“Ma dove sono le nevi di un tempo?”.

“Ma dove sono le nevi di un tempo?”

Nuda danzava e sola l’eterna verità fasciata unicamente dall’umile parola. Il vento le muoveva intorno e tutto cospargeva col fiore dei ricordi. L’alba indulgeva alla speranza. La sete performante degli astanti spegneva nel deserto i fuochi fatui di Morgana. La rosa rifioriva all’infinito. La spina dolorosa confitta nella Vita, nel suo ordito. Téchne regnava muta sopra il mondo, irresistibile artigiana di Sublime. Tesseva la bellezza più inclusiva, tracciava nell’origine del senso il suo confine. I Mistici e i poeti indugiavano alla soglia dei Misteri, stringendo fra le mani le trame dei veggenti, di tutti i destini, mirabili i segreti. L’angelo ripiegava il proprio lembo. Sdrucita carità, nel suo mantello.
L’Età dell’oro, diceva. La stagione del Sogno smarrita. L’infanzia per sempre innocente. La verità in sedicesimo. Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo? Si sentiva ogni giorno di più morire dentro. Nasceva al termine di ogni notte radioso di fuochi fatui, subito spenti all’incalzare del reale. La flessione etica, quella che faceva della tattica opportunista la strategia di una generosa durata, gli era ignota. Il paludamento di quel linguaggio paramilitare era per lui il solo indizio vitale. La profezia, una sintassi articolata dentro le certezze della forza, una contraddizione priva di alcun principio fondativo.

Gli idoli pagani lo accerchiavano, la morsa sul collo dei suoi tempi. Lui, il rispecchiante eccellente, non sapeva integrare in sé alcun profilo alto. Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo? Gli faceva eco solo il silenzio. Nessun maestro era sopravvissuto alla sua notte interiore. Di quale Luce sarebbe stata accesa l’alba del futuro possibile, senza alcuna memoria persuasa e viva dentro di sé? Si era tatuato nelle mente un retorico selfie, le cose buone di una volta, ma nulla della confidenza domestica sembrava più funzionare. Un delirio di innovazione lo aveva travolto, fradicio di prodotto interno lordo. Le vetrine parlavano un linguaggio sempre più ignoto al suo passato, difficile per il suo presente, sconosciuto al futuro. Ubriaco di cose, si inginocchiava al dio del consumo e si stendeva esausto sulla panchina del grande centro commerciale in saldo perpetuo. L’unico luogo in cui, in preda ad uno spleen baudelairiano, si concedeva al privilegio di un’affollata solitudine. Pregava con la forza dell’ultimo meme, da lui stravolto, storpiando il Poeta, nell’ebrezza di una preghiera in similpelle: Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo?

L’invocazione sembrava placare per un istante il delirio, come se la storia inarrestabile, un ordigno da lui stesso innescato in tempi dei quali non ricordava più l’argomentata origine causale, si potesse fermare in quel nuovo tempio. Un luogo nel quale gli sembrava di respirare qualcosa di affine all’ormai smarrito senso del religioso. L’intercambiabilità dei riti, funzionale al ruolo sociale, lo aveva perduto. Unicamente i comici, così gli pareva, potevano essere, o sembravano essere, nell’ilarità smagata della finzione, seri. E solo la parodia nella rappresentazione sapeva incutere l’atavico timore riservato un tempo alla tragedia del vero.

Tutte le istanze amanti dentro le quali era appassionatamente nato, sembravano svanite nell’essenza, e dunque persino nel nome. Rimaneva lui, abbarbicato nella tempesta del transito, a quella memoria in fiore, viva dentro lacerti sbocciati tardivi all’apice del tramonto.

Le dame silenti svanivano una ad una, dalla vita passata, cancellate nel presente, prive di qualsiasi futuro. Senza memoria e senza speranza. Mentre il Barnum mediatico degli imbonitori tentava di spacciare pillole statistiche esauste come fossero venti di profezia,rimaneva lui, al margine dei tempi, con l’accorata domanda che lo teneva in vita: Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo?

 

[6] L’Idiota contemporaneo.

La resa di Natale.[6]

L’Idiota contemporaneo.

All’orizzonte di tale sconfinato deserto, la prudenza del non accaduto e la discrezione del non visibile erano le uniche tracce di un futuro possibile. Al fondo dell’ignoto palpitava un tempo risorto la cui indicibilità era impraticabile all’estemporaneità dei funzionari di Babele. La sua lingua pentecostale chiedeva l’innamorata dedizione dei mistici, dei poeti, degli esuli, degli eretici. Degli impotenti a tutto e poveri di tutto. Di coloro che erano stati stranieri in ogni tempo ed in ogni luogo a qualsiasi potere. I senza traccia e senza nome di ogni religione e di ogni culto di una modernità asservita a se stessa, prodiga nel confezionare la resa di tutti i natali nella sfavillante corazza della propria impietosa onnipotenza.

