempre dentro. Scorgo lacerti di un nuovo smarrimento. Vado verso l’angolo strozzato che immette all’infinito. Nulla è mai del tutto dimenticato. Nulla è per sempre perduto. L’estate inclina la solitudine all’inaudito, allo sgomento. Lungo sentieri che più non conoscono la strada di ieri. Dentro la traccia ignota di arditi pensieri. Gli uccelli cantano ancora al suono lieve delle foglie e le cicale animano la discrezione incerta di un angolo sconosciuto. L’erta della memoria discende dolcemente e viva fra i ciottoli di un’altra età, alla nascente riva. Nessuna cosa più parla la lingua ignota di un allora che ormai fu. Forse tu solo, e alcuni rari intorno, indugi nell’abisso memore di uno sguardo altro, di una stagione andata: distendi l’orizzonte muto al suo segreto. Sono trascorsi anni, mesi, forse solamente istanti. Sotto la traccia oscura delle perdute ore, c’è l’armonia silente di Quello che tutto precede, di Qualcosa che mai muore.

Il vento si nasconde tra angoli di antichi palazzi. I vicoli mi guidano ed insieme mi accompagnano. Sento l’ora redenta nei passi scossi del presente.

Sono uscito, di nuovo, nell’aria e nel sole.

Non c’è disincanto nella luce che lenta si infrange alla svolta lieve di una piazza. La naturale icona della finitudine, che, tacita, si accompagna alle cose.

La ritroverai più in là. Viva nel presente in te. Ardente come un ricordo o dolente o bello.

L’eternità è nel per sempre di un ritrovato istante.

Sono uscito. Lo sguardo posato sulla geografia familiare della città. L’anima del mondo attende. L’anima del mondo non muore mai nello sguardo amante.

Un altro passo, verso il Mezzogiorno, verso l’età più adulta in cui tutto è attenzione, custodia e ritorno. I luoghi della vigilia adulta. Gli spazi della folle corsa sulle trine orlate di Luce degli scampati abissi. Ora tutto, almeno in te e per te, di nuovo tace. Forse nell’ode silenziosa al suo per sempre, che incalza come non mai prima, e, atteso, si avvicina. Forse nel calco dell’armonia che amasti, della pace che, finalmente!, vivi.

L’ora moderna batte i rintocchi dei suoi ultimi tramonti. La fervorosa si ritrae, stanca e forse vinta dall’urgenza di un altro futuro, che acclamato dagli stessi ignari incalza. Lo seppero nel proprio cuore i poeti. Lo intuirono i profeti. Lo avvertono confusamente e postumo ad altri e ben diversi passati, i propri, i cinici in agguato per ghermire il futuro. Anche il futuro, dopo avere prosciugato il passato nell’euforia delle promesse vanesie. Non v’è alcuna eredità da spartire. Gli avidi mentori dell’avere, coltivano ipnotiche passioni ignare del nulla che le attende. Gli strenui fedeli all’Essere, lo sanno in se stessi da sempre, senza schizofreniche illusioni divisive.

La frontiera urbana dei tempi segna e scandisce, con geometrica precisione, i varchi di senso. I passaggi andati a morire in un margine che nessun uomo aveva mai sognato. Solo progettato, con ostinata e volitiva dedizione quando tutto era promessa di futuro e l’avvenire una nebulosa incognita. Dismessa la presunzione di tutto sapere. Tutto conoscere. Tutto potere. Solo la mano lieve degli amanti mette ali alla città e al cuore degli uomini vivi dentro. Allora come ora. Oggi come già un tempo.

Il disegno di un passato effimero, tratteggiato con la mano leggera di un’interiorità in fuga da se stessa o da sempre sconosciuta, già scolora. Sulla traccia, nessuna storia ha avuto presa. L’epoca al tramonto vola via, smemorata nei profili senza radici e senza destino.

I tigli alti sorridono e proteggono: ogni chioma è una composita armonia della sinfonia più grande. Solo lo sguardo amante li accoglie nell’unità dei diversi, che fa del suono informe un canto composto.

