Diario inutile. 17

Diario inutile. 17
Perdere tempo.

La frase è affiorata l’altro ieri mattina, dalla voce di Nino, durante uno dei dialoghi che hanno costellato i mesi della prova. “Perdere tempo”, mi ha detto, riferendosi a quell’attitudine bella che dovrebbe essere dei poeti in particolare. Resi così esperti dallesercizio inutile del canto.

La sublime arte del perdere tempo ha molto a che vedere con quattro ineluttabili fondamenti: la libertà del gesto, la gratuità del dono, l’essenzialità delle intenzioni, la frugalità degli esiti.

Ho scritto spesso e diffusamente di quella singolare ontologia dell’umano che sola salva: l’indugiare confidente di tutto disarmato in tutte le oasi della contemplazione, della riflessione, del dialogo, delle relazioni profonde e durature. Mai prone all’inquietudine di un’ossessiva messa a profitto di ogni istante, nel qui ed ora della propria personale storia. Qualunque fosse la natura dell’utile atteso e reclamato. Spesso vissute come così inutili a tutto il regesto infinito della sintassi antropologica contemporanea. Funzionale. Efficace. Efficiente. Economica. Performante.Veloce. Speculativa. Fino alla resa di un sé scolpito nella pietra dell’ego. Sicuro nel proprio usbergo difeso a tutto, tetragono alle mirabili divagazioni interiori che conducono lontano dalla rassicurante prossimità vincente. Cui si addestrano, talvolta con feroce dedizione, gli adepti della perfezione organizzativa, priva di sbavature divaganti, nella terra inquieta del tempo perso. Così insidiose per i giganti d’argilla dell’intelligenza cabriolet e del situazionismo etico.

Confesso che ho perso molto tempo: ho molto vissuto. Di tutti gli affioramenti della memoria cui è debitrice tale consapevolezza, forse il più intenso e dolente riguarda la lunga stagione, un decennio, trascorsa tra la metà degli anni Novanta e la metà del primo decennio del Duemila. Lì si affollano e fioriscono mazzi di ricordi, che crescono, spontanei come fiori di campo, in quella lunga stagione degli addii che è il presente. In quel decennio, in cui più dolorosa e lucida si manifestò la torsione fra l’indole spirituale della vocazione personale e la stretta secolare dei tempi, il tempo interiore si era dilatato in me come una teca di Luce. Ogni passo era rivolto alla tenacia della vocazione e nulla e nessuno, se non il Signore che mi aveva chiamato e che mi guidava, avrebbe potuto fermarmi. Mentre la necessità mi incalzava con il morso feroce dei bisogni, senza mai lasciare la preda, io stesso, abbandonavo ad una ad una le suppellettili del desiderio, come in un interminabile pellegrinaggio. Spogliandomi sempre e sempre di più, mentre camminavo lento nella folle corsa verso l’opulenza della società di quei tempi in cui, come un corpo non tanto estraneo, mi ero infilato. Per un’avventura dell’anima. A perdere tutto il tempo necessario per costruire di me ed in me, l’uomo del congedo, dell’ “…ora che non ha più sorelle .

Non ricordo più quanti treni ho perduto, in quegli anni vissuti tra Roma, Milano, Cremona… Non ho mai saputo quante volte ho perduto tutto il mio tempo indugiando in un dialogo, mai rifiutando il protrarsi di una discussione. E’ stata la mia resistenza umana di poeta. Il mio tempo di uomo inutile a tutto, prima di ogni altro a me stesso. E’ stato, insieme all’amore ed all’amicizia, il dono più grande che il Signore mi ha fatto. Un dono che so dovrò presto restituire, insieme agli altri. Ho coltivato la speranza che il talento ricevuto non andasse sprecato nell’esercizio del perdere tempo. Non so. Solo il Dio di tutti e di ciascuno, che quello stesso talento mi ha donato con la Vita, sa.

La terra ferita di una memoria remota, silenziosa affiora, nei tempi dolci della gioia, nei tempi duri del dolore.

L’eco di un’infanzia lontana consola ed insieme ristora.

Tutto della Vita s’innalza, ora, ed intona il suo osanna. Nell’ora della promessa e dell’attesa. Nell’ora del congedo e degli addii.

Gli addii sono sempre una tacita preghiera. La preghiera è, insieme alla poesia, posto che fra le parole dell’orazione anche laica e quelle della poesia vi sia qualche distanza interiore, un’altra mirabile perdita di tempo.

Quando il corpo non sarà che un’ultima, l’estrema ignota Thule del respiro concluso, l’anima renderà il suo grazie, coscienza del dono, nell’eternità dei passi che non conoscono più mete terrene.

Tutto sarà compiuto ed il tuo primo grido di saluto, l’alba del giorno, l’Alfa, sarà un sorriso. Tu sarai, finalmente, il grembo dell’attesa, l’ Infinità del Tempo.

Prega ora, prega sempre, prega per sempre, con il corpo in ogni istante ed in ogni gesto. Prega con il cuore e con la mente. Prega nell’ora vinta dall’ego e nell’ora innocente. Prega, affinché nell’Ora che giunge tutto sia composto, nella coscienza prima e poi nei gesti delle mani che hai stretto un giorno come fosse, ignaro, un ultimo saluto. Prega affinché l’amore donato sia vivo in un sogno che non hai mai smarrito.

Nel vuoto degli addii non abita forse la promessa dei congedi? Nel vuoto che tu lasci alle spalle, c’è sempre una preghiera. Una domanda di perdono. L’assenza chiede per te la parola immacolata che tu non hai saputo dedicare ad altri o a te stesso. La parola dell’ora che chiede l’assoluta purezza dello sguardo.

Prega, affinché il Silenzio che ti abita e verso il quale vai nell’ignoto Mistero risuoni sempre della tua muta, della tua forse ignota, della tua ignara preghiera. Della tua innocente parola.

In quell’assenza verrai Tu, dolce Luce della Vita e del Tramonto. Nel Silenzio si leverà leggero e discreto ancora il Tuo vento. L’anima sarà dentro i Tuoi passi. Muta a cantare ancora l’amore che non finisce mai. Lontana, e non più in esilio nella Parola, dagli affollati solipsismi delle solitudini feriali.

Prega. Nel sussurro murmure degli istanti che vivi, prega. Non chiedere la forza inerte dei Titani: ringrazia per il dono tra i doni il più grande, la mite, l’inestinguibile voce degli umani.

 

 

 

Olismo singolare. Comunità sistemica./1.

Nota politica.
Olismo singolare. Comunità sistemica./1.

 

Alla fine, quando renderemo i conti, scopriremo che quello che di meglio e di più vero rimane sono le nostre speranze. Dite pure i nostri sogni. “, Mino Martinazzoli, in “La politica possibile”, Milano, 2000

 

Il testo che inizia oggi, “Olismo singolare. Comunità sistemica”, avrebbe potuto a buon titolo essere pubblicato nel Diario inutile. Lì infatti è nato. Nell’alveo e nello spirito di quei giorni. Dal dialogo con Nino che mi ha coinvolto in riflessioni altre, di sicura valenza politica, malgrado vissute in ambiti affatto diversi. Stimolandomi sino al punto di rinverdire un pensiero che avevo da tempo abbandonato, almeno nella sua forma più strutturata e meno occasionale, soprattutto destinata alla pubblicazione.

Qualche tempo fa, avevo fatto leggere ad Elena alcune piccole osservazioni di paziente, fatte ad un testo che Nino mi aveva inviato.Le avevo intitolate “Olismo singolare. Comunità sistemica”. Le avevano ricordato un mio testo di tanti anni prima, “Persone civili”.

Persone civili è il titolo di un documento che avevo scritto per un amico, candidato sindaco in un paese della provincia in cui vivo, 24 anni fa. Ci conoscevamo da almeno altrettanti e ci eravamo frequentati per un lungo periodo, condividendo anche qualche passaggio non banale delle nostre minuscole storie. Ci eravamo persi e poi ritrovati, come spesso accade lungo i sentieri, non di rado interrotti, della vita.

Un giorno, mi aveva chiesto di mettere per iscritto alcune idee, che avrebbe condiviso con il suo gruppo impegnato nella campagna elettorale. Lo avevo fatto, in modo libero e gratuito. Non ero impegnato ad alcun titolo.

