Manufatti. [«La Luce postuma del Canto»].


Manufatti.[«La Luce postuma del Canto»].Il cofanetto con i tre volumi de "La Luce postuma del Canto".

 

Quando, in un pomeriggio d’inverno, sono entrato alla TipolitoTAS per vedere la prima copia del lavoro ultimato, il cofanetto de «La Luce postuma del Canto» sembrava sorridermi, nel chiarore delle ore pomeridiane. L’immagine si è fissata indelebile nella memoria. Solo le epifanie di senso hanno tale potere, delicato e maieutico, durevole e rivoluzionario. Sigillano, insieme e per sempre nel ricordo, nostalgia e speranza, nell’ora redenta di ciò che accade scandito da un passo interiore innocente. Così, quando ho deciso di dedicare un post alla cosa in sé, al libro, che è l’opera, il testo messo in forma, non ho avuto alcuna esitazione. Avrei utilizzato la stessa foto, la prima e la sola, che, pochi istanti dopo averlo visto, dopo i saluti ai presenti e ripresomi dal felice stupore, avevo scattato. Avrei potuto mettere in posa il lavoro nella quiete esperta di qualche altrove, affidarlo a mani di più sicura efficacia estetica nella ripresa. Di più ferma competenza, nell’esercizio sapiente del ritrarre le cose. Ho preferito così. Ogni volta che riguardo e rivedo quella prima fotografia, la stessa che ho pubblicato qui sopra, un tumulto di sensazioni intatte, di volti e di esperienze vissute, mi nasce dentro e sale fino a ricomporsi nell’unità glabra, spoglia e dimessa di quell’immagine che, a me, dice tutto: del testo, del libro, dell’ambiente in cui insieme abbiamo lavorato per trasfondere il senso dell’opera in una sua forma compiuta.

“… Per ambiente intendo qui quel contesto produttivo che ha connotazione primariamente umana, di esperienza e di valore, di continuità e di qualità. La memoria, anche quella di se stessi, può essere talvolta ostacolo all’innovazione [stilema magico che qualsiasi cosa significhi non ho mai amato troppo, nella sua convenzionalità rivelatasi spesso sterile, quando non anche reazionaria]. A me serviva la mano sicura di chi parlava del lavoro tipografico, pur esperendolo ora nella sua modalità più avanzata del digitale, con cognizione di causa e con fondamento nella propria dimensione cognitiva. C’è stato e c’è molto fumo nell’avventura del transito. C’è stata è c’è un’indole vocata all’apparenza priva di sostanza, che ha mietuto tante vittime, professionalmente parlando, negli ultimi anni.

A me premeva chiudere la mia vicenda poetica nell’alveo sicuro di una artigianalità capace di tendersi fino all’arte, dove la riproduzione multipla dell’opera sapesse coniugare e conservare con pazienza il valore della singolarità. Solo chi come te ha respirato l’atmosfera del piombo in un ambiente sapido di pazienza creativa, può guidare il mutamento verso l’avvento pieno del digitale senza dissipare l’anima di una poetica. Senza dissipare la poetica dell’avventura editoriale.”.

Mi sono permesso di attingere queste poche righe al testo che ho scritto per Roberto Colosio, il titolare della TipolitoTAS, dedicandogli una copia de «La Luce postuma del Canto», perché non avrei saputo esprimere meglio i sentimenti e le convinzioni che hanno ispirato la mia scelta di tornare da lui, a distanza di undici anni dal mio ultimo libro, pubblicato altrove. Roberto Colosio ha realizzato gran parte dei miei libri di poesia: il primo, trent’anni fa, fu «Il viaggio di Sisifo». Insieme a lui, ho cercato di mantenere vivo un profilo esperienziale che ho molto amato nella sua essenza professionale, quello del tipografo, tentando fino all’ estrema possibilità. «Vigilie in esilio» è l’ultimo libro che, nel 1996, Roberto Colosio realizzò per me, utilizzando la linotype e stampando in tipografia, con macchina piana, credo. Gli devo qualche scelta di merito che, anche in quest’ultimo lavoro, ha permesso di dare vita al cofanetto nella forma in cui poi è nato. Solo un occhio innamorato del proprio lavoro, sa vedere prima l’aspetto che sarà poi, l’anima viva della cosa in sé. E solo una mano esperta sa scegliere le sfumature di colore e la consistenza di una carta, scampando le insidie, le tentazioni seduttive delle molteplici possibilità che si aprono davanti al profano.

L’ardente fervore operoso che stabilisce l’ora artigiana, è potentemente dissimulato [forse artatamente nascosto o più semplicemente inconsapevolmente ignorato, anche quando viene sparso con generosa e muta abbondanza] dalla scansione all’apparenza dimessa dell’ambiente. Non c’è la fascinosa eleganza della bottega d’antan, magari ricostruita con smagata sapienza da un progettista d’interni. Non c’è l’ossatura rustica, risuscitata in un surrogato di maniera, fra vintage ed iperrealismo tecnologico, che tenta di restituire per sottrazione un’asettica cifra dall’apparenza semplice. Un simulacro spesso spalmato di bianco, sugli eccessi del formalismo. C’è la verità snudata di una fatica esperta, sapiente ed antica, c’è la spoglia evidenza della tecnica sparsa un poco ovunque.

La trama dell’esperienza sorveglia ogni spazio e ispira ogni gesto, restituendo a tutto l’anima non vista di una calda e duratura competenza, che è la cifra distinta del lavoro artigianale silenziosamente trasmutato nell’avvento di un’altra sintesi produttiva. Un’alchimia difficile sempre, al limite dell’impossibile, in un’epoca di tumultuoso ed interminabile transito quale la nostra è stata e spesso tuttora è. Ci sono l’essenziale ed il necessario.

Non si tratta solo della pur rilevante rivoluzione funzionale, che l’avvento della sintassi digitale ha comportato. Uno sconquasso antropologico l’aveva preceduta, per qualche verso anticipata, in un certo senso postulata. Quando la forma dell’umano tracima l’orizzonte storico in cui è nata, è cresciuta, si è diffusa, è maturata sino al compimento nel proprio tramonto, la sua onda dilaga nell’ampio orizzonte del futuro ignoto. Conoscere il punto fermo delle idee, delle cose, della forma dentro tempi che si compiono fra tramonto e gestazione è, più di sempre, un’aporia destinale del limite umano. Non v’è che cercare, la ricerca, camminare senza conoscere il sentiero. E così tracciarne uno che sarà segno e guida, ricompreso dagli stati nascenti del domani.

Beppe Comelli, con il quale ho lavorato alla conclusione tipografica de «La Luce postuma del Canto», come di altre mie opere precedenti, è al desk digitale di TipolitoTAS. Sa cos’è un font, ma ha studiato sulle pagine dei suoi antenati, i caratteri tipografici. Impagina con la più evoluta sintassi digitale del DTP, ma sa cos’è un punto tipografico, il suo occhio non si lascia ingannare dall’apparenza. WYSIWYG è un acronimo insidioso, per chi non ha mai visto un pantone e non ha mai conosciuto la sua esigente evidenza. Beppe sa che cosa davvero succederà sulla carta e sa metterti in guardia prima che la seducente illusione visuale, a schermo, ti restituisca la propria forma talvolta diminuita ed impoverita nella stampa, digitale, su carta. Se serve, come un proto attinto all’epica di un giornalismo tramontato, ti risveglia all’evidenza di un allineamento sfuggito, sul filo millimetrico di un’attenzione sempre pronta. E se la scelta dei caratteri, tipo e corpo, si è presa qualche licenza di troppo, proprio come faceva un tempo il titolista con caratteri a mano in tipografia, distoglie lo sguardo dal monitor e, con accenti interrogativi sul volto, ti fissa fino al tuo risveglio consapevole dell’errore. Aiutandoti con qualche insinuazione dubitativa, se proprio vede che resisti nella tua ostinazione errante.