Ci sono state tante, minuscole prime volte. Tante uscite dopo i lunghi mesi trascorsi in casa. Tutte, declinate nella flessione autobiografica, mi sono sembrate subito, non appena vissute, esemplari per essere messe a tema nel Diario Inutile. Così colme di grazia ricevuta, l’essenziale vita, e di gioia vitale, il semplice bastarsi in se stesse. Così vive, di nuovo, nell’essenza e nell’essenzialità delle relazioni in esse e con esse accampate. Ne ho tratto tracce, appunti, spunti. Riposti. Meditati. Rimandati ad un altro più ampio e più diffuso scritto. Stamani, quando nel sole alto dell’estate sono ripassato per l’ennesima volta davanti all’antico portone, ingresso della casa in cui nacqui, ho sentito salirmi dentro le stesse identiche parole con le quali ho iniziato questo scritto. Insieme all’eco di quelle del poeta: “Nel mio principio è la mia fine. […] Nella mia fine è il mio principio “. Lungo i muri vecchi in pietra sui quali salgono tralci tenaci, si accende nel mattino la Luce degli eterni. Che ci custodisce nel silenzio dei giorni e ci accompagna al Varco. Dai nostri passi l’infinito sprigiona l’ineffabile profumo del moto perpetuo. L’infinità del cammino, che nessun ciottolo, pervicace, prepotente ed egoico, potrà mai sigillare nella pietra d’inciampo di un istante terreno. Ignoto forse talvolta a noi stessi nei tratti oscuri dell’abbandono, ma non mai a Dio. Freme la città nel frinire delle cicale e l’ansia ricomposta nel sole sembra indulgere di nuovo a prudenti consuetudini. La nascita chiede una pazienza feriale. Ebbro, ascolto il passo della vita minuscola che basta a se stessa. Siedo, nell’eternità degli attimi: l’insignificanza che mi abita, lascia spazio a tutte le ignote vastità. Spero che sia la Grazia a salire nel cuore. L’arco teso del passato remoto e quello di un futuro lontano: sento la scintilla che scocca fra i diversi tempi e li unisce. La Mano si posa sulla spalla benevolente ed amica. Chiama, forse. Forse. O forse solo mi accarezza un Tempo senza inizio e senza fine. Quello in cui si è felici di tutto e per niente. Origine e Destino, nel palmo aperto dei congedi e dei ritorni.

Tieni alte le ali, poeta. Dice la Voce dentro. Nell’istante del Volo eterno che ti è dato, farfalla di Luce, componi nel presente la nostalgia, l’esilio, la speranza. Sei un minuscolo accento, la consapevole scintilla che resiste, nell’Infinito. Sei la parola che ascolti, mentre ti nasce nel cuore e nella mente. Svelata in te da Qualcuno cui da sempre diligente attendi e del Quale sei sempre in attesa.

 

Scritto il 27 Luglio, come mi ricorda la data di apertura del file. Il testo ha riposato nelle pieghe della quotidianità, compagnia discreta e talvolta rivisitata: [pubblico quando credo…, esergo in aggiornamento].

Aggiornamento:

Lan Lan mi ha fatto dono di una preziosa continuità nel dialogo con il Diario inutile, «Journal inutile.18 Euphonie de l’été.». Qui la sua traduzione di un passo del mio testo, accompagnata da un icastico introito meditativo in forma di Haiku:

la vie ce sablier/ et chaque grain/sa conscience”, Lan Lan Huê

[«la vita, questa clessidra/ ciascun granello,/ sua coscienza».]

Felice di essere di nuovo ospite del suo blog, accolto con la voce modulata interiormente da una nota che evoca un cammino ininterrotto. Anche quando il sentiero pare svanire all’occhio esperto unicamente della forma esteriore. Altrimenti detto, nel linguaggio che più pertiene e meglio significa tanta parte della contemporaneità, apparenza. La sinfonia dei pensieri e dei sentimenti amicali che risuonano oltre lo spazio tempo, le contingenze e la brevità estemporanea delle flessioni prensili, è sempre un’oasi di ristoro nei deserti che traversiamo a dorso del silenzio.

[https://rencontresimprobables.blogspot.com/2020/08/dialogue-avec-le-journal-inutile.html]

 

 

 

Diario inutile. 17

Diario inutile. 17
Perdere tempo.

