Oggi.

Oggi.

Il Cielo di Austerlitz. [“Un Paese senza”].

Ciò che solo ancora ci rimane, del nostro antico sogno, ad occhi aperti [sul Cielo], i pugni serrati nella dolente stretta dell’estrema, dell’ennesima disillusione. Mentre già i nani si avvinghiano alle spalle dei giganti, per un’altra escursione opportunista nella landa della Storia maiuscola, turisti per caso, e le ballerine volteggiano nel vasto ed ininterrotto barnum mediatico. Come fosse la vita tutta un concorso di bellezza e, da decenni ormai, secondo una declinazione esistenziale ed antropologica che o la misconosce o la irride,  la serietà un’enclave disabitata o una riserva per esemplari in via di estinzione.

 

«Occorre il senso di una rivelazione. Come quella che, in un attimo di spessore esistenziale, sorprende il principe Andrey di Guerra e Pace sul campo devastato dalla battaglia di Austerlitz. Ferito e dolente, steso immobile sulla terra si volge con chiari occhi a un cielo “alto e infinito” solcato da placide nubi bianche. E così inappellabile gli appare quella indifferenza, e così profonda l’impassibile verità di quel cielo, da convincerlo che nulla è vero fuorché quella visione, che tutto è “vuoto ed inganno” se non si paragona su quella irraggiungibile lontananza».

 

Mino Martinazzoli, Il cielo di Austerlitz: scritti e interventi politici, [Città e Dintorni, 1987, Brescia]

 

Nella Bellezza per sempre. [Ad AFK].

Nella Bellezza per sempre. [Ad AFK].

Le avrei scritto di Ambronay, un luogo che, credo, le fosse particolarmente caro.

Ci eravamo scambiati l’ultima corrispondenza nel 2020, nei mesi in cui la furia devastante di un virus sconosciuto aveva steso sul mondo un manto cupo, rarefatti i contatti, rese quasi silenti le attese.

Sul risveglio del nostro dialogo, tanto rapsodico negli anni quanto duraturo, nato sotto il segno di Paul Celan, scandito da lunghissime pause e segnato da epifanie della parola, è sceso il gelo della notizia.

E’ accaduto qualche giorno fa, quando, prima di aprire una nuova email da indirizzare ad Anne-Françoise Kavauvea, ho compiuto una estemporanea ricerca: nella mai riposta speranza che avesse pubblicato, sul suo blog, uno degli ormai rarissimi testi divulgati.

Così, l’improvviso dei suoi inconfondibili occhi, la cui immagine era restituita dal motore di ricerca tra le altre poche e a me ben note dei suoi profili social, mi ha scosso con l’ambiguità dei segni insoliti, la cui vera natura ancora non conosci e che si annunciano però come un avvertimento dolente ed un monito insieme. Subito rinterzato, il disagio, da un link: Il y a tant de raisons de t’aimer / Pour Anne-Françoise Kavauvea

Un fulmine che ha fatto vacillare il cuore, il primo messaggero di verità,sempre.

Tu as traversé le Seuil. C’est fini.”, sono le prime parole con cui Sabine Huynh  ha iniziato il suo bellissimo testo in ricordo di Anne-Françoise, scomparsa il giorno prima, nell’Ottobre del 2021. Allora anche la mente si è allineata all’evidenza che il cuore aveva da subito accolta.

Sono rimasto a lungo con l’incredula fissità del dolore davanti alla pagina aperta, appena letta.

Quando dopo tempo la commozione mi ha dato qualche tregua, ho pensato che non avrei voluto aggiungere parola a quelle di Sabine Huynh, che restituivano l’icona interiore precisa di Anne-Françoise. Almeno per la parte meno squisitamente personale del suo ricordo, e così come l’avevo conosciuta durante i quasi 10 anni del nostro dialogo.

Come non avrei potuto condividere, sin dalle parole del titolo, i sentimenti che Anne-Françoise sapeva suscitare? “[…] comment embrasser l’immensité galactique de ta personne et de ta bonté […]?”, si chiedeva Sabine Huynh.

Le avrei scritto di Ambronay. Nella latitanza del mio silenzio epistolare, riposava e si accresceva la certezza che Anne-Françoise fosse una creatura eminentemente spirituale e che la sua dedizione alla scrittura, la forma credo alta e piena della Vita anche per lei, mantenesse in sé qualcosa di primariamente religioso.

Le ultime tempeste della Storia avevano irrimediabilmente snudato una volta di più, e forse una volta per sempre, l’aridità secolare dei tempi che viviamo, la già evidente all’occhio fine e dolente di chi mai si era rassegnato ad abitarli nella mera sopravvivenza.

Le avrei scritto di Ambronay. E sono certo che, come sempre, AFK avrebbe capito. Avevo bisogno di muovere ancora, come un tempo e come sempre, nelle relazioni accampate in nome e per conto del canto, Vita e Poesia, una cosa sola per le creature poetiche e rare quale Anne-Françoise è stata, ed ora certamente sarà per sempre, verso l’orizzonte che tutto muove, intorno e dentro. Verso Qualcosa che sempre anima la parola poetica e risorge la Vita tutta. Avevo bisogno, dopo questa nuova solitudine coatta e non più solo scelta, di sentire l’aura contemplativa che abita l’essere del poeta e lo sostiene, l’Essere del canto. Anne-Françoise avrebbe capito, ne sono certo.

