Diario inutile. 19

Diario Inutile. 19
Luce interiore. [Il canto di Lan Lan].

Fiori, fiori, primi piani. Ampi luminosi azzurri orizzonti per alte campiture interiori. La poesia di Lan Lan Huê. Haiku, forse non solo. La parola scolpisce l’attimo nella Luce verticale della contemplazione. Di luce lieve. E lo calcina. Il mare. Il fiume che forse solo si immagina e corre dentro il suo Destino. Il mare! L’Estuario nella cui acqua profonda la Vita corre! O forse è sorgente d’un nuovo inizio, metafora dell’eterno cui il poeta attende? All’ombra muta e nel conforto dell’Essente? Chi sa quale Altrove attinge e dove posa lo sguardo. Una lama di luce attraversa l’anima, fissando le cose l’istante e la vita nella teca del canto. Il culmine dell’attimo, sparso nelle infinite sonorità del silenzio in cui medita e si raccoglie. Affacciata alle sconfinate finestre della Memoria e della Speranza. Lungo il Fiume. Dentro il Mare.

Qui, lontano, senza curarsi dello spazio, la distanza che ci divide, nell’oasi condivisa di un tempo senza tempo, riverbera la parola poetica di Lan Lan. Che mi raggiunge e risuona in me di un’eco aperta alla solenne sororità della Speranza. Come nei ritorni attesi delle fedeltà amicali.

Diario inutile. 18

Diario inutile. 18
Eufonia d’estate.

Ubriaco di aria. Di luce. Di respiro, di vento. Il sole nell’azzurro, in alto. La memoria arde dentro. L’antica piazza in cui sono nato, l’infanzia prima ed estrema, nel cuore della vecchia città. L’ora unica e chiara di tutto il fulgido o dolente avvenire. Cammino svelto nell’eufonia del momento. Le strade strette snodano i passi, esperti di un passato remoto. Ecco l’adolescenza, colma di una speranza senza tempo. L’eternità nell’istante, vivo per sempre dentro. Scorgo lacerti di un nuovo smarrimento. Vado verso l’angolo strozzato che immette all’infinito. Nulla è mai del tutto dimenticato. Nulla è per sempre perduto. L’estate inclina la solitudine all’inaudito, allo sgomento. Lungo sentieri che più non conoscono la strada di ieri. Dentro la traccia ignota di arditi pensieri. Gli uccelli cantano ancora al suono lieve delle foglie e le cicale animano la discrezione incerta di un angolo sconosciuto. L’erta della memoria discende dolcemente e viva fra i ciottoli di un’altra età, alla nascente riva. Nessuna cosa più parla la lingua ignota di un allora che ormai fu. Forse tu solo, e alcuni rari intorno, indugi nell’abisso memore di uno sguardo altro, di una stagione andata: distendi l’orizzonte muto al suo segreto. Sono trascorsi anni, mesi, forse solamente istanti. Sotto la traccia oscura delle perdute ore, c’è l’armonia silente di Quello che tutto precede, di Qualcosa che mai muore.

Il vento si nasconde tra angoli di antichi palazzi. I vicoli mi guidano ed insieme mi accompagnano. Sento l’ora redenta nei passi scossi del presente.

Sono uscito, di nuovo, nell’aria e nel sole.

Non c’è disincanto nella luce che lenta si infrange alla svolta lieve di una piazza. La naturale icona della finitudine, che, tacita, si accompagna alle cose.

La ritroverai più in là. Viva nel presente in te. Ardente come un ricordo o dolente o bello.

L’eternità è nel per sempre di un ritrovato istante.

Sono uscito. Lo sguardo posato sulla geografia familiare della città. L’anima del mondo attende. L’anima del mondo non muore mai nello sguardo amante.

Un altro passo, verso il Mezzogiorno, verso l’età più adulta in cui tutto è attenzione, custodia e ritorno. I luoghi della vigilia adulta. Gli spazi della folle corsa sulle trine orlate di Luce degli scampati abissi. Ora tutto, almeno in te e per te, di nuovo tace. Forse nell’ode silenziosa al suo per sempre, che incalza come non mai prima, e, atteso, si avvicina. Forse nel calco dell’armonia che amasti, della pace che, finalmente!, vivi.

L’ora moderna batte i rintocchi dei suoi ultimi tramonti. La fervorosa si ritrae, stanca e forse vinta dall’urgenza di un altro futuro, che acclamato dagli stessi ignari incalza. Lo seppero nel proprio cuore i poeti. Lo intuirono i profeti. Lo avvertono confusamente e postumo ad altri e ben diversi passati, i propri, i cinici in agguato per ghermire il futuro. Anche il futuro, dopo avere prosciugato il passato nell’euforia delle promesse vanesie. Non v’è alcuna eredità da spartire. Gli avidi mentori dell’avere, coltivano ipnotiche passioni ignare del nulla che le attende. Gli strenui fedeli all’Essere, lo sanno in se stessi da sempre, senza schizofreniche illusioni divisive.

La frontiera urbana dei tempi segna e scandisce, con geometrica precisione, i varchi di senso. I passaggi andati a morire in un margine che nessun uomo aveva mai sognato. Solo progettato, con ostinata e volitiva dedizione quando tutto era promessa di futuro e l’avvenire una nebulosa incognita. Dismessa la presunzione di tutto sapere. Tutto conoscere. Tutto potere. Solo la mano lieve degli amanti mette ali alla città e al cuore degli uomini vivi dentro. Allora come ora. Oggi come già un tempo.

Il disegno di un passato effimero, tratteggiato con la mano leggera di un’interiorità in fuga da se stessa o da sempre sconosciuta, già scolora. Sulla traccia, nessuna storia ha avuto presa. L’epoca al tramonto vola via, smemorata nei profili senza radici e senza destino.

I tigli alti sorridono e proteggono: ogni chioma è una composita armonia della sinfonia più grande. Solo lo sguardo amante li accoglie nell’unità dei diversi, che fa del suono informe un canto composto.