La frase è affiorata l’altro ieri mattina, dalla voce di Nino, durante uno dei dialoghi che hanno costellato i mesi della prova. “Perdere tempo”, mi ha detto, riferendosi a quell’attitudine bella che dovrebbe essere dei poeti in particolare. Resi così esperti dallesercizio inutile del canto.

La sublime arte del perdere tempo ha molto a che vedere con quattro ineluttabili fondamenti: la libertà del gesto, la gratuità del dono, l’essenzialità delle intenzioni, la frugalità degli esiti.

Ho scritto spesso e diffusamente di quella singolare ontologia dell’umano che sola salva: l’indugiare confidente di tutto disarmato in tutte le oasi della contemplazione, della riflessione, del dialogo, delle relazioni profonde e durature. Mai prone all’inquietudine di un’ossessiva messa a profitto di ogni istante, nel qui ed ora della propria personale storia. Qualunque fosse la natura dell’utile atteso e reclamato. Spesso vissute come così inutili a tutto il regesto infinito della sintassi antropologica contemporanea. Funzionale. Efficace. Efficiente. Economica. Performante.Veloce. Speculativa. Fino alla resa di un sé scolpito nella pietra dell’ego. Sicuro nel proprio usbergo difeso a tutto, tetragono alle mirabili divagazioni interiori che conducono lontano dalla rassicurante prossimità vincente. Cui si addestrano, talvolta con feroce dedizione, gli adepti della perfezione organizzativa, priva di sbavature divaganti, nella terra inquieta del tempo perso. Così insidiose per i giganti d’argilla dell’intelligenza cabriolet e del situazionismo etico.

Confesso che ho perso molto tempo: ho molto vissuto. Di tutti gli affioramenti della memoria cui è debitrice tale consapevolezza, forse il più intenso e dolente riguarda la lunga stagione, un decennio, trascorsa tra la metà degli anni Novanta e la metà del primo decennio del Duemila. Lì si affollano e fioriscono mazzi di ricordi, che crescono, spontanei come fiori di campo, in quella lunga stagione degli addii che è il presente. In quel decennio, in cui più dolorosa e lucida si manifestò la torsione fra l’indole spirituale della vocazione personale e la stretta secolare dei tempi, il tempo interiore si era dilatato in me come una teca di Luce. Ogni passo era rivolto alla tenacia della vocazione e nulla e nessuno, se non il Signore che mi aveva chiamato e che mi guidava, avrebbe potuto fermarmi. Mentre la necessità mi incalzava con il morso feroce dei bisogni, senza mai lasciare la preda, io stesso, abbandonavo ad una ad una le suppellettili del desiderio, come in un interminabile pellegrinaggio. Spogliandomi sempre e sempre di più, mentre camminavo lento nella folle corsa verso l’opulenza della società di quei tempi in cui, come un corpo non tanto estraneo, mi ero infilato. Per un’avventura dell’anima. A perdere tutto il tempo necessario per costruire di me ed in me, l’uomo del congedo, dell’ “…ora che non ha più sorelle .

Non ricordo più quanti treni ho perduto, in quegli anni vissuti tra Roma, Milano, Cremona… Non ho mai saputo quante volte ho perduto tutto il mio tempo indugiando in un dialogo, mai rifiutando il protrarsi di una discussione. E’ stata la mia resistenza umana di poeta. Il mio tempo di uomo inutile a tutto, prima di ogni altro a me stesso. E’ stato, insieme all’amore ed all’amicizia, il dono più grande che il Signore mi ha fatto. Un dono che so dovrò presto restituire, insieme agli altri. Ho coltivato la speranza che il talento ricevuto non andasse sprecato nell’esercizio del perdere tempo. Non so. Solo il Dio di tutti e di ciascuno, che quello stesso talento mi ha donato con la Vita, sa.

La terra ferita di una memoria remota, silenziosa affiora, nei tempi dolci della gioia, nei tempi duri del dolore.

L’eco di un’infanzia lontana consola ed insieme ristora.

Tutto della Vita s’innalza, ora, ed intona il suo osanna. Nell’ora della promessa e dell’attesa. Nell’ora del congedo e degli addii.