Sentivo allora, con la stessa intensità di oggi, la necessità di porre a fondamento di un autentico mutamento della società un cambiamento radicale della sua unità minimale. La persona. Naturalmente, il mio documento non era stato adottato. Il gruppo, che pure aveva apprezzato al pari dell’amico candidato sindaco le piccole idee da me proposte, aveva scelto diversamente. “Troppo avanti”, era stato il commento.Avevano mantenuto un profilo più consono al contesto, ai tempi direi, vincendo le elezioni.

Oggi la persona al centro sembra essere divenuto un irrinunciabile preludio per qualsiasi ambito, naturalmente relazionale [anche tale evidenza si è fatta d’incanto negli ultimi anni il sale di ogni comunità, almeno negli esercizi retorici dei tanti nuovi adepti].

Nell’epoca dei monoliti ideologici che avevano a lungo dominato la scena della storia, prossimi ad essere surrogati da altri dominus di ancor più secolare fondamento, la persona era ritenuta una flessione individualista e la singolarità una dannazione. Anche se gratificata da accenti civici, del resto poco a dimora in quagli anni, dominati dalla prevalenza di istanze che conferivano statuti etici d’eccellenza , spesso unicamente in virtù della giusta appartenenza, non di rado una denotazione nominale priva di approfondimenti personali.

La coerenza fra l’essere e il fare, fa l’esser colui che si dice di essere e la rappresentazione che di sé si offre e che viene garantita dal nominalismo collettivo e più conviene, in favore di consenso. Conquistare il favore della scena, valeva, e ancor più oggi vale, in un presente che di quegli anni è erede, assai più che essere se stessi lontano dalle ossessive rappresentazioni mediatiche. Spesso le due dimensioni non rispondono di un identico statuto interiore, quando pure ne abitino uno coerente e resiliente.

Costruire la miglior rappresentazione di sé in favore di chi vede, di chi legge, di chi ascolta. In media stat virtus. Anche quella, soprattutto quella, utile, necessaria ed indispensabile a lucrare l’accredito del consenso. Spesso priva di fondamenti altri che non siano quelli di un’abilità strumentale e comunicativa atta a sedurre. Un ossimoro etico. Un paradosso sociologico.

 

Diario inutile. 16

Diario inutile. 16
Nota politica.

Inizio a percorrere oggi, Solstizio d’estate, un nuovo sentiero di Senso del mio blog, lasciando, non so se per un giorno o se per sempre, il Diario inutile. Naturalmente la scelta della data non è casuale, se mai davvero esistesse una forma del caso che non rispondesse a qualche disegno per noi imperscrutabile d’Alterità.

Mi sarebbe piaciuto che la ricorrenza del Solstizio cadesse anche quest’anno, come in prevalenza accade, il 21 Giugno. Una data ricca in sé di significati profondi ed ampiamente condivisi, con fondamenti diversi. Personalmente, porto nel cuore una particolare dedizione spirituale legata al 21 Giugno. Mi sarebbe piaciuto cadesse domani, perché è anche la data in cui si ricorda San Luigi Gonzaga nel giorno della sua morte.

C’è un’ora nella vita di ogni umana creatura in cui gli apici della propria essenza si incontrano. Un’ora la cui puntualità nell’incontro con la Storia che accade, cerca e trova la minuscola traccia della singolarità. Istanti passati al setaccio dei tempi e del Tempo. Il punto esoterico in cui essi si congiungono. La grana fine della travolgente vicenda epocale con gli infinitesimi granelli della minuscola esistenza personale. Passati nella maglia sottilissima di Tempo e tempi, sono scesi piano nell’ora della conciliazione. Lo spirito laico, lo spirito religioso. Lo Spirito in uno. Ecco perché mi sarebbe piaciuto.

Mia madre è nata nella città di San Luigi, Castiglione delle Stiviere. Ci sono tornato in modo assiduo, come mai nella vita avevo fatto in precedenza, un paio di anni fa. Così, scoprendo l’essenza di un luogo a me in gran parte sconosciuto e solo sporadicamente frequentato nella vita adulta, ho ritrovato, o riscoperto, le fondamenta originali di mia madre.

Un giorno dell’estate del 2018, in una delle brevi e frugali pause che Elena ed io ci potevamo concedere durante gli affannosi primi periodi delle nostre visite a Castiglione, mi ero ritrovato a considerare la singolarità della circostanza. Il paese che aveva visto nascere mia mamma, era diventato in quei mesi lo stesso paese che avrebbe visto lentamente spegnersi la mamma di Elena. Ero stato felicemente turbato da tale circostanza e avevo sentito l’anima di mia mamma Renata spingerci e sostenerci in quella prova.

La città sbocciava nei giorni della prima estate. Fiorita ed elegante. Ci accompagnava come un dono inatteso e come tale aveva accolto, in quel suo breve ultimo tratto, un preludio durato quattro mesi,prima del suo trasferimento in un’altra e penultima meta, anche la mamma di Elena.

Erano stati mesi spesso trafelati e difficili. Quattro pullman per un solo tragitto completo di andata e ritorno, la metropolitana. Gli impegni dell’assistenza, gli incontri per la cura. Eppure, giorno dopo giorno, di settimana in settimana, Castiglione sempre più ci offriva una quinta di serenità interiore e di ristoro fisico, in cui ritrovarci nelle pause.

Ero tornato, per la prima volta dopo decenni, nella chiesa di San Luigi, in piazza, nella Piazza. Lì ero stato un’ultima volta, appena adolescente, insieme ad un cugino della mamma. Lì avevo scoperto grazie a lui ed insieme a lui i nomi in rigorosa sequenza di Cinzia, Olimpia e Gridonia. Con lui avevo scoperto non senza qualche turbamento la reliquia del Santo. Insieme ad Elena, cinquanta e più anni dopo, avevo ripercorso gli identici passi. Insieme avevamo pregato e trovato conforto in San Luigi, durante la prova.

Il grande parco verde. Il centro raccolto ed elegante. Le persone cordiali ed aperte, con quella cadenza dolce, già così diversa dalla nostra. Un giorno avevamo messo fugacemente piede, era la prima volta in vita mia, nell’austero ed immenso edificio sede del Collegio delle Vergini. Era lì che mia mamma, novanta anni prima, era stata ospite,bambina. Ci saremmo tornati, mesi dopo. Lì, come al Museo della Croce Rossa, nata ufficialmente a Ginevra, ma sostanzialmente figlia della immensa generosità della popolazione di Castiglione, delle donne in particolare.

Ecco, mia madre. Nell’elegante gomitolo di strade che Elena ed io percorrevamo durante i rari momenti di pausa e di ristoro, sempre più vedevo e scoprivo l’origine nascosta di alcuni dei suoi caratteri. L’eleganza discreta che mai l’avrebbe abbandonata, nemmeno nei momenti più scomposti e drammatici della sua vita. La generosità, quell’accento forte che pareva a tratti temerario e che mai soccombeva alla formalità, alla lettera, quando la vita chiamava. La vitalità cordiale e sorridente, che le prove della vita non avevano mai smarrito in lei, sembrava scorrere abbondante nelle vene della piccola città ospitale in cui, quasi cento anni prima, aveva visto la luce lei.

La ampie cesure della storia recano in grembo minuscoli segni di memoria che lentamente muoiono e come il seme generano il futuro nascente. E’ così che le epoche muoiono e nascono, non percepite e non viste dagli sguardi egoici e timorosi degli incatenati al qui ed ora. Gradualmente, per lievi scarti di senso, nel solco duraturo di fondamenta talvolta invisibili all’occhio smagato del presente che tutto domina e tutto sembra includere. L’icastica Luce che promana da origini lontane, è stata trama e ordito di tutta la mia vita adulta. La nostalgia di una condizione originaria, e forse lontana oggi come non mai e più di sempre dal presente, è tessuta dall’intreccio di fili visibili e di altri più nascosti, nei tempi che ho vissuto.