Ci sono state tante, minuscole prime volte. Tante uscite dopo i lunghi mesi trascorsi in casa. Tutte, declinate nella flessione autobiografica, mi sono sembrate subito, non appena vissute, esemplari per essere messe a tema nel Diario Inutile. Così colme di grazia ricevuta, l’essenziale vita, e di gioia vitale, il semplice bastarsi in se stesse. Così vive, di nuovo, nell’essenza e nell’essenzialità delle relazioni in esse e con esse accampate. Ne ho tratto tracce, appunti, spunti. Riposti. Meditati. Rimandati ad un altro più ampio e più diffuso scritto. Stamani, quando nel sole alto dell’estate sono ripassato per l’ennesima volta davanti all’antico portone, ingresso della casa in cui nacqui, ho sentito salirmi dentro le stesse identiche parole con le quali ho iniziato questo scritto. Insieme all’eco di quelle del poeta: “Nel mio principio è la mia fine. […] Nella mia fine è il mio principio “. Lungo i muri vecchi in pietra sui quali salgono tralci tenaci, si accende nel mattino la Luce degli eterni. Che ci custodisce nel silenzio dei giorni e ci accompagna al Varco. Dai nostri passi l’infinito sprigiona l’ineffabile profumo del moto perpetuo. L’infinità del cammino, che nessun ciottolo, pervicace, prepotente ed egoico, potrà mai sigillare nella pietra d’inciampo di un istante terreno. Ignoto forse talvolta a noi stessi nei tratti oscuri dell’abbandono, ma non mai a Dio. Freme la città nel frinire delle cicale e l’ansia ricomposta nel sole sembra indulgere di nuovo a prudenti consuetudini. La nascita chiede una pazienza feriale. Ebbro, ascolto il passo della vita minuscola che basta a se stessa. Siedo, nell’eternità degli attimi: l’insignificanza che mi abita, lascia spazio a tutte le ignote vastità. Spero che sia la Grazia a salire nel cuore. L’arco teso del passato remoto e quello di un futuro lontano: sento la scintilla che scocca fra i diversi tempi e li unisce. La Mano si posa sulla spalla benevolente ed amica. Chiama, forse. Forse. O forse solo mi accarezza un Tempo senza inizio e senza fine. Quello in cui si è felici di tutto e per niente. Origine e Destino, nel palmo aperto dei congedi e dei ritorni.

Tieni alte le ali, poeta. Dice la Voce dentro. Nell’istante del Volo eterno che ti è dato, farfalla di Luce, componi nel presente la nostalgia, l’esilio, la speranza. Sei un minuscolo accento, la consapevole scintilla che resiste, nell’Infinito. Sei la parola che ascolti, mentre ti nasce nel cuore e nella mente. Svelata in te da Qualcuno cui da sempre diligente attendi e del Quale sei sempre in attesa.

 

Scritto il 27 Luglio, come mi ricorda la data di apertura del file. Il testo ha riposato nelle pieghe della quotidianità, compagnia discreta e talvolta rivisitata: [pubblico quando credo…, esergo in aggiornamento].

Aggiornamento:

Lan Lan mi ha fatto dono di una preziosa continuità nel dialogo con il Diario inutile, «Journal inutile.18 Euphonie de l’été.». Qui la sua traduzione di un passo del mio testo, accompagnata da un icastico introito meditativo in forma di Haiku:

la vie ce sablier/ et chaque grain/sa conscience”, Lan Lan Huê

[«la vita, questa clessidra/ ciascun granello,/ sua coscienza».]

Felice di essere di nuovo ospite del suo blog, accolto con la voce modulata interiormente da una nota che evoca un cammino ininterrotto. Anche quando il sentiero pare svanire all’occhio esperto unicamente della forma esteriore. Altrimenti detto, nel linguaggio che più pertiene e meglio significa tanta parte della contemporaneità, apparenza. La sinfonia dei pensieri e dei sentimenti amicali che risuonano oltre lo spazio tempo, le contingenze e la brevità estemporanea delle flessioni prensili, è sempre un’oasi di ristoro nei deserti che traversiamo a dorso del silenzio.

[https://rencontresimprobables.blogspot.com/2020/08/dialogue-avec-le-journal-inutile.html]

 

 

 

Diario inutile. 17

Diario inutile. 17
Perdere tempo.

La frase è affiorata l’altro ieri mattina, dalla voce di Nino, durante uno dei dialoghi che hanno costellato i mesi della prova. “Perdere tempo”, mi ha detto, riferendosi a quell’attitudine bella che dovrebbe essere dei poeti in particolare. Resi così esperti dallesercizio inutile del canto.

La sublime arte del perdere tempo ha molto a che vedere con quattro ineluttabili fondamenti: la libertà del gesto, la gratuità del dono, l’essenzialità delle intenzioni, la frugalità degli esiti.

Ho scritto spesso e diffusamente di quella singolare ontologia dell’umano che sola salva: l’indugiare confidente di tutto disarmato in tutte le oasi della contemplazione, della riflessione, del dialogo, delle relazioni profonde e durature. Mai prone all’inquietudine di un’ossessiva messa a profitto di ogni istante, nel qui ed ora della propria personale storia. Qualunque fosse la natura dell’utile atteso e reclamato. Spesso vissute come così inutili a tutto il regesto infinito della sintassi antropologica contemporanea. Funzionale. Efficace. Efficiente. Economica. Performante.Veloce. Speculativa. Fino alla resa di un sé scolpito nella pietra dell’ego. Sicuro nel proprio usbergo difeso a tutto, tetragono alle mirabili divagazioni interiori che conducono lontano dalla rassicurante prossimità vincente. Cui si addestrano, talvolta con feroce dedizione, gli adepti della perfezione organizzativa, priva di sbavature divaganti, nella terra inquieta del tempo perso. Così insidiose per i giganti d’argilla dell’intelligenza cabriolet e del situazionismo etico.

Confesso che ho perso molto tempo: ho molto vissuto. Di tutti gli affioramenti della memoria cui è debitrice tale consapevolezza, forse il più intenso e dolente riguarda la lunga stagione, un decennio, trascorsa tra la metà degli anni Novanta e la metà del primo decennio del Duemila. Lì si affollano e fioriscono mazzi di ricordi, che crescono, spontanei come fiori di campo, in quella lunga stagione degli addii che è il presente. In quel decennio, in cui più dolorosa e lucida si manifestò la torsione fra l’indole spirituale della vocazione personale e la stretta secolare dei tempi, il tempo interiore si era dilatato in me come una teca di Luce. Ogni passo era rivolto alla tenacia della vocazione e nulla e nessuno, se non il Signore che mi aveva chiamato e che mi guidava, avrebbe potuto fermarmi. Mentre la necessità mi incalzava con il morso feroce dei bisogni, senza mai lasciare la preda, io stesso, abbandonavo ad una ad una le suppellettili del desiderio, come in un interminabile pellegrinaggio. Spogliandomi sempre e sempre di più, mentre camminavo lento nella folle corsa verso l’opulenza della società di quei tempi in cui, come un corpo non tanto estraneo, mi ero infilato. Per un’avventura dell’anima. A perdere tutto il tempo necessario per costruire di me ed in me, l’uomo del congedo, dell’ “…ora che non ha più sorelle .

Non ricordo più quanti treni ho perduto, in quegli anni vissuti tra Roma, Milano, Cremona… Non ho mai saputo quante volte ho perduto tutto il mio tempo indugiando in un dialogo, mai rifiutando il protrarsi di una discussione. E’ stata la mia resistenza umana di poeta. Il mio tempo di uomo inutile a tutto, prima di ogni altro a me stesso. E’ stato, insieme all’amore ed all’amicizia, il dono più grande che il Signore mi ha fatto. Un dono che so dovrò presto restituire, insieme agli altri. Ho coltivato la speranza che il talento ricevuto non andasse sprecato nell’esercizio del perdere tempo. Non so. Solo il Dio di tutti e di ciascuno, che quello stesso talento mi ha donato con la Vita, sa.

