Senza Nome. [Gli Amanti. I Mistici. I Poeti.]


Senza Nome.

La Luce del tramonto ti apre dentro. Il vasto orizzonte dei tempi che hai vissuti si spande tremulo appena oltre il tuo sguardo incantato. Non la gioia. Non il dolore. Non l’angoscia. Non il tremore. Non l’ansia. Non la malinconia. Non la nostalgia. Forse unicamente la Bellezza: solo l’Amore, infine, rimane, unico filo a tessere la tela sublime dei ricordi. Stilla di un’Arte senza nome che tutto ti ha dettato dentro. L’istante decisivo degli addii. La molecola arsa dal vento azzurro e bello della comunione, quando l’io ha iniziato a comporsi nel noi. Quando la prova alchemica del tu ha sospinto il sogno e l’attesa nel suo compimento.

Quando ancora non sapevi, nel Sabato della Vita, quale volto avesse l’Infinito, celato oltre la tua minuscola siepe. Quando la Domenica risorta nelle strette di mano urgeva nel foro interiore, nel silenzio della promessa che fosti. Quando ancora le convenzioni non avevano tentato di calcinare il te stesso che fosti nella sua rappresentazione sociale. Prigioniero della forma. Del ruolo. Delle appartenenze. Delle apparenze. Della forza del possedere che ti avrebbe garantito di lucrare una nicchia solida della presunzione d’essere.

Il Mistico. Il Poeta. Accesi dell’atomo di Luce di un etico per sempre, sorridono, lo sguardo teso oltre il tremulo orizzonte delle cose così come sono, nella angusta rappresentazione dei fatti, cui restituiscono la dignità di una verità composta oltre il qui ed ora del principio di realtà. Non v’è alcuna follia nello scarto di senso che essi tenacemente attingono e coerentemente vivono. Solo la coscienza stremata di un Tempo senza tempo, l’unico in condizione di restituire la storia a se stessa, nella nudità dello svelamento. Nel mistico silenzio e nella parola del poeta che rivelano la scaturigine originale. La tentazione analitica di Babele, ciascuno il suo, è risolta unicamente e divinamente dall’uomo nell’intuizione pentecostale. Che non annichilisce l’uno nella composizione indistinta dei multipli o nella liquescenza delle moltitudini. Tiene accesa la fiamma, come uno stigma di Mistero ai confini di sé.

Il neuma nel canto corale che il Cosmo intona. Quale tenace resistenza nel sapersi, nel conoscersi l’una, l’irriducibile nota! Il sintagma guarito di una smemoratezza necessitata dalla paura. Dalla stanchezza. Dal conformismo. Dalla banalità del quotidiano vissuto come un tranquillo rifugio per gli eguali fra sé di ogni tribù. Il Dio di tutti e di ciascuno offre il mare aperto di un dono indistinto ed inappartenente in cui la sola preghiera che ha eco nell’orecchio divino è quella che risuona della nota originale ed innocente di sé. Forse, quella dei folli di Dio. Gli Amanti. I Mistici. I Poeti.

Da Leopardi a Santiago. [Il Silenzio d’Europa].


Da Leopardi a Santiago. [Il Silenzio d’Europa].