Non vorrei aggiungere altro alle righe che le dedicai quando, nel 2015, mi congedai dal luogo in cui l’avevo conosciuta, Twitter. Sono le stesse che ho pubblicato identiche in La Luce postuma del Canto, il mio ultimo lavoro del 2017.

Avevo incontrato il suo blog nel nome di Paul Celan. Lo avevo trovato sulle tracce del poeta che credo lei abbia amato di più e non ne avevo mai più abbandonata la lettura.

Ho negli occhi tuttora l’epifania del primo incontro con il suo blog, con un suo scritto. De seuil en seuil, il titolo che aveva scelto e, subito oltre, i versi sublimi di Paul Celan, “Fais que ton oeil dans la chambre soit une bougie, ton regard une mèche, fais moi être assez aveugle pour l’allumer.”.

Nelle poche righe che seguono ed introducono il blog, AFK scrive tra l’altro: Zone de rencontre, le seuil est aussi ouverture: menant parfois vers l’inconnu, il permet le contact, rend proche ce qui semble ne pouvoir se toucher. Un seuil est un frôlement: d’ailleurs, comment définir ce qui appartient encore à la vie et ce qui est déjà la mort? Du seuil, un souffle nous parvient, on respire l’air d’ailleurs.La vie nous fait franchir des seuils, ou tout juste empiéter sur eux. Ils nous repoussent ou nous fascinent.
Les seuils organisent nos déplacement, nous attirent d’un monde à l’autre, séparations fictives ou dérisoires: on croyait être ici, on est au-delà.”.

Ed ancora, un post iniziale in cui commenta l’immagine scelta in testata ed il legame tra l’autore dell’opera ed il poeta: “De la cendre renaîtra l’humanité. Reliant les esprits, intégrant toutes les techniques de représentation visuelles (photographie, peinture, sculpture…), l’œuvre crée un syncrétisme entre les arts, la littérature, la philosophie, et touche à l’universel.”.

Ce n’era abbastanza per indugiare oltre nella lettura, per fermarsi, per tornare a leggere, per mai più abbandonare la lettura del suo blog.

Mi avevano subito affascinato la levità della mano nella scrittura ed insieme la profondità del senso. Che attingeva con discrezione ed eleganza una qualità umana originalissima, che si intuiva estremamente colta, sebbene in assenza di qualsiasi accento personale volutamente rivelatore. Una lettura rara, nel pur affollato panorama di scrittura in formato digitale che in quegli anni frequentavo.

Nei giorni scorsi, ho riletto parte della corrispondenza tra noi, rivivendo intensamente la compagnia di Anne-Françoise nell’Assenza. Avrei voluto iniziare il mio ricordo con un breve scambio epistolare che risale ai primi anni della conoscenza. Oggi sono andato a rileggere il testo con cui ebbe inizio il dialogo: Claude Chambard : Carnet des morts, l’écriture et la vie. Credo che quello scritto sia rivelatore della poetica [esistenziale?] di Anne-Françoise Kavauvea. Lo amai profondamente sin da subito e penso vi sia in esso anche il fondamento della nostra risonanza interiore.

Paradossalmente, ma non troppo, tra i commenti ho ritrovato anche un embrione del pensiero che avrei voluto citare qui, riprendendolo dalla corrispondenza:

Giordano Mariani23 juin 2011 à 16:16

«(…) Ecrire devient l’unique possibilité d’être au monde, de s’y inscrire, de s’y (re)connaître.(…) ». [AFK]

Oui.
Bellissimo![GM]

«(…) les mots tissent des liens entre les vivants et les morts.(…)» [AFK]

C’est ça l’éternité dell’oeuvre? C’est la relation, qui peut rendre l’oeuvre éternelle. […][GM]

Anne-Françoise mi rispose tra l’altro anche così:

« […] Vous savez, c’est le livre de Claude Chambard qui est beau et profond, je n’en suis qu’une lectrice. […] ».

 

Avrei imparato nel tempo a conoscere ed ancor più apprezzare l’ umiltà di Anne-Françoise. Una grande lettrice, acuta e generosa di sé. La sua vastissima cultura le conferiva la leggerezza nel porsi che solo la profondità consente.

Per una singolare coincidenza, il libro di Claude Chambard, che lei si premurò di inviarmi in quegli stessi giorni, non giunse mai a destinazione. Così come Anne-Françoise non ricevette mai un mio libro di poesia che le inviai dopo qualche mese di corrispondenza.

Sì, carissima Anne-Françoise, le parole tessono legami tra i viventi ed i morti. Le tue non cesseranno mai di farmi compagnia. Le relazioni spirituali non muoiono mai. Una serie di minuscoli inciampi ha impedito che io avessi la gioia di leggere un tuo testo pubblicato sul mio blog, proprio lì nell’Agapè, dove ti avevo invitata. Credo che pochi come te declinassero un profilo esistenziale ed un coerente statuto poetico tale da risuonare al diapason della mia attesa di comunione nella scrittura. Vivere è scrivere. Scrivere, la sola possibilità di essere al mondo. E, credo, per le creature come Anne-Françoise, di essere testimoni credibili e fedeli dell’ Essere in sè.