La terra ferita di una memoria remota, silenziosa affiora, nei tempi dolci della gioia, nei tempi duri del dolore.

L’eco di un’infanzia lontana consola ed insieme ristora.

Tutto della Vita s’innalza, ora, ed intona il suo osanna. Nell’ora della promessa e dell’attesa. Nell’ora del congedo e degli addii.

Gli addii sono sempre una tacita preghiera. La preghiera è, insieme alla poesia, posto che fra le parole dell’orazione anche laica e quelle della poesia vi sia qualche distanza interiore, un’altra mirabile perdita di tempo.

Quando il corpo non sarà che un’ultima, l’estrema ignota Thule del respiro concluso, l’anima renderà il suo grazie, coscienza del dono, nell’eternità dei passi che non conoscono più mete terrene.

Tutto sarà compiuto ed il tuo primo grido di saluto, l’alba del giorno, l’Alfa, sarà un sorriso. Tu sarai, finalmente, il grembo dell’attesa, l’ Infinità del Tempo.

Prega ora, prega sempre, prega per sempre, con il corpo in ogni istante ed in ogni gesto. Prega con il cuore e con la mente. Prega nell’ora vinta dall’ego e nell’ora innocente. Prega, affinché nell’Ora che giunge tutto sia composto, nella coscienza prima e poi nei gesti delle mani che hai stretto un giorno come fosse, ignaro, un ultimo saluto. Prega affinché l’amore donato sia vivo in un sogno che non hai mai smarrito.

Nel vuoto degli addii non abita forse la promessa dei congedi? Nel vuoto che tu lasci alle spalle, c’è sempre una preghiera. Una domanda di perdono. L’assenza chiede per te la parola immacolata che tu non hai saputo dedicare ad altri o a te stesso. La parola dell’ora che chiede l’assoluta purezza dello sguardo.

Prega, affinché il Silenzio che ti abita e verso il quale vai nell’ignoto Mistero risuoni sempre della tua muta, della tua forse ignota, della tua ignara preghiera. Della tua innocente parola.

In quell’assenza verrai Tu, dolce Luce della Vita e del Tramonto. Nel Silenzio si leverà leggero e discreto ancora il Tuo vento. L’anima sarà dentro i Tuoi passi. Muta a cantare ancora l’amore che non finisce mai. Lontana, e non più in esilio nella Parola, dagli affollati solipsismi delle solitudini feriali.

Prega. Nel sussurro murmure degli istanti che vivi, prega. Non chiedere la forza inerte dei Titani: ringrazia per il dono tra i doni il più grande, la mite, l’inestinguibile voce degli umani.

 

 

 

Olismo singolare. Comunità sistemica./1.

Nota politica.
Olismo singolare. Comunità sistemica./1.

 

Alla fine, quando renderemo i conti, scopriremo che quello che di meglio e di più vero rimane sono le nostre speranze. Dite pure i nostri sogni. “, Mino Martinazzoli, in “La politica possibile”, Milano, 2000

 

Il testo che inizia oggi, “Olismo singolare. Comunità sistemica”, avrebbe potuto a buon titolo essere pubblicato nel Diario inutile. Lì infatti è nato. Nell’alveo e nello spirito di quei giorni. Dal dialogo con Nino che mi ha coinvolto in riflessioni altre, di sicura valenza politica, malgrado vissute in ambiti affatto diversi. Stimolandomi sino al punto di rinverdire un pensiero che avevo da tempo abbandonato, almeno nella sua forma più strutturata e meno occasionale, soprattutto destinata alla pubblicazione.

Qualche tempo fa, avevo fatto leggere ad Elena alcune piccole osservazioni di paziente, fatte ad un testo che Nino mi aveva inviato.Le avevo intitolate “Olismo singolare. Comunità sistemica”. Le avevano ricordato un mio testo di tanti anni prima, “Persone civili”.

Persone civili è il titolo di un documento che avevo scritto per un amico, candidato sindaco in un paese della provincia in cui vivo, 24 anni fa. Ci conoscevamo da almeno altrettanti e ci eravamo frequentati per un lungo periodo, condividendo anche qualche passaggio non banale delle nostre minuscole storie. Ci eravamo persi e poi ritrovati, come spesso accade lungo i sentieri, non di rado interrotti, della vita.

Un giorno, mi aveva chiesto di mettere per iscritto alcune idee, che avrebbe condiviso con il suo gruppo impegnato nella campagna elettorale. Lo avevo fatto, in modo libero e gratuito. Non ero impegnato ad alcun titolo.

Sentivo allora, con la stessa intensità di oggi, la necessità di porre a fondamento di un autentico mutamento della società un cambiamento radicale della sua unità minimale. La persona. Naturalmente, il mio documento non era stato adottato. Il gruppo, che pure aveva apprezzato al pari dell’amico candidato sindaco le piccole idee da me proposte, aveva scelto diversamente. “Troppo avanti”, era stato il commento.Avevano mantenuto un profilo più consono al contesto, ai tempi direi, vincendo le elezioni.

Oggi la persona al centro sembra essere divenuto un irrinunciabile preludio per qualsiasi ambito, naturalmente relazionale [anche tale evidenza si è fatta d’incanto negli ultimi anni il sale di ogni comunità, almeno negli esercizi retorici dei tanti nuovi adepti].

Nell’epoca dei monoliti ideologici che avevano a lungo dominato la scena della storia, prossimi ad essere surrogati da altri dominus di ancor più secolare fondamento, la persona era ritenuta una flessione individualista e la singolarità una dannazione. Anche se gratificata da accenti civici, del resto poco a dimora in quagli anni, dominati dalla prevalenza di istanze che conferivano statuti etici d’eccellenza , spesso unicamente in virtù della giusta appartenenza, non di rado una denotazione nominale priva di approfondimenti personali.

La coerenza fra l’essere e il fare, fa l’esser colui che si dice di essere e la rappresentazione che di sé si offre e che viene garantita dal nominalismo collettivo e più conviene, in favore di consenso. Conquistare il favore della scena, valeva, e ancor più oggi vale, in un presente che di quegli anni è erede, assai più che essere se stessi lontano dalle ossessive rappresentazioni mediatiche. Spesso le due dimensioni non rispondono di un identico statuto interiore, quando pure ne abitino uno coerente e resiliente.

Costruire la miglior rappresentazione di sé in favore di chi vede, di chi legge, di chi ascolta. In media stat virtus. Anche quella, soprattutto quella, utile, necessaria ed indispensabile a lucrare l’accredito del consenso. Spesso priva di fondamenti altri che non siano quelli di un’abilità strumentale e comunicativa atta a sedurre. Un ossimoro etico. Un paradosso sociologico.

 

Diario inutile. 16

Diario inutile. 16
Nota politica.

