Stato nascente.[#Hashtag].

Stato nascente.[#Hashtag].

L’alba, l’eterno miracolo dello stato nascente, portava in grembo la messe dei sogni innocenti. Lo statuto interiore dei virgulti sognanti dipingeva la traccia discreta di un altro domani. Come immensa pareva la Vita negli occhi affacciati ai confini del Cosmo! Camminavano accanto le anime amiche con le mani congiunte, due a due, le promesse sorelle di infiniti lontani.

Tu salivi con passo dolente di antiche ferite e sentivi nel cuore il calore sommesso di parole risorte. La compagna più strana, l’indicibile Morte, si stringeva nel tempo, era tanto lontano il suo varco silente!

Tutto intorno balbettava il futuro. La tua storia nei tempi conosceva il suo tratto più duro. I profeti del senso inaudito sussurravano arditi dentro il margine ignoto. Abbracciati all’estrema scintilla del vero, lungo erti sentieri, Nessuno più riconosceva la sorgente. Infiniti cavilli garantivano la pavida avanzata degli opportunisti. L’imperdonabile attitudine dei giusti veniva fieramente punita. Nella democrazia al tramonto, tutto era formalmente corretto e nulla era sostanzialmente a posto. I nuovi mentori della retorica, spalmata da decenni con imprudente e sfrontata smagatezza sulla superficie mainstream del presente, avanzavano con il piglio scaltro dei modesti conducatores. La risibile resistenza di coscienze ridotte all’insipienza da dosi sempre più massicce di promesse mediatiche sedative e dal placebo di un’illusione, restituiva uno scenario assuefatto. La minuscola compromissione vissuta da ciascuno di loro nella ferialità in proprio, accreditava le folle plaudenti di una dose omeopatica di corruttela che li aveva resi insensibili, o ciechi per indifferenza, al veleno di prossimità. Solo il mostruoso e venefico liquor del Potere e delle Elites riusciva a risvegliarne una risentita reazione critica. Il cui primo inconsapevole obiettivo era l’io innocente che avevano da tempo perduto, a lungo tradito, cancellato come un ospite strano, indesiderato, come uno straniero. Gli agit prop del consenso in servizio permanente effettivo attingevano a piene mani quel bendidio a poco prezzo. Adulterandolo, nella pulsione spregevole a godere un potere fine a se stesso, privo di ideali, di visione, di orizzonte, con l’assenzio della più torva demagogia.

L’etica situazionista aveva ridotto il trasformismo gattopardesco ad un esercizio dilettante. Le preferenze accordate al caudillo di turno, il Salvator servente, migravano fulminee da una sonata con piffero per masse in disarmo critico, di perduti a se stessi, ad un’altra. Era sufficiente mutare il volto, la caratura della spudorataggine in favore di telecamera, l’etichetta sul pacco, ed il nuovo che avanza convocava a nuove magnifiche sorti e progressive i destini redenti del popolo [sempre lo stesso] in causa [ad assetto variabile, secondo il profilo incarnato del salvatore di turno]. La pulsione segreta o nascosta, l’inconfessabile quotidiano, assurgeva a slogan vindice, nelle iperboli salvifiche di un sole dell’avvenire incollato a fondali di cartapesta. Ad ogni cambio di scena, il popolo, sempre quello, il Conducatore, il meglio modellato sulle nuove istanze salite a gran voce dall’urlo della protesta, gli ultimi mandati salvifici [forse, i più recenti hashtag] si affrettavano a campire l’intera scena [mediatica].

Lo statuto dolente dei sognatori, metronomo di una malinconia che nessun sismografo dell’anima era più in grado di rilevare nella contemporaneità, contemplava da anni impotente la deriva dell’umano perduto a se stesso. Confinato al margine, schifato senza aristocratica sprezzatura e con volgare sdegno della sua fragile povertà di tutto, ascoltava il canto silente di un Dio senza più alcun nome che, come la carezza misericordiosa di una madre, lo restituiva ogni sera, intatto ed innocente, ai fasti dell’Alba, all’eterno miracolo dello stato nascente. Unito, nei puri di cuore, all’ora estrema e nell’ora del tramonto.