Gli addii sono sempre una tacita preghiera. La preghiera è, insieme alla poesia, posto che fra le parole dell’orazione anche laica e quelle della poesia vi sia qualche distanza interiore, un’altra mirabile perdita di tempo.

Quando il corpo non sarà che un’ultima, l’estrema ignota Thule del respiro concluso, l’anima renderà il suo grazie, coscienza del dono, nell’eternità dei passi che non conoscono più mete terrene.

Tutto sarà compiuto ed il tuo primo grido di saluto, l’alba del giorno, l’Alfa, sarà un sorriso. Tu sarai, finalmente, il grembo dell’attesa, l’ Infinità del Tempo.

Prega ora, prega sempre, prega per sempre, con il corpo in ogni istante ed in ogni gesto. Prega con il cuore e con la mente. Prega nell’ora vinta dall’ego e nell’ora innocente. Prega, affinché nell’Ora che giunge tutto sia composto, nella coscienza prima e poi nei gesti delle mani che hai stretto un giorno come fosse, ignaro, un ultimo saluto. Prega affinché l’amore donato sia vivo in un sogno che non hai mai smarrito.

Nel vuoto degli addii non abita forse la promessa dei congedi? Nel vuoto che tu lasci alle spalle, c’è sempre una preghiera. Una domanda di perdono. L’assenza chiede per te la parola immacolata che tu non hai saputo dedicare ad altri o a te stesso. La parola dell’ora che chiede l’assoluta purezza dello sguardo.

Prega, affinché il Silenzio che ti abita e verso il quale vai nell’ignoto Mistero risuoni sempre della tua muta, della tua forse ignota, della tua ignara preghiera. Della tua innocente parola.

In quell’assenza verrai Tu, dolce Luce della Vita e del Tramonto. Nel Silenzio si leverà leggero e discreto ancora il Tuo vento. L’anima sarà dentro i Tuoi passi. Muta a cantare ancora l’amore che non finisce mai. Lontana, e non più in esilio nella Parola, dagli affollati solipsismi delle solitudini feriali.

Prega. Nel sussurro murmure degli istanti che vivi, prega. Non chiedere la forza inerte dei Titani: ringrazia per il dono tra i doni il più grande, la mite, l’inestinguibile voce degli umani.

 

 

 

Olismo singolare. Comunità sistemica./1.

Nota politica.
Olismo singolare. Comunità sistemica./1.

 

Alla fine, quando renderemo i conti, scopriremo che quello che di meglio e di più vero rimane sono le nostre speranze. Dite pure i nostri sogni. “, Mino Martinazzoli, in “La politica possibile”, Milano, 2000

 

Il testo che inizia oggi, “Olismo singolare. Comunità sistemica”, avrebbe potuto a buon titolo essere pubblicato nel Diario inutile. Lì infatti è nato. Nell’alveo e nello spirito di quei giorni. Dal dialogo con Nino che mi ha coinvolto in riflessioni altre, di sicura valenza politica, malgrado vissute in ambiti affatto diversi. Stimolandomi sino al punto di rinverdire un pensiero che avevo da tempo abbandonato, almeno nella sua forma più strutturata e meno occasionale, soprattutto destinata alla pubblicazione.

Qualche tempo fa, avevo fatto leggere ad Elena alcune piccole osservazioni di paziente, fatte ad un testo che Nino mi aveva inviato.Le avevo intitolate “Olismo singolare. Comunità sistemica”. Le avevano ricordato un mio testo di tanti anni prima, “Persone civili”.

Persone civili è il titolo di un documento che avevo scritto per un amico, candidato sindaco in un paese della provincia in cui vivo, 24 anni fa. Ci conoscevamo da almeno altrettanti e ci eravamo frequentati per un lungo periodo, condividendo anche qualche passaggio non banale delle nostre minuscole storie. Ci eravamo persi e poi ritrovati, come spesso accade lungo i sentieri, non di rado interrotti, della vita.

Un giorno, mi aveva chiesto di mettere per iscritto alcune idee, che avrebbe condiviso con il suo gruppo impegnato nella campagna elettorale. Lo avevo fatto, in modo libero e gratuito. Non ero impegnato ad alcun titolo.