Un testo si può, e forse si deve, scrivere da soli, in solitudine. Un libro, l’opera, ha bisogno di sguardi esperti e di mani artigiane sapienti per nascere nella forma attesa. Talvolta, ammirevole oltre la stessa bellezza immaginata. Così nasce lo stupore incantato della prima vista, appena dentro la soglia della tipografia,in un pomeriggio d’inverno. “Abbiamo bisogno l’uno dell’altro”. Nessuno si salva umanamente da solo. Nessuno avanza da solo nella temperie della storia, che sconvolge l’umano nel transito. Avanzare è la sintesi di un coro armonico delle diversità. Anche quelle delle diverse competenze esperite e vissute. L’anima digitale del tipografo artigiano, dispone di un’antica sapienza, attinta all’arte della forma nascente.

 

 

La Luce postuma del Canto


La Luce postuma del Canto.

Da qualche giorno, la legatoria ha terminato il suo lavoro. Ora, il mio ultimo scritto, «La Luce postuma del Canto», è un’opera pubblicata in tre volumi, raccolti in un cofanetto: «La Luce postuma del Canto», «Salmodia digitale», «Epica laica», [Brescia, 2017]. Tra pochi mesi, in Aprile, saranno trascorsi quarant’anni dall’uscita del mio primo libro di poesia. Ho tentato di raccogliere, qui di seguito, il filo dipanato da un capo all’altro degli anni. Facile intuire il nome che più di tutti ne abita la memoria. Cronos ha, nella prosa e nel canto, nel racconto dei fatti e nella poetica invenzione della Vita, che è rivelazione nella relazione tra parola e realtà, i suoi indiscutibili meriti, i quali sostengono e talvolta ispirano la scansione puntuale, le date, precisa, i fatti, e drammatica dell’accaduto. Sono sempre stato affascinato dal tempo interiore agostiniano, uno scarto che è scelta volontaria, risposta fiduciosa, empatico afflato con lo spirito di gratuità e di dono che è la vita ricevuta. Ed è attingendo la sua sintassi esistenziale, che ho cercato di tenere il filo d’oro della poesia lungo gli anni. Le date e le ricorrenze intessono talvolta bellissime sequenze di commossi ricordi. Solo la profondità del Senso compone la sinfonia sublime dei giorni e ci sospinge alla prossimità, attesa ed accolta, del nostro più alto compimento.

Stare con la faccia al vento, dalla prima adolescenza fino a quest’ultima soglia che accede all’estrema chiamata terrena, è stato il dono che la Vita mi ha fatto, offrendomi la consolazione irrevocabile della Poesia. Una vocazione bella e terribile, che mai ho rinnegato ed alla quale ho risposto subito e sempre di sì. Per sempre, sì.

Non c’è spazio per esercizi vanesi e non si ha tempo per rinterzare con qualche tipo di forza l’amabile fragilità che ogni poeta sin da subito riconosce e distingue in sé. Il limite e la sua consapevolezza sono doni e linfa di una poetica che sia davvero tale. La verità dell’inutilità, la gioia e la fatica di una ferialità indifesa a tutto, sono viatico a sostegno della testimonianza e spirito vivo nella parola vera. Lo sono, per me, da sempre e lo sono stati per sempre.

Quando il giorno terreno inclina al tramonto e il filo d’oro del canto si scioglie lieve e lento nelle mani sempre aperte, e aperte per sempre, non c’è che una nota di gratitudine ad accompagnarne gli esiti. Il vaso spirituale dell’anima, che ha accolto durante una vita le parole, tracima al colmo dei tempi. Non di sé. Di una gratitudine che sempre più somiglia nel suo Destino ultimo alla sapida e dolce essenza dell’Origine. La Grazia. Non importa il nome di chi ce la concesse in un istante per noi decisivo della venuta in Luce. Potrebbe essere, quel nome, anche nessuno. Il Suo Amore per noi è assai più vasto della nostra pur nobile ed umana capacità di nominazione. È a tale vastità nello spazio e a tale durata nel tempo, qualcuno le chiama Infinito, altri Eterno, altri con nomi ancora diversi, che il poeta attinge la parola del canto ed il senso del Silenzio.

La Luce postuma del Canto.

Il silenzio e la solitudine sono stati compagni fedeli lungo tutta l’avventura umana e durante l’intero esercizio della sua testimonianza, la scrittura, quella poetica in particolare.

Lo sono stati anche e soprattutto nei decenni in cui essi sembravano costituire, ed in realtà spesso erano, uno stigma. Proprio allora li ho accolti sempre più come un dono e li ho coltivati con volontà ed attenzione. L’Attenzione, ho scritto un giorno, a metà degli anni Novanta del secolo scorso, in uno dei miei testi riposti forse per sempre, è oggi il vero e unico stato interiore che ci avvicina ad un nome possibile del Dio probabile [forse il Suo nome stesso...]. “L’attenzione – scrisse Cristina Campo ne Gli Imperdonabili è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero”.

Con uno di quei rivolgimenti, spesso nemesi feroci ed inattese, dei quali la Storia è maestra, tanto più feroci quanto più inattesi dal conformismo pronto a condannare esuli, profeti, folli, marginali ed eremiti, in ogni tempo ed in ogni luogo, oggi silenzio e solitudine sembrano prossimi ad un destino opposto, che sconfina nel privilegio. In un universo costellato dalle parossistiche affermazioni di una socializzazione sempre più pervasiva e sempre meno interiormente fondata, la verità di una solitudine persuasa ed attestata sembra divenire una ricchezza insostenibile, uno status riservato e possibile a pochi. Il clangore ininterrotto della messe di suoni, messaggi, comunicazioni che affligge la contemporaneità, sembra indurre una flessione silenziosa dell’òikos. Quasi fosse, il silenzio, una fonte primaria di benessere, alla quale solo pochi privilegiati sembrano poter accedere, allontanandosi dalla scena del mondo senza rischiare di scomparire da uno statuto esistenziale riconosciuto, perché riconoscibile in qualche frammento udibile del frastuono cosmico permanente.

Nella deriva etica che tale scenario postula, in cui brandelli di speranza e lacerti di memoria sono dilaniati dalle incalzanti contraddizioni, il poeta, coerente con la scaturigine di Senso originaria ed originale che lo ispira, è un marginale resistente [Exsultet, 1990]. Vive e sta in ascolto dei tempi, responsabilmente presente al reale sempre, l’attenzione tesa dentro il Tempo.Posa il proprio sguardo ora nel foro interiore, ora sulla scena feriale del minuscolo o del vasto mondo, ora nell’Alterità e nell’Oltranza, che tutte le attinge, le sostiene e le ispira. Un esercizio diuturno di ascesi laica, che il poeta ha compiuto e compie al limite, se uno ne esiste, fra tempi e Tempo.