I mesi del dolore, nella cui perdurante e duratura eco siamo tuttora immersi, hanno aperto finestre inusitate e suscitato sguardi stupefatti su certe forme della prossimità esistenziale di cui alcuni sembravano avere perduto traccia. Nelle forme cangianti dei tempi, vi sono tracce visibili di un passato spirituale in gran parte ignoto ai tempi, soprattutto in una sua coerente declinazione testimoniale.Una sorgente interiore che resiste, spesso ignorata e sconosciuta, nel profondo di tutti e di ciascuno perché inalienabile all’umano.

Nella prossimità feriale, così come nei paludati scenari di apparentemente insospettabili decisori, i propositi redenti delle prime notti di inquietudine e di paura sembrano spesso smarrirsi in rivoli di oblio.

L’entusiasmo sulla via della conversione in una nuova, differente normalità, in un diverso stile di vita, sembra avere il respiro corto della smemoratezza. E Damasco è lontana.

I ripetuti bradisismi che negli ultimi decenni hanno scandito i sommovimenti dei tempi, insieme al formicolio inquieto che ha segnato non di rado in modo drammatico numerose esistenze, hanno annunciato ed annunciano lo stato nascente profetizzato da Raimondo Panikkar ne La nuova innocenza. Solo la coscienza, e non il potere, in qualsiasi forma e misura statuito, ne rende consapevoli e, rivelandola, rivela la persona nella verità compiuta di sé. Solo la coscienza, che non ha accrediti funzionali e abilità pragmatiche, non risponde al Secolo, svela e rivela dell’umano l’essenza divina. Solo la coscienza decide l’orizzonte verso il quale l’umanità si incammina. Nelle minuscole scelte individuali feriali, quando cambiare le piccole cose nel mare grande del conformismo e dei luoghi comuni imperanti chiede lo sforzo titanico che porta con sè il fardello non lieve della solitudine e dell’emarginazione. Nelle vicende che illuminano a giorno, con la luminosità del dramma, la scena della contemporaneità e le singole coscienze, calcinate nella verità dell’essenza che sono, costituiscono i vasi spirituali in cui il futuro lievita. Il crogiolo degli stati nascenti in cui la Storia muta e l’uomo o si converte all’ideale che genera il futuro o resiste nella conservazione delle rendite di posizione del passato.

La Speranza senza tempo è stata ed è per me il sale dei giorni.

Il Diario inutile non si chiude qui, credo. Perché il tempo dolente e sgomento della prova non è concluso. La parola smargina ora e devia in un alveo altro. L’ho denominato Nota politica. Gli stimoli ed i pensieri dell’esordio dei testi che scriverò abiterebbero tutti a buon diritto qui. Si sono però troppo allargati verso orizzonti altri.

Non so quanto di nominalmente fedele al titolo vi sia nel testo che inizierò a pubblicare oggi. Non so quanto sia nota e quale politica ne ispiri il pensiero. Forse nessuna, se lo sguardo si posa sulla flessione ombelicale del presente. Forse tutta, se l’oikos della politica torna ad assumere lo sguardo e l’orizzonte primario dell’umano. Creatura divina.

Diario inutile. 15

Diario inutile. 15

Mendicanti.

«…lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia.», ha detto tra l’altro il Papa nell’Omelia pronunciata durante la Santa Messa di Pentecoste, celebrata oggi nella Basilica di San Pietro.

Non so se essere confortato da una sintonia, forse solo apparente o unicamente nominale, che si manifesta ancora una volta, sia pure in uno scarto temporale che non so se sia solo cronologico o anche frutto di un’asimmetria della cui natura non saprei dire. Dopo Nessuno si salva da solo e Orfanezza, ecco ora le umane creature colte nella propria flessione mendicante [e poco rileva quale sia la specificità della mendicanza: importa la declinazione ontologica della loro condizione].

Ho più volte e in diverse occasioni espresso la mia stima nei confronti dell’attuale Pontefice. Una prima volta, poco tempo dopo la sua salita al soglio, scrissi “Il legno dritto di papa Francesco”. Era il 10 Luglio 2013. Qualche tempo dopo, raccolsi tutti gli scritti a lui dedicati e pubblicati sul blog, in un Piccolo Libro Libero, “La parola al margine”. Un giorno osai anche farglielo recapitare, consegnandolo, da perfetto sconosciuto quale ero e sono, animato unicamente dallo spirito del dono, ad una guardia che mi accolse in una garitta di Città del Vaticano. Dopo avere superato i passi dovuti, mi venne rilasciata una sorta di ricevuta, che credo riposi in qualche cartelletta nei miei personali archivi. Naturalmente, come ampiamente atteso, non ne seppi più nulla e, se escludo la memore consapevolezza di tutto quel che ho scritto negli anni su extemporalitas, ne ho io stesso un ricordo flebile e rapsodico. Che torna ad abitarmi talvolta con nostalgia di un pensiero intenso e dei viaggi e degli anni, e talaltra in occasioni come quella di oggi.

Non so se la ricorrenza dei vocaboli indichi una coincidenza solo ed esclusivamente nominale. Ai filologi l’esegesi secondo tale flessione cognitiva. In me, la puntualità coincide con sussulti di senso e di Grazia, che mi dicono in quale punto dell’itinerario spirituale mi trovi nella storia che vivo. Forse sarebbe meglio dire mi trovassi, dato lo scarto temporale che caratterizza i passaggi.

Certo, il contesto in cui le parole nacquero in me al seguito della testimonianza esistenziale personale e accolte nell’ascolto di ciò che dentro la Grazia muove e detta da una Fessura di Silenzio, era affatto diverso da quello di questi ultimi mesi. L’antropologia consapevole di una forma impotente della solitudine. Che prelude la relazione ed in essa la speranza della comunione, il suo avvento [nessuno si salva da solo]. Il tradimento identitario [l’orfanezza di sé e dunque l’impotenza a sentire il Padre]. La mendicanza d’amore e di ascolto [avendo accolto e scelto della Vita unicamente la sua qualità di dono ricevuto, come avrei potuto anche laicamente vivere, ai tempi degli imperativi cinici e secolari, senza la consapevolezza che tutto è affidamento, mano stesa, e non rivendicazione e difesa del possesso? Mendicanza d’amore e d’ascolto, per il poeta, creatura di Canto?].

Erano tre statuti interiori bene a dimora in me nei decenni precedenti. Giorni in cui l’umano, l’antropologia dei tempi che ho vissuto, non aveva scollinato le temperie epocali che ci avrebbero afflitto in modo storicamente ben visibile e diffuso in anni ed in mesi più vicini a noi in senso cronologico. Alcuni di coloro che pure ne avevano consapevolezza, la lasciavano opportunisticamente bene occultata sotto la crosta di altri e più rassicuranti imperativi assai poco spirituali. I tempi opportuni sono un discrimine forte per riconoscere la verità di parole ispirate da un ideale, da quelle animate da solo ed esclusivo interesse.

Ora sembrano affiorare, spero non unicamente nella forma dei nomi, gli statuti interiori che dovrebbero guidare i tempi della mistica nascente, ed è una consolazione constatarlo, certo.

Sono tornato fedele ad uno statuto interiore che è stato metafora di una condizione umana e poetica, la mendicanza , di senso e d’ascolto, scrivevo qui.

Pronta, con l’ansia dolente dei cercatori di senso, dei mendici d’amore e di ascolto”,[“Il posto delle fragole”].

L’umanità non appagata dall’istante, ha raccolto le sue cose in modo frugale e, come un mendicante d’amore, è già altrove.”,[“Fata Morgana”].

Forse qualche nota a margine ne racconta i gesti oscuri e mendicanti.”, [“Olocausto di sogni”].

Sono alcune fra le minuscole tracce del cammino umano compiuto in quei durissimi decenni. Durante i quali, la consapevolezza del limite ontologico dell’umano e degli altri, tanti, personali, insieme a quelli scelti ed abbracciati nell’alveo della storia feriale, mi avevano sospinto e condotto fino al margine esistenziale della sola rilevanza anagrafica. Dove la sintassi interiore della mendicanza è una dimensione confidente nella propria angusta quotidianità. Fu in una di quelle sere costellate di solitudine, minacciate quasi ogni giorno dall’altrui orfanezza di sé, sostenute unicamente dalla generosa carità di chi accoglieva la mia mano interiore sempre aperta e distesa nella richiesta indifesa a tutto, che per la prima volta diedi forma alla parola ed alle convinzioni che mi abitavano ed accompagnavano. La mendicanza. Era, credo, una notte sul finire degli Anni Novanta. Non ho mai più cancellato quel sito.