Rivoluzionari in servizio permanente effettivo, ora di lotta, ora di governo, più spesso entrambi i ruoli contemporaneamente, stavano sulle barricate il necessario per vedere soddisfatto il proprio interesse di parte. Per gli ideali ci sarebbe stato tempo, li avrebbero onorati le generazioni future, se ancora ci fosse stato qualche futuro possibile.

Terroristi dalla incerta origine finanziaria e dalle improbabili identità, praticavano il culto tribale di una ferocia senza limiti. Sedicenti adepti di una religione devota alla sola violenza, e dunque, inevitabilmente senza alcun dio.

La Bellezza, quella che avrebbe dovuto salvare il mondo, era da tempo in vendita. I giacimenti culturali, ipse dixit, dall’inestimabile valore economico, dovevano pur essere messi a profitto. Sul mercato del mondo della modernità, tutto aveva un costo e, dunque, tutto aveva un prezzo. Capolavori nati nel seno della libertà e della gratuità, in quelle pensati e per quelle creati, venivano custoditi in dorate teche, polifunzionali e performanti.

Un idiota, il sorriso delicato di una grazia incomprensibile alla contemporaneità, sulle labbra rese intonse da un dolore acuto e duraturo, stava nel margine dei tempi. In silenzio. Raccolto su di sé. Un Dio benigno lo abitava, ma nessuna lingua sapeva pronunciarne correttamente il nome e nessun comunicatore esperto ne aveva prevista la presenza e riconosciuto l’ambito di sopravvivenza estrema. I convenevoli di una conflittualità binaria di maniera, erano estranei alla sua ontologia esistenziale. La sua antropologia era straniera a qualsiasi essenza conflittuale. I cluster d’identificazione probabile manifestavano tutta la propria impotenza ed insufficienza nell’analisi della evidenza profetica. L’idiota stava nella piega ripida e silente di un domani già dato e non ancora vissuto. Come un Cristo ferito, già presago della terribile salita promessa dalla storia ad ogni ora innocente. Nell’alba di un cosmo sconosciuto, insalutato ospite, sconfinatamente alla vita rideva.

 

 

[5] La livella della visibilità.

La resa di Natale.[5]

La livella della visibilità.

La bolla mediatica era esplosa, intossicando irrimediabilmente, con il precipitato, tutto lo spazio vitale. Nessuna certificazione del vero, la latitanza dei fatti stessi nella loro completa sintesi di evidenza, era più in grado di offrire i meridiani che conducessero a sorgenti di pura e comprensibile informazione. I segnavia di senso erano passaggi clandestini, lungo cui muovere con rischio estremo, auto consegnandosi spesso alla cancellazione di sé, ad un oblio senza destino alcuno. Essere abitati da un Dio senza telecamera e privo di microfono, sfornito di un pulpito mediatico, influente e quanto più possibile broadcasting, dotato della sola parola marginale, non era più possibile, nemmeno ai contemplativi per vocazione. La cometa dei Magi era accesa sul margine di una profezia in fieri, frequentato unicamente dalla genia delle creature un po’ folli, quelle che già sapevano il domani, ma non disponevano ancora dei dati a conforto e sostegno. Non conoscevano e disertavano per vocazione e per scelta il centro della scena, illustrato ed abbagliante nella spettacolarità dei luoghi comuni. Dove trionfava, in una complicità omologante, tutto ciò che era bene documentato, prove alla mano, perché già interamente dato. L’istante privo di una traccia riproducibile era destinato alla perdizione, qualunque fosse la sua natura etica e qualsivoglia fosse la sua densità spirituale.

La vita dell’uomo contemporaneo era stata affidata ad una rappresentazione perpetua di sé, addestrata al surfing sulle profondità dell’io interiore e del reale esteriore. Un selfie sconfinato, che registrava ogni micro evento, deponendolo nella culla sterile di un archivio infinito. I data base destinati ad una nuvola ospitale per l’eternità.