Sentivo allora, con la stessa intensità di oggi, la necessità di porre a fondamento di un autentico mutamento della società un cambiamento radicale della sua unità minimale. La persona. Naturalmente, il mio documento non era stato adottato. Il gruppo, che pure aveva apprezzato al pari dell’amico candidato sindaco le piccole idee da me proposte, aveva scelto diversamente. “Troppo avanti”, era stato il commento.Avevano mantenuto un profilo più consono al contesto, ai tempi direi, vincendo le elezioni.

Oggi la persona al centro sembra essere divenuto un irrinunciabile preludio per qualsiasi ambito, naturalmente relazionale [anche tale evidenza si è fatta d’incanto negli ultimi anni il sale di ogni comunità, almeno negli esercizi retorici dei tanti nuovi adepti].

Nell’epoca dei monoliti ideologici che avevano a lungo dominato la scena della storia, prossimi ad essere surrogati da altri dominus di ancor più secolare fondamento, la persona era ritenuta una flessione individualista e la singolarità una dannazione. Anche se gratificata da accenti civici, del resto poco a dimora in quagli anni, dominati dalla prevalenza di istanze che conferivano statuti etici d’eccellenza , spesso unicamente in virtù della giusta appartenenza, non di rado una denotazione nominale priva di approfondimenti personali.

La coerenza fra l’essere e il fare, fa l’esser colui che si dice di essere e la rappresentazione che di sé si offre e che viene garantita dal nominalismo collettivo e più conviene, in favore di consenso. Conquistare il favore della scena, valeva, e ancor più oggi vale, in un presente che di quegli anni è erede, assai più che essere se stessi lontano dalle ossessive rappresentazioni mediatiche. Spesso le due dimensioni non rispondono di un identico statuto interiore, quando pure ne abitino uno coerente e resiliente.

Costruire la miglior rappresentazione di sé in favore di chi vede, di chi legge, di chi ascolta. In media stat virtus. Anche quella, soprattutto quella, utile, necessaria ed indispensabile a lucrare l’accredito del consenso. Spesso priva di fondamenti altri che non siano quelli di un’abilità strumentale e comunicativa atta a sedurre. Un ossimoro etico. Un paradosso sociologico.

 

Diario inutile. 16

Diario inutile. 16
Nota politica.

Inizio a percorrere oggi, Solstizio d’estate, un nuovo sentiero di Senso del mio blog, lasciando, non so se per un giorno o se per sempre, il Diario inutile. Naturalmente la scelta della data non è casuale, se mai davvero esistesse una forma del caso che non rispondesse a qualche disegno per noi imperscrutabile d’Alterità.

Mi sarebbe piaciuto che la ricorrenza del Solstizio cadesse anche quest’anno, come in prevalenza accade, il 21 Giugno. Una data ricca in sé di significati profondi ed ampiamente condivisi, con fondamenti diversi. Personalmente, porto nel cuore una particolare dedizione spirituale legata al 21 Giugno. Mi sarebbe piaciuto cadesse domani, perché è anche la data in cui si ricorda San Luigi Gonzaga nel giorno della sua morte.

C’è un’ora nella vita di ogni umana creatura in cui gli apici della propria essenza si incontrano. Un’ora la cui puntualità nell’incontro con la Storia che accade, cerca e trova la minuscola traccia della singolarità. Istanti passati al setaccio dei tempi e del Tempo. Il punto esoterico in cui essi si congiungono. La grana fine della travolgente vicenda epocale con gli infinitesimi granelli della minuscola esistenza personale. Passati nella maglia sottilissima di Tempo e tempi, sono scesi piano nell’ora della conciliazione. Lo spirito laico, lo spirito religioso. Lo Spirito in uno. Ecco perché mi sarebbe piaciuto.

Mia madre è nata nella città di San Luigi, Castiglione delle Stiviere. Ci sono tornato in modo assiduo, come mai nella vita avevo fatto in precedenza, un paio di anni fa. Così, scoprendo l’essenza di un luogo a me in gran parte sconosciuto e solo sporadicamente frequentato nella vita adulta, ho ritrovato, o riscoperto, le fondamenta originali di mia madre.