Diario inutile. 14

Diario inutile. 14

Affidarsi.

Devo a Nino il passaggio tutto interiore, e la premessa di una riflessione che ne fosse argomento e sostanza, dalla fiducia all’affidamento. E’ accaduto il giorno in cui ho scritto Diario inutile. 11.

Qualche tempo dopo, Tode mi ha parlato di questa sua bella iniziativa, invitandomi a scrivere io stesso il mio primo passo. Nei giorni scorsi, ho riflettuto a lungo, ancora e più di sempre, come ho tentato di fare sin dall’inizio, sul senso, sull’esito e sul preciso luogo interiore, il piccolo pertugio, dal quale ho vissuto e scrutato la tempesta.

Ne è nata un’altra pagina del mio Diario inutile, che forse pubblicherò nei prossimi giorni, dalla quale ho colto in estrema sintesi il passaggio che segue. Il mio primo passo. Affidarsi.

 

#therightfoot

Abbiamo sperimentato tutti, forse qualcuno per la prima volta, una consapevole, assoluta fragilità personale. Timore, incertezza, impotenza davanti all’intensità virulenta del dramma.

Fuori dai paludamenti istituzionali e dalla forza, che statuiscono entrambi la garanzia dell’esito atteso, avevamo quasi abbandonato l’arte feriale e ispirata alla mitezza di avere fede nel prossimo.

La prova estrema ci ha restituito anche infinitesime esperienze di reciproco affidamento. Minuscoli gesti di solidarietà. Di prossimità. Di vicinanza. Mani tese e sconosciute. Libere. Spesso gratuite. Non dimentichiamole. Compiamo il primo passo nella memoria di tale affidamento. Inizieremo un cammino che ci porterà lontano. Insieme.

Uscendo dalla tribù degli interessi costituiti, per costruire la comunità degli ideali condivisi.

La giusta direzione.

 

Diario inutile. 13

La giusta direzione.

Carlo Todeschini, anima digitale di uno dei primi progetti di telematica civica in Italia, nella seconda metà degli anni Novanta, RcCR, ripropone ora lo spirito originario ed originale della sua passione, umana e professionale. Torna al posto delle fragole, che abita irrevocabilmente ciascuno di noi e riaffiora, talvolta e negli istanti colmi di Grazia, quando i segni dei tempi   rivelano le sorgenti, nella temperie carsica della storia, maiuscola o minuscola di tutti e di ciascuno.

Con identica, feriale dedizione e con uguale fiducia della singolarità responsabile di ciascuno nella relazione, in ogni relazione, peer to peer, Tode  ripropone la tecnologia come strumento funzionale alla comunità. Consapevole del fatto che la comunità non è mai, né mai potrà essere, una derivata della tecnologia, qualunque essa fosse. Dalla pietra affabulatoria dei Flinstones alla concreta silice che ha acceso la modernità. Certo e convinto, Tode, che la comunità è l’anima di ogni progetto tecnologico. Un organismo vivo e che tale è sarà e rimarrà fino a quando non si consegnerà alla subalternità organizzativa. Una supplenza o un surrogato che piano piano sovrascrive e lentamente spegne la pienezza esistenziale delle origini.

Ho sempre seguito fin dai primissimi giorni il drammatico incalzare della pandemia a Cremona, che ha preceduto di soli pochi giorni una stessa e forse ancor più virulenta diffusione nella mia città. Una città che ho molto amata, Cremona.

E’ stata per qualche anno il mio discreto e fugace rifugio, in uno dei momenti più drammatici della mia storia professionale. Insieme alla preziosità di qualche raro incontro vero, in quegli anni sopraffatti quasi dovunque dall’ipocrisia e dal cinismo, gemelli omozigoti nella gestazione dei tempi devastanti che abbiamo vissuti, la città mi ha offerto scenari di consolante bellezza, a me fino a quei giorni sconosciuta.

Spesso, durante le pause tra un impegno e l’altro, mi sono rifugiato ed immerso nelle sua strade. Per meglio cogliere, nella solitudine e nel nascondimento che alcuni percorsi del centro storico così bene custodivano, nelle ore orfane di una frenesia altrove incessantemente a dimora, senza remissione, la Luce inesausta della Speranza. Non dimenticherò mai il giorno in cui, al termine di un lungo peregrinare a cavallo del Mezzogiorno, mi ritrovai in Sant’Agostino sopraffatto dalla commozione. Rimasi a lungo in quella sospensione di Luce e di bellezza, che mi aveva attratto e che sembrava non più lasciarmi. Un ricordo che è rimasto per me, più del tanto rivelato e svelato dalla memoria e dagli incontri, l’icona insieme felice e dolente di un tempo custodito nella densità infinita di un transito da un’epoca, quella nella quale sono nato, ad un’altra, tuttora in embrione e la cui forma compiuta mai vedrò.

Così, ieri sera, dopo avere letto i dati riguardanti la città, mi è sembrato del tutto naturale inviare un sms a Tode: “Carlo, ho letto poco fa, Cremona, 0 contagi! Ce la state facendo almeno voi?”. Dopo un breve scambio, uno dei tanti di questi anni e degli ultimi mesi in particolare, che hanno caratterizzato il nostro dialogo, di prossimità e di distanza anche quello, dall’andamento sinusoidale e a tratti sincopato, Tode mi ha risposto: “Ti voglio parlare del progetto che abbiamo lanciato ieri. Dai un occhio a therightfoot.site”.

Tra ieri sera tardi e stamani ho dato più di un’occhiata: nelle more degli ultimi scambi, me ne aveva accennato. Ora so che Tode è tornato nel luogo dell’origine, quello che sempre informa e sostiene gli stati nascenti.

I nostri tempi, per chi ha potuto, voluto, saputo leggerli dentro se stessi ed in profondità nel cuore dei tempi stessi, sono fitti di tali condizioni sorgive. Come è giusto che sia in un’epoca del tramonto  che prelude naturalmente alla nascita di un’altra epoca. Le parole solitarie di chi apre le strade all’avvento di forme nuove, ciascuno secondo il proprio evangelico talento, sono le gocce d’acqua che compongono il fiume della Storia e della Vita.

Ciascuno la propria goccia: perché, come scrivono Tode ed i suoi nello spazio dedicato alla missione: “Vogliamo trasformare tante piccole voci in un grande coro”.

Il grande coro della Vita, che, ora lento ora lieve, ora rapido ora furente, eternamente scorre verso l’infinito Mare del proprio per sempre. Ciascuno intonando la singolare, l’indispensabile, la libera e gratuita, la feriale nota.

Orfanezza.

Diario inutile. 12

Orfanezza

Un’altra singolare coincidenza, dopo questa. L’ho rilevata stamani, quando, partecipando alla Santa Messa celebrata da Papa Francesco, l’ultima aperta ai fedeli [rinnovo il grazie che avevo già espresso in modo persuaso qui], ho sentito pronunciare nel corso dell’Omelia la parola orfanezza. Un vocabolo piuttosto desueto, con il quale intrattengo da anni una certa familiarità. Tracce evidenti di tale consuetudine, affatto nominale, qui e qui.

Naturalmente non commetto l’arbitrio di lasciarmi andare a supposizioni in merito all’origine ed all’originalità delle intuizioni singolari. Se la sorgente vocazionale e vocativa delle parole è nel poeta, sacerdote di Luce, come scrissi ormai più di 40 anni fa, e dunque diffusamente gratuita e libera, la responsabilità testimoniale delle parole stesse declinate nella forma di un pensiero pensato in proprio, risponde alla e della singolarità creaturale. Dono divino anch’essa. Compiuto il tuo nella tensione all’essere, l’armonia che ne scaturisce è ancora e solo opera divina. L’essere sia tutto ed unicamente l’essere se stesso, la parte migliore di sé e la sua intera gratuita oblazione nella parola ostesa: il Padre che fu nell’Origine, ritroverai tale nel tuo Destino. Lo spazio del viaggio compiuto è tutto nell’anima di chi si espone nella parola. Il sentiero breve di una testimonianza non esperita nella parola, minaccia ed insidia l’armonia costituita della comunione. L’esito atteso del Canto.