I primi rispondono a cronos, il secondo è scandito dal metronomo interiore agostiniano. Le date segnano lo spazio, tracciando sinopie della storia che solo l’intelligenza del cuore restituisce nella pienezza dell’opera compiuta. La coscienza è il tempo [Exsultet, 1990]: sottrae materia grezza allo spazio e scolpisce, così, la forma, dilata l’orizzonte del sogno e del pensiero, innalzandosi nel canto. L’utopia non si compie nella precisione della circostanza. L’insufficienza del calcolo che tesse l’opportunità, ed anche le sue più misere declinazioni nell’opportunismo, sconta l’afasia, quando il canto del reale stenta ed il poeta cede all’angustia della parola serva dei tempi. Solo l’anima mette le ali alla visione e guida l’uomo lungo il sentiero, spesso ancora nascosto ai suoi occhi, del Tempo. La libertà e la gratuità sono seducenti atti di fede: chi li compie, lo sguardo fisso nel reale e l’orecchio interiore esercitato all’ascolto dell’Alterità, segna un tratto del cammino poetico. La continuità e la durata conoscono sincopi estreme. La mano aperta e tesa del poeta si posa e giunge qui. Fra tempi e Tempo.

La Luce postuma del Canto, l’ultimo mio lavoro poetico compiuto e l’ultimo mio libro pubblicato, è nato così, ai confini dei tempi e nel grembo del Tempo. La memoria ha un lungo, e spero non sterile mai, accredito di date. La speranza si posa ora, come non mai e più di sempre, nell’Oltre della vita e attinge l’Alterità con la confidente empatia dei giorni vissuti. L’ascolto non ha saputo cogliere nella contemporaneità, e non saprà accogliere nella sua eco distesa, tutto l’immenso dolore che sale dalla prossimità e dai confini del mondo. L’uomo accetta tutta intera e di nuovo la limitatezza del suo minuscolo essere ed intona nel poeta un genuflesso osanna. L’ultimo, forse, che gli sarà dato in dono dalla divinità del canto. Lo spirito contemplante non coincide con un’assenza dalla storia e l’assenza non è una latitanza. Chi invoca o tenta la cancellazione di sé o dell’altro, non sa nulla della disperata speranza che agita il poeta nella prossimità al reale, con la consapevolezza della propria inutilità, con la pentecostale attitudine ad includere i volenti, con la lieve dimissione della parola dall’ascolto nolente. Ho cercato di scrivere sempre e solo parole ospiti, di attesa, inclusive. Non ho mai praticato, nemmeno nella pur legittima e discreta forma dell’esposizione di sè, la seduzione impositiva. La comunione è stata sempre il destino atteso di un io osteso nella diuturna ascesi che lo scampa all’ego. La grazia del canto, l’orizzonte ricevuto in dono. Conosco, ed ho sempre accettato, il limite, del cuore e della parola, a contenere, da testimone coerente e partecipe persuaso, i tempi ad essi contemporanei: forse solo una lieve eccellenza di Luce accarezza e redime l’istante che il poeta coglie, ma non ferma né trattiene, nell’esile virgulto dello stato nascente. Che è della poesia e di tutta l’arte. La retorica è un esercizio sterile, performativo nella comunicazione eccellente, insufficiente al lirismo spirituale che attinge il reale e ascolta l’oltranza del vero, che è il fondamento di ogni relazione.

I tempi di cronos scandiscono l’ora, insieme poetica e feriale, sottesa a questa mia ultima narrazione. Potrei tacerli o avrei potuto allinearli, orfani di qualunque altra prospettiva, in una sequenza esaurita in sé. Lasciandoli in attesa di una composizione piena nella profondità del senso. Dentro l’apparente aridità delle date, trema sempre il pulsare di una vita già data, nell’ora del proprio compimento e nella sequela di intenzioni o di inconsapevolezze che l’hanno preceduta, fra le indicibili speranze che l’hanno abitata e che saranno a dimora per sempre nel grembo dell’origine. Cronos ha una valenza drammaturgica ineluttabile. Le anime, il tempo interiore, offrono la profondità di campo, o l’aridità dei vissuti, in una relazione che è restituzione di vita alla biografia, al racconto, alla cronologia dell’opera. L’incantesimo pulsa intatto nella fissità della cifra, nella stabilità della ricorrenza. Lo spirito soffia leggero e un vento nomade percorre la storia, rianimata negli occhi di un pensiero altro. Curioso. Trepido anch’esso, forse, sul ciglio dell’attesa.

Il 21 giugno 2016, quando sono tornato in tipografia per iniziare il lavoro sull’opera conclusa, erano trascorsi undici anni dalla pubblicazione del mio ultimo libro, Canti primordiali. Era il 2005. Avevo scelto di affidarne la realizzazione ad una delle rarissime tipografie che ancora utilizzavano la linotype per la composizione del testo. Sarebbe stata l’ultima volta che, in continuità con i tempi dell’esordio poetico, avrei potuto farlo. Per seguire il mio proposito, avevo cercato, durante quasi un anno, qualcuno in grado di comporre a caldo e di stampare con macchina piana. Lo avevo trovato a Dogliani.

Era il 2013, tre anni fa, quando iniziava a nascere La Luce postuma del Canto:Poesia in forma di tweet il suo titolo in embrione. Nelle vene del testo, ora concluso e pubblicato, corrono la vita, le esperienze ed il senso maturati a partire dal mio esordio su di un social network prima, nell’Ottobre del 2010, e sul blog, extemporalitas, poi, nel Marzo del 2013. Tre anni di scrittura, uno dei quali, l’ultimo, dopo il congedo da Twitter, quasi interamente trascorso nella rilettura e nella riflessione, sostenute da un editing intenso.

Quando a Settembre la tipografia è entrata nel vivo del lavoro, mi sono reso conto che la singolare coincidenza, già rilevata a Giugno, era sempre più prossima a diventare anniversario poetico per me significativo. Nel 2017 saranno trascorsi quarant’anni dal mio esordio poetico. Sussurri. Accordi nel mattino, il mio primo libro di poesia pubblicato, vide la luce nell’Aprile di quell’anno.

Virgulti di canto e di vita.

Una sera d’autunno inoltrato, anno 1976. Cammino, solo, lungo i portici della mia città. Mi sento chiamare. Davanti ad una di quelle magiche macchinette che rollano popcorn sospingendoli in aria, li vedo. Cartoccio fresco in mano, poco lontani dalla donna in grembiule che, come una fuochista, alimenta di continuo la colonnina, Paola1 e Renato sorridono. Entrambi indossano l’eschimo verde ed i blue jeans d’ordinanza in quegli anni. Come mi accade spesso nella mia contratta e provatissima giovinezza, incapace di esprimersi nell’esuberanza della gioia, non vado oltre il cenno di saluto. Eppure sono felice, felicissimo dentro di rivederli. Ci raggiungiamo, ci salutiamo. Sembrano passati decenni dall’ultima volta che ci siamo incontrati.