Inizio a percorrere oggi, Solstizio d’estate, un nuovo sentiero di Senso del mio blog, lasciando, non so se per un giorno o se per sempre, il Diario inutile. Naturalmente la scelta della data non è casuale, se mai davvero esistesse una forma del caso che non rispondesse a qualche disegno per noi imperscrutabile d’Alterità.

Mi sarebbe piaciuto che la ricorrenza del Solstizio cadesse anche quest’anno, come in prevalenza accade, il 21 Giugno. Una data ricca in sé di significati profondi ed ampiamente condivisi, con fondamenti diversi. Personalmente, porto nel cuore una particolare dedizione spirituale legata al 21 Giugno. Mi sarebbe piaciuto cadesse domani, perché è anche la data in cui si ricorda San Luigi Gonzaga nel giorno della sua morte.

C’è un’ora nella vita di ogni umana creatura in cui gli apici della propria essenza si incontrano. Un’ora la cui puntualità nell’incontro con la Storia che accade, cerca e trova la minuscola traccia della singolarità. Istanti passati al setaccio dei tempi e del Tempo. Il punto esoterico in cui essi si congiungono. La grana fine della travolgente vicenda epocale con gli infinitesimi granelli della minuscola esistenza personale. Passati nella maglia sottilissima di Tempo e tempi, sono scesi piano nell’ora della conciliazione. Lo spirito laico, lo spirito religioso. Lo Spirito in uno. Ecco perché mi sarebbe piaciuto.

Mia madre è nata nella città di San Luigi, Castiglione delle Stiviere. Ci sono tornato in modo assiduo, come mai nella vita avevo fatto in precedenza, un paio di anni fa. Così, scoprendo l’essenza di un luogo a me in gran parte sconosciuto e solo sporadicamente frequentato nella vita adulta, ho ritrovato, o riscoperto, le fondamenta originali di mia madre.

Un giorno dell’estate del 2018, in una delle brevi e frugali pause che Elena ed io ci potevamo concedere durante gli affannosi primi periodi delle nostre visite a Castiglione, mi ero ritrovato a considerare la singolarità della circostanza. Il paese che aveva visto nascere mia mamma, era diventato in quei mesi lo stesso paese che avrebbe visto lentamente spegnersi la mamma di Elena. Ero stato felicemente turbato da tale circostanza e avevo sentito l’anima di mia mamma Renata spingerci e sostenerci in quella prova.

La città sbocciava nei giorni della prima estate. Fiorita ed elegante. Ci accompagnava come un dono inatteso e come tale aveva accolto, in quel suo breve ultimo tratto, un preludio durato quattro mesi,prima del suo trasferimento in un’altra e penultima meta, anche la mamma di Elena.

Erano stati mesi spesso trafelati e difficili. Quattro pullman per un solo tragitto completo di andata e ritorno, la metropolitana. Gli impegni dell’assistenza, gli incontri per la cura. Eppure, giorno dopo giorno, di settimana in settimana, Castiglione sempre più ci offriva una quinta di serenità interiore e di ristoro fisico, in cui ritrovarci nelle pause.

Ero tornato, per la prima volta dopo decenni, nella chiesa di San Luigi, in piazza, nella Piazza. Lì ero stato un’ultima volta, appena adolescente, insieme ad un cugino della mamma. Lì avevo scoperto grazie a lui ed insieme a lui i nomi in rigorosa sequenza di Cinzia, Olimpia e Gridonia. Con lui avevo scoperto non senza qualche turbamento la reliquia del Santo. Insieme ad Elena, cinquanta e più anni dopo, avevo ripercorso gli identici passi. Insieme avevamo pregato e trovato conforto in San Luigi, durante la prova.

Il grande parco verde. Il centro raccolto ed elegante. Le persone cordiali ed aperte, con quella cadenza dolce, già così diversa dalla nostra. Un giorno avevamo messo fugacemente piede, era la prima volta in vita mia, nell’austero ed immenso edificio sede del Collegio delle Vergini. Era lì che mia mamma, novanta anni prima, era stata ospite,bambina. Ci saremmo tornati, mesi dopo. Lì, come al Museo della Croce Rossa, nata ufficialmente a Ginevra, ma sostanzialmente figlia della immensa generosità della popolazione di Castiglione, delle donne in particolare.

Ecco, mia madre. Nell’elegante gomitolo di strade che Elena ed io percorrevamo durante i rari momenti di pausa e di ristoro, sempre più vedevo e scoprivo l’origine nascosta di alcuni dei suoi caratteri. L’eleganza discreta che mai l’avrebbe abbandonata, nemmeno nei momenti più scomposti e drammatici della sua vita. La generosità, quell’accento forte che pareva a tratti temerario e che mai soccombeva alla formalità, alla lettera, quando la vita chiamava. La vitalità cordiale e sorridente, che le prove della vita non avevano mai smarrito in lei, sembrava scorrere abbondante nelle vene della piccola città ospitale in cui, quasi cento anni prima, aveva visto la luce lei.

La ampie cesure della storia recano in grembo minuscoli segni di memoria che lentamente muoiono e come il seme generano il futuro nascente. E’ così che le epoche muoiono e nascono, non percepite e non viste dagli sguardi egoici e timorosi degli incatenati al qui ed ora. Gradualmente, per lievi scarti di senso, nel solco duraturo di fondamenta talvolta invisibili all’occhio smagato del presente che tutto domina e tutto sembra includere. L’icastica Luce che promana da origini lontane, è stata trama e ordito di tutta la mia vita adulta. La nostalgia di una condizione originaria, e forse lontana oggi come non mai e più di sempre dal presente, è tessuta dall’intreccio di fili visibili e di altri più nascosti, nei tempi che ho vissuto.

I mesi del dolore, nella cui perdurante e duratura eco siamo tuttora immersi, hanno aperto finestre inusitate e suscitato sguardi stupefatti su certe forme della prossimità esistenziale di cui alcuni sembravano avere perduto traccia. Nelle forme cangianti dei tempi, vi sono tracce visibili di un passato spirituale in gran parte ignoto ai tempi, soprattutto in una sua coerente declinazione testimoniale.Una sorgente interiore che resiste, spesso ignorata e sconosciuta, nel profondo di tutti e di ciascuno perché inalienabile all’umano.

Nella prossimità feriale, così come nei paludati scenari di apparentemente insospettabili decisori, i propositi redenti delle prime notti di inquietudine e di paura sembrano spesso smarrirsi in rivoli di oblio.

L’entusiasmo sulla via della conversione in una nuova, differente normalità, in un diverso stile di vita, sembra avere il respiro corto della smemoratezza. E Damasco è lontana.