Quando le istanze estreme dell’esistenza sciolgono anche gli ultimi residui enigmi apparenti, tutto della Vita si tiene, nella sua grande eppure spesso dolente Bellezza. Così, nel vento commosso del tuo ricordo, Anne-Françoise, ho saputo ancor più e meglio di sempre perché tu sia stata tra le prime e le più generose, tra le poche persone ancor oggi, infine, nell’accogliere il dono del mio ultimo libro pubblicato, “La Luce postuma del Canto”. Tu credevi nel dialogo perenne che la parola vera statuisce interiormente e stabilisce in eterno.

«(…) les mots tissent des liens entre les vivants et les morts.(…)». E i morti portano nella Luce degli Eterni le parole dei viventi che hanno amato. Ti avrei scritto di Ambronay, cara Anne-Françoise. Tu mi hai preceduto, lungo il sentiero di Luce ed io rimango più solo a camminare sull’ultimo tratto. Le tue parole però sono con me, viatico e compagnia, il segno luminoso di un poetico Sogno condiviso.

Il tuo passaggio della Soglia, che mi ha colto all’improvviso e del quale ho saputo tardivamente, ha compiutamente risvegliato in me la mai sopita coscienza poetica ed è questo, forse, l’ultimo dono che ancora mi fai, suscitando il ricordo struggente dell’avventura umana che, sotto il segno della Parola poetica, abbiamo condiviso.

L’ora che non ha più sorelle”, mi ha restituito intero, integro ed intatto, nel suo incontro con te, all’incantesimo dell’innocenza, della sororità che mi hai donato in vita con la persuasa condivisione della vocazione della Vita alla scrittura, al canto. Il mio grazie è ora per sempre. Ora che tu sei nella Bellezza per sempre. Quella Bellezza che hai contribuito a custodire, a crescere, a creare. Con il tuo sconfinato amore per la Parola e per il Libro, ed in essi e con essi per la Vita tutta.

Tu, minuscolo accento di Luce, che ora brilla in eterno e rende più chiara la Stanza infinita dove adesso tu sei.

AFK_2017

Anne-Françoise Kavauvea, Ambronay, 2017

Amanti.

Amanti.

Tennero parole murate nel cuore:

un solo sospiro li avrebbe potuti tradire.

Seppero la dolce seduzione delle mute

ore. Strinsero mani lievemente arrese:

nel pugno chiuso, la promessa del futuro.

Oh, come azzurro fu il vostro sorriso,amanti

estremi nei disperati istanti dei congedi!

 

Il 25 Aprile 2022, alle ore 14.45, sorpreso dall’agguato dei ricordi [i volti dei miei cari in cammino ancora: un tempo, ora e per sempre…].

Immagina. [Il sogno del poeta].

Immagina. [Il sogno del poeta].

Allora, tese l’orecchio verso la terra

del Tempo, per ascoltare la ormai muta

memoria del Senso ignoto. Dalla

divina fessura del Silenzio, giunse

l’eco dei sogni smarriti. I passi

perduti, gli istanti corrotti dai compromessi

infiniti. Sedette all’ombra di se stesso

e pianse le giovinezze inutilmente

frante. Le immagini del Cielo andate

via nella consumazione degli orpelli vani.

Immagina, disse nel soliloquio estremo,

l’altra vita di te, la via che hai solo

concepita e lascia che il suo calco

divenga stampo di un futuro alato.

Da consegnare intatto al grembo di altre

Vite, per generare insieme, o inutile poeta

a tutto dal Secolo vinto, la gestazione

eterna della concordia umana.

 

Il 18 Aprile del 2022, alle ore 13.57.

 

La Vita semplice. [Tu, Luce del Mondo].

La Vita semplice. [Tu, Luce del Mondo].

La Vita è un inno francescano alla gioia. La Vita semplice, la nuda Vita, la Vita sola. La Vita che ogni giorno nasce e sboccia inattesa, che improvvisa e sempre fiorisce davanti. Muta ci sorprende e sempre, la Vita vera, c’innamora.

La Vita che ringrazia di essere così come è nata ed è. Il suo statuto di dono ne ricorda sempre lo stato di Grazia. La sola parola che ci abita dall’origine con diritto e dignità: Grazie.

Aprire gli occhi. Sentire ed ascoltare il battito del cuore. Lasciare che le gambe ci sostengano, mentre guidiamo l’incantesimo del risveglio dentro i nostri nuovi passi. Accompagnano il nostro cammino. Le braccia che si aprono, si sollevano, le mani che si dispongono all’incontro per stringere altre mani, sorelle.

[Dove, Signore, l’incantesimo si è spezzato e la distinzione da atto d’Amore si è fatto feroce disprezzo, preludio dell’azione belluina che vuole annichilire la mano altra, qualsiasi alterità di noi? Perché, dove abbiamo dimenticato che siamo sempre l’altro di qualcuno? Che l’altro siamo noi?]

Le labbra si dischiudono. Non per violare l’amabile Silenzio in cui Tu ti annunci ogni mattina: nella temperie sei nota misericorde, nella gioia sei come un felice compagno d’avventura. Le labbra si dischiudono per intonare la preghiera che silente ci detta dentro. Le labbra si dischiudono per pronunciare parole minuscole e sufficienti. Mentre cerchiamo di costruire sempre in noi l’orizzonte interiore che ce ne renda degni. Parole unicamente generose di noi stessi e senza spreco di un credito inesigibile: perché l’essere non è mai strumento o funzione ma unicamente un tratto della Creazione almeno pari a noi nell’essere noi la parte migliore di noi stessi. Bisogna almeno tentare di Vivere… [è l’invito del poeta].