Il navigatore dei Magi puntava su di una culla vuota. I pastori erano animati da rancorosi risentimenti. Attendevano una legge umana che facesse giustizia dei torti subiti: ciascuno ne aveva uno proprio da denunciare ed ognuno sapeva dettare con precisione il testo che stabilisse il nuovo diritto. Tutti cercavano di rubare all’altro la scena. L’uguaglianza era stabilita dalla livella della visibilità, l’unico garante riconosciuto di quel che rimaneva del merito, un criterio distintivo da decenni in via d’estinzione. La comunità dello spirito di condivisione aveva ceduto il passo alla sentenza tribale dell’immagine vincente. I più ambiziosi tra loro si erano garantiti una posizione privilegiata sulle modeste alture di qualche reality, uno tra i fori mediatici riconosciuti per emettere sentenze di valore. I profeti del secolarismo moderno si agitavano isterici sulle poltrone dei talk show, in attesa che la Verità si accomodasse nella modesta declinazione della loro superba abilità performativa. Guardavano verso la capanna con l’occhio cinico di un disincanto rotto a tutto, non alieni da una devozione strumentale da senza Dio devoti. Nessuno ascoltava nessuno, nell’apoteosi del nulla sorgivo che mulinava le parole come armi, corpi contundenti, strumenti sempre di tentata imposizione, mai di comunione.

6. L’Idiota contemporaneo

 

[4] Monasteri di Senso.

La resa di Natale.[4]

Monasteri di Senso.

La democrazia ridisegnata nella modellazione di narrazioni sempre incalzanti soffriva l’afasia dei miti. La fragile malinconia dei vinti, resistente nella parola vera, generava nicchie di vita, nuovi monasteri di senso ai margini della barbarie. I ribelli raccoglievano lacerti di coscienza e portavano con sé i residui brandelli della conoscenza, il nuovo lievito del futuro cancellato pro tempore dall’urgenza, veloce ed incalzante nell’invasione pervasiva di ogni rivolo feriale, dei dominus finanziari e tecnologici. Un’antropologia reticolare sostenuta da astrazioni ben radicate nel presente e devote allo spirito secolare di un mondo al tramonto, dimentico di sé, del proprio passato, e prossimo da tempo al naufragio in un imprevedibile futuro.

I Conducătores dell’apparenza, dispensando briciole di benevola condivisione, guardavano magnanimi gli orizzonti conquistati. Era il solo istante in cui il loro sguardo ombelicale si alzava per ammirare compiaciuto la terra di una rappresentazione di sé sulla quale non tramontava mai il sole. La comunicazione globale perpetua risuonava lontana, un fastidioso brusio, all’orecchio del vinti dentro. Nessuno tra loro avrebbe mai potuto accettare la sola verità che li avrebbe scampati alla sola guerra che avevano perduta. Quella combattuta dentro se stessi, contro se stessi. Dove avevano sterminato fino all’ultimo cromosoma del fenotipo umano. Sacrificato sull’ara onnipotente di sorti non più da tempo magnifiche, e ormai, la crisi disse, nemmeno più progressive.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo

 

[3] Etica ed etichetta.

La resa di Natale.[3]

etica ed etichetta.

L’appartenenza era divenuta il lavacro di ogni responsabilità civile. Era sufficiente disporre di un’etichetta ben posizionata, stabile e dominante, nel mercato di riferimento per poter abdicare a qualsiasi prospettiva etica. Un ipocrita poteva benissimo essere acclamato sotto l’ombrello garante e confortevole di una legittimante scelta di parte. Anche un mediocre prosseneta seriale dell’impegno e della parola, aveva imparato ad allontanarsi con discreta, feriale disinvoltura dissimulante lungo i limiti delle diverse appartenenze, scostandosi piano dall’una all’altra apparenza. Con un semplice, elementare switch, nel trionfo di simulacri di valore ridotti a slogan.Una sempre più folta schiera di fregoli mediatici si muoveva con abilità comunicativa parossistica ai confini del senso.Indossando le parole necessarie, spesso i luoghi comuni, malgrado fossero state fino a poco prima quelle distintive di una diversa appartenenza.Il potere dell’apparenza e l’apparire per lucrare altro e sempre maggiore potere avevano sterminato la prospettiva residuale dei principi condivisi. Nella identificazione del bene comune, se ne adottava una forma liofilizzata per statuire l’assetto variabile utile a difendere sempre e comunque il proprio interesse nel qui ed ora della storia. Una forma degradata del relativismo etico, che attingeva, al contrario, il fondamento ideale di una comunità, attestato in un credo partecipato da tutti e da ciascuno testimoniato.

4. Monasteri di Senso.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo

 

 

[2] L’epica dei testimoni.

La resa di Natale.[2]

L’epica dei testimoni.