Un giorno dell’estate del 2018, in una delle brevi e frugali pause che Elena ed io ci potevamo concedere durante gli affannosi primi periodi delle nostre visite a Castiglione, mi ero ritrovato a considerare la singolarità della circostanza. Il paese che aveva visto nascere mia mamma, era diventato in quei mesi lo stesso paese che avrebbe visto lentamente spegnersi la mamma di Elena. Ero stato felicemente turbato da tale circostanza e avevo sentito l’anima di mia mamma Renata spingerci e sostenerci in quella prova.

La città sbocciava nei giorni della prima estate. Fiorita ed elegante. Ci accompagnava come un dono inatteso e come tale aveva accolto, in quel suo breve ultimo tratto, un preludio durato quattro mesi,prima del suo trasferimento in un’altra e penultima meta, anche la mamma di Elena.

Erano stati mesi spesso trafelati e difficili. Quattro pullman per un solo tragitto completo di andata e ritorno, la metropolitana. Gli impegni dell’assistenza, gli incontri per la cura. Eppure, giorno dopo giorno, di settimana in settimana, Castiglione sempre più ci offriva una quinta di serenità interiore e di ristoro fisico, in cui ritrovarci nelle pause.

Ero tornato, per la prima volta dopo decenni, nella chiesa di San Luigi, in piazza, nella Piazza. Lì ero stato un’ultima volta, appena adolescente, insieme ad un cugino della mamma. Lì avevo scoperto grazie a lui ed insieme a lui i nomi in rigorosa sequenza di Cinzia, Olimpia e Gridonia. Con lui avevo scoperto non senza qualche turbamento la reliquia del Santo. Insieme ad Elena, cinquanta e più anni dopo, avevo ripercorso gli identici passi. Insieme avevamo pregato e trovato conforto in San Luigi, durante la prova.

Il grande parco verde. Il centro raccolto ed elegante. Le persone cordiali ed aperte, con quella cadenza dolce, già così diversa dalla nostra. Un giorno avevamo messo fugacemente piede, era la prima volta in vita mia, nell’austero ed immenso edificio sede del Collegio delle Vergini. Era lì che mia mamma, novanta anni prima, era stata ospite,bambina. Ci saremmo tornati, mesi dopo. Lì, come al Museo della Croce Rossa, nata ufficialmente a Ginevra, ma sostanzialmente figlia della immensa generosità della popolazione di Castiglione, delle donne in particolare.

Ecco, mia madre. Nell’elegante gomitolo di strade che Elena ed io percorrevamo durante i rari momenti di pausa e di ristoro, sempre più vedevo e scoprivo l’origine nascosta di alcuni dei suoi caratteri. L’eleganza discreta che mai l’avrebbe abbandonata, nemmeno nei momenti più scomposti e drammatici della sua vita. La generosità, quell’accento forte che pareva a tratti temerario e che mai soccombeva alla formalità, alla lettera, quando la vita chiamava. La vitalità cordiale e sorridente, che le prove della vita non avevano mai smarrito in lei, sembrava scorrere abbondante nelle vene della piccola città ospitale in cui, quasi cento anni prima, aveva visto la luce lei.

La ampie cesure della storia recano in grembo minuscoli segni di memoria che lentamente muoiono e come il seme generano il futuro nascente. E’ così che le epoche muoiono e nascono, non percepite e non viste dagli sguardi egoici e timorosi degli incatenati al qui ed ora. Gradualmente, per lievi scarti di senso, nel solco duraturo di fondamenta talvolta invisibili all’occhio smagato del presente che tutto domina e tutto sembra includere. L’icastica Luce che promana da origini lontane, è stata trama e ordito di tutta la mia vita adulta. La nostalgia di una condizione originaria, e forse lontana oggi come non mai e più di sempre dal presente, è tessuta dall’intreccio di fili visibili e di altri più nascosti, nei tempi che ho vissuto.

I mesi del dolore, nella cui perdurante e duratura eco siamo tuttora immersi, hanno aperto finestre inusitate e suscitato sguardi stupefatti su certe forme della prossimità esistenziale di cui alcuni sembravano avere perduto traccia. Nelle forme cangianti dei tempi, vi sono tracce visibili di un passato spirituale in gran parte ignoto ai tempi, soprattutto in una sua coerente declinazione testimoniale.Una sorgente interiore che resiste, spesso ignorata e sconosciuta, nel profondo di tutti e di ciascuno perché inalienabile all’umano.