La porta di casa si apre come sempre verso un quotidiano sentiero di Libertà. Chi in Origine la donò? Chi la restituì al nostro spensierato esistere per lunghi, talvolta inconsapevoli e irresponsabili anni?

Compiamo uscendo il gesto responsabile di essere nel mondo, rispettosi e grati del mondo [Grazie: il nostro risveglio è stato sempre una tensione alla gratitudine o abbiamo più spesso preferito soccombere alla risentita flessione dell’io che sempre conduce al rancore e nel rancore alla battaglia?].

La Vita pullula intorno alla nostra affollata solitudine di volti estemporanei, ed anch’essa è stata spesso, come può esserlo il Silenzio, una Grazia ed un dono. Nel frastuono delle insensatezze e nell’affollarsi di presenze curiose di tutto ma non dell’Anima, il solo fondamento relazionale essenziale affinché nascano l’incontro e la Vita dei due. [Dove ti sei smarrita armonia del Silenzio, custode attiva e premurosa della Solitudine, amica confidente della Speranza? In quale buio anfratto di noi ti abbiamo smarrita, sedotti dal cinismo o vinti dal terrore?].

Tutto fu composto e là era, in Origine, nell’Armonia creata per noi ed in noi. Nessuno infranse per lungo tempo la compostezza contemplante. Il poco che abbiamo è sufficiente. L’essere che siamo è tutto.

Non possiamo dimenticare che tutto è Grazia e dono e non possiamo fare altro che ringraziare, quando la compostezza armonica del microcosmo in cui viviamo è l’essenziale e l’essenza della Vita stessa. Luce dentro, Luce davanti. [Dove Signore e quando abbiamo infranto l’Orizzonte, da quale feritoia il buio ha fatto scempio di noi, invadendo la luminosa chiarità del tuo dono fino a renderci abisso?].

Perché dunque chiedere ancora, perché desiderare? Perché issarci sino alla più alta e luminosa parte di noi e poi reclamare di avere altro, altro ancora e più di noi? La volontà concupiscente è dunque la feritoia? E il nostro parossistico desiderio di avere, è l’incurabile ferita?

La lunga sosta nel sabato, dentro la soglia dell’Attesa, non è l’incompiutezza dell’Assenza. E’ la primavera di ciò che ora siamo nell’essere ciò che fummo. Il tempo cura tutte le ferite e l’estremo addio viene come un istante fratello dell’ora nascente.

Nessuno chiese nulla e nulla ci fu dovuto.

Tutto è stato dono e come tale si è rivelato il suo avvento.

Restituirlo è un atto naturale, come lo fu l’entrare con sguardo animato e cosciente nel cono di Luce della presenza. La vita si basta di se stessa. Su di essa sorrideva il sole degli stati nascenti, quando è toccato a noi entrare nella presenza al reale. E camminare con il nostro volto e con un nostro nome. Affidato anche quello al Mistero che abita l’anima, un mantello identitario amorevole, viatico di caritatevole compagnia nel cammino singolare eppur vocato alla comunione. L’anima, il volto, il nome, note sinfoniche nell’armonia degli incontri. Nel Coro della Vita. [Dove Signore abbiamo intonato la dissonanza che ci ha allontanati da noi stessi, dalla profondità dell’io e poi ci ha posto nella irriconoscibilità dentro la relazione? Chi di noi ha scagliato la prima pietra, per spegnere l’anima, deturpare il volto, cancellare il nome? Perché lo fece? Perché lo abbiamo fatto? Perché con la pervicace ostinazione del nostro essere la parte più oscura di noi tuttora lo facciamo?].

Fummo accolti e avremmo dovuto essere accoglienti.

Fummo dono e avremmo dovuto essere almeno gratitudine, se non restituzione.

Tu hai redento Signore la parte oscura di noi che prevalse ed ancora diffusamente prevale.

Lasciaci cantare la gioia della Luce che irradi nel mondo. Lascia che come un lampo, come un lacerto, come il riverbero dello statuto originale, che fu Innocente, la nostra umilissima ed inutile parola si alzi ancora nella notte, che pure abbiamo conosciuto, frequentato e talvolta dissolutamente amato.

Lasciaci il Tuo redento perdono.

La fine non è una resa. Il linguaggio armato è poco affine alla Vita semplice di cui stimiamo indegnamente l’essenza. È un artefatto inutile, del quale la Vita vera non ha né nostalgia, né bisogno, né necessità alcuna.

Ci difendiamo da soli ed in silenzio. Poiché le parole dei poeti nascono sempre e solo nella solitudine disarmata a tutto di chi si affida all’ascolto, di Te o del Silenzio.

Vieni Tu, Signore, a scrivere qui la parola Fine sul mio tratto terreno.

Sarà lo so l’inizio di un altro cammino nella storia di sempre.

Che è un atto di creazione infinita e di eterna creatività.

Le labbra che si dischiudono nel mattino al risveglio, gli occhi che si aprono, le mani cercano e spesso riconoscono unicamente, anche in questi terribili tempi, una sola dolente e pur sempre vera intonazione: perché la Tua solenne sinfonia si ispira alla Gratuità. Alla Grazia. Alla Gratitudine.