La lettura pentecostale era stata spazzata via dall’abilità retorica della comunicazione. Un sorriso istantaneo, ardente nella sua solarità in favore di inquadratura, campiva con violenza tutto il qui ed ora, trasformando la mirabile ferialità dell’epica in un campo di battaglia privo di argomenti. L’istante, la velocità bruciante dell’azione, del dire invasivo, umiliavano la profondità del senso, relegandola nel magazzino digitale della libertà impotente. Un ossimoro nuovo in cui la proliferazione bulimica dei mezzi dissimulava la profilazione di nuove, insospettabili ed insospettate gerarchie. L’occupazione era cosa fatta. Il demone di una comunicazione assertiva vincente, costituiva l’asset di ogni forma di rappresentazione. Una menzogna ben confezionata con il packaging seducente di un annuncio complice del destinatario, aveva molte più probabilità di essere creduta, rispetto al messaggio discount del portatore sano di una verità interiormente fondata.L’apoteosi dei testimonial aveva soffocato la rara epica dei testimoni. Il brand usava strumentalmente qualsiasi persuasione esistenziale per accreditare con enfasi retorica la propria prospettiva d’interesse. Pronunciare parole prive di fondamento interiore, che non appartenevano dentro, non aveva alcun rilievo etico nella belluina contesa per l’affermazione di un sé ben rispecchiato nell’immagine desiderata. La coerenza avrebbe chiesto fondamenti di senso radicati dentro, nell’essere, e testimoniati fuori, nell’apparire. In un anello etico virtuoso praticabile a condizioni durissime, nella brevità performativa della necessità di imporsi blandendo con smagata efficacia gli ascolti in attesa di una sempre risolutiva e felice destinazione personale. Il sacrificio non aveva avuto alcun appeal mediatico. Anche il Bene maiuscolo aveva trovato da tempo una sua più accogliente e bene accetta declinazione nella minuscola ma irrinunciabile evidenza del benessere. La spontaneità dei buoni privi di iscrizione in qualche apposito registro degli aventi titolo e diritto alle definizioni di portatori di virtù, non aveva alcuna dimora. La verità non documentata non esisteva nella società della informazione permanente e pervasiva ,se non nella forma residuale di un accidente marginale. Conseguiva statuto di fatto realmente accaduto o l’accredito di una valenza identitaria, unicamente ciò e chi che veniva rappresentato nella forma comunicativa di un potere impositivo.L’esposizione responsabile di sé e l’ostensione spirituale di un vissuto non godevano di alcun accredito originariamente fondato, e dunque originale, nelle società della rappresentazione perpetua di massa. La bulimia informativa e la prestanza comunicativa, bene garantite al di fuori dell’universo dei segni,concedevano il diritto residuale dell’insignificanza espressiva agli altri da sé, ai non appartenenti. Coerentemente con una tradizione analogica bene attestata, il microcosmo informativo e comunicativo dei liberi e marginali costituiva il plancton inconfessabile ed inconfessato con cui si alimentavano non di rado i pescecani digitali. L’antropologia reticolare della condivisione, già ampiamente anticipata nel fallimento da una cooperazione analogica degradata e da modelli di collaborazione dilaniati dall’imperativo della competizione, era stata presto risucchiata nel vortice di una verticalità cara al potere di ogni tempo ed in ogni luogo.

3. Etica ed etichetta

4. Monasteri di Senso.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo

 

[1] La strage dell’Innocenza.

La resa di Natale.[1]

La strage dell’Innocenza.

L’orda devastata dei vinti dentro si preparava all’ultimo, al feroce, al mediatico assalto. Esperta nell’esercizio della falange compulsiva, pronta alla battaglia multi fronte, dedita al moto perpetuo della funzionalità consacrata alla religione del sempre nuovo purchessia, muoveva lungo l’orizzonte cieco dell’eterno presente. Senza profondità. Senza durata. Senza speranza e senza memoria, dunque. All’apice di sé, dedita all’etica dominante, la coerenza situazionista dell’istante, guidata dai geni militanti dell’opportunismo, con scelta di tempo precisa, aveva annichilito lo spirito profetico. La sua indole relazionale coglieva, pur nel buio indistinto del naufragio identitario, il sicuro destino del proprio messaggio, colpendo il bersaglio come fosse l’interlocutore vittima, e non soggetto prediletto di ascolto. La strage dell’innocenza, il capolavoro degli Erode nella modernità. I canti del margine muovevano senza scampo lungo gli ultimi orizzonti di resistenza umana. Una nube letale di silenzio era scesa, come un venefico manto, retaggio dell’afasia interiore dei potenti. Il mezzo, la sua pervasiva opulenza onnipresente, aveva annichilito ogni messaggio. Gli ultimi virgulti di verità persuasa, sbocciati non visti sul ciglio dei tempi, ripiegavano gli steli, nell’indolente primavera dei signori della scena. La loro inutile e poetica bellezza a nulla serviva, quando i bengala del mercantilismo, l’ultimo degli ismi dell’Occidente contemporaneo, tracciavano nel cielo cupo del presente la parabola vincente dei target. Qualche brandello di parola vera osava alzare la testa, mentre la finzione, un parossismo diffuso dell’ipocrisia sempre latente, occupava manu militari le anime. Colonizzate, con le stesse parole elette dai portatori sani di bellezza, violate nell’esercizio della menzogna. Disconnesse da qualsiasi verità interiore in chi le pronunciava, alate dall’onnipotenza dei mezzi schierati a difesa del nulla che li abitava.