Ora et Labora. [Canto dell’artista errante lungo i sentieri del mondo.]

Ora et Labora. [Canto dell’artista errante
lungo i sentieri del mondo.]

Scrissi l’articolo che segue nei primi mesi del 1993, venticinque anni fa. Venne pubblicato dalla rivista Madre, presso la cui redazione lavoravo dal 1978, nel maggio di quello stesso anno. Il testo era parte di un numero monografico che io stesso avevo in gran parte pensato e curato, su incarico del direttore, in collaborazione con i colleghi, scrivendo anche una breve presentazione che intitolai: “Europa, le leggi e il sogno”.

Ogni volta che rileggo i due testi, raramente, e ripenso all’esperienza di quegli anni, una identica commozione mi assale e pensieri diversi e sempre più consapevoli mi abitano, in una sintesi che duro fatica a contenere e la cui essenza ultima si dischiude come una luminosa ferita. Qualcosa di dolente, che pure tuttora rischiara ed illumina il mio cammino umano. E mi aiuta a compiere una rievocazione dignitosa di quello professionale, ormai da tempo sostanzialmente estinto, almeno nella sua forma agita di ortodossia della scrittura contrattualizzata. Perché malgrado tutto, o forse proprio grazie a quegli anni bellissimi, tempestosi, drammatici, ho continuato a scrivere. In Rete, sulla carta, poesia, prosa, saggistica. Assistito da una inesauribile Grazia, nessuna formalizzazione istituzionale l’avrebbe potuta garantire, che solo uno statuto interiore rispettoso di una vocazione e di un talento, piccolo o grande che fosse, avrebbe potuto accogliere. A condizione di non seppellire la moneta del dono ricevuto sotto la terra arsa e sterile della corruzione di sè ed in essa della parola stessa.

Dieci e più anni fa, ho scansionato gli originali, battuti un tempo con la macchina da scrivere. Ho riposto i file in una cartella che ho nominato “Archivi di carta”. Insieme ai due testi dedicati all’Europa, avevo intenzione di raccogliere anche altri scritti pubblicati, in vista di una eventuale riproposizione, in qualche spazio digitale, i due soli, che negli anni ho curato. Nel 2013 ho aperto il blog. Un anno e mezzo dopo, tra i “Sentieri di Senso”, ho creato “Scritti a mano”. Pensavo che se un giorno mai avessi deciso di condividere gli scritti, lo avrei fatto in quell’ambito, o nell’ultima nuova pagina aperta, intitolata “Fatti a mano”.

Stamani ho riaperto dopo tempo la cartella degli “Archivi di carta”. Sono solo tre gli scritti che ho scansionato. Oltre ai due citati, c’è un pezzo intitolato “Il volto umano della forma”, l’introduzione ad un’inchiesta in tre puntate dedicata ai beni culturali. L’avevo pensata, progettata e realizzata, lavorando per oltre un anno, tra il 1991 ed il 1992, settembre la data di pubblicazione. Non vi sono invece i tre testi dell’inchiesta, perché il lavoro di ricognizione sulla memoria è centellinato dal passo interiore di una consapevolezza dolente.

La stessa che anche stamani mi ha colto, quando ho riaperto la cartella, con la ferma intenzione, questa volta sì, di pubblicare il “Canto dell’artista errante sui sentieri del mondo”. Un insieme di sensazioni, al limite tra la nostalgia e la speranza. Tra la memoria consapevole allora di ciò che sarebbe stato poi, l’evidenza talvolta scandita oggi con uno spirito del presente, partecipato non già con l’arte dei persuasi, i testimoni, bensì con l’artificio dei retori, coloro che leggono la forma del presente nel compiersi di ciò che accade. Quelli che spesso ho definito i profeti del giorno dopo.