Nella prossimità feriale, così come nei paludati scenari di apparentemente insospettabili decisori, i propositi redenti delle prime notti di inquietudine e di paura sembrano spesso smarrirsi in rivoli di oblio.

L’entusiasmo sulla via della conversione in una nuova, differente normalità, in un diverso stile di vita, sembra avere il respiro corto della smemoratezza. E Damasco è lontana.

I ripetuti bradisismi che negli ultimi decenni hanno scandito i sommovimenti dei tempi, insieme al formicolio inquieto che ha segnato non di rado in modo drammatico numerose esistenze, hanno annunciato ed annunciano lo stato nascente profetizzato da Raimondo Panikkar ne La nuova innocenza. Solo la coscienza, e non il potere, in qualsiasi forma e misura statuito, ne rende consapevoli e, rivelandola, rivela la persona nella verità compiuta di sé. Solo la coscienza, che non ha accrediti funzionali e abilità pragmatiche, non risponde al Secolo, svela e rivela dell’umano l’essenza divina. Solo la coscienza decide l’orizzonte verso il quale l’umanità si incammina. Nelle minuscole scelte individuali feriali, quando cambiare le piccole cose nel mare grande del conformismo e dei luoghi comuni imperanti chiede lo sforzo titanico che porta con sè il fardello non lieve della solitudine e dell’emarginazione. Nelle vicende che illuminano a giorno, con la luminosità del dramma, la scena della contemporaneità e le singole coscienze, calcinate nella verità dell’essenza che sono, costituiscono i vasi spirituali in cui il futuro lievita. Il crogiolo degli stati nascenti in cui la Storia muta e l’uomo o si converte all’ideale che genera il futuro o resiste nella conservazione delle rendite di posizione del passato.

La Speranza senza tempo è stata ed è per me il sale dei giorni.

Il Diario inutile non si chiude qui, credo. Perché il tempo dolente e sgomento della prova non è concluso. La parola smargina ora e devia in un alveo altro. L’ho denominato Nota politica. Gli stimoli ed i pensieri dell’esordio dei testi che scriverò abiterebbero tutti a buon diritto qui. Si sono però troppo allargati verso orizzonti altri.

Non so quanto di nominalmente fedele al titolo vi sia nel testo che inizierò a pubblicare oggi. Non so quanto sia nota e quale politica ne ispiri il pensiero. Forse nessuna, se lo sguardo si posa sulla flessione ombelicale del presente. Forse tutta, se l’oikos della politica torna ad assumere lo sguardo e l’orizzonte primario dell’umano. Creatura divina.

Diario inutile. 15

Diario inutile. 15

Mendicanti.

«…lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia.», ha detto tra l’altro il Papa nell’Omelia pronunciata durante la Santa Messa di Pentecoste, celebrata oggi nella Basilica di San Pietro.

Non so se essere confortato da una sintonia, forse solo apparente o unicamente nominale, che si manifesta ancora una volta, sia pure in uno scarto temporale che non so se sia solo cronologico o anche frutto di un’asimmetria della cui natura non saprei dire. Dopo Nessuno si salva da solo e Orfanezza, ecco ora le umane creature colte nella propria flessione mendicante [e poco rileva quale sia la specificità della mendicanza: importa la declinazione ontologica della loro condizione].

Ho più volte e in diverse occasioni espresso la mia stima nei confronti dell’attuale Pontefice. Una prima volta, poco tempo dopo la sua salita al soglio, scrissi “Il legno dritto di papa Francesco”. Era il 10 Luglio 2013. Qualche tempo dopo, raccolsi tutti gli scritti a lui dedicati e pubblicati sul blog, in un Piccolo Libro Libero, “La parola al margine”. Un giorno osai anche farglielo recapitare, consegnandolo, da perfetto sconosciuto quale ero e sono, animato unicamente dallo spirito del dono, ad una guardia che mi accolse in una garitta di Città del Vaticano. Dopo avere superato i passi dovuti, mi venne rilasciata una sorta di ricevuta, che credo riposi in qualche cartelletta nei miei personali archivi. Naturalmente, come ampiamente atteso, non ne seppi più nulla e, se escludo la memore consapevolezza di tutto quel che ho scritto negli anni su extemporalitas, ne ho io stesso un ricordo flebile e rapsodico. Che torna ad abitarmi talvolta con nostalgia di un pensiero intenso e dei viaggi e degli anni, e talaltra in occasioni come quella di oggi.