 

 

* I corsivi in lingua straniera non sono uno sberleffo all’indole provinciale di un’antropologia del declino e nemmeno il sarcastico sprezzo di un poveretto esiliato in Patria al solo diritto del registro anagrafico, il nome. Sono un sincero omaggio all’ontologia dei vinti dentro.

2. L’epica dei testimoni.

3. Etica ed etichetta.

4. Monasteri di Senso.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo

 

Tutti i morti [Nel Coro silente di tutti i Santi].

Tutti i morti [Nel Coro silente di tutti i Santi].

Se tu ancora vivi tra le righe silenti dell’Eterno. Se tu per la grazia del dono stai nel coro degli infiniti. Se tu inesausta mi attendi nel tempo murmure di una speranza senza tempo. Se tu… Tu sola sai che io cammino nella mia sempre aperta ferita, la mai redenta, fino all’istante estremo dell’incontro. Verrai, tu, con la mano lieve della preghiera che congiunge la finitudine del giorno al per sempre del Mistero, la cui soglia frequento, il cui segreto non conosco?

Portami via, nel tempo breve di un istante: negami l’incedere lento di un nuovo tormentato argomento. La risposta sei tu, oltre il velo silente che sempre ha abitato gli istanti sublimi della vita, quando l’ora innamorata del canto mi ha reso cieco a tutto il destino del corpo.

Tu sognasti l’attimo solenne degli addii, per dirmi tutto di te, i segreti riposti del giorno, le attese quiete della pace grande dentro.

Tu tenesti la mia piccola mano come una reliquia di futuro, la profezia di un tempo felice, l’avvento promesso nell’istante in cui nascevo alla forma compiuta di un disegno divino singolare. Forse solo Dio, uno qualunque, tu sai che il nome e la forma del rito possono non dire nulla dell’Assoluto, della essenza del Vero, conosceva intera la traccia incompiuta. Tu sei lì, nell’aurora e nell’ora notturna, quando il sole nasce e mentre tutto il cosmo pullula di luci lontane. Tu sei lì, come fonte di una sola, dell’unica Luce. Dici tutto e nulla del tempo passato e vissuto, sai quello che rimane e muovi il metronomo del per sempre, nell’ora innocente che ti abita. Contempli ad occhi aperti la comunione vivente, ora, ed io mi so con te. Prossimo, presto.

Tu sai che la piega dolente non si è mai schiodata dal mio presente: forse attendeva Te, la pienezza inginocchiata della preghiera muta, forse la sola vera, in un qualsiasi camposanto delle terre senza più promessa secolare alcuna. La forma del divino è bellissima sempre e la tentazione che la tiene prigioniera nel conformismo gretto mi allontana da Lei.

Solo tu sei la fessura da cui la Luce filtra e cui attinge con la devozione il mio ultimo atto di fede. Abiti il loculo minuscolo che la storia degli uomini ti ha riservato, ma la preghiera ti estende immensa sull’Orizzonte del senza tempo.

Siamo ciò che fummo: unicamente le creature libere vivono lo scarto verticale, che le conduce dall’origine cromosomica all’elezione fenotipica di un altro sé compiuto, nel qui ed ora della storia quotidiana. La santità feriale è un inno all’epica della gratuità, il solo gene vero della libertà.

Ti lascio, ora, nel tuo riposo eterno, con questo mazzo di parole che qui depongo. Sei [tutti] i miei morti. So che riposi nella quiete dolcissima di [tutti] i Santi. Da lì mi vegli. Mi incoraggi. Mi sostieni: sai che sono ancora e solo la fragile creatura nella teca del corpo. Un’esile promessa di quello che tu già sei, la santità dell’anima compiuta, in cammino, ora, nel pellegrinaggio eterno ed infinito. Guardarti è struggente, un’ultima volta. Vedere ancora il tuo sguardo così felice, come quando lo fosti, in un tempo innocente e lontano, l’eterna infanzia del cosmo. Tu, l’innocenza, la vocazione, l’esilio. Tu che sei stata, che sei e che sempre sarai l’inizio e la fine di un infinito Silenzio. L’orma di te rimane per sempre. Per sempre rimane. Sublimata, la forma di te che fosti minuscolo accento nei tempi, dalla Luce del Tempo.