Prendimi Signore come vuoi e quando vuoi: la Vita Semplice che mi hai donato, è Tua. Il mio minuscolo grazie non potrà mai attingere compiutamente la pienezza della Luce che Tu sei, Luce del mondo. È stato bello tentare di vivere l’avventura della compiutezza terrena, sapendo che il Tuo orizzonte è Celeste.

 

Il 16 Aprile 2022, ore 9.30

 

 

Paul Celan [Resurrezioni].

Paul Celan [Resurrezioni].

La scrissi e la pubblicai una prima volta nel 1996 [in “Vigilie in esilio”]. Erano trascorsi 25 anni dalla sua morte. Ripresi «Paul Celan», uno dei numerosi canti che avevo a lui dedicato, forse il primo, qualche anno dopo, nel 2001, in “Fessura di Silenzio”. Il 19 aprile del 2015, lo proposi sul blog. Tutta la mia opera, edita ed inedita, è costellata di scritti nel suo nome di poetico ed umanissimo testimone. La sua presenza in me è stata assidua e persuasa sempre: non l’ho mai dimenticato, perché, come ogni vero statuto interiore, la memoria resiste e persiste quando i suoi fondamenti sono veritieri e dunque veritativi. Forse lo spirito di resurrezione che informa il mio canto non attinge un canone affine nell’ortodossia a quello cristico pasquale. Certamente, la testimonianza poetica di Paul Celan è stata il viatico alla mia parola poetica, il seme del canto in un poeta contemporaneo in essa risorto.

Senza di lui, la visione di Adorno, da qualcuno irrisa con superficialità accomodata nell’omissione di prova personale, si sarebbe per decenni solidificata nella soglia invalicabile di una parola in grado solo di dire l’Assenza e la dissoluzione di gran parte delle forme spirituali nell’umano. Condannata, la parola poetica, al calco retorico di un’umanità in cerca della parte migliore di sé annichilita o all’afasia di un indicibile che in nulla somiglia al mistico sublime del Silenzio contemplante.

Al vertice del nichilismo che aveva frantumato l’umanesimo in un’iperbole di cinismo sistemico, lo sterminio di milioni di creature, il momento storico apicale del declino coniugava la secolarizzazione come verbo dei nuovi stati nascenti. Il canto strozzato in gola di un’umanità memore di sé, di colei che era stata capace di essere, ed incapace più della Parola. Il secolarismo avrebbe con cura scientifica coltivato la distruzione, l’emarginazione, la dissoluzione resa immemore degli stati nascenti e delle più alte e sottili istanze umane, con una reificazione quantitativa, strumentale e funzionale della spiritualità.

Vorrei condurti fuori dal tuo inferno, [...]]/al vento lieve che rivela l’indiviso,/al Bene, al Male.”, [“Paul Celan”].Nel 2001, ancora in “Fessura di Silenzio”, avevo dedicato altri canti al poeta che più ho amato.

Scrive Delphine Horvilleur: “Il futuro non è davanti a noi, bensì alle nostre spalle, nelle tracce dei nostri passi sul suolo di una montagna appena scalata, tracce nelle quali coloro che verranno dopo di noi e ci sopravviveranno avranno modo di leggere quel che a noi non è stato ancora dato di vedere.

Gli ebrei sostengono di non sapere quel che c’è dopo la nostra morte. Però potrebbero anche dirla diversamente: dopo la nostra morte, c’è quel che non sappiamo. C’è quel che a noi non è ancora stato svelato, quel che gli altri faranno, diranno e racconteranno meglio di noi, perché noi siamo stati”.

So e certamente posso sostenere, con piena consapevolezza dei limiti personali, che il mio canto è perché Paul Celan è stato. Ho trascorso gran parte della mia vita di poeta, almeno trent’anni sono passati da quando ne ho scoperto l’opera, a tentare di capire quale fosse il Senso della scalata di Paul Celan, quale la sua montagna. Dove potessero condurre le tracce del suo passo interiore, dentro l’eco di quel “qualcosa” [Qualcosa?]… Ho trascorso tutta la vita di uomo e di poeta, ormai 50 anni sono passati da quando scrissi i primi canti, nel tentativo di cogliere qualcosa del Senso che abita il dono della Vita, frequentando spesso, in solitudine e silenzio, le soglie estreme del Mistero. Consapevole sempre dell’Assenza, della mancanza, della soglia indicibile. Dell’incompiutezza, dell’incompletezza e del limite della terrena, umana avventura. Così aperta, però, alla Via celeste ed al futuro che essa non abiterà se non in spirito. E di questo cammino ho cercato di lasciare traccia nel canto, muovendo al margine della storia contemporanea e cercando però sempre di essere presente al reale.

Tra qualche giorno, il 17 Aprile, domenica, sarà Pasqua. Martedì 19, saranno passati 52 anni dalla notte in cui Paul Celan mosse il passo estremo. “[...]Va’, la tua ora/ non ha sorelle, sei –/sei a casa. […]“. Forse verso quel Qualcosa che, nel cammino composto dai suoi sentieri terreni, ancora non gli fu dato di compiutamente vedere… Verso l’Ora risorta della cui ricerca, nella sua inquieta ascesa, ha lasciato per noi mirabile ed inconfondibile traccia.