Non ho la presunzione di saper compiere un’esegesi comparata ed argomentata delle eventualmente diverse orfanezze. A partire da due forse differenti flessioni di senso e da contesti relazionali e comparativi affatto diversi. Annoto solo qui, come si può rilevare dalla lettura di Magnificat, che per me, in quel testo come nella stessa vita, l’uno mai dato senza l’altra, l’orfanezza è sì del Padre, nei nostri tempi, ma anche e soprattutto del figlio, quello minuscolo che noi siamo stati ed in gran parte siamo. Orfani di noi stessi. Di un’orfanezza interiore che denota e denuncia l’incompiuta del nostro sentiero. Quello che conduce a reincontrare il Padre.

 

Diario inutile.11

Diario inutile. 11

La danza della Vita.

Durante i mesi trascorsi in casa, 62 giorni consecutivi senza quasi mai uscire se non per compiere i 200 passi che mi separano da un paio di urgenze primarie, ho coltivato la Grazia del dialogo. Un dono ricevuto inestimabile, che vale più di un placebo, del cui altissimo valore effettuale sono comunque convinto. Una Grazia declinata in diversi aspetti della vita, alcuni dei quali mi sono stati, oltre che di conforto sempre, come è dei rapporti veri, di guida. Nella prossimità di una conoscenza duratura e confidente. Uno di questi, è quello con un amico medico, culminato nei giorni scorsi con una email che gli ho scritto per ringraziarlo: cerco di capire, la frase che ho messo in oggetto. Allora, poiché credo che siano tutti atti costituivi della quotidianità di questi giorni e dunque a pieno titolo e a buon diritto soggetti del Diario Inutile, trascrivo qui alcuni passi essenziali dell’epistola digitale, tratti cioè dalla email stessa, che ho integrato con altre riflessioni. Il tu al quale mi rivolgo, non è un soggetto impersonale, come spesso mi accade quando scrivo poesia, ma rimanda ad un’anima e ad un volto precisi, quelli dell’amico medico.

Caro Nino

grazie per l’aiuto che mi dai nel cercare di capire: ritengo che faccia parte a pieno titolo di quella Cura che ti sta tanto a cuore. Sebbene io non sia in senso proprio un tuo paziente: dunque, grazie due volte…

[…] Capire mi aiuta a vivere [tentare di capire, per quel che posso] e a superare questo difficile momento. Almeno negli aspetti cognitivi, informativi. Non voglio abbandonare un’attitudine interiore che ho sempre coltivato, cercato di coltivare, alla correttezza. Prima di lasciarmi andare a scomposte manifestazioni di indignazione, frutto spesso più di ignoranza che di sostanza. Ed in questi drammatici giorni, Dio solo sa quanto più di sempre mi affligga l’ignoranza!

[…] le bussole che mi hai dato durante le ultime settimane, e fin dall’inizio del dramma che ci ha tutti coinvolti, sono state almeno tre. Non di tutte ho colto subito l’essenziale e semplice essere fondamentali [la semplicità e l’essenzialità colgono quasi sempre i fondamenti, anche della complessità...].

A surrogare la debole sostanza di una realtà socio assistenziale della mia Regione e della mia Città, provata da discutibili e discussi interventi, del passato prossimo e remoto e del presente, è stata chiamata spesso, anche in questa occasione, la Comunicazione, il dio minore della contemporaneità, che lo ha eletto da decenni a causa ed effetto di qualsiasi situazione. Conferendogli uno statuto di onnipotenza, che va ben oltre le conseguenze anestetiche, di cui viene accreditato nella società della comunicazione di massa. Viviamo sempre più spesso una comunicazione priva di comunità. La cui assenza è stata per decenni alimentata da un opportunismo cinico ed onnipervasivo che ha annichilito la comunione. E, insieme a lei, pur nell’opulenza superflua dei mezzi, anche molti tra i messaggi. I ripetuti annunci, spesso privi di seguito nei fatti, la discrepanza tra il dire ed il fare, come l’ha elegantemente definita una persona gentile, riferendosi in queste settimane ad una di tali situazioni, non hanno fatto altro che alimentare l’ansia ed il senso di disillusione, che spesso è anticamera della ribellione.

Ora, l’articolo che ti ho segnalato stamani. Se ho ben compreso leggendo la documentazione e la sintesi che mi hai inviato, le cose stanno [anche] come è scritto nell’articolo stesso.

Considerate le lunghe premesse di cui sopra [che si potrebbero sintetizzare in una sola frase, mantra estremo ed essenziale delle mie convinzioni e dei miei comportamenti rispetto alla tecnologia: nessuna tecnologia può sostituire o rimediare all’assenza di una realtà umanamente fondata, che ne sia premessa e sia ad essa sottesa in ambito valoriale. L’umanesimo tecnologico, del quale qualcuno si è appropriato definendolo tardivamente nuovo umanesimo, una sorta di vintage copia incolla, sarebbe questo, declinato nella sua sintassi interiore ed epistemologica più elevata] mi è parso di cogliere un’eccellenza funzionale nella piattaforma di gestione dei dati. Una condizione che non ha fatto la differenza tra Veneto e Lombardia, ma, come accade di tutta la tecnologia che funziona correttamente [svolge cioè adeguatamente il proprio compito: l’eccellenza ontologica della tecnologia è, è stata e sempre solo sarà unicamente funzionale. Non pertiene infatti gli statuti ontologici dell’umano, che sono squisitamente valoriali], ha aiutato a realizzarla. A porla in atto. Ne è stata il moltiplicatore funzionale nei percorsi di gestione dell’epidemia. I cui esiti più favorevoli in una regione rispetto ad un’altra, sono stati sicuramente determinati in prima istanza dalla presenza attiva ed organizzata di una medicina di comunità ben attestata.[…]

[…] La bella app e la piattaforma eccellente sono cattedrali nel deserto, nella società umanamente disabitata da architetture relazionali coerenti e correttamente finalizzate. Anche questo non è un problema nuovo. Le fughe in avanti della sintassi digitale priva di un’antropologia del futuro, sono una caratteristica diffusa degli ultimi decenni. La tecnologia, in quanto eccellenza funzionale, non fa altro che moltiplicare l’evidenza dell’esistente. Adottata in un contesto in cui la medicina di comunità fosse insufficiente o quasi inesistente, non farebbe altro che replicare in modo esponenziale fino al disastro tale evidenza originaria.

È un’afflizione che affonda le proprie radici lontano nel tempo, quella di comportamenti che, in assenza di soluzioni radicali all’origine del problema, strumentalizza la scorciatoia delle magnifiche e progressive sorti, finendo così per accelerare unicamente la caduta nel baratro di una profonda inconsistenza originaria.

Ne scrissi in uno studio sulla comunicazione della Rete, nel 1997, quando, dopo avere incontrato numerosi soggetti istituzionali per realizzare la ricerca, mi resi conto che, chi era privo di qualsiasi idea di futuro, si affidava spesso alla magica e presuntamente salvifica istanza tecnologica per porre rimedio all’irrimediabile. Serve un mutamento di paradigma interiore e non la semplice sostituzione dei mezzi. I quali, senza una visione del mondo, pur essendo eccellenza nella novità, non producono alcun futuro. Gli esempi velleitari e fallimentari in tal senso, sono negli ultimi anni numerosi e tutti di una drammatica evidenza, nei diversi ambiti della vita di relazione. Così come è immotivata la pretestuosa e spesso demagogica separazione tra virtuale e reale, che ha a lungo afflitto e ritardato una matura e responsabile evoluzione della società digitalizzata, è ed è stata sempre del tutto velleitaria la presunzione di chi avrebbe voluto far credere la tecnologia risolutiva rispetto agli stati di insofferenza e di insufficienza degli organismi collettivi viventi. Singolari o comunitari. La tecnologia è un moltiplicatore funzionale dell’esistente. Se paradossalmente il valore della realtà cui la si applica fosse pari a zero, l’esito sarebbe coerente con tale origine. Il risultato, dunque, pari a zero. La diffusa tentazione di riempire l’apparente vuoto storico degli stati nascenti, tipici di un’epoca di transizione, approfittando del solo vantaggio competitivo di cui si dispone, l’arma tecnologica, ha prodotto spesso un orizzonte del futuro sul cui schermo campiscono le parole: esito nullo. Il dispiego sovrabbondante di strumenti ed il dispendio di umano impegno in assenza di fondamenti e di orizzonti primari, vanifica le promesse del paradiso della tecnica.