L’epica, uno stato di coscienza inconsapevole e sconosciuto. La storia che vive al margine e da lontano non ignora il filo teso che congiunge i punti estremi della vita. I fatti accadono secondo una scansione situazionista. I cinici, anche quelli dal profilo minuscolo che affollano la normalità feriale del nostro quotidiano, attendono il momento opportuno. Ed è lì che collocano il gesto. L’anima è un’opzione a loro sconosciuta. L’esule e l’orfano di ideali, pienamente ed in sé vissuti da persuaso, balbettano in un codice sconosciuto e futuribile della profezia. Ignota, la nuova lingua, al canto secolare di chi vive nella rendita di posizione ed erige muri. I primi, interiori, alla frontiera di sé, per difendere l’ego da pericolose relazioni con l’alterità. Tutto procede per accumulo. La sintesi è un magazzino di umane memorie sempre più sature ed inutilizzabili, prive delle tracce che segnano la via, i distinguo. L’attimo scaccia l’attimo. La frazione è il metronomo interiore della durata. Un solipsismo asettico scongiura il contagio dell’empatia. Godere l’attimo e dimenticare scampa dal principio di non contraddizione. “A” potrà essere domani “B”. L’intercambiabilità di un mondo liquido e senza fondamenti, che procede per accumulo e per osmosi relazionale, non lascia tracce. L’etica è un confine ed insieme un baluardo, statuita da un brand. L’ora vincente purchessia. Il credo è dissimulato dall’appartenenza. L’etichetta garantisce il contenuto. La scatola vuota è la migliore e la più efficace tra le promesse. Qualche sparuto eroe resiste nella profonda convinzione che la verità sia un esercizio di testimonianza che ha in se stesso il primo garante del vero. La perfettibilità dell’umano è diventata un alibi. Non più un orizzonte che tenta le anime elette. L’epica nostalgia dell’origine, che è in fondo la mirabile traccia di un Dio, anche se fosse Nessuno il suo nome, è travolta dall’urgenza desiderante. Che impone il ritmo infernale dell’avverarsi, subito, qui ed ora. Certificata e documentata, subito, presto, adesso, dalla infinita rappresentazione degli istanti. Resa, finalmente!, possibile dall’infinità dei mezzi atti alla replica. La nostalgia, quel bellissimo ed intatto lembo di noi che ci sconvolge fino alla lacrime, quando in essa e per essa affiorano un lacerto del tempo o uno scampolo esistenziale, è scacciata con protervia dalla necessità di possedere l’istante. E di annullare in esso il passato, senza essere il presente. Senza alcuna attesa del futuro. L’orizzonte finito, l’estremo godimento del nostro ultimo e più vero naufragio! Ah, l’Europa, quel sogno impossibile che ha calcinato in sé la figura arsa di un umanesimo sconfitto dalla bruttezza etica, si rifugia nei propri simulacri. Sarcofagi vuoti, devastati dall’orgia pop di un consumismo sterile che tutto ha sacrificato sull’ara del mercato.

Il monaco siede a finis terrae e scruta oltre l’orizzonte del proprio naufragio. Al margine e nel silenzio, la luce esile di un faro, che, tetragono alla solitudine, resiste e sommessamente canta. E, mentre canta, prega. E, quando prega, ama. E, nel tempo a lui generosamente donato da un Dio sconosciuto e silente, mentre ama piange, con l’anima e con il corpo. Nell’unità spirituale di Sè.

Prego in Silenzio.


Prego in Silenzio.

La preghiera colma di Luce il Silenzio. L’anima, fatta cava dalla solitudine, si protende dalla propria origine innocente fino all’estremo mormorio dell’infinito, dove l’eternità sussurra la sua nenia senza remissione. Il corpo si flette dolce dentro il grembo dei ricordi, dove giovane fioriva un tempo la speranza. La memoria, che abita ora con discrezione il destino, si dischiude nell’altro volto di sé e la comunione tra presente, passato e futuro non conosce rimpianti e non indugia nel rimorso. La ferita aperta nel profondo di sé ha germinato sogni. Nessuno ha colto i fiori sbocciati e non visti. Il Signore sì. Egli si è chinato nelle miti sere d’estate dentro l’aura luminosa dell’orante sconfitto e, come una madre, come una sorella, come un’amante, gli ha carezzato furtivo e lento un lembo di vita. Sussurrando…

Gli anni tessono rughe nel cavo dove furono tempeste. L’uomo siede, identico al giovane che fu, alla mensa povera di tutto e indugia verso le mani tese che vede sorgere dall’epica dei giorni vissuti. Gli sguardi sono veri ed accesi, come un tempo. Non è il triste rituale della conta degli assenti. E’ un rito animato e vivo di vere presenze. Tutte intorno, a cingerlo in vita, come nell’abbraccio che insieme lodarono anche nei giorni feroci della lotta. L’uomo prega nella tregua senza fine di un tempo senza tempo. Nessuno più ne turba il segno. Il teatro del mondo che fu agone è una minuscola cattedrale a cielo aperto, dovunque e sempre. Il libro non serve, non serve più. Le parole vengono sole da dentro una compostezza colta che è infusa dalla sorgente.