Lo sguardo aggettato sul futuro da chi accoglie ed ospita una visione di lunga durata, pare, al compimento dei tempi, la sinopia di un’opera tracciata nell’oscura solitudine creativa di chi già pensa una realtà che ancora non è.

Sono affezionato a quei lavori, a quelli in particolare, perché in essi ho vissuto con dedizione, anche sacrificale, una precisa vocazione professionale. In essi, mentre sentivo montare la sempre più evidente impossibilità di vivere con coerenza estrema, dunque ultimativa, l’armonia fra parola poetica e parola giornalistica, avevo esercitato tutto il talento nella fatica di tenerle insieme, senza tradire mai l’una per sostenere l’altra.

Sono tanti e diversi i motivi per i quali, al diapason della mia esperienza professionale, di autodidatta privo di appartenenze, alla ricerca ed alla coltivazione delle quali del resto non ho mai dedicato un solo istante della mia vita, me ne sono andato dal giornale, un anno dopo quegli esiti che furono per me ricchi di gratificazioni, nel 1994. A quarantuno anni, nel pieno della maturità umana e professionale.

Ho salvato così la parola, poetica, ma non me stesso e nulla della mia particolare condizione sociale. So essere questo il fondamento decisivo, ontologico, di ogni altro all’apparenza incomprensibile abbandono. Malgrado la biografia professionale disponga di sostanziosi segnavia per motivare il corollario istituzionale di una diversa e pur vera motivazione.

Qualcuno, pochissimi, mi ha chiesto in questi anni la ragione del mio salto nel buio, incomprensibile a tutti. Io stesso, ben consapevole dell’atto di coscienza originario a sostegno del mio gesto coerente, non sono spesso andato oltre nel motivare la profondità del senso. Nella sua integra ed intera complessità.

Ogni volta che leggo e rileggo quei testi e rivivo alcuni tratti del sentiero personale, affacciato su uno scenario storico di vertiginosa transizione, integro nel corpo dell’esperienza un altro segno di quella intuizione. Amo, è la parola giusta, quegli scritti perché riverberano l’orizzonte storico, sociale, umano, creativo, artistico e religioso che ha fatto da sfondo al mio minuscolo, eppur sempre lucido e cosciente, cammino. E’ come se dai diversi pensieri e dalla loro composizione insieme si staccassero particole di futuro, allora già dato, ma non ancora accaduto. In qualche modo indicibili, all’epoca nel loro fondamento di senso, seppur esposti nella forma della parola che declina visione e pensiero, sentimento dei tempi.

Non voglio essere l’ostinata barriera che si erge ora nella deriva senile a tutela di inesistenti e mai cercati privilegi. Sono l’uomo nudo e disarmato a tutto che ho sempre cercato di essere, al meglio di me stesso, qualunque cosa possa voler significare all’ombra del mio inqualificabile talento [il giudizio del quale è sempre affidato ad altri ed è per natura etica postumo]. Sono, sono stato e sempre ho cercato di essere il monaco vivo nel canto. L’integrità esistenziale dell’uomo che arde nel canto del poeta. Forse la parola poetica staccava troppo dall’orizzonte della cronaca. La licenza visionaria è uno sfarfallio nella pur poetica traccia che depone la cronaca dei tempi nell’orizzonte del Tempo.

Spesso, in questi anni, sono stato tentato di riproporre i due scritti dedicati all’Europa. Un giorno, in un impeto di diligenza interiore a cui sono educato da sempre, ho scritto persino al giornale per chiedere se nulla ostasse in punto di diritto a che io pubblicassi lavori miei realizzati durante la mia ultra decennale esperienza in redazione. Di tutte le mie intenzioni ho fatto nulla. Ho scritto ancora e con accenti diversi dell’Europa. L’ultima volta in cui l’ho fatto è stato qui. Con riferimenti meno espliciti, ne ho scritto anche qui.