Certo, le relazioni umane sono assai più impegnative e complesse di quanto possano lasciar credere le scorciatoie dell’onnipotenza virale dei mezzi. La durata, il tempo, e la profondità, lo spazio, sono qualità ontologiche dell’umano. Gli strumenti, quando servono, e se davvero servono, seguono. Non guidano la danza. Ancora una volta, l’anello debole è la comunità. Nei casi più drammatici, la sua assenza. Prima di adottare prassi e strumenti è necessario conoscerne o disegnarne il destino. Un destino possibile. L’orizzonte condiviso della Cura, tra medico e paziente, attinge questa consapevolezza e questa speranza. Se esse sono entrambe presenti, la scelta e l’adozione dei mezzi con cui realizzare il destino condiviso della cura, segue con docilità estrema.

In questa ultima considerazione è contenuta e sciolta per me anche l’altra delle questioni, quella relativa alla privacy. Io, […] mi affido assolutamente a te, medico, e attraverso te, anche ai soggetti istituzionali che verranno a conoscenza dei miei dati con la finalità della Cura [è solo un esempio, fondato nella nostra relazione confidente ed amicale, umana, dunque, però, e per questo lo adotto…: il tu costituisce un preciso destino identitario]. La filiera del consenso passa attraverso nodi dei quali tu, medico, sei garante per me, fino alla mia persona. Più in alto, solo tu puoi vedere, sapere, conoscere. È sempre stato così. E’ un tema che attiene l’organizzazione della società e non primariamente ed unicamente l’architettura digitale, lo strumento relazionale della contemporaneità.

Così ho cercato e sto cercando di fare in modo che fosse anche con il mio nuovo medico di medicina generale, che ho dovuto cambiare dopo 31 anni. Preferisco lo spirito di collaborazione, di cooperazione, di condivisione fiduciaria a quello, purtroppo assai praticato e diffuso, del conflitto permanente effettivo. Che ha sostituito, spesso in anni recenti, alla cartella clinica del medico, la carpetta della pratica legale aperta dal paziente. Alla confidenza ed alla fiducia nel dialogo, il conflitto.

In tale spirito, ma non solo, scrissi, tanti anni fa, Ippocrate. La responsabilità sociale del medico, quella che un tempo gli conferiva uno statuto socialmente accreditato, passa oggi anche attraverso tali consapevolezze e gesti. Possiamo anche non fidarci, non lasciare cioè la delega del nostro destino all’altrui sola responsabilità. Dobbiamo, però, affidarci, seguire il solo sentiero interiore che aiuta nella costruzione della relazione. La fiducia cieca potrebbe essere esiziale o persino distruttiva e inconcludente. L’affidamento traccia la via della consapevolezza, in quella che Raimondo Panikkar avrebbe definito, con un felice neologismo di sua invenzione, l’interindipendenza. La libertà dell’io di ciascuno nella nascita del noi condiviso. Irrevocabili entrambe. Dobbiamo reciprocamente aiutarci a fidarci. Ognuno ha le proprie responsabilità ed il carisma di un suo personale coraggio. L’affidamento alla Speranza nasce e si conduce per ciascuno in modi diversi. Ci sono i volontari che testano i vaccini. Ci sono i pazienti che si affidano alla competenza ed al coraggio responsabile e civile dei propri medici. Senza, tutto si ferma e ci schiantiamo tutti. Anche se dotati delle migliori tecnologie e delle più vaste conoscenze cliniche. È il cuore dell’uomo a guidare la danza della Vita.

Diario inutile. 10

Diario inutile. 10

Rosetta. Ariel. [25 Aprile].

Rosetta. Ariel. Potrei concludere qui, con i due link ai testi che ho dedicato loro, il ricordo di mia madre, Rosetta, e di mio padre, Ariel. Staffetta e comandante di un gruppo partigiano, vivi nella mia memoria nei loro nomi di copertura.

Dei numerosi scritti che ho dedicato ai miei genitori, pochissimi ne ho pubblicati e pochi sono usciti dalle cartelline in cui li custodisco. I due testi che ricordo oggi, in occasione del settantantacinquesimo anniversario della Liberazione, sono per me tra i più cari. Li ho riletti spesso, dopo che i miei genitori se ne sono andati, lei vent’anni fa, lui saranno 6 anni fra poco.

Li ho sempre vissuti insieme nel mio cuore. Spesso ho cercato la ricomposizione delle loro vite nell’unità che le storie personali avevano separata, in comunione dentro una narrazione. Nella sintesi di una luce poetica. Ho sempre rispettato la storia di ciascuno, a partire da quella dei miei genitori e detesto le narrazioni di maniera o strumentali. Ciascuno ha il diritto alla verità della propria storia. Ma non ho mai potuto dimenticare che essi, insieme, sono stati e saranno per sempre l’Alfa dei miei giorni terreni.

La prima volta che tentai con insuperabile commozione di scrivere di loro di nuovo insieme, nella composizione del ricordo, ero un adolescente. Ero seduto nella piccola stanza che fungeva da ingresso, da cucina, da sala da pranzo, da studiolo per i compiti e per la lettura. C’erano insieme il lavandino, il tavolo, la stufa di terracotta con il bruciatore a gas e l’etagere nero, lacerto d’altri tempi e di una storia affatto diversa, con il corredo stipato ed eterogeneo di libri dalla distinta origine e che avrebbero avuto tutti un differente destino. Non propriamente una minuscola biblioteca. Piuttosto, il baluardo resistente della conoscenza in uno spazio assediato da evidenze e problemi di tutt’altra sostanza. Inutile dire che amavo profondamente quello scampolo di casa e che quando potevo ergerlo in solitudine e nel silenzio a piccolo enclave della verità più vera di me, mi pervadeva una felicità rara e spesso sconosciuta nella ferialità di quegli anni.

Eravamo giunti lì a metà degli anni Sessanta. L’appartamento, è un eufemismo pudico, tutto insieme, non aveva la stessa superficie della stanza singola in cui avevo vissuto l’infanzia, fino ad 11 anni. Le stanze non raggiungevano credo i due metri d’altezza. Oggi, e forse nemmeno allora, non rispettavano neppure i criteri minimi dell’abitabilità. Il bagno, ancora mi vergogno a definirlo come propriamente avrebbe meritato, era uno sgabuzzino angusto posto all’angolo del balcone. In comune con l’altro appartamento [?] vicino. Lì, nei periodi di rientro dal collegio prima e durante gli ultimi anni di studio poi, avrei vissuto 10 anni della mia vita. Insieme a mia madre.

Fu in quella minuscola stanza, seduto al tavolo, davanti all’etagere nero che, in un pomeriggio di primavera, rimasto solo nel silenzio in compagnia dei sogni e della speranza, fui visitato, per la prima volta dopo gli anni della vita vissuta con i miei genitori nella bella casa dell’infanzia, dal ricordo di loro insieme. Non conoscevo i loro nomi di battaglia. Sapevo poco della loro vicenda giovanile, del loro innamoramento, della loro Resistenza condivisa. Avevo visto forse qualche rara fotografia, alla quale non avrei saputo attribuire allora alcun significato, né avrei potuto legarla a qualche circostanza particolare.

Eppure mi sembrava, forse nell’impeto giovanile di un’età che si avvicinava a quella che loro avevano avuto negli anni della guerra, di conoscere in quegli istanti i miei genitori come non mai li avevo conosciuti in vita. Di sapere di loro la profonda verità di sé che abitava in quei giorni, in quegli anni, in quegli istanti anche me. Piansi. Commosso e vivo di un sentimento dolente e gioioso insieme. Spesso, seduto a quel tavolo, in quella casa povera, così diversa da quella da cui provenivo, mi ero scoperto felice. Di una felicità inspiegabile, almeno per me a quei tempi, e, a giudicare dalle apparenze, del tutto incomprensibile ed inspiegabile davvero.