I ripetuti bradisismi che negli ultimi decenni hanno scandito i sommovimenti dei tempi, insieme al formicolio inquieto che ha segnato non di rado in modo drammatico numerose esistenze, hanno annunciato ed annunciano lo stato nascente profetizzato da Raimondo Panikkar ne La nuova innocenza. Solo la coscienza, e non il potere, in qualsiasi forma e misura statuito, ne rende consapevoli e, rivelandola, rivela la persona nella verità compiuta di sé. Solo la coscienza, che non ha accrediti funzionali e abilità pragmatiche, non risponde al Secolo, svela e rivela dell’umano l’essenza divina. Solo la coscienza decide l’orizzonte verso il quale l’umanità si incammina. Nelle minuscole scelte individuali feriali, quando cambiare le piccole cose nel mare grande del conformismo e dei luoghi comuni imperanti chiede lo sforzo titanico che porta con sè il fardello non lieve della solitudine e dell’emarginazione. Nelle vicende che illuminano a giorno, con la luminosità del dramma, la scena della contemporaneità e le singole coscienze, calcinate nella verità dell’essenza che sono, costituiscono i vasi spirituali in cui il futuro lievita. Il crogiolo degli stati nascenti in cui la Storia muta e l’uomo o si converte all’ideale che genera il futuro o resiste nella conservazione delle rendite di posizione del passato.

La Speranza senza tempo è stata ed è per me il sale dei giorni.

Il Diario inutile non si chiude qui, credo. Perché il tempo dolente e sgomento della prova non è concluso. La parola smargina ora e devia in un alveo altro. L’ho denominato Nota politica. Gli stimoli ed i pensieri dell’esordio dei testi che scriverò abiterebbero tutti a buon diritto qui. Si sono però troppo allargati verso orizzonti altri.

Non so quanto di nominalmente fedele al titolo vi sia nel testo che inizierò a pubblicare oggi. Non so quanto sia nota e quale politica ne ispiri il pensiero. Forse nessuna, se lo sguardo si posa sulla flessione ombelicale del presente. Forse tutta, se l’oikos della politica torna ad assumere lo sguardo e l’orizzonte primario dell’umano. Creatura divina.

Diario inutile. 15

Diario inutile. 15

Mendicanti.

«…lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia.», ha detto tra l’altro il Papa nell’Omelia pronunciata durante la Santa Messa di Pentecoste, celebrata oggi nella Basilica di San Pietro.

Non so se essere confortato da una sintonia, forse solo apparente o unicamente nominale, che si manifesta ancora una volta, sia pure in uno scarto temporale che non so se sia solo cronologico o anche frutto di un’asimmetria della cui natura non saprei dire. Dopo Nessuno si salva da solo e Orfanezza, ecco ora le umane creature colte nella propria flessione mendicante [e poco rileva quale sia la specificità della mendicanza: importa la declinazione ontologica della loro condizione].

Ho più volte e in diverse occasioni espresso la mia stima nei confronti dell’attuale Pontefice. Una prima volta, poco tempo dopo la sua salita al soglio, scrissi “Il legno dritto di papa Francesco”. Era il 10 Luglio 2013. Qualche tempo dopo, raccolsi tutti gli scritti a lui dedicati e pubblicati sul blog, in un Piccolo Libro Libero, “La parola al margine”. Un giorno osai anche farglielo recapitare, consegnandolo, da perfetto sconosciuto quale ero e sono, animato unicamente dallo spirito del dono, ad una guardia che mi accolse in una garitta di Città del Vaticano. Dopo avere superato i passi dovuti, mi venne rilasciata una sorta di ricevuta, che credo riposi in qualche cartelletta nei miei personali archivi. Naturalmente, come ampiamente atteso, non ne seppi più nulla e, se escludo la memore consapevolezza di tutto quel che ho scritto negli anni su extemporalitas, ne ho io stesso un ricordo flebile e rapsodico. Che torna ad abitarmi talvolta con nostalgia di un pensiero intenso e dei viaggi e degli anni, e talaltra in occasioni come quella di oggi.

Non so se la ricorrenza dei vocaboli indichi una coincidenza solo ed esclusivamente nominale. Ai filologi l’esegesi secondo tale flessione cognitiva. In me, la puntualità coincide con sussulti di senso e di Grazia, che mi dicono in quale punto dell’itinerario spirituale mi trovi nella storia che vivo. Forse sarebbe meglio dire mi trovassi, dato lo scarto temporale che caratterizza i passaggi.

Certo, il contesto in cui le parole nacquero in me al seguito della testimonianza esistenziale personale e accolte nell’ascolto di ciò che dentro la Grazia muove e detta da una Fessura di Silenzio, era affatto diverso da quello di questi ultimi mesi. L’antropologia consapevole di una forma impotente della solitudine. Che prelude la relazione ed in essa la speranza della comunione, il suo avvento [nessuno si salva da solo]. Il tradimento identitario [l’orfanezza di sé e dunque l’impotenza a sentire il Padre]. La mendicanza d’amore e di ascolto [avendo accolto e scelto della Vita unicamente la sua qualità di dono ricevuto, come avrei potuto anche laicamente vivere, ai tempi degli imperativi cinici e secolari, senza la consapevolezza che tutto è affidamento, mano stesa, e non rivendicazione e difesa del possesso? Mendicanza d’amore e d’ascolto, per il poeta, creatura di Canto?].

Erano tre statuti interiori bene a dimora in me nei decenni precedenti. Giorni in cui l’umano, l’antropologia dei tempi che ho vissuto, non aveva scollinato le temperie epocali che ci avrebbero afflitto in modo storicamente ben visibile e diffuso in anni ed in mesi più vicini a noi in senso cronologico. Alcuni di coloro che pure ne avevano consapevolezza, la lasciavano opportunisticamente bene occultata sotto la crosta di altri e più rassicuranti imperativi assai poco spirituali. I tempi opportuni sono un discrimine forte per riconoscere la verità di parole ispirate da un ideale, da quelle animate da solo ed esclusivo interesse.

Ora sembrano affiorare, spero non unicamente nella forma dei nomi, gli statuti interiori che dovrebbero guidare i tempi della mistica nascente, ed è una consolazione constatarlo, certo.

Sono tornato fedele ad uno statuto interiore che è stato metafora di una condizione umana e poetica, la mendicanza , di senso e d’ascolto, scrivevo qui.

Pronta, con l’ansia dolente dei cercatori di senso, dei mendici d’amore e di ascolto”,[“Il posto delle fragole”].

L’umanità non appagata dall’istante, ha raccolto le sue cose in modo frugale e, come un mendicante d’amore, è già altrove.”,[“Fata Morgana”].

Forse qualche nota a margine ne racconta i gesti oscuri e mendicanti.”, [“Olocausto di sogni”].