La crisi epocale che ci attanaglia ha radici profonde e lontane. La sua gestazione era in atto da tempo. Ora fiammeggiano gli esiti, lampi sull’orizzonte del tramonto. L’Europa non è l’enclave di un Occidente esteso che si spegne sull’orizzonte globale. Ne è stata la culla e mantiene in sé tuttora i fenotipi della sua nascita nella Modernità.

Spesso avrei voluto pubblicare i due testi sollecitato dall’enfasi retorica che la militanza armata a difesa di usberghi ormai vuoti di senso sparge strumentalmente. La bellezza, svuotata dei fondamenti di valore che ne hanno animato la vita viva, è un dolente sarcofago, metafora declinante di una storia che fu. L’ostentazione del potere è l’opposto dell’ostensione sacrificale.

Ho appreso una consapevolezza diversa dell’essere monaco. Il claustrum che ha abdicato alla prevalenza organizzativa, non ha più nulla dell’organismo orante, il quale si basta di se stesso nella ferialità di un pellegrinaggio orante.

Avrei voluto pubblicarli quando retori di altra natura, nati sotto lo stesso segno imperativo, hanno da versanti opposti combattuto una stessa strumentale battaglia. Nessuna civiltà nasce avendo quale garanzia una moneta condivisa. Nessuna strumentalizzazione da parte degli oppositori restituisce la dignità di un limpido umanesimo ai militanti del dissenso. Unicamente la nascita di un nuovo orizzonte di senso, che alberghi prima di tutto le anime innocenti dei suoi testimoni, genera una nuova unità spirituale. La cui continuità con il passato non è data dalla consistenza delle armate di cui si dispone e nemmeno dalla perfezione con cui lo stile retorico si appropria della verità profonda di un’anima. Le civiltà hanno inevitabilmente ed indubitabilmente un’anima la cui eredità conosce un solo provvidenziale destino: la predilezione del sacrificio, il sacrum facere.

Ora et labora”. Qui ed ora. Nel tempo storico che ti è dato in dono di vivere, con l’anima aperta all’Eternità e lo sguardo posto verso l’Infinito. Solo allora risuonerà in te l’eco degna e dignitosa del passato che ti è stato madre e culla. Pur se tu fossi, creatura del margine, fuori dalle mura belle del chiostro. Il tuo foro interiore, l’unica nota acuta che sigilla l’armonia del canto. Al diapason di risonanze di tempi lontani e diversi ma non mai divisi, anche lungo la drammatica erta di una transizione senza apparente fine.

Canto dell’artista errante
lungo i sentieri del mondo.

Armonia e disordine per le arti e la comunicazione in Europa è stato il tema di un incontro che si è svolto nel febbraio scorsoa Venezia. La sintomatologia che anche questo appuntamento ha rivelato, è quella della grande malattia che, come ormai ognuno sa e dice, secondo il tam tam del conformismo di massa, prodotto dalle ideologie madri della cultura di massa, diffuso dai mass media e diligentemente ripetuto dalla massa stessa, affligge l’Occidente: la decadenza. Sono abbastanza note le origini dell’attuale stato delle cose: più che la diagnosi preoccupa la cura, la cui ricetta è tuttora ferma e si affida alla montaliana denuncia di “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.Un grido la cui poetica, storicamente riferibile al contesto italiano ed europeo, fascista e nazista, si eleva oltre tale orizzonte. Quando ci si spinge a dire, finalmente, ciò che siamo e ciò che vogliamo, cisi scontra con la tragica evidenza della contemporaneità, capace solo di rimedi burocratici, nuove leggi, invocate sempre, ed economici, richiesti con insistenza. Ma una società ingabbiata nelle maglie strette di nuove e sempre più numerose leggi e di un maggiore e sempre più ambito profitto, perde il senso dell’assunzione responsabile del rischio. Perde gli elementi vitali della creatività, dell’arte, che sono libertà, non libertinaggio, e gratuità, che non significa solo sacrificio, ma soprattutto, anche, assenza di qualsiasi finalità speculativa.