L’uomo attende. Qualcosa o Qualcuno. Come sempre. Più di sempre. Le palpebre si chiudono lente al sonno o forse più intensamente aperte al sogno. L’ora estrema che verrà lo coglierà così. Intento come un bimbo al gioco e come un uomo adulto alla speranza. Vecchio di nessuna età. Antico, come la Verità che anima in eterno l’uomo.

Il Silenzio dei giusti.


Il Silenzio dei giusti.

In un diluvio di retoriche parole, di ipocrite rappresentazioni di sé, permane, silente e remota nel cuore dei tempi, l’indefettibile Speranza. Un accento coerente che sparge luce intorno, anche quando non vista rischiara lembi marginali ed emarginati della ferialità.

La tracotanza verbosa dei prepotenti e dei bugiardi forse vincerà la prova nel qui ed ora delle circostanze. Quelle in cui la pigrizia dei pavidi aggiusta le cose alla misura minoritaria del proprio sguardo. Solo l’autorevolezza dei miti snuda la verità dei fatti sulla scena lunga del Tempo. L’unica in cui la vita attinge e dona senso.

Il grido nichilista e secolare della contemporaneità scorre nelle vene della quotidianità. Le sorgenti interiori pure attingono altre fonti. I servi ed i conformisti provocano i giusti. La folla plaudente, chiusa in una bolla di autoreferenziale autostima, proclama sempre l’innocenza di Barabba. Giuda Iscariota è al lavoro e spesso ha il volto noto di colui che sospetti.

La mano tesa del fratello ed il suo abbraccio sono l’irresistibile sogno che ti fa compagnia sin dalla prima giovinezza. Lo sai da sempre tale, un sogno. E sai che l’utopia è un non luogo dell’anima che non ha patria né bandiera. Non possiede nulla ed abita sempre da precaria un sito incerto ed insicuro. Sei nato nudo e nomade. Ed ora che ti accingi a restituire al generoso Signore della Vita almeno il corpo che ti fu dato in dono, sai che di te resiste e solo esisterà per sempre lo Spirito. Quella faccia bella che ai tremebondi appare incomprensibile. Perché non parla il dialetto degli accenti ombelicali ed ha qualcosa di aristocratico e fiero, di sempre dolorosamente vero inaccettabile nella lingua meschina del calcolo. La misericordia sospinge l’onda della pace dentro il Silenzio. E’ lì che la giustizia degli uomini veri lavora e talvolta riposa.

Il Silenzio [Per sempre].


Il Silenzio [Per sempre].

Il Silenzio, quello tendente all’Assoluto, di cui ciò che sperimentiamo nelle pause musicali e nel bianco tra le parole e nella zona muta nascente tra le voci è solo una minuscola parte, la flessione terrena e secolare della sua visione eterna e adulta, ha la sapida bellezza della libertà.

Il Silenzio è un presagio dell’Eternità. E’ una scintilla dell’Infinito. L’indicibile, che è per il poeta l’indecidibile, ne tenta una traccia, alla soglia estenuata in cui si incontra confidente il Mistero.

Quando ti avvicini all’Inattingibile, senti crescere in te uno dei paradossi più significativi e rari, tra quelli che abitano l’umano. Taci, in ascolto del suo mormorio. Ti pieghi dentro come un giunco, per fare spazio alla sua inestinguibile ed inestimabile voce. Tutto è più chiaro. Tutto è chiaro. Il brusio ininterrotto cessa. La brezza lieve di un vento che distingue viene avanti piano nella radura dell’incontro. E’ lì che sai che cosa è vero e che cosa è falso. E’ lì che apprendi per lievi scarti di senso o nell’attimo della folgorazione chi mente, anche a se stesso. E’ lì che la traccia del bene sfugge i profili manichei di giudici vindici e spesso corrotti e quella del male si mostra, nella sua impietosa valenza di ottusa condanna.