Sono alcune fra le minuscole tracce del cammino umano compiuto in quei durissimi decenni. Durante i quali, la consapevolezza del limite ontologico dell’umano e degli altri, tanti, personali, insieme a quelli scelti ed abbracciati nell’alveo della storia feriale, mi avevano sospinto e condotto fino al margine esistenziale della sola rilevanza anagrafica. Dove la sintassi interiore della mendicanza è una dimensione confidente nella propria angusta quotidianità. Fu in una di quelle sere costellate di solitudine, minacciate quasi ogni giorno dall’altrui orfanezza di sé, sostenute unicamente dalla generosa carità di chi accoglieva la mia mano interiore sempre aperta e distesa nella richiesta indifesa a tutto, che per la prima volta diedi forma alla parola ed alle convinzioni che mi abitavano ed accompagnavano. La mendicanza. Era, credo, una notte sul finire degli Anni Novanta. Non ho mai più cancellato quel sito.

Diario inutile. 14

Diario inutile. 14

Affidarsi.

Devo a Nino il passaggio tutto interiore, e la premessa di una riflessione che ne fosse argomento e sostanza, dalla fiducia all’affidamento. E’ accaduto il giorno in cui ho scritto Diario inutile. 11.

Qualche tempo dopo, Tode mi ha parlato di questa sua bella iniziativa, invitandomi a scrivere io stesso il mio primo passo. Nei giorni scorsi, ho riflettuto a lungo, ancora e più di sempre, come ho tentato di fare sin dall’inizio, sul senso, sull’esito e sul preciso luogo interiore, il piccolo pertugio, dal quale ho vissuto e scrutato la tempesta.

Ne è nata un’altra pagina del mio Diario inutile, che forse pubblicherò nei prossimi giorni, dalla quale ho colto in estrema sintesi il passaggio che segue. Il mio primo passo. Affidarsi.

 

#therightfoot

Abbiamo sperimentato tutti, forse qualcuno per la prima volta, una consapevole, assoluta fragilità personale. Timore, incertezza, impotenza davanti all’intensità virulenta del dramma.

Fuori dai paludamenti istituzionali e dalla forza, che statuiscono entrambi la garanzia dell’esito atteso, avevamo quasi abbandonato l’arte feriale e ispirata alla mitezza di avere fede nel prossimo.

La prova estrema ci ha restituito anche infinitesime esperienze di reciproco affidamento. Minuscoli gesti di solidarietà. Di prossimità. Di vicinanza. Mani tese e sconosciute. Libere. Spesso gratuite. Non dimentichiamole. Compiamo il primo passo nella memoria di tale affidamento. Inizieremo un cammino che ci porterà lontano. Insieme.

Uscendo dalla tribù degli interessi costituiti, per costruire la comunità degli ideali condivisi.

La giusta direzione.

 

Diario inutile. 13

La giusta direzione.

Carlo Todeschini, anima digitale di uno dei primi progetti di telematica civica in Italia, nella seconda metà degli anni Novanta, RcCR, ripropone ora lo spirito originario ed originale della sua passione, umana e professionale. Torna al posto delle fragole, che abita irrevocabilmente ciascuno di noi e riaffiora, talvolta e negli istanti colmi di Grazia, quando i segni dei tempi   rivelano le sorgenti, nella temperie carsica della storia, maiuscola o minuscola di tutti e di ciascuno.

Con identica, feriale dedizione e con uguale fiducia della singolarità responsabile di ciascuno nella relazione, in ogni relazione, peer to peer, Tode  ripropone la tecnologia come strumento funzionale alla comunità. Consapevole del fatto che la comunità non è mai, né mai potrà essere, una derivata della tecnologia, qualunque essa fosse. Dalla pietra affabulatoria dei Flinstones alla concreta silice che ha acceso la modernità. Certo e convinto, Tode, che la comunità è l’anima di ogni progetto tecnologico. Un organismo vivo e che tale è sarà e rimarrà fino a quando non si consegnerà alla subalternità organizzativa. Una supplenza o un surrogato che piano piano sovrascrive e lentamente spegne la pienezza esistenziale delle origini.

Ho sempre seguito fin dai primissimi giorni il drammatico incalzare della pandemia a Cremona, che ha preceduto di soli pochi giorni una stessa e forse ancor più virulenta diffusione nella mia città. Una città che ho molto amata, Cremona.

E’ stata per qualche anno il mio discreto e fugace rifugio, in uno dei momenti più drammatici della mia storia professionale. Insieme alla preziosità di qualche raro incontro vero, in quegli anni sopraffatti quasi dovunque dall’ipocrisia e dal cinismo, gemelli omozigoti nella gestazione dei tempi devastanti che abbiamo vissuti, la città mi ha offerto scenari di consolante bellezza, a me fino a quei giorni sconosciuta.

Spesso, durante le pause tra un impegno e l’altro, mi sono rifugiato ed immerso nelle sua strade. Per meglio cogliere, nella solitudine e nel nascondimento che alcuni percorsi del centro storico così bene custodivano, nelle ore orfane di una frenesia altrove incessantemente a dimora, senza remissione, la Luce inesausta della Speranza. Non dimenticherò mai il giorno in cui, al termine di un lungo peregrinare a cavallo del Mezzogiorno, mi ritrovai in Sant’Agostino sopraffatto dalla commozione. Rimasi a lungo in quella sospensione di Luce e di bellezza, che mi aveva attratto e che sembrava non più lasciarmi. Un ricordo che è rimasto per me, più del tanto rivelato e svelato dalla memoria e dagli incontri, l’icona insieme felice e dolente di un tempo custodito nella densità infinita di un transito da un’epoca, quella nella quale sono nato, ad un’altra, tuttora in embrione e la cui forma compiuta mai vedrò.

Così, ieri sera, dopo avere letto i dati riguardanti la città, mi è sembrato del tutto naturale inviare un sms a Tode: “Carlo, ho letto poco fa, Cremona, 0 contagi! Ce la state facendo almeno voi?”. Dopo un breve scambio, uno dei tanti di questi anni e degli ultimi mesi in particolare, che hanno caratterizzato il nostro dialogo, di prossimità e di distanza anche quello, dall’andamento sinusoidale e a tratti sincopato, Tode mi ha risposto: “Ti voglio parlare del progetto che abbiamo lanciato ieri. Dai un occhio a therightfoot.site”.

Tra ieri sera tardi e stamani ho dato più di un’occhiata: nelle more degli ultimi scambi, me ne aveva accennato. Ora so che Tode è tornato nel luogo dell’origine, quello che sempre informa e sostiene gli stati nascenti.

I nostri tempi, per chi ha potuto, voluto, saputo leggerli dentro se stessi ed in profondità nel cuore dei tempi stessi, sono fitti di tali condizioni sorgive. Come è giusto che sia in un’epoca del tramonto  che prelude naturalmente alla nascita di un’altra epoca. Le parole solitarie di chi apre le strade all’avvento di forme nuove, ciascuno secondo il proprio evangelico talento, sono le gocce d’acqua che compongono il fiume della Storia e della Vita.

Ciascuno la propria goccia: perché, come scrivono Tode ed i suoi nello spazio dedicato alla missione: “Vogliamo trasformare tante piccole voci in un grande coro”.