Mi ero sentito felice quando, nei pomeriggi d’estate, trascorrevo a casa la breve vacanza dal collegio. Felice di tutto e di nulla, come forse è proprio degli anni giovanili, quando la Speranza abita quasi per intero ed intatta l’orizzonte della Vita. Qualcosa del genere, pensavo quel pomeriggio, doveva essere accaduto ai miei genitori, pur nella diversa durezza della prova.

Felice come quel giorno in cui, a quello stesso tavolo, ero stato investito da un’altra epifania bella e dolente. Mi era successo nei giorni d’inverno, quando avevo scoperto Søren Kierkegaard. Mi era capitato tra le mani, esplorando il piccolo mobile nero, un libro bellissimo che mai più avrei ritrovato negli anni. La lettura mi aveva fatto conoscere un universo così bello e tanto straniero alla mia esperienza di studente di allora. In quegli istanti, insieme alla gioia per la rivelazione di un sapere altro, avevo avuto consapevolezza dell’irreparabile perdita nel sapere e nella crescita cui ero andato incontro e che stavo vivendo.

Quando i volti giovani dei miei genitori mi avevano sorpreso al tavolo in quel pomeriggio di primavera, avevo fatto un gesto che spesso nella vita avrei compiuto in seguito. Un gesto per me salvifico allora come sempre negli anni a venire. Avevo preso alcuni fogli bianchi dai vecchi quaderni. Li avevo raccolti dentro un cartoncino grigio, che avevo recuperato e ripiegato a modo di frugale cartellina. Quindi avevo iniziato a scrivere lasciandomi guidare da quell’improvvisa nostalgia che nel mio cuore si accendeva nella narrazione con la Luce di una speranza impossibile.

I miei genitori, privi di nomi di fantasia nel racconto, si chiamavano con il nome proprio. E proprio come loro erano belli, giovani e colmi di sogno nel terribile clima della guerra che spegneva vite ed infrangeva i cammini di tante giovinezze. Loro si amavano, ed anche questo non era elemento costitutivo del plot della storia, ma verità del reale. La mia immaginazione giovane ed immatura non riusciva a spingersi sin dentro gli statuti interiori che sostenevano il loro impegno. Nella Libertà. Con sete di Giustizia. Si appoggiava alla confidenza filiale ed agli allora rari lacerti di testimonianza che, distintamente ciascuno per sé, avevano iniziato a raccontarmi di sé.

Avevo iniziato a scrivere forsennatamente e senza interruzioni, come spesso ho fatto nella vita. Con una grafia sempre più inaccessibile man mano che senza sosta proseguivo. In momenti diversi, avevo riempito decine di pagine. Più sostenuto dall’ispirazione romantica del loro essersi amati, che non dal conforto della verità storica. Poi era giunta l’estate ed avevo riposto tutto. Insieme ai libri di scuola, in qualche angolo della casa. Credo e penso che quella cartellina, così presente nella mia memoria, sia forse l’unica ad essere stata buttata. Non so più quando e se davvero l’ho fatto. Se così non fosse, sarebbe nel mio baule di carte sigillato nel 1977, quando uscii definitivamente dalla casa della mia adolescenza. Ho riaperto poche volte negli anni quel baule: so che lì riposano i diari del collegio e tanti altri scritti. Forse c’è anche quell’abbozzo, quell’embrione della storia di Rosetta ed Ariel, partigiani, di nuovo insieme nella mia memoria e nella speranza.

Ogni creatura ha uno o più punti di Luce apicale nella propria esistenza, che ne rischiarano e ne sostengono tutto insieme il corso. Mio padre, nei decenni successivi, è tornato più volte a raccontarmi di quegli anni. Lo ha fatto con intenzioni e per motivi diversi in numerosi differenti istanti della sua lunga vita. Si è spento a 90 anni appena compiuti. L’ultimo dialogo che abbiamo avuto soli, con lui ancora ben presente a se stesso e non minacciato nei fondamenti di memoria dalla malattia, mi aveva raccontato una volta ancora qualche scampolo della sua Resistenza. Lo aveva fatto in un modo diverso, quasi presago, con dovizia di particolari e quella volta stranamente anche di nomi e con ricchezza di episodi inediti, rispetto alle testimonianze precedenti. Quando ci congedammo ed io andai verso la fermata del pullman per tornare a casa, rimasi a lungo in compagnia della sua immagine. Di lui giovane che nel suo impermeabile bianco si muoveva guardingo e furtivo in una città del Nord a lui sconosciuta. Dopo essersi buttato dal treno, che nelle campagne si era fermato per una breve insospettata sosta. Quello stesso treno che lo avrebbe portato prima verso l’ospedale militare e poi da lì verso la Germania. Lo vidi a lungo, con il volto sorridente che gli conoscevo, impegnato nella lunga ed avventurosa fuga che lo avrebbe riportato nella sua città e lì a continuare la lotta nel gruppo partigiano del quale era comandante.

Amo credere che il punto di Luce apicale nell’esistenza di mio padre, siano stati i mesi della Resistenza, vissuta al fianco di Rosetta. E così reciprocamente credo di lei, mia madre.

Dopo anni, ho trovato le fotografie che li ritraevano in alcuni momenti condivisi di quell’avventura. Due in particolare ne ricordo, scattate lo stesso giorno. In una, mia madre è in piedi, accanto alla bicicletta: è bella, elegante, ma semplice, senza enfasi alcuna, vestita della festa, si sarebbe detto un tempo, radiosa e sorridente. A ritrarla è mio padre. Nell’altra è mio padre stesso, camicia bianca e cravatta sotto l’abito scuro. Bello ed elegante anche lui. Per quel che i tempi consentivano, avrei detto pieni di gioia. Certamente le loro anime irradiavano sogni e speranza, malgrado l’ora cupa e di rischio che vivevano. Sono riuscito a capire, grazie anche ai loro rispettivi racconti e a qualche particolare circostanziato, in quale contesto le avessero scattate. Mio padre ad un certo punto aveva dovuto scappare dalla sua città, perché il suo ruolo era stato sospettato. So che si era rifugiato in pianura, nella Bassa, ospite della canonica di un sacerdote. Durante quel nostro ultimo incontro di consapevole reciprocità mi aveva detto anche il nome del paesino. Da qualche parte, nei miei diari, di ritorno a casa quel giorno, lo avevo scritto. Era un giorno di festa, in cui mia madre, insieme ad un’amica, lo era andato a trovare. Una scampagnata di chilometri in bici, allora usava, in due, per non dare troppo nell’occhio. Rosetta ed Ariel, insieme, vestiti della festa, forse al sicuro dalle bombe, ma non dall’instancabile minaccia della delazione. Erano radiosi, nella campagna vicino al fiume. Nei loro volti c’era la Speranza del Paese che sognavano e che forse mai sarebbe compiutamente stato, secondo la flessione del loro giovane sogno. Quelle fotografie somigliavano in modo stupefacente alla narrazione che avevo maldestramente tentato di farne, molti anni prima, quando ancora ero all’oscuro di quasi tutto.

Uno tra i più forti smarrimenti dei tempi che ho vissuto, riguarda i passaggi generazionali. Spesso la voracità del possesso e la velocità delle mutazioni in atto, hanno spento le icone interiori di cui i nostri anziani sono stati portatori. Mi ha sempre molto colpito la scarsa volontà di vedere nell’adulto che è il bambino che fu. Così come spesso la vita dell’anziano è cristallizzata in un’immagine stereotipa del suo presente, con qualche concessione alla retorica dell’uomo che sarebbe stato un tempo lontano e forse smarrito nella sua verità di sè. Come antidoto, ho sempre tentato di fare un esercizio, anzi due. Il primo, quello di esercitare una reciprocità il più possibile fedele agli statuti interiori delle diverse età della creatura: che giovane sarei stato io nei giorni della Resistenza? L’altro, che ho messo spesso in atto durante tutta la vita, è un appello alla memoria che ho voluto risuonasse in me come un memento. Ho sempre cercato di vedere nei miei genitori in particolare, ma in generale in tutti gli anziani con i quali ho condiviso tratti lunghi o significativi del cammino, l’icona interiore dei giovani che erano stati. Ho cercato di farlo anche dalla semplice ricognizione su di una fotografia. Per non dimenticare che il sentimento di onnipotenza che talvolta pervade gli umani al culmine di sé nelle stagioni più intense della propria vita, non è una condizione originale ed esclusiva di chi la sta vivendo. E’ un carattere ontologico dell’antropologia di ogni tempo.