 

 

Canto di Primavera [Testamento].


Canto di Primavera [Testamento].

Ho disarmato l’anima, dal primo giorno adulto e responsabile. Nel grembo di un silenzio indifeso, la coscienza un fiore sbocciato non visto sugli argini ai margini dei tempi, la parola ha dismesso ogni forza latente, ogni ansia desiderante, ogni atto in potenza volto alla conquista e non all’ostensione. Il monaco, monos, la singolarità dell’essere è uno, teso sempre all’innocenza contemplante. Attento, nell’istante decisivo, a non mai occupare spazio, a non mai ostentare il linguaggio di una narrazione astuta. Indifeso a tutto e senza frontiere interiori a protezione del proprio confine. L’essere, a immagine e somiglianza del dono originale ricevuto, non ha confini.

Non andare mai lungo i sentieri interrotti della menzogna, della ipocrisia, della violenza. Non indulgere mai in cinismo e terrore.

Infinite volte rimarrai solo nel canto di vigilia dell’eterno, nell’esule vita. Solitario, con il Dio del Silenzio, del sussurro e dell’ascolto. Solo, ai margini dei tempi. Infinite volte riprenderai il cammino della parola. Muovendo a tentoni nell’innocenza, salirai l’erta che conduce alla promessa di comunione.

Non perdere il tuo tempo umano. Non sprecarlo nell’ansia vanesia del consenso. Non attendere mai la parola che ti elegge nella spoglia etichetta di un nome. Non appartenere mai: sii. Non reagire: agisci, dunque, sii te stesso soltanto.

Infinite volte sentirai pulsare il tremore dell’incontro, la prossimità di una relazione nascente nell’armonia.

Non stendere la mano per stringere, non chiudere, per serrare nel pugno ciò che desideri, ciò che puoi, ciò che è lecito prendere. Lascia stesa la tua mano per sempre. Infinite volte rimarrai povero di tutto, nel residuo del tuo minuscolo niente. Infinite volte il Dio del dono, provvido di eternità incompiute, si poserà sulla tua mano, mendica d’amore per colmarla con la manna misericorde di un’altra speranza. Per issarti ancora nel cielo del sabato, l’attesa feriale. Tu non dimenticare la grazia domenicale dei compimenti: verranno, un giorno, forse quando sarai la tabula rasa dei bisogni e ti ergerei luminoso come sole sanno essere le sinopie dei profeti. Le narrazioni del sogno quando giunte alla meta, finalmente compiute, con il realismo dei santi, diranno le cose. I nomi, le forme, abitate, esse sì, e non le parossistiche icone del consumo, dall’anima. Sii grande, nel tuo minuscolo io, quando il pianto di tutte le sconfitte eleggerà la deriva quale tua sola dimora. Alzati, allora, sul cuore di te, come nell’infanzia, quando la carezza della madre ti faceva per sempre innocente.

Non accogliere mai l’animale in libera uscita che giace e dorme in te, dal tempo antico e originale della resurrezione. Un canto umano e divino di inenarrabile speranza e di domani ti sostiene. Infinite volte cadrai nella tentazione di essere la parte peggiore di te per lucrare le effimere conquiste feriali e durature nel tempo secolare. Infinite volte il volto della bellezza ti rialzerà sulle rovine delle tua minorità, facendoti acceso e splendente, nel volto e negli occhi.

Non avere fretta.

L’incantesimo finisce presto, visto dal pertugio della tua minuscola proporzione interiore. Alza lo sguardo, alto sopra la soglia pigra della tua indolenza, dell’io minore. Guarda l’eternità divina che ti abita. Sii, almeno per un istante sublime. Infinite volte l’umanità migliore, non vista, ti soccorre. Non hai motivo di dubitare, se il tuo corpo che muore all’ora del proprio destino, torna, nella parola, all’amata sorgente, che hai sentita nel giorno per sempre vibrare.

Non temere, il tuo dio, dagli infiniti nomi ed anche nessuno, ti cingerà svelto per issarti ancora in cima all’ora sorella degli amanti.

Primavera ride negli occhi dei vinti d’amore: tu lo sai con esperta e dolente, con duratura sapienza. L’esperienza del giorno è il solo orizzonte celeste: non dimenticare che ogni istante è abitato dal Dio eterno e silente che condusse i pastori alla grotta innocente.