Il grande coro della Vita, che, ora lento ora lieve, ora rapido ora furente, eternamente scorre verso l’infinito Mare del proprio per sempre. Ciascuno intonando la singolare, l’indispensabile, la libera e gratuita, la feriale nota.

Orfanezza.

Diario inutile. 12

Orfanezza

Un’altra singolare coincidenza, dopo questa. L’ho rilevata stamani, quando, partecipando alla Santa Messa celebrata da Papa Francesco, l’ultima aperta ai fedeli [rinnovo il grazie che avevo già espresso in modo persuaso qui], ho sentito pronunciare nel corso dell’Omelia la parola orfanezza. Un vocabolo piuttosto desueto, con il quale intrattengo da anni una certa familiarità. Tracce evidenti di tale consuetudine, affatto nominale, qui e qui.

Naturalmente non commetto l’arbitrio di lasciarmi andare a supposizioni in merito all’origine ed all’originalità delle intuizioni singolari. Se la sorgente vocazionale e vocativa delle parole è nel poeta, sacerdote di Luce, come scrissi ormai più di 40 anni fa, e dunque diffusamente gratuita e libera, la responsabilità testimoniale delle parole stesse declinate nella forma di un pensiero pensato in proprio, risponde alla e della singolarità creaturale. Dono divino anch’essa. Compiuto il tuo nella tensione all’essere, l’armonia che ne scaturisce è ancora e solo opera divina. L’essere sia tutto ed unicamente l’essere se stesso, la parte migliore di sé e la sua intera gratuita oblazione nella parola ostesa: il Padre che fu nell’Origine, ritroverai tale nel tuo Destino. Lo spazio del viaggio compiuto è tutto nell’anima di chi si espone nella parola. Il sentiero breve di una testimonianza non esperita nella parola, minaccia ed insidia l’armonia costituita della comunione. L’esito atteso del Canto.

Non ho la presunzione di saper compiere un’esegesi comparata ed argomentata delle eventualmente diverse orfanezze. A partire da due forse differenti flessioni di senso e da contesti relazionali e comparativi affatto diversi. Annoto solo qui, come si può rilevare dalla lettura di Magnificat, che per me, in quel testo come nella stessa vita, l’uno mai dato senza l’altra, l’orfanezza è sì del Padre, nei nostri tempi, ma anche e soprattutto del figlio, quello minuscolo che noi siamo stati ed in gran parte siamo. Orfani di noi stessi. Di un’orfanezza interiore che denota e denuncia l’incompiuta del nostro sentiero. Quello che conduce a reincontrare il Padre.

 

Diario inutile.11

Diario inutile. 11

La danza della Vita.

Durante i mesi trascorsi in casa, 62 giorni consecutivi senza quasi mai uscire se non per compiere i 200 passi che mi separano da un paio di urgenze primarie, ho coltivato la Grazia del dialogo. Un dono ricevuto inestimabile, che vale più di un placebo, del cui altissimo valore effettuale sono comunque convinto. Una Grazia declinata in diversi aspetti della vita, alcuni dei quali mi sono stati, oltre che di conforto sempre, come è dei rapporti veri, di guida. Nella prossimità di una conoscenza duratura e confidente. Uno di questi, è quello con un amico medico, culminato nei giorni scorsi con una email che gli ho scritto per ringraziarlo: cerco di capire, la frase che ho messo in oggetto. Allora, poiché credo che siano tutti atti costituivi della quotidianità di questi giorni e dunque a pieno titolo e a buon diritto soggetti del Diario Inutile, trascrivo qui alcuni passi essenziali dell’epistola digitale, tratti cioè dalla email stessa, che ho integrato con altre riflessioni. Il tu al quale mi rivolgo, non è un soggetto impersonale, come spesso mi accade quando scrivo poesia, ma rimanda ad un’anima e ad un volto precisi, quelli dell’amico medico.

Caro Nino

grazie per l’aiuto che mi dai nel cercare di capire: ritengo che faccia parte a pieno titolo di quella Cura che ti sta tanto a cuore. Sebbene io non sia in senso proprio un tuo paziente: dunque, grazie due volte…

[…] Capire mi aiuta a vivere [tentare di capire, per quel che posso] e a superare questo difficile momento. Almeno negli aspetti cognitivi, informativi. Non voglio abbandonare un’attitudine interiore che ho sempre coltivato, cercato di coltivare, alla correttezza. Prima di lasciarmi andare a scomposte manifestazioni di indignazione, frutto spesso più di ignoranza che di sostanza. Ed in questi drammatici giorni, Dio solo sa quanto più di sempre mi affligga l’ignoranza!

[…] le bussole che mi hai dato durante le ultime settimane, e fin dall’inizio del dramma che ci ha tutti coinvolti, sono state almeno tre. Non di tutte ho colto subito l’essenziale e semplice essere fondamentali [la semplicità e l’essenzialità colgono quasi sempre i fondamenti, anche della complessità...].

A surrogare la debole sostanza di una realtà socio assistenziale della mia Regione e della mia Città, provata da discutibili e discussi interventi, del passato prossimo e remoto e del presente, è stata chiamata spesso, anche in questa occasione, la Comunicazione, il dio minore della contemporaneità, che lo ha eletto da decenni a causa ed effetto di qualsiasi situazione. Conferendogli uno statuto di onnipotenza, che va ben oltre le conseguenze anestetiche, di cui viene accreditato nella società della comunicazione di massa. Viviamo sempre più spesso una comunicazione priva di comunità. La cui assenza è stata per decenni alimentata da un opportunismo cinico ed onnipervasivo che ha annichilito la comunione. E, insieme a lei, pur nell’opulenza superflua dei mezzi, anche molti tra i messaggi. I ripetuti annunci, spesso privi di seguito nei fatti, la discrepanza tra il dire ed il fare, come l’ha elegantemente definita una persona gentile, riferendosi in queste settimane ad una di tali situazioni, non hanno fatto altro che alimentare l’ansia ed il senso di disillusione, che spesso è anticamera della ribellione.

Ora, l’articolo che ti ho segnalato stamani. Se ho ben compreso leggendo la documentazione e la sintesi che mi hai inviato, le cose stanno [anche] come è scritto nell’articolo stesso.