La stessa nella quale, minuscola creatura ed inutile poeta, ho tentato indegnamente di cantare l’umanità del presente a me contemporaneo. Consapevole di poterlo fare unicamente perché Paul Celan è stato.

 

 

Diario inutile. 33.

Diario inutile. 33.

La Campagna/LA 2i

Ci sono state, oltre ed insieme alla vita viva e feriale, altre esperienze, altri incontri. Rare le une e gli altri. Di poche ho scritto, se non qualche cenno, nel Diario, al coinvolgimento ed al dialogo.

Di una, in particolare, che è stata a lungo per me di conforto e segno di speranza condivisa, non ho mai raccontato nulla, né accennato alcunché.

Lo farò ora, che mi sono congedato dalla partecipazione attiva.

Lo farò, quasi esclusivamente con le stesse parole che ho impegnato insieme a loro, negli incontri a distanza o nella corrispondenza.

Lo farò aiutandomi con il corollario di riflessioni e di dubbi, di sgomento, di compiuta serenità talvolta, che l’esperienza della solitudine prima e della condivisione poi hanno suscitato in me. La partecipazione attiva è iniziata a novembre del 2020 e si è conclusa nel marzo del 2021.

E’ stata un’esperienza costruttiva, umanamente bella, sebbene vissuta sempre ed esclusivamente, almeno per parte mia, a distanza. Del resto, non ho, né avrei potuto mai avere, riserve interiori rispetto alle potenzialità vera e veritativa degli incontri, dei dialoghi e delle relazioni così vissute. Il diapason delle quali è nella loro natura di relazioni spirituali.

Conobbi la “Campagna italiana per un nuovo modello di Cure Primarie” verso la metà del 2020.

Erano i mesi drammatici in cui i medici ed il personale sanitario, gran parte di coloro che si muovevano nell’orizzonte della cura, venivano definiti, spesso con qualche enfasi retorica [e presto la realtà si sarebbe incaricata di rivelare quanta poca persuasione vi fosse in molti di quei pronunciamenti, dettati spesso più da autentica paura che da vera convinzione] ora angeli, ora eroi. Erano i giorni in cui, nella terra in cui vivo, i racconti drammatici si inseguivano a ritmo incalzante, nella prossimità delle conoscenze, come nella narrazione mediatica. Accompagnati, i racconti, dalla colonna sonora delle sirene delle ambulanze, che sembrava non cessare mai. Erano i giorni dell’angoscia, vissuti in un isolamento privo [o con scarsissime, di incerta identificazione e provatissime...] di sicure referenze cliniche ed assistenziali.

Erano i mesi della responsabilità sociale che chiedeva una scelta solitudine fisica. La rarefazione, se non l’assenza, dell’incontro. Schiacciata per alcuni sulla muta angoscia di sere che si accasciavano con sollievo nella notte, come una consolazione raggiunta nell’incoscienza inconsapevole del sonno. L’indicibile omaggio allo scampato pericolo quotidiano, ed insieme l’evasione nel sogno del risveglio in un futuro libero dalla prova.

Erano i giorni in cui qualcuno, e tante e tanti insieme a lui, rivelavano quello che qualcun altro sosteneva da tempo, forse da sempre. Se il neo umanesimo sia stato solo una parentesi retorica, un lacerto di promessa, una tremula fiammella accesa ed agitata nella buia notte, spaventata e spaventevole, o sia tuttora e sarà in futuro una persuasa nota interiore, lo diranno meglio e più precisamente i tempi.

Damasco pare tuttora lontana, talvolta, oggi, più di un tempo. La conversione chiede una dura ascesa, libera da infingimenti interiori e da coazioni ad agire.

Il corpo pulsante e vivo della speranza pare del resto ampiamente disatteso anche dalle istanze organizzative di chi ha responsabilità di merito. Accartocciato, il primo, sull’oblio, cancellato dalla smemoratezza di ciò che ci è contemporaneo, che è la vera afflizione dei tempi in cui viviamo. Affondate, le altre, nella palude delle buone intenzioni e bersagliate dalla infinità di dichiarazioni e promesse che, come un boomerang, tornano a colpire gli incauti cercatori di consenso estemporaneo.

iContinuo, a distanza di un anno dall’ultimo incontro al quale ho partecipato, il racconto della esperienza che ho vissuto nel cammino del Libro Azzurro [LA].

Diario inutile. 32.

Diario inutile. 32.
Due anni/
LA1

Ora lo sai, con la consapevolezza più alta e precisa di sempre. Il prossimo decisivo incontro, la meta o l’appuntamento, sarà l’estremo. Il punto che colma l’Assenza della quale hai coltivato nel cuore infinita nostalgia nel cammino feriale della Vita. Quella stessa di cui, giovane, scrivesti [“Il viaggio di Sisifo”, 1986]: “Mi ispirano la nostalgia e la speranza”. Sarai dove, come nella nascita, l’Alfa e l’Omega si danno la mano. Alle porte del Senso.

Pare talvolta trascorsa una infinità di tempo da quando la minuscola essenza di un corpuscolo invisibile ad occhio nudo, sconosciuto ed inatteso, piegò e fece inciampare la modernità come mai le era accaduto prima.