Non so se la ricorrenza dei vocaboli indichi una coincidenza solo ed esclusivamente nominale. Ai filologi l’esegesi secondo tale flessione cognitiva. In me, la puntualità coincide con sussulti di senso e di Grazia, che mi dicono in quale punto dell’itinerario spirituale mi trovi nella storia che vivo. Forse sarebbe meglio dire mi trovassi, dato lo scarto temporale che caratterizza i passaggi.

Certo, il contesto in cui le parole nacquero in me al seguito della testimonianza esistenziale personale e accolte nell’ascolto di ciò che dentro la Grazia muove e detta da una Fessura di Silenzio, era affatto diverso da quello di questi ultimi mesi. L’antropologia consapevole di una forma impotente della solitudine. Che prelude la relazione ed in essa la speranza della comunione, il suo avvento [nessuno si salva da solo]. Il tradimento identitario [l’orfanezza di sé e dunque l’impotenza a sentire il Padre]. La mendicanza d’amore e di ascolto [avendo accolto e scelto della Vita unicamente la sua qualità di dono ricevuto, come avrei potuto anche laicamente vivere, ai tempi degli imperativi cinici e secolari, senza la consapevolezza che tutto è affidamento, mano stesa, e non rivendicazione e difesa del possesso? Mendicanza d’amore e d’ascolto, per il poeta, creatura di Canto?].

Erano tre statuti interiori bene a dimora in me nei decenni precedenti. Giorni in cui l’umano, l’antropologia dei tempi che ho vissuto, non aveva scollinato le temperie epocali che ci avrebbero afflitto in modo storicamente ben visibile e diffuso in anni ed in mesi più vicini a noi in senso cronologico. Alcuni di coloro che pure ne avevano consapevolezza, la lasciavano opportunisticamente bene occultata sotto la crosta di altri e più rassicuranti imperativi assai poco spirituali. I tempi opportuni sono un discrimine forte per riconoscere la verità di parole ispirate da un ideale, da quelle animate da solo ed esclusivo interesse.

Ora sembrano affiorare, spero non unicamente nella forma dei nomi, gli statuti interiori che dovrebbero guidare i tempi della mistica nascente, ed è una consolazione constatarlo, certo.

Sono tornato fedele ad uno statuto interiore che è stato metafora di una condizione umana e poetica, la mendicanza , di senso e d’ascolto, scrivevo qui.

Pronta, con l’ansia dolente dei cercatori di senso, dei mendici d’amore e di ascolto”,[“Il posto delle fragole”].

L’umanità non appagata dall’istante, ha raccolto le sue cose in modo frugale e, come un mendicante d’amore, è già altrove.”,[“Fata Morgana”].

Forse qualche nota a margine ne racconta i gesti oscuri e mendicanti.”, [“Olocausto di sogni”].

Sono alcune fra le minuscole tracce del cammino umano compiuto in quei durissimi decenni. Durante i quali, la consapevolezza del limite ontologico dell’umano e degli altri, tanti, personali, insieme a quelli scelti ed abbracciati nell’alveo della storia feriale, mi avevano sospinto e condotto fino al margine esistenziale della sola rilevanza anagrafica. Dove la sintassi interiore della mendicanza è una dimensione confidente nella propria angusta quotidianità. Fu in una di quelle sere costellate di solitudine, minacciate quasi ogni giorno dall’altrui orfanezza di sé, sostenute unicamente dalla generosa carità di chi accoglieva la mia mano interiore sempre aperta e distesa nella richiesta indifesa a tutto, che per la prima volta diedi forma alla parola ed alle convinzioni che mi abitavano ed accompagnavano. La mendicanza. Era, credo, una notte sul finire degli Anni Novanta. Non ho mai più cancellato quel sito.