E’ lì che l’arbitrio apparente si mostra per quello che davvero è, un sintagma di libertà che il divino ha posto in te, l’accento sublime della Libertà. Quello che ti fa responsabile, anche di te stesso, davanti a te stesso, un accento d’Eterno.

Tu hai fretta ed il Silenzio è solo un olocausto di buone intenzioni, per te che corri nella deriva della vanità e del potere.

Tu sei avido ed il Silenzio è una sequela di maschere alle quali ti affidi, istante dopo istante, in un’opportunistica e sgangherata danza che è solo una parodia dell’Umano.

Lo so. Anche la Misericordia, la Carità, la Pietà abitano il Silenzio e ne sono parte integra e pervasiva. Lo so, l’ultimo Requiem ha sulle labbra una parola sola, sussurrata, perdono. I pallidi fiori tremuli delle tue infanzie dimenticate ti lasciano un residuale surrogato dell’innocenza. E’ una cosa triste. Per questo, quando la incontri, tenti di suggerne il sangue. Cancellandola. Uccidendola. Sovrascrivendola. Ignorandola. Tentando di occuparne l’anima, il suo Silenzio. Come se la sopraffazione e l’abuso potessero avere lo stesso sapido gusto del dono. Te lo devo dire, mio carissimo fratello ostile per vocazione: sei anche ottuso. La Libertà è un dono che ti abita nel Silenzio. E’ lì che devi scoprirla. E’ lì che devi guadagnarla a te stesso. Lascia stare gli innocenti. Il loro sangue non ti farà risalire di una sola iota nella scala interiore che devi ascendere da te stesso, compiendo i feriali esercizi spirituali che hai dimenticato da tempo e forse per sempre.

 

 

 

«Ho ascoltato il Silenzio». [Primavera].


«Ho ascoltato il Silenzio». [Primavera].

Il ricatto silente ma non muto dei vivi morti dentro si affaccia alla tua soglia. Nei giorni in cui la Bellezza sembra un delirio insensato sulla minuscola soglia del tuo infinitesimo mondo, si affacciano. Nascosti in una flessione ipocrita dell’innocenza pentecostale, armati di uno stile sublime, la verità di sé in similpelle, ti tendono una mano. L’altra già impegnata a trascinarti a terra, quando saprai, secondo loro troppo tardi, che il fine dell’abbraccio non è stato mai per loro la comunione.

Devi attraversare molto silenzio ed una lunga notte interiore, devi indugiare ben più dei quaranta giorni nei deserti orfani di una profonda speranza. Non devi desiderare più nulla, essere casto come nell’infanzia eroica dei bimbi consapevoli di tutto e felici solo del fiore che sboccia, nella tenue carezza amante di chi li accudisce per sempre.

Sic transit gloria mundi. La fotografia intatta della felicità persuasa che hai vissuto, ti sorride come da una lapide dei giorni. Allora ascolti il palpito, il muto respiro che sale dal prato del tuo silenzio e ti inginocchi, al margine della vita e preghi nella solennità di un tempio senza confine ed il nome del cui Dio non ha alcuna importanza. Potrebbe chiamarsi Nessuno, mentre le trombe discrete dell’Eternità intonano in te il più puro, il più alto degli Osanna. Mentre l’Infinità si apre come un oceano di canto e si posa sulla tue palpebre, quasi a chiuderle, affinché la troppa Luce non ti accechi. E come un manto si stende fresca sulla tue ali, perché il sole non le disciolga, come già fu nel mito. Rimani a lungo così, mentre in te stesso il Tempo sussurra. Sì, siamo eterni ed infiniti, dentro il piccolo guscio di noce di un corpo che sconta il limite nella temperie dei tempi. E sente con Nostalgia l’Origine e vive con Speranza il Destino. Unito, dentro, non divaricato dall’Alfa e dall’Omega della vita intera e qualche volta miracolosamente intonsa. Illesa o risorta nelle ferite inferte dalla ingenuità del male.