Eppure è sufficiente indugiare dentro se stessi, all’ombra dei ricordi, per riconoscere la mai dimenticata solitudine, il dolore, la paura, l’impotenza, l’orizzonte all’improvviso fatto breve e stretto da un limite rivelatosi con lo stigma dell’impotenza, per qualcuno mai riconosciuto prima o mai sperimentato. Per affacciarsi ad un pertugio dal quale tutto si fa di nuovo presente, con la dolenzia di un’esperienza vissuta ed indimenticabile. Il tempo lungo della prova che ritorna, nello spazio breve del ricordo. Il tempo è la coscienza e poco conforta la forse misericorde consolazione del filosofo che, dopo la prova, ci trova in corsa verso l’incipiente, la nuova primavera. Felicemente smemorati, sostiene, forse per vitale necessità di sopravvivenza, dopo l’angoscia dell’inverno che ci ha piegati all’imo di noi stessi ed allo stremo, quando non anche alla consunzione ed allo spegnimento.

Requiem, di nuovo ed ancora qui, per coloro che nulla più possono ricordare nelle forme e nei modi, nei tempi dell’umana avventura.

Come sempre sono presenti a noi stessi le creature amanti, le persone che abbiamo amato e che ci hanno irrevocabilmente amati! Le vedemmo, le abbiamo viste, le vediamo negli anfratti della memoria, nei pertugi di noi stessi spalancati sopra abissi di Luce non di rado dolente. Quale e quanta compagnia ci fecero, ci hanno fatto, ci fanno nella ferialità consolata da una misericordia che ha il senso ed il sentore degli abbracci e degli istanti insieme vissuti! Ricordo i dolci agguati che, agli angoli dei luoghi familiari alla mente ed al cuore, ancora mi tende la Bellezza di qualche volto amato, mai sfuggito all’incantesimo della affettuosa e perenne compagnia.

Come vi fate presenti, come vi sento quando tutto del giorno feriale vacilla o quando la gioia è una pervasiva sorgente di speranza! O quando ancora, spesso, la vita semplice è il viatico solenne alla sacralità degli istanti e degli incontri.

Nessuno tra coloro che abbiamo amato e di quelli che ci hanno amati se ne va mai in un congedo perenne dalla sapienza generosa dell’Eternità che ci abita.

Quando non siamo che una dolente ed inerte figura del corpo, allora e più di sempre, come il Signore buono che ci pose a dimora qui, ancor più ci sostengono e ci abbracciano, i cari a noi, coloro cui fummo cari.

Ogni fibra di noi, anche l’incosciente e l’immemore, è sostenuta dal duraturo ed inestinguibile osanna delle anime care. L’orecchio interiore sa, anche quando noi non sentiamo più nulla e la mano della vita Viva mai si scioglie dalla nostra.

Il passo lento e discreto del cammino che riprende, l’indugiare non è indulgenza verso noi stessi: è solo rispetto, il posarsi piano della Vita nella consapevolezza dell’altrui dolore, quello la cui eco non si è spenta, né mai si spegnerà nel profondo di una intimità sofferente condivisa.

C’è stata Speranza, nella notte. Ci sono state Luci nel buio. C’è stato Orizzonte, nel disorientamento.

Qualche minuscolo lacerto del grande e spesso contrastato e dolente affresco di quei mesi, ho tentato di lasciare qui, in Diario Inutile. Era il 17 Marzo del 2020, quando iniziai a pubblicarlo.

[Diario inutile 33_La Campagna/LA2]

 1Inizio oggi, a distanza di un anno dall’ultimo incontro al quale ho partecipato, il racconto della esperienza che ho vissuto nel cammino del Libro Azzurro [LA].

 

Litanie dell’incontro/7.

Litanie dell’incontro/7.

Ci sono stati Natali dentro i quali tu stavi lì, a mani nude, come sempre e come un tempo, in attesa che la domanda prendesse forma in una stretta, che ricongiungesse i cammini nella resurrezione innocente dei propri destini. Che il lungo e dolente silenzio fosse avvento e la comunione il natale di un risorto abbraccio. Tu e tutti quei volti, quei cammini inconclusi, andati via forse per sempre e chi sa se davvero verso Cieli nuovi e nuove Terre.

I cloni ed i rispecchianti, due specie assai diffuse nella antropologia di massa, dominata da una comunicazione prona al suo servizio, all’eccellenza broadcasting anche quando fingeva la conversazione uno ad uno, da persona a persona, simulavano, in prossimità dell’ultimo schianto, l’esito del tramonto, una conversione. Un esercizio quasi impossibile per le donne e gli uomini disabitati da se stessi da tempi remoti ormai, i soli non sospetti.

Forse la grotta era la povera capanna angusta di solitudini che sempre si cercano e che mai s’incontrano, smarrite dall’orgogliosa sabbia che alza dune e confonde la traccia negli affollati deserti dell’ego. Lì, sarebbe nata, una volta ancora, o forse già era nata, sotto la stella silente e luminosa di una feroce povertà dell’Anima, la carità innocente che tutti cinge nell’indistinto abbraccio di un’identità sempre in cammino nei passi misteriosi dell’Incontro. Del suo avvento. Lì dove ogni più inespressa domanda trova la più compiuta ed estrema risposta. Lì dove la litania dell’addio scioglie il mistero dei nomi nella pienezza della loro oltranza di Vita. Dove i tempi della destinazione hanno la stessa nota interiore delle irrevocabili origini, nate dal Tempo ed in Esso eternamente congiunte. Dove la dismisura del Tempo che precede e segue e contiene ogni atto è finalmente compiuta nell’oltranza delle domande inevase, dei silenzi saturi di indicibile. Lì dove l’apparenza casuale del destino trova la puntuale coincidenza con il senso atteso del cammino. Lì, dove l’addio cede alla risposta senza il coraggio della domanda: “Abbracciami, mio Dio, per sempre ed una volta ancora cingimi nella Luce alta dell’ultima mia nascita”.