Non importa, di nuovo, il Suo nome. Non importa che il sacro indossi nel rito paramenti sovrani. Basta un lieve giungersi delle nostre, delle fraterne mani. Basta questa parola incorrotta che hai portato nel grembo come madre di un tempo nascente. Basta questa realtà resa ancora sublime dal canto. Basta all’uomo. Basta, certo, al poeta.

Manufatti. [«La Luce postuma del Canto»].


Manufatti.[«La Luce postuma del Canto»].Il cofanetto con i tre volumi de "La Luce postuma del Canto".

 

Quando, in un pomeriggio d’inverno, sono entrato alla TipolitoTAS per vedere la prima copia del lavoro ultimato, il cofanetto de «La Luce postuma del Canto» sembrava sorridermi, nel chiarore delle ore pomeridiane. L’immagine si è fissata indelebile nella memoria. Solo le epifanie di senso hanno tale potere, delicato e maieutico, durevole e rivoluzionario. Sigillano, insieme e per sempre nel ricordo, nostalgia e speranza, nell’ora redenta di ciò che accade scandito da un passo interiore innocente. Così, quando ho deciso di dedicare un post alla cosa in sé, al libro, che è l’opera, il testo messo in forma, non ho avuto alcuna esitazione. Avrei utilizzato la stessa foto, la prima e la sola, che, pochi istanti dopo averlo visto, dopo i saluti ai presenti e ripresomi dal felice stupore, avevo scattato. Avrei potuto mettere in posa il lavoro nella quiete esperta di qualche altrove, affidarlo a mani di più sicura efficacia estetica nella ripresa. Di più ferma competenza, nell’esercizio sapiente del ritrarre le cose. Ho preferito così. Ogni volta che riguardo e rivedo quella prima fotografia, la stessa che ho pubblicato qui sopra, un tumulto di sensazioni intatte, di volti e di esperienze vissute, mi nasce dentro e sale fino a ricomporsi nell’unità glabra, spoglia e dimessa di quell’immagine che, a me, dice tutto: del testo, del libro, dell’ambiente in cui insieme abbiamo lavorato per trasfondere il senso dell’opera in una sua forma compiuta.

“… Per ambiente intendo qui quel contesto produttivo che ha connotazione primariamente umana, di esperienza e di valore, di continuità e di qualità. La memoria, anche quella di se stessi, può essere talvolta ostacolo all’innovazione [stilema magico che qualsiasi cosa significhi non ho mai amato troppo, nella sua convenzionalità rivelatasi spesso sterile, quando non anche reazionaria]. A me serviva la mano sicura di chi parlava del lavoro tipografico, pur esperendolo ora nella sua modalità più avanzata del digitale, con cognizione di causa e con fondamento nella propria dimensione cognitiva. C’è stato e c’è molto fumo nell’avventura del transito. C’è stata è c’è un’indole vocata all’apparenza priva di sostanza, che ha mietuto tante vittime, professionalmente parlando, negli ultimi anni.

A me premeva chiudere la mia vicenda poetica nell’alveo sicuro di una artigianalità capace di tendersi fino all’arte, dove la riproduzione multipla dell’opera sapesse coniugare e conservare con pazienza il valore della singolarità. Solo chi come te ha respirato l’atmosfera del piombo in un ambiente sapido di pazienza creativa, può guidare il mutamento verso l’avvento pieno del digitale senza dissipare l’anima di una poetica. Senza dissipare la poetica dell’avventura editoriale.”.

Mi sono permesso di attingere queste poche righe al testo che ho scritto per Roberto Colosio, il titolare della TipolitoTAS, dedicandogli una copia de «La Luce postuma del Canto», perché non avrei saputo esprimere meglio i sentimenti e le convinzioni che hanno ispirato la mia scelta di tornare da lui, a distanza di undici anni dal mio ultimo libro, pubblicato altrove. Roberto Colosio ha realizzato gran parte dei miei libri di poesia: il primo, trent’anni fa, fu «Il viaggio di Sisifo». Insieme a lui, ho cercato di mantenere vivo un profilo esperienziale che ho molto amato nella sua essenza professionale, quello del tipografo, tentando fino all’ estrema possibilità. «Vigilie in esilio» è l’ultimo libro che, nel 1996, Roberto Colosio realizzò per me, utilizzando la linotype e stampando in tipografia, con macchina piana, credo. Gli devo qualche scelta di merito che, anche in quest’ultimo lavoro, ha permesso di dare vita al cofanetto nella forma in cui poi è nato. Solo un occhio innamorato del proprio lavoro, sa vedere prima l’aspetto che sarà poi, l’anima viva della cosa in sé. E solo una mano esperta sa scegliere le sfumature di colore e la consistenza di una carta, scampando le insidie, le tentazioni seduttive delle molteplici possibilità che si aprono davanti al profano.