Fessura di Silenzio.


Fessura di Silenzio.

Se la parola, l’arte, la religione, la scienza, la cultura, se la vita che ne è testimone e garante sono straniere, esiliate dalla sterminata potenza di un mondo in armi. Dalla sconfinata violenza del terrore che ne dissemina il mondo. Dall’ingiustizia e dall’iniquità che la menzogna ed il privilegio spandono a piene mani. Dal cinismo che irride l’innocenza e la disperde ai margini dei tempi.

Se l’uomo è straniero a se stesso, all’io profondo che sostiene il dialogo e attinge la Luce interiore.

Se il canto del poeta è una nota la cui eco giunge da un remoto universo di speranza perduta alla ferialità ed alla Storia.

Se tutto è in armi e la belluina diuturna fatica dei vincenti sopravanza di tanto e annichilisce la voce degli ultimi e dei vinti.

Tu, senti, come dolce azzurro sale dentro dal confine silenzioso l’insensato grido. La felicità del canto. Scampato al terrestre naufragio, abbracciato all’incantesimo celeste. Non può piegare a terra lo sguardo accampato nella tragedia. Il dolore ha consumato tutte le fibre del giorno. Solo questo Silenzio, che tu ascolti da una Fessura  intonsa, così intenso e profumato d’eterno, ti scampa al giogo estremo.

I parassiti esistenziali ed intellettuali sono sempre all’opera, nel tentativo di degradare l’innocenza. Gli innocenti non sono utili idioti e sono al servizio di nessuno. Gli opportunisti, gli attendisti di ogni genere e latitudine, lavorano indefessamente nel tentativo di derubricare le scelte etiche consapevoli a semplici accidenti della storia individuale e collettiva. I giusti non sono ingenui attori di un’equità inconsapevole di sé.

E tu che tremi nell’infanzia dei tempi nascenti, guardi incredulo l’orizzonte. Quante morti hai vissuto prima che il gioioso osanna ti risuonasse dentro? Quante sconfitte hai scontato perché l’alba fosse almeno un’ipotesi, oltre la tua di sempre speranza, un vivo virgulto? Sei solo. Sei nudo. Sei una parola ed un corpo, forse un nome soltanto, sulla riva del tuo tramonto. Eppure sei vivo, esile e solitario, sei, come fosti all’origine del canto, unicamente un sussurro.

Stai solo nel silenzio.

Stai solo nel silenzio.

Non ergerti sulla bellezza del Silenzio

con l’infima parola, tentata solo

dalla vanità. Stai solo, nel margine,

nell’ombra, nell’esilio quando la mano

tesa è un nido di serpenti ammaestrati

al disamore. Sorridi alla speranza,

che nuda ed accogliente viene incontro

nell’ora del divino incantamento.

Non esser morto dentro, uomo animato

dal cinismo e dal terrore. Ricorda

che tutto nasce nel grembo luminoso

d’una infanzia cullata al canto dolce,

nell’infinito ardore senza tempo.

Scacco all’odio.

Scacco all’odio.

Stacca dal giogo lo scacco d’ombra

che cancella il sogno stai nella Luce, ama,

la mano tesa alla pianura in cui dilaga

acceso il sole della remota,

dell’eterna infanzia. Alle ferite

inferte, il seme dell’incanto, posto

a dimora nella prima neve, sarà

conforto nel lieve e aperto cielo

d’una speranza immensa e senza tempo.

Estasi.


Estasi.

Vennero avanti armati fino ai denti

di menzogna,di sorrisi suadenti.

L’innocente lentamente moriva

in silenzio nell’estasi del compimento.


La vita correva dentro e, fuori,

i tempi, storditi d’assenza, bevevano

della muta violenza l’assenzio.

L’armonia del Cosmo, trepida ed ignota,

tremava nel grembo della parola

amante. Nella verità risorta.