Così, quando ho visto il corpo di mia madre insidiato dalla malattia farsi fragile e sempre più fragile e la vecchiaia segnare il tramonto della sua bellezza, mi sono sempre affidato al ricordo della sua immagine giovane. Di quella che sapevo essere stata mia madre. Non per alimentare la sua vanità o per gratificare il mio orgoglio. Esercizi incomprensibili ed inutili entrambi. L’ho fatto quale monito e memento per me e per un atto di giustizia verso la sua vita: lei era stata ed era tutta intera quella persona, non solo l’istanza sofferente che sembrava essere. Così con mio padre. Così con tutte le persona anziane che ho incontrato.

E’ sorprendente e genera sempre un sincero stupore, almeno in me, al netto dell’autocelebrazione impositiva e vanesia, che pure esiste, e della retorica di atti dei quali nessuno può dare veramente conto, conoscere la creatura giovane che ha abitato ed ancora abita il grembo sempre nascente ad un giorno nuovo di questa creatura anziana. Che indifesa a tutto sembra spesso andare incontro ad un futuro privo di memoria e disabitato da se stesso.

Non serve credere e scomodare l’essere eterno di tutti gli essenti per stimare come duratura la qualità interiore che fa di ciascuno l’uomo che è e dell’amore che è stato una verità viva per sempre.

Così, stamani, ho salutato una volta ancora Rosetta ed Ariel, insieme sull’orizzonte teso della loro giovane pianura, resa infinita dal sogno di domani.

 

 

 

Diario inutile. 9

Diario inutile. 9

In Cielo fioriscono i ciliegi.

Lan Lan Huê tiene alto il filo dell’incontro nel dialogo interiore che serra lo spazio ed estingue il tempo. Siamo vicini da lontano, in una scansione temporale che conosce unicamente la fedeltà nel reciproco dono della riflessione condivisa.

Era il 25 Marzo quando Lan Lan scandiva l’eco delle mie parole nelle sue e restituiva luce nel canto:

il rollio del tempo/ nella risacca delle sue onde/

i colori delle brume /e la loro eco incessante/

il ragno del giorno/ all’angolo del muro/

che fila l’acqua viva/ nei suoi riflessi del mezzogiorno/.”.

[“rouleau du temps/en ses vagues ressac/
brumes couleurs/sans cesse échos/
araignée du jour/au coin du mur/
qui file l'eau vive/de ses reflets midi/”.]

 

L’acqua, nella sua corsa impetuosa, colta nelle immagini che ne accompagnano la corsa verso il destino: tra le rocce, nei salti dei sassi feriali, dei talvolta grigi abissi, giù, fino alla quiete raggiunta. Dove l’acqua si placa, nella verdissima pace di un’oasi raccolta. Di meditazione. Di solitudine. Di silenzio. L’impeto della corsa e l’Armonia del raggiungimento stanno insieme, nell’ultima immagine, chiara di una Luce umbratile che filtra, dolce e tersa, dalla fessura che apre sul cielo tra i rami.

Le fleuve parle-t-il toujours dans la douleur et le Silence? L’âme du monde continue-t-elle de s’épanouir dans les belles fleurs de votre jardin?, ho chiesto a Lan Lan. Mi ha risposto così. La certezza della Vita che tuttora fiorisce, nell’orizzonte dolente che non concede ciniche indulgenze, ha ancora, nella gratuità che divina sboccia, una promessa di Bellezza.

Dopo avere tradotto con l’acuta precisione intuitiva che la distingue il punto dell’ultima pagina del Diario inutile, con parole poetiche si è inerpicata lungo i sentieri di un presente che chiede [anche] la semplice spoliazione da tutto, nella contemplazione della Vita che accade. Attesa e maestra di semplicità nel dono di sé.

sulla terra come in cielo/

i ciliegi fioriscono/

ed io tossisco/ ( nomiyama asuka )”.

[“sur la terre comme au ciel

les cerisiers fleurissent

et moi je tousse ( nomiyama asuka )”.]

 

la loro attesa, di anno in anno/

effimeri/

semplici sono i vostri nomi/” (Lan Lan Hue).

[“leur attente tous les ans/

éphémères/

simples sont vos noms/”(Lan Lan Hue).]

La caducità della Bellezza, che sempre ritorna ad ogni anno, con la forza semplice della forma e dei nomi. Il miracolo della vita che nel mistero del suo eterno ritorno manifesta la fragilità del limite in sé. Nascere e morire. L’umano che sale sino alla soglia smemorata di sé, che più non ricorda e non conosce l’interezza del proprio compimento in cui si racchiude ab origine il limite nella forma terrena. Mentre i ciliegi, anche in Cielo, continuano a fiorire in eterno…

Il tempo [la coscienza è il tempo, autocit., Exsultet, 1990] passa al setaccio la vita. Solo la grana fine di ciò che ha fondamenti interiori nella verità [le fondamenta del vero] passa attraverso la rete sottile dei tempi. Verso l’approdo del Tempo [tempi e Tempo, Paul Celan]. Solo la verità delle promesse conferisce loro statuto duraturo. L’amore. L’amicizia. La confidenza nella trasparenza del dialogo. Senza strumentalizzazioni e senza infingimenti. La verità di sé si espande ed accoglie nella relazione con l’altro da sé unicamente se gli statuti interiori del dialogo sono aperti uno all’altro e sono stabili nella autenticità dei propri fondamenti.

La distanza, lo spazio, i tempi, la durata, gli strumenti, i mezzi, non hanno alcun vanto nell’osmosi rivelatrice della Relazione [la Relazione è rivelazione, autocit. Vigilie in esilio, 1996]. Nelle Relazioni Spirituali.

La comunità, la comunione dei due, non ha alcuna necessità contestuale della presenza fisica. Del corpo. Come avrebbero potuto, è solo uno fra i tanti esempi possibili, trovare destino epistolari colmi di infinita empatia, se così non fosse stato sempre? Al contrario, vi sono presenze fisiche, prossimità feriali, assidue che non generano alcuna comunione. Dentro le quali il dialogo si infrange, se mai nasce. Quale è dunque lo statuto ontologico delle relazioni umane?

Ogni volta che mi accingo ad entrare in dialogo con i lontani [come con i prossimi], così come con Lan Lan ora, sempre mi chiedo, chiedo a me stesso se i fondamenti dell’alienazione, l’assenza della verità di me stesso, o della gnosi, qualche indulgenza all’inconciliabilità tra spirito e corpo, abbiano corrotto la purezza della mia attesa di comunione. Se il dubbio persiste o si radica in me, significa che la soglia dell’essere inclina all’una, l’alienazione, o all’altra, la gnosi. Se la via del dialogo è pervia, significa che il sentiero dell’attesa e dell’incontro è pieno di luce e di speranza. Aperto. Allora la parola, con qualunque mezzo ostesa, anche nessun altro che non fosse il semplice e primario, la bocca, non è altro che ciò che vorrei sempre fosse, viatico e promessa di comunione.

Accade unicamente per Grazia. Quando la persona ha posto in essere tutto il proprio talento, agostinianamente, e tutto il proprio carisma, qualunque fosse il valore dell’uno o dell’altro, a ciascuno il proprio dono, allora il Cielo dell’incontro si dischiude. I ciliegi regalano una nuova fioritura. E non importa che il corpo del poeta, chiuso nella propria leopardiana e consapevole ed ontologica finitudine, abbia qualche colpo di tosse… L’attesa è per l’eternità del tutto, che, nella semplicità dei nomi, annuncia diuturnamente il Suo per sempre.