Quando si è giovani, quattro anni trascorsi paiono un’eternità. Le esperienze, la percezione che ne abbiamo, e soprattutto il salto interiore e di coscienza che non di rado esse implicano per noi o che ci impongono, portano con sé un senso forte di straniamento. Gli anni paiono secoli, i fatti nuovi di cui siamo stati protagonisti, ciascuno in proprio e da lontano, sembrano avere eretto muri. Le diverse consapevolezze sembrano sedimentare distinguo, cristallizzare distanze insuperabili. Forse così e solo così si diventa adulti: o forse solo più vecchi dentro. Renato mi fissa con l’intensità di uno sguardo, insieme sorridente ed interrogativo, che gli conoscevo come suo proprio distintivo interiore. Credo non ci siamo più visti, dopo l’inverno del 1972, quello in cui io dissi addio al gruppo con il quale avevo condiviso l’adolescenza. Ciascuno incontro al proprio destino, che subito aveva presentato, almeno a me, le sue più dure credenziali. Che sarebbero rimaste tali se avessi voluto, come ho voluto, rimanere fedele alla rinnovata coscienza che andavo ritrovando dentro me, memoria della purezza che fu mia durante gli anni della primissima adolescenza. Solo e solitario, così avevo fortemente voluto fosse. Quasi un’istanza sacrificale e purificatrice del cammino, cercata, con insistenza nel silenzio e nella lontananza.

Paola, Renato, io. Inizia qui, in questi istanti, la mia avventura di poeta in pubblico. Loro sono entrambi iscritti al neonato DAMS di Bologna, che porteranno a termine in quegli anni. Io, in un impeto di umanesimo solidaristico, in un tentativo altro di salvare singolarmente quello che credo essere il meglio di me, l’attitudine alla gratuità del dono, ho iniziato a frequentare un corso per infermieri professionali. Il primo di una scuola appena nata anch’essa. Insieme, ci incamminiamo. Iniziamo una passeggiata che è metafora della memoria condivisa e della speranza cui, presto, reciprocamente ci affideremo, per costruire vita futura, almeno un tratto condiviso. Il primo approccio è sobrio, come suggeriscono le leggi del cuore, dopo una lunga assenza. Renato mi chiede all’improvviso: “Come va la poesia?”. Mi sorprende, perché, immagino nessuno sappia, tra i compagni di quegli anni, e certamente non lui, che io scriva, poesia in particolare. Lo stupore lascia spazio alla gioia contenuta. Dunque, non sono solo, non sono tanto solo come credo. Qualcuno sa e pensa, oltre a me stesso, al mio canto. Qualcuno giovane come me e che è stato compagno di tanti giorni intensi di una stagione burrascosa. Un’epoca, soglia del tramonto, la cui fine tutti denunciano, ma delle cui conseguenze nessuno pare voler assumere pegno nella sua ineluttabile essenza di vita vocata all’estinzione. Uno spegnersi nella forma tentando la difficile impresa di trasfondere l’essenza spirituale di sè già al diapason del proprio interiore compimento. Ma il Nulla, nichilista prima e secolare poi, pervade le coscienze e flette le volontà ad un orizzonte tetragono ad ogni ideale. Qui ed ora sembra essere l’imperativo. Chi vi si oppone, non ha che un destino di scomparsa, di margine, d’esilio. Un’epoca che si accende nell’alba nuova, i cui contorni nessuno vede. Pochi osano sperarla.

In questa sera d’autunno, si accende per me una stella, viatico e compagnia lungo l’erta che io solo conosco. Come non aprirmi all’abbraccio? Andiamo via, nella notte, con un impegno reciproco, con una tacita promessa per la speranza di domani che ancora alberga i nostri sogni. Qualcosa dei miei dieci anni di poesia potrà, se lo vorrò, vedere la luce in forma di libro, secondo la proposta di Renato. I popcorn sono terminati da un pezzo, i nostri ricordi fluiscono e il nostro tempo vorrebbe non finire mai, come solo accade quando si condivide speranza e insieme si guarda oltre la linea precaria di un presente senza approdi. Ciascuno va per la propria strada.

Nella casa in cui, ancora per poco, abito, ho raccolto tutte le mie carte ed i miei scritti dentro un baule. L’ho comperato un giorno, qualche mese prima, proprio per salvare qualcosa del mio lavoro all’intimità ed alla discrezione. Vi ho riposto i diari che iniziai a scrivere negli anni del collegio. Non scrivevo allora, e non di rado non scrivo ora, con l’intenzione di condividere le mie riflessioni con qualcuno. Talvolta, in quegli anni durissimi, era a Dio stesso che mi rivolgevo, come in una preghiera confidente e certo del Suo caro ascolto. Nella solitudine e nella povertà estrema di allora, la pagina scritta fu per me di grande aiuto, una ricchezza inestimabile che mi valse e mi fu necessaria più di quanto non avrebbe potuto alcuna compensazione economica. Le poche lettere che potevo scrivere nella rara corrispondenza, mantenevano vivo il filo degli affetti più cari e rari. Le incomprensioni, le durezze alle quali eravamo esposti, trovavano la confidenza di Dio ad accoglierle. Pregavo scrivendo e scrivevo pregando: la religio del e nel canto, la religazione fra la prosa feriale e la terra celeste del sogno, sorella utopia, è un atto di fede che si consolidò a partire da quei giorni, per non mai più abbandonarmi. Forse nascondo qualcosa anche a me stesso quando scrivo di solitudine e di silenzio come fossero dimensioni assolute e costituiscono esperienze integrali nella storia quotidiana. Chi crede non è mai solo ed abita nel Silenzio di Dio, per udire la cui voce basta mettere a tacere se stessi. Lo sanno i mistici, ed anche i poeti non possono non esperirlo, quando accettano che il canto detti dentro, invece e prima di impancarsi ad artefici unici della creazione. La creatività è un atto collaborativo che attinge e restituisce il talento ricevuto in dono, non un gesto egolatrico ed esclusivo.

Insieme ai diari personali, avevo riposto nel baule, in salvo dalle tempeste domestiche che assumevano contorni sempre più drammatici, fino alla mia ormai imminente uscita di casa nel mese di marzo del 1977, tutto quanto desideravo fosse sottratto alla promiscuità della povera condizione in cui ci trovavamo a vivere. Sempre più, la mia casa era stata il mondo fuori, e sempre più lo stava diventando. Al sicuro, nel baule, avevo messo dunque tutti i miei scritti, la mia prima corrispondenza, qualche biglietto di viaggio a me caro e tutta quella parata di accessori che ogni giovane tiene come reliquie di un tempo totalmente suo ed irripetibile. Scritti, libri e ammennicoli di quegli anni, sono ancora tutti lì, chiusi nel baule, che ha sempre seguito poi ogni trasferimento della mia vita. Quando a 23 anni appena compiuti me ne andai a vivere in un pensionato, chiusi a chiave un’ultima volta il baule, che lasciai intatto alle mie spalle.

Dopo quella sera, incontro più volte Renato. Ha inizio un lungo e confidente sodalizio amicale, che coinvolgerà aspetti diversi e significativi della vita di entrambi. Rifletto sulla sua proposta e ne discutiamo. Pubblicare può sembrare oggi il solo destino necessario ed irrevocabile per una parola scritta, ed il suo corollario l’affermarsi nel qui ed ora della storia, in un gioco di rispecchiamenti funzionali uno all’altro, che moltiplica il volume del consenso, allegato naturale dell’ego autoriale. Spesso, senza alcun riguardo particolare al senso.

Allora non era così, o almeno non lo era per me, non lo è mai stato e non lo è tuttora. Una verve impositiva e diffusa informava di sé la poetica del tramonto, ma lacerti di romantica esposizione di sé nel testo lasciavano un testimone di speranza nelle anime aperte e disposte all’avventura di una nuova visione ideale. La sacralità del testo permeava ancora, forse in modo residuale, per qualcuno solo in forma di reminiscenza degli arcani, la nostra (la mia?) genetica culturale. Il pudore e la responsabilità erano flessioni vive nel mio animo. Non c’era l’urgenza performativa di andare in scena e di occuparla per rimanervi, quella che sembra affliggere diffusamente il presente. La conquista della visibilità non aveva ancora fatto tabula rasa delle distanze che separano l’attesa di un destino di scrittura dal suo compimento. Avevo pazienza, rispetto, attenzione, desiderio di apprendere e di ascoltare. Tutte attitudini interiori che mi hanno dato gioia, nella vita, ma che, insieme, lo posso scrivere ora a cose fatte, mi hanno procurato, nel coerente rispetto che ne ho sempre avuto, dolore, emarginazione e sconfitte. L’anello di congiunzione che salda gli arcani è un filo spirituale sotteso ai tempi e spesso invisibile alla contemporaneità dei molti. L’enfasi cristica del sacrificio innocente e la laica pietas, che abita l’animo romantico, fanno compagnia sotto traccia. Di loro non v’è quasi più nulla nel presente contemporaneo ai brandelli dell’io frammentato che si presenta in scena quasi sempre disabitato da una coscienza di sé e integra in sè. Solo sigilli nominali, strumenti retorici in difesa di paludate oltranze conservatrici. Lacerti. I retori montano la guardia ai sarcofagi. Ma Cristo ha già divelto la pietra, l’Innocenza risorta al tempo nuovo è già lontana e non ancora visibile. E’ nel futuro Altrove.

L’io quale sorgente unitaria dell’opera era una dimensione poco frequentata e piuttosto ignota ai percorsi creativi accreditati e accreditabili. La scaltrezza consisteva nel sapere che il potere, qualunque esso fosse, primo fra tutti quello mediatico, che sempre più si andava affermando, avrebbe saputo digerire tutto, qualsiasi opposizione, purché pronta a condividere un frammento della scena ontologica. La moltiplicazione del consenso stava diventando il solo viatico possibile per l’affermazione del senso. Le verità marginali e solitarie, per quanto fondate nell’interiorità di un singolo e originali, non avevano scampo davanti alla centralità mediatica e al corollario, spesso ancillare, della massa. Così fu, così è stato per molti, così a lungo e così tuttora è al suo grado più alto, nel diapason di un’epoca che tramonta e muore nel suo più maturo compiersi. L’omologazione dovuta ai mass media ha reso le appartenenze denotative poco più che una questione di apparenza. Un’etichetta, una qualsiasi, purché fosse, sarebbe stata sufficiente a coprire tutto. Il nominalismo didascalico avrebbe campito di sé l’intera scena. Staccando l’io profondo dalla sua forma mediatica, dalla sua rappresentazione. L’antagonismo, se non la separazione ontologica tra le parole e le cose, era già nato. Forse non sapevo con chiara precisione molte di queste cose. Vivevo una prassi coerente con tale intuizione, credevo che le cose stessero il tal modo e sempre più si andasse affermando tale modalità di praticare l’arte, o quello che io ritenevo e ritengo essere un suo surrogato, la rappresentazione retorica di modelli privi di persuasione interiore.

Renato, la persona che sentivo più prossima a tale soglia intuitiva, mi ha teso quella sera una mano ed io l’ho stretta. Dapprima con scarsa convinzione: la scrittura si basta del dono d’essere venuta in luce. I diversi gradi di condivisione che ne accompagnano e ne compiono il cammino sono sempre stati il tema essenziale della relazione tra il mio canto, la mia parola poetica, ed un suo possibile destino. Ho sempre avuto piena consapevolezza e responsabilità del significato di tale relazione. Da qui, le mie esitazioni iniziali e tutto il successivo e conseguente poetico viaggio.

Spesso, dopo gli impegni quotidiani, nei mesi successivi a quel nostro primo incontro, ho raggiunto la casa di Renato. Nella sua grande sala, dove le piante che egli stesso accudisce e cresce costituiscono introito alle nostre conversazioni e muta compagnia al dialogo, viviamo più di una notte di intensa dedizione ai sogni condivisi. Il senso della pubblicazione: perché? Che cosa pubblicare, come pubblicare, dove e come diffondere la mia poesia. E poi: quali poesie? Renato è fermamente intenzionato a farsi editore, e lo farà. Sogni su sogni, notti su notti e lunghe camminate. Quando sarebbe l’ora di indulgere al sonno, ci alziamo. “Ti accompagno”, mi dice. Insieme giungiamo fino al centro della città, conversando, discutendo, camminando. Qui giunti, mentre egli si accinge al ritorno, a mia volta mi offro di fare un tratto con lui. Un pendolarismo infaticabile che si alimenta alla passione condivisa. “Sussurri. Accordi nel mattino”, il mio primo libro di poesie pubblicate, nasce così, nel grembo delle nostre notti giovani e appassionate, senza risparmio di noi e delle nostre vite.

Una sera giungo a casa sua con la cartella che contiene i canti. Sono il frutto del lavoro di quegli ultimi mesi: non ho attinto nulla al mio baule. Così come non ho mai riletto, allo stesso modo non ho mai riscritto. Ogni opera nuova è stata, sempre, anche in seguito, frutto di uno stato nascente. Non di estemporaneità o di immediatezza, ma di ruminazione creativa nel presente. Contemporanea a me stesso, anche in senso cronologico e non solamente nella coscienza. E’ una tradizione che, nata allora, non ho mai più abbandonata. Il libro sta nascendo. Renato porterà presto i canti in tipografia. Paola ha già disegnato il logo della casa editrice. Qualche tempo dopo, ecco le prime bozze. Le conservo tuttora. Formato e carta sono esclusiva di Renato, la grafica, oggetto di nuovo dialogo, sarà cura di Paola. Una mattina di primavera del 1977, vado in tipografia per l’ultimo riscontro. Nell’amabile frastuono che caratterizza il lavoro, immerso nell’odore tipico degli inchiostri, in quell’atmosfera indimenticabile che ho sempre amata, vedo le ultime bozze. Mi viene incontro un tipografo, camice nero e mani in tinta. “Lei è l’autore?”, mi chiede. “Venga”, replica ad un mio cenno affermativo. Sono emozionato e inebriato, piacevolmente frastornato dall’odore, dal rumore, dalla vista. Le macchine in piana vanno, è una piccola azienda artigiana. Io sono inesperto al sommo grado, il lavoro al giornale è di là da venire. “Ecco le bozze”. Riscontro lì, in piedi, come spesso mi accadrà anche in futuro, prima di conoscere, in anni successivi, il privilegio tardo della bozza “a domicilio”. Sono ebbro di canto: il libro uscirà con molti errori. Forse ne contiene da solo più di quanti ve ne siano in tutti i miei successivi. Renato, intenerito, si offrirà di rimediare chiedendo errata corrige. Non se ne farà nulla. Mi congedo, saluto ed esco, ubriaco di gioia. I miei passi sono alti sopra l’asfalto, la primavera inoltrata sembra voglia salutare e festeggiare con i suoi colori e la vita incipiente me stesso soltanto. Piango: serro le mani che hanno messo in pagina i miei pensieri e, lungo tutto il tragitto verso il pensionato in cui vivo, piango: sono le prime lacrime di gioia dopo anni. Deve essere Aprile. Per me, un giorno senza tempo. Un virgulto vivo dell’Eterno.

Tiratura, mille copie. Copertina in cartoncino nero lievemente goffrato. Stampa di copertina in colore argento, non uso agenda e lucente. Una tonalità calda, ma piana. Piatta, ma non spenta: di bacinella, credo. Poche pagine in carta dignitosa, composizione in linotype e stampa con macchina piana. Legatura modesta, con punto metallico. Nessun risvolto di copertina. Nessun frontespizio e nessuna controcopertina. Un’edizione semplice, potrei dire umile e al tempo stesso elegante. Di una sobria eleganza, tutta quella che la spesa sostenuta può consentire al senso estetico di Paola e Renato. Nessuna nota biografica. Nessun commento. Solo una breve introduzione, pensata insieme e firmata da Renato. Ecco “Sussurri. Accordi nel mattino”. Quarant’anni fa. Eccolo, tra le mie mani. Emozione e commozione congiuntamente. Sono felice.

Mi abitava la malinconia, in quei giorni fervidi di sogno e lontani. Come sempre mi avrebbe abitato in tutti i giorni futuri della mia vita. Dentro tempi in cui la nominazione di Dio è un arbitrio per imporre con la forza ed il terrore la propria visione, nei quali il cinismo abusa di tutte le fedi innocenti per costruire un mondo perduto, sempre più secolarizzato ed a-spirituale, credo di poter dire che quel sentimento è stato per me l’indizio più intenso, più accurato, più preciso di un’attenzione senza remissione all’Infinito. Alla nostalgia di ricongiungermi all’Origine che abita ogni istante della vita e del canto in un poeta. La malinconia è stata ed è l’approssimazione più bella, più forte e più vera che ha scandito ogni passo del mio cammino, in attesa del suo compimento ultimo. Nostalgia, memoria, e speranza, il sogno, che insieme mi hanno tenuto nella Fessura del Silenzio. Nella cesura umana dell’esilio in cui tempi e Tempo si compongono nel per sempre della parola. Spero che l’eco di tale coscienza, di tale consapevolezza, viva nel mio solo lascito, il canto. Che tremino e brillino sempre e per sempre l’Infinito e l’Eterno nella Luce postuma del Canto. Accesi dallo sguardo di un cuore amante, che dischiuda la parola nel suo destino a me ignoto, eppure, nel suo luminoso mistero, atteso.

 

1Paola, è Paola Danesi, Renato, è Sergio Bonometti: amici e compagni di viaggio per un tratto intenso e significativo della giovinezza. Inutile, qui, dire di più.

Senza Nome. [Gli Amanti. I Mistici. I Poeti.]


Senza Nome.

La Luce del tramonto ti apre dentro. Il vasto orizzonte dei tempi che hai vissuti si spande tremulo appena oltre il tuo sguardo incantato. Non la gioia. Non il dolore. Non l’angoscia. Non il tremore. Non l’ansia. Non la malinconia. Non la nostalgia. Forse unicamente la Bellezza: solo l’Amore, infine, rimane, unico filo a tessere la tela sublime dei ricordi. Stilla di un’Arte senza nome che tutto ti ha dettato dentro. L’istante decisivo degli addii. La molecola arsa dal vento azzurro e bello della comunione, quando l’io ha iniziato a comporsi nel noi. Quando la prova alchemica del tu ha sospinto il sogno e l’attesa nel suo compimento.

Quando ancora non sapevi, nel Sabato della Vita, quale volto avesse l’Infinito, celato oltre la tua minuscola siepe. Quando la Domenica risorta nelle strette di mano urgeva nel foro interiore, nel silenzio della promessa che fosti. Quando ancora le convenzioni non avevano tentato di calcinare il te stesso che fosti nella sua rappresentazione sociale. Prigioniero della forma. Del ruolo. Delle appartenenze. Delle apparenze. Della forza del possedere che ti avrebbe garantito di lucrare una nicchia solida della presunzione d’essere.

Il Mistico. Il Poeta. Accesi dell’atomo di Luce di un etico per sempre, sorridono, lo sguardo teso oltre il tremulo orizzonte delle cose così come sono, nella angusta rappresentazione dei fatti, cui restituiscono la dignità di una verità composta oltre il qui ed ora del principio di realtà. Non v’è alcuna follia nello scarto di senso che essi tenacemente attingono e coerentemente vivono. Solo la coscienza stremata di un Tempo senza tempo, l’unico in condizione di restituire la storia a se stessa, nella nudità dello svelamento. Nel mistico silenzio e nella parola del poeta che rivelano la scaturigine originale. La tentazione analitica di Babele, ciascuno il suo, è risolta unicamente e divinamente dall’uomo nell’intuizione pentecostale. Che non annichilisce l’uno nella composizione indistinta dei multipli o nella liquescenza delle moltitudini. Tiene accesa la fiamma, come uno stigma di Mistero ai confini di sé.

Il neuma nel canto corale che il Cosmo intona. Quale tenace resistenza nel sapersi, nel conoscersi l’una, l’irriducibile nota! Il sintagma guarito di una smemoratezza necessitata dalla paura. Dalla stanchezza. Dal conformismo. Dalla banalità del quotidiano vissuto come un tranquillo rifugio per gli eguali fra sé di ogni tribù. Il Dio di tutti e di ciascuno offre il mare aperto di un dono indistinto ed inappartenente in cui la sola preghiera che ha eco nell’orecchio divino è quella che risuona della nota originale ed innocente di sé. Forse, quella dei folli di Dio. Gli Amanti. I Mistici. I Poeti.

Da Leopardi a Santiago. [Il Silenzio d’Europa].


Da Leopardi a Santiago. [Il Silenzio d’Europa].

L’epica, uno stato di coscienza inconsapevole e sconosciuto. La storia che vive al margine e da lontano non ignora il filo teso che congiunge i punti estremi della vita. I fatti accadono secondo una scansione situazionista. I cinici, anche quelli dal profilo minuscolo che affollano la normalità feriale del nostro quotidiano, attendono il momento opportuno. Ed è lì che collocano il gesto. L’anima è un’opzione a loro sconosciuta. L’esule e l’orfano di ideali, pienamente ed in sé vissuti da persuaso, balbettano in un codice sconosciuto e futuribile della profezia. Ignota, la nuova lingua, al canto secolare di chi vive nella rendita di posizione ed erige muri. I primi, interiori, alla frontiera di sé, per difendere l’ego da pericolose relazioni con l’alterità. Tutto procede per accumulo. La sintesi è un magazzino di umane memorie sempre più sature ed inutilizzabili, prive delle tracce che segnano la via, i distinguo. L’attimo scaccia l’attimo. La frazione è il metronomo interiore della durata. Un solipsismo asettico scongiura il contagio dell’empatia. Godere l’attimo e dimenticare scampa dal principio di non contraddizione. “A” potrà essere domani “B”. L’intercambiabilità di un mondo liquido e senza fondamenti, che procede per accumulo e per osmosi relazionale, non lascia tracce. L’etica è un confine ed insieme un baluardo, statuita da un brand. L’ora vincente purchessia. Il credo è dissimulato dall’appartenenza. L’etichetta garantisce il contenuto. La scatola vuota è la migliore e la più efficace tra le promesse. Qualche sparuto eroe resiste nella profonda convinzione che la verità sia un esercizio di testimonianza che ha in se stesso il primo garante del vero. La perfettibilità dell’umano è diventata un alibi. Non più un orizzonte che tenta le anime elette. L’epica nostalgia dell’origine, che è in fondo la mirabile traccia di un Dio, anche se fosse Nessuno il suo nome, è travolta dall’urgenza desiderante. Che impone il ritmo infernale dell’avverarsi, subito, qui ed ora. Certificata e documentata, subito, presto, adesso, dalla infinita rappresentazione degli istanti. Resa, finalmente!, possibile dall’infinità dei mezzi atti alla replica. La nostalgia, quel bellissimo ed intatto lembo di noi che ci sconvolge fino alla lacrime, quando in essa e per essa affiorano un lacerto del tempo o uno scampolo esistenziale, è scacciata con protervia dalla necessità di possedere l’istante. E di annullare in esso il passato, senza essere il presente. Senza alcuna attesa del futuro. L’orizzonte finito, l’estremo godimento del nostro ultimo e più vero naufragio! Ah, l’Europa, quel sogno impossibile che ha calcinato in sé la figura arsa di un umanesimo sconfitto dalla bruttezza etica, si rifugia nei propri simulacri. Sarcofagi vuoti, devastati dall’orgia pop di un consumismo sterile che tutto ha sacrificato sull’ara del mercato.

Il monaco siede a finis terrae e scruta oltre l’orizzonte del proprio naufragio. Al margine e nel silenzio, la luce esile di un faro, che, tetragono alla solitudine, resiste e sommessamente canta. E, mentre canta, prega. E, quando prega, ama. E, nel tempo a lui generosamente donato da un Dio sconosciuto e silente, mentre ama piange, con l’anima e con il corpo. Nell’unità spirituale di Sè.

Prego in Silenzio.


Prego in Silenzio.

La preghiera colma di Luce il Silenzio. L’anima, fatta cava dalla solitudine, si protende dalla propria origine innocente fino all’estremo mormorio dell’infinito, dove l’eternità sussurra la sua nenia senza remissione. Il corpo si flette dolce dentro il grembo dei ricordi, dove giovane fioriva un tempo la speranza. La memoria, che abita ora con discrezione il destino, si dischiude nell’altro volto di sé e la comunione tra presente, passato e futuro non conosce rimpianti e non indugia nel rimorso. La ferita aperta nel profondo di sé ha germinato sogni. Nessuno ha colto i fiori sbocciati e non visti. Il Signore sì. Egli si è chinato nelle miti sere d’estate dentro l’aura luminosa dell’orante sconfitto e, come una madre, come una sorella, come un’amante, gli ha carezzato furtivo e lento un lembo di vita. Sussurrando…

Gli anni tessono rughe nel cavo dove furono tempeste. L’uomo siede, identico al giovane che fu, alla mensa povera di tutto e indugia verso le mani tese che vede sorgere dall’epica dei giorni vissuti. Gli sguardi sono veri ed accesi, come un tempo. Non è il triste rituale della conta degli assenti. E’ un rito animato e vivo di vere presenze. Tutte intorno, a cingerlo in vita, come nell’abbraccio che insieme lodarono anche nei giorni feroci della lotta. L’uomo prega nella tregua senza fine di un tempo senza tempo. Nessuno più ne turba il segno. Il teatro del mondo che fu agone è una minuscola cattedrale a cielo aperto, dovunque e sempre. Il libro non serve, non serve più. Le parole vengono sole da dentro una compostezza colta che è infusa dalla sorgente.

L’uomo attende. Qualcosa o Qualcuno. Come sempre. Più di sempre. Le palpebre si chiudono lente al sonno o forse più intensamente aperte al sogno. L’ora estrema che verrà lo coglierà così. Intento come un bimbo al gioco e come un uomo adulto alla speranza. Vecchio di nessuna età. Antico, come la Verità che anima in eterno l’uomo.

Il Silenzio dei giusti.


Il Silenzio dei giusti.

In un diluvio di retoriche parole, di ipocrite rappresentazioni di sé, permane, silente e remota nel cuore dei tempi, l’indefettibile Speranza. Un accento coerente che sparge luce intorno, anche quando non vista rischiara lembi marginali ed emarginati della ferialità.

La tracotanza verbosa dei prepotenti e dei bugiardi forse vincerà la prova nel qui ed ora delle circostanze. Quelle in cui la pigrizia dei pavidi aggiusta le cose alla misura minoritaria del proprio sguardo. Solo l’autorevolezza dei miti snuda la verità dei fatti sulla scena lunga del Tempo. L’unica in cui la vita attinge e dona senso.

Il grido nichilista e secolare della contemporaneità scorre nelle vene della quotidianità. Le sorgenti interiori pure attingono altre fonti. I servi ed i conformisti provocano i giusti. La folla plaudente, chiusa in una bolla di autoreferenziale autostima, proclama sempre l’innocenza di Barabba. Giuda Iscariota è al lavoro e spesso ha il volto noto di colui che sospetti.

La mano tesa del fratello ed il suo abbraccio sono l’irresistibile sogno che ti fa compagnia sin dalla prima giovinezza. Lo sai da sempre tale, un sogno. E sai che l’utopia è un non luogo dell’anima che non ha patria né bandiera. Non possiede nulla ed abita sempre da precaria un sito incerto ed insicuro. Sei nato nudo e nomade. Ed ora che ti accingi a restituire al generoso Signore della Vita almeno il corpo che ti fu dato in dono, sai che di te resiste e solo esisterà per sempre lo Spirito. Quella faccia bella che ai tremebondi appare incomprensibile. Perché non parla il dialetto degli accenti ombelicali ed ha qualcosa di aristocratico e fiero, di sempre dolorosamente vero inaccettabile nella lingua meschina del calcolo. La misericordia sospinge l’onda della pace dentro il Silenzio. E’ lì che la giustizia degli uomini veri lavora e talvolta riposa.

Il Silenzio [Per sempre].


Il Silenzio [Per sempre].

Il Silenzio, quello tendente all’Assoluto, di cui ciò che sperimentiamo nelle pause musicali e nel bianco tra le parole e nella zona muta nascente tra le voci è solo una minuscola parte, la flessione terrena e secolare della sua visione eterna e adulta, ha la sapida bellezza della libertà.

Il Silenzio è un presagio dell’Eternità. E’ una scintilla dell’Infinito. L’indicibile, che è per il poeta l’indecidibile, ne tenta una traccia, alla soglia estenuata in cui si incontra confidente il Mistero.

Quando ti avvicini all’Inattingibile, senti crescere in te uno dei paradossi più significativi e rari, tra quelli che abitano l’umano. Taci, in ascolto del suo mormorio. Ti pieghi dentro come un giunco, per fare spazio alla sua inestinguibile ed inestimabile voce. Tutto è più chiaro. Tutto è chiaro. Il brusio ininterrotto cessa. La brezza lieve di un vento che distingue viene avanti piano nella radura dell’incontro. E’ lì che sai che cosa è vero e che cosa è falso. E’ lì che apprendi per lievi scarti di senso o nell’attimo della folgorazione chi mente, anche a se stesso. E’ lì che la traccia del bene sfugge i profili manichei di giudici vindici e spesso corrotti e quella del male si mostra, nella sua impietosa valenza di ottusa condanna.

E’ lì che l’arbitrio apparente si mostra per quello che davvero è, un sintagma di libertà che il divino ha posto in te, l’accento sublime della Libertà. Quello che ti fa responsabile, anche di te stesso, davanti a te stesso, un accento d’Eterno.

Tu hai fretta ed il Silenzio è solo un olocausto di buone intenzioni, per te che corri nella deriva della vanità e del potere.

Tu sei avido ed il Silenzio è una sequela di maschere alle quali ti affidi, istante dopo istante, in un’opportunistica e sgangherata danza che è solo una parodia dell’Umano.

Lo so. Anche la Misericordia, la Carità, la Pietà abitano il Silenzio e ne sono parte integra e pervasiva. Lo so, l’ultimo Requiem ha sulle labbra una parola sola, sussurrata, perdono. I pallidi fiori tremuli delle tue infanzie dimenticate ti lasciano un residuale surrogato dell’innocenza. E’ una cosa triste. Per questo, quando la incontri, tenti di suggerne il sangue. Cancellandola. Uccidendola. Sovrascrivendola. Ignorandola. Tentando di occuparne l’anima, il suo Silenzio. Come se la sopraffazione e l’abuso potessero avere lo stesso sapido gusto del dono. Te lo devo dire, mio carissimo fratello ostile per vocazione: sei anche ottuso. La Libertà è un dono che ti abita nel Silenzio. E’ lì che devi scoprirla. E’ lì che devi guadagnarla a te stesso. Lascia stare gli innocenti. Il loro sangue non ti farà risalire di una sola iota nella scala interiore che devi ascendere da te stesso, compiendo i feriali esercizi spirituali che hai dimenticato da tempo e forse per sempre.

 

 

 

«Ho ascoltato il Silenzio». [Primavera].


«Ho ascoltato il Silenzio». [Primavera].

Il ricatto silente ma non muto dei vivi morti dentro si affaccia alla tua soglia. Nei giorni in cui la Bellezza sembra un delirio insensato sulla minuscola soglia del tuo infinitesimo mondo, si affacciano. Nascosti in una flessione ipocrita dell’innocenza pentecostale, armati di uno stile sublime, la verità di sé in similpelle, ti tendono una mano. L’altra già impegnata a trascinarti a terra, quando saprai, secondo loro troppo tardi, che il fine dell’abbraccio non è stato mai per loro la comunione.

Devi attraversare molto silenzio ed una lunga notte interiore, devi indugiare ben più dei quaranta giorni nei deserti orfani di una profonda speranza. Non devi desiderare più nulla, essere casto come nell’infanzia eroica dei bimbi consapevoli di tutto e felici solo del fiore che sboccia, nella tenue carezza amante di chi li accudisce per sempre.

Sic transit gloria mundi. La fotografia intatta della felicità persuasa che hai vissuto, ti sorride come da una lapide dei giorni. Allora ascolti il palpito, il muto respiro che sale dal prato del tuo silenzio e ti inginocchi, al margine della vita e preghi nella solennità di un tempio senza confine ed il nome del cui Dio non ha alcuna importanza. Potrebbe chiamarsi Nessuno, mentre le trombe discrete dell’Eternità intonano in te il più puro, il più alto degli Osanna. Mentre l’Infinità si apre come un oceano di canto e si posa sulla tue palpebre, quasi a chiuderle, affinché la troppa Luce non ti accechi. E come un manto si stende fresca sulla tue ali, perché il sole non le disciolga, come già fu nel mito. Rimani a lungo così, mentre in te stesso il Tempo sussurra. Sì, siamo eterni ed infiniti, dentro il piccolo guscio di noce di un corpo che sconta il limite nella temperie dei tempi. E sente con Nostalgia l’Origine e vive con Speranza il Destino. Unito, dentro, non divaricato dall’Alfa e dall’Omega della vita intera e qualche volta miracolosamente intonsa. Illesa o risorta nelle ferite inferte dalla ingenuità del male.

Fessura di Silenzio.


Fessura di Silenzio.

Se la parola, l’arte, la religione, la scienza, la cultura, se la vita che ne è testimone e garante sono straniere, esiliate dalla sterminata potenza di un mondo in armi. Dalla sconfinata violenza del terrore che ne dissemina il mondo. Dall’ingiustizia e dall’iniquità che la menzogna ed il privilegio spandono a piene mani. Dal cinismo che irride l’innocenza e la disperde ai margini dei tempi.

Se l’uomo è straniero a se stesso, all’io profondo che sostiene il dialogo e attinge la Luce interiore.

Se il canto del poeta è una nota la cui eco giunge da un remoto universo di speranza perduta alla ferialità ed alla Storia.

Se tutto è in armi e la belluina diuturna fatica dei vincenti sopravanza di tanto e annichilisce la voce degli ultimi e dei vinti.

Tu, senti, come dolce azzurro sale dentro dal confine silenzioso l’insensato grido. La felicità del canto. Scampato al terrestre naufragio, abbracciato all’incantesimo celeste. Non può piegare a terra lo sguardo accampato nella tragedia. Il dolore ha consumato tutte le fibre del giorno. Solo questo Silenzio, che tu ascolti da una Fessura  intonsa, così intenso e profumato d’eterno, ti scampa al giogo estremo.

I parassiti esistenziali ed intellettuali sono sempre all’opera, nel tentativo di degradare l’innocenza. Gli innocenti non sono utili idioti e sono al servizio di nessuno. Gli opportunisti, gli attendisti di ogni genere e latitudine, lavorano indefessamente nel tentativo di derubricare le scelte etiche consapevoli a semplici accidenti della storia individuale e collettiva. I giusti non sono ingenui attori di un’equità inconsapevole di sé.

E tu che tremi nell’infanzia dei tempi nascenti, guardi incredulo l’orizzonte. Quante morti hai vissuto prima che il gioioso osanna ti risuonasse dentro? Quante sconfitte hai scontato perché l’alba fosse almeno un’ipotesi, oltre la tua di sempre speranza, un vivo virgulto? Sei solo. Sei nudo. Sei una parola ed un corpo, forse un nome soltanto, sulla riva del tuo tramonto. Eppure sei vivo, esile e solitario, sei, come fosti all’origine del canto, unicamente un sussurro.

Stai solo nel silenzio.

Stai solo nel silenzio.

Non ergerti sulla bellezza del Silenzio

con l’infima parola, tentata solo

dalla vanità. Stai solo, nel margine,

nell’ombra, nell’esilio quando la mano

tesa è un nido di serpenti ammaestrati

al disamore. Sorridi alla speranza,

che nuda ed accogliente viene incontro

nell’ora del divino incantamento.

Non esser morto dentro, uomo animato

dal cinismo e dal terrore. Ricorda

che tutto nasce nel grembo luminoso

d’una infanzia cullata al canto dolce,

nell’infinito ardore senza tempo.