L’ardente fervore operoso che stabilisce l’ora artigiana, è potentemente dissimulato [forse artatamente nascosto o più semplicemente inconsapevolmente ignorato, anche quando viene sparso con generosa e muta abbondanza] dalla scansione all’apparenza dimessa dell’ambiente. Non c’è la fascinosa eleganza della bottega d’antan, magari ricostruita con smagata sapienza da un progettista d’interni. Non c’è l’ossatura rustica, risuscitata in un surrogato di maniera, fra vintage ed iperrealismo tecnologico, che tenta di restituire per sottrazione un’asettica cifra dall’apparenza semplice. Un simulacro spesso spalmato di bianco, sugli eccessi del formalismo. C’è la verità snudata di una fatica esperta, sapiente ed antica, c’è la spoglia evidenza della tecnica sparsa un poco ovunque.

La trama dell’esperienza sorveglia ogni spazio e ispira ogni gesto, restituendo a tutto l’anima non vista di una calda e duratura competenza, che è la cifra distinta del lavoro artigianale silenziosamente trasmutato nell’avvento di un’altra sintesi produttiva. Un’alchimia difficile sempre, al limite dell’impossibile, in un’epoca di tumultuoso ed interminabile transito quale la nostra è stata e spesso tuttora è. Ci sono l’essenziale ed il necessario.

Non si tratta solo della pur rilevante rivoluzione funzionale, che l’avvento della sintassi digitale ha comportato. Uno sconquasso antropologico l’aveva preceduta, per qualche verso anticipata, in un certo senso postulata. Quando la forma dell’umano tracima l’orizzonte storico in cui è nata, è cresciuta, si è diffusa, è maturata sino al compimento nel proprio tramonto, la sua onda dilaga nell’ampio orizzonte del futuro ignoto. Conoscere il punto fermo delle idee, delle cose, della forma dentro tempi che si compiono fra tramonto e gestazione è, più di sempre, un’aporia destinale del limite umano. Non v’è che cercare, la ricerca, camminare senza conoscere il sentiero. E così tracciarne uno che sarà segno e guida, ricompreso dagli stati nascenti del domani.

Beppe Comelli, con il quale ho lavorato alla conclusione tipografica de «La Luce postuma del Canto», come di altre mie opere precedenti, è al desk digitale di TipolitoTAS. Sa cos’è un font, ma ha studiato sulle pagine dei suoi antenati, i caratteri tipografici. Impagina con la più evoluta sintassi digitale del DTP, ma sa cos’è un punto tipografico, il suo occhio non si lascia ingannare dall’apparenza. WYSIWYG è un acronimo insidioso, per chi non ha mai visto un pantone e non ha mai conosciuto la sua esigente evidenza. Beppe sa che cosa davvero succederà sulla carta e sa metterti in guardia prima che la seducente illusione visuale, a schermo, ti restituisca la propria forma talvolta diminuita ed impoverita nella stampa, digitale, su carta. Se serve, come un proto attinto all’epica di un giornalismo tramontato, ti risveglia all’evidenza di un allineamento sfuggito, sul filo millimetrico di un’attenzione sempre pronta. E se la scelta dei caratteri, tipo e corpo, si è presa qualche licenza di troppo, proprio come faceva un tempo il titolista con caratteri a mano in tipografia, distoglie lo sguardo dal monitor e, con accenti interrogativi sul volto, ti fissa fino al tuo risveglio consapevole dell’errore. Aiutandoti con qualche insinuazione dubitativa, se proprio vede che resisti nella tua ostinazione errante.

Un testo si può, e forse si deve, scrivere da soli, in solitudine. Un libro, l’opera, ha bisogno di sguardi esperti e di mani artigiane sapienti per nascere nella forma attesa. Talvolta, ammirevole oltre la stessa bellezza immaginata. Così nasce lo stupore incantato della prima vista, appena dentro la soglia della tipografia,in un pomeriggio d’inverno. “Abbiamo bisogno l’uno dell’altro”. Nessuno si salva umanamente da solo. Nessuno avanza da solo nella temperie della storia, che sconvolge l’umano nel transito. Avanzare è la sintesi di un coro armonico delle diversità. Anche quelle delle diverse competenze esperite e vissute. L’anima digitale del tipografo artigiano, dispone di un’antica sapienza, attinta all’arte della forma nascente.