Considerate le lunghe premesse di cui sopra [che si potrebbero sintetizzare in una sola frase, mantra estremo ed essenziale delle mie convinzioni e dei miei comportamenti rispetto alla tecnologia: nessuna tecnologia può sostituire o rimediare all’assenza di una realtà umanamente fondata, che ne sia premessa e sia ad essa sottesa in ambito valoriale. L’umanesimo tecnologico, del quale qualcuno si è appropriato definendolo tardivamente nuovo umanesimo, una sorta di vintage copia incolla, sarebbe questo, declinato nella sua sintassi interiore ed epistemologica più elevata] mi è parso di cogliere un’eccellenza funzionale nella piattaforma di gestione dei dati. Una condizione che non ha fatto la differenza tra Veneto e Lombardia, ma, come accade di tutta la tecnologia che funziona correttamente [svolge cioè adeguatamente il proprio compito: l’eccellenza ontologica della tecnologia è, è stata e sempre solo sarà unicamente funzionale. Non pertiene infatti gli statuti ontologici dell’umano, che sono squisitamente valoriali], ha aiutato a realizzarla. A porla in atto. Ne è stata il moltiplicatore funzionale nei percorsi di gestione dell’epidemia. I cui esiti più favorevoli in una regione rispetto ad un’altra, sono stati sicuramente determinati in prima istanza dalla presenza attiva ed organizzata di una medicina di comunità ben attestata.[…]

[…] La bella app e la piattaforma eccellente sono cattedrali nel deserto, nella società umanamente disabitata da architetture relazionali coerenti e correttamente finalizzate. Anche questo non è un problema nuovo. Le fughe in avanti della sintassi digitale priva di un’antropologia del futuro, sono una caratteristica diffusa degli ultimi decenni. La tecnologia, in quanto eccellenza funzionale, non fa altro che moltiplicare l’evidenza dell’esistente. Adottata in un contesto in cui la medicina di comunità fosse insufficiente o quasi inesistente, non farebbe altro che replicare in modo esponenziale fino al disastro tale evidenza originaria.

È un’afflizione che affonda le proprie radici lontano nel tempo, quella di comportamenti che, in assenza di soluzioni radicali all’origine del problema, strumentalizza la scorciatoia delle magnifiche e progressive sorti, finendo così per accelerare unicamente la caduta nel baratro di una profonda inconsistenza originaria.

Ne scrissi in uno studio sulla comunicazione della Rete, nel 1997, quando, dopo avere incontrato numerosi soggetti istituzionali per realizzare la ricerca, mi resi conto che, chi era privo di qualsiasi idea di futuro, si affidava spesso alla magica e presuntamente salvifica istanza tecnologica per porre rimedio all’irrimediabile. Serve un mutamento di paradigma interiore e non la semplice sostituzione dei mezzi. I quali, senza una visione del mondo, pur essendo eccellenza nella novità, non producono alcun futuro. Gli esempi velleitari e fallimentari in tal senso, sono negli ultimi anni numerosi e tutti di una drammatica evidenza, nei diversi ambiti della vita di relazione. Così come è immotivata la pretestuosa e spesso demagogica separazione tra virtuale e reale, che ha a lungo afflitto e ritardato una matura e responsabile evoluzione della società digitalizzata, è ed è stata sempre del tutto velleitaria la presunzione di chi avrebbe voluto far credere la tecnologia risolutiva rispetto agli stati di insofferenza e di insufficienza degli organismi collettivi viventi. Singolari o comunitari. La tecnologia è un moltiplicatore funzionale dell’esistente. Se paradossalmente il valore della realtà cui la si applica fosse pari a zero, l’esito sarebbe coerente con tale origine. Il risultato, dunque, pari a zero. La diffusa tentazione di riempire l’apparente vuoto storico degli stati nascenti, tipici di un’epoca di transizione, approfittando del solo vantaggio competitivo di cui si dispone, l’arma tecnologica, ha prodotto spesso un orizzonte del futuro sul cui schermo campiscono le parole: esito nullo. Il dispiego sovrabbondante di strumenti ed il dispendio di umano impegno in assenza di fondamenti e di orizzonti primari, vanifica le promesse del paradiso della tecnica.

Certo, le relazioni umane sono assai più impegnative e complesse di quanto possano lasciar credere le scorciatoie dell’onnipotenza virale dei mezzi. La durata, il tempo, e la profondità, lo spazio, sono qualità ontologiche dell’umano. Gli strumenti, quando servono, e se davvero servono, seguono. Non guidano la danza. Ancora una volta, l’anello debole è la comunità. Nei casi più drammatici, la sua assenza. Prima di adottare prassi e strumenti è necessario conoscerne o disegnarne il destino. Un destino possibile. L’orizzonte condiviso della Cura, tra medico e paziente, attinge questa consapevolezza e questa speranza. Se esse sono entrambe presenti, la scelta e l’adozione dei mezzi con cui realizzare il destino condiviso della cura, segue con docilità estrema.

In questa ultima considerazione è contenuta e sciolta per me anche l’altra delle questioni, quella relativa alla privacy. Io, […] mi affido assolutamente a te, medico, e attraverso te, anche ai soggetti istituzionali che verranno a conoscenza dei miei dati con la finalità della Cura [è solo un esempio, fondato nella nostra relazione confidente ed amicale, umana, dunque, però, e per questo lo adotto…: il tu costituisce un preciso destino identitario]. La filiera del consenso passa attraverso nodi dei quali tu, medico, sei garante per me, fino alla mia persona. Più in alto, solo tu puoi vedere, sapere, conoscere. È sempre stato così. E’ un tema che attiene l’organizzazione della società e non primariamente ed unicamente l’architettura digitale, lo strumento relazionale della contemporaneità.

Così ho cercato e sto cercando di fare in modo che fosse anche con il mio nuovo medico di medicina generale, che ho dovuto cambiare dopo 31 anni. Preferisco lo spirito di collaborazione, di cooperazione, di condivisione fiduciaria a quello, purtroppo assai praticato e diffuso, del conflitto permanente effettivo. Che ha sostituito, spesso in anni recenti, alla cartella clinica del medico, la carpetta della pratica legale aperta dal paziente. Alla confidenza ed alla fiducia nel dialogo, il conflitto.

In tale spirito, ma non solo, scrissi, tanti anni fa, Ippocrate. La responsabilità sociale del medico, quella che un tempo gli conferiva uno statuto socialmente accreditato, passa oggi anche attraverso tali consapevolezze e gesti. Possiamo anche non fidarci, non lasciare cioè la delega del nostro destino all’altrui sola responsabilità. Dobbiamo, però, affidarci, seguire il solo sentiero interiore che aiuta nella costruzione della relazione. La fiducia cieca potrebbe essere esiziale o persino distruttiva e inconcludente. L’affidamento traccia la via della consapevolezza, in quella che Raimondo Panikkar avrebbe definito, con un felice neologismo di sua invenzione, l’interindipendenza. La libertà dell’io di ciascuno nella nascita del noi condiviso. Irrevocabili entrambe. Dobbiamo reciprocamente aiutarci a fidarci. Ognuno ha le proprie responsabilità ed il carisma di un suo personale coraggio. L’affidamento alla Speranza nasce e si conduce per ciascuno in modi diversi. Ci sono i volontari che testano i vaccini. Ci sono i pazienti che si affidano alla competenza ed al coraggio responsabile e civile dei propri medici. Senza, tutto si ferma e ci schiantiamo tutti. Anche se dotati delle migliori tecnologie e delle più vaste conoscenze cliniche. È il cuore dell’uomo a guidare la danza della Vita.