Da qualche parte, nessuno sa bene dove, qualcuno, nessuno sa bene chi, qualcuno di cui tutti sembrano o fingono di ignorare l’esistenza in vita, sta vivendo da tempo qualcosa, chi sa cosa, che qualcun altro inizia solo ora a pensare, o forse unicamente a rappresentare, avendolo furtivamente colto nelle regioni originali di uno stato nascente ormai maturo per essere visto, colto. Forse, non ancora capito. Il domani, nasce sempre dall’atto generativo di un incontro con l’innocenza.

La Litania che il poeta intona, sin dalla prima giovinezza, inclina unicamente a quell’incontro. Il solo in cui l’addio è una promessa di eterno domani.

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/2.

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/4.

Litanie dell’incontro/5.

Litanie dell’incontro/6.

Litanie dell’incontro/6.

Litanie dell’incontro/6.

Nel Natale dei poeti persuasi albergano i tempi generati dal Tempo.

Prima che il travolgente imperativo della festa obnubilasse la felicità responsabile, e singolarmente responsabilizzata, nel sabba dei tempi,la mano tesa ed innocente teneva l’orizzonte aperto all’infinità delle resurrezioni. E’ di lei che hai un caldo ricordo nel cuore, mentre gli affanni consumano il giorno e seducono nella perdizione di te stesso. È in lei che ancora attingi le domande che miti ti guidano nell’estrema sera. Che cosa vive in te di quell’aurora? Della persona che fosti, oltre l’imperativo dei cromosomi, nell’essenza dei doni? E di tutte le fugaci meteore di una comunione senza fondamenti, cosa è rimasto, se non il brivido a fior di pelle di un’emozione ebbra di ego? E di lei, la cometa amante della prima giovinezza, quale traccia resiste nel solco esistenziale della promessa di domani? La Luce, l’amata Luce dei silenzi, sospinge ancora in grembo alle più intense chiamate dell’ideale? E quale forma hanno assunto ora le lallazioni spirituali che, minuscoli accenti di vita, sospingevano la parola a nascere, oltre l’evidenza delle ore senza domani? Non so se la memoria ancora verrà, pura sorgente, all’appuntamento con la nostalgia. C’è come un vuoto cavo dentro, fatto del nulla dei giorni, privo del conforto del sublime silenzio. L’ora muta dei vinti, non quella resistente dei mistici e dei poeti. Dove sei finita creatura? In quale radura del giorno si è schiantata la tua solitudine in volo? Hai lesinato le parole amanti nell’ora promessa degli incontri? Hai seguito l’impura flessione dell’ego, mentre andavi agli appuntamenti con la Vita? Gli esami, già, il sarcasmo irridente che fiero provavi verso l’infantile contabilità serale dei peccati! Eppure nella gioia dei trionfi sentivi masticare amaro lungo il sentiero del cuore la tua ormai irredenta orfanezza interiore. Di te non è rimasta che un’orma inconsistente e frale. Signore, rendimi l’eco del magnificat dentro la squassata e vuota cassa armonica della gioia perduta!

Il Sogno dei poeti non è mai una pura astrazione. E’ l’unità generativa che dall’avvento della coscienza in sé conduce, nella più alta Luce, la vita del poeta al suo sublime e coerente compimento.

La loro parola cerca ed attinge la verticalità dell’Eterno, l’orizzonte celeste. Il loro corpo vive nell’orizzontalità dell’Infinito, la prossimità alla comunione.

Il resto, il pregio della forma, fosse pur la miglior forma, è solo illusione. Nota accordata al metronomo secolare. Che la scandisce nel qui ed ora della storia, ma è sordo alla sinfonia cosmica che attinge e detta la nota singolare ed eletta. La sola nota interiore.

Stavi lì, nella grotta ancestrale che sogna il grembo della madre sconosciuta e la ricomprende in sé, nel sonno di una sempre accesa ed inconsolata umana solitudine.

Ci sono Natali, ci sono stati anche per te, che nel caldo della rappresentazione bella e possibile hanno pulsato con il cuore freddo della marginalità e della impossibilità di tutto. Dei sentimenti, prima di ogni altra cosa. Ci sono stati Natali in cui l’illusorio conforto di partecipare ad una storia altra, che in nulla ti apparteneva dentro, non ha avuto campo in una dolente presenza a te stesso, prossima alla disperazione. Ci sono stati Natali poverissimi, prossimi alla condizione miserrima dell’abbandono, in cui solo il profumo dei mandarini posati sulla stufa a gas diveniva promessa di un possibile incontro. Il minuscolo accenno ed il fragilissimo accento di ogni altro e più grande Incontro. Ci sono stati i sogni spezzati nel travolgente silenzio di una solitudine vocata ad altri destini, primo fra tutti il Canto.

 

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/2.

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/4.

Litanie dell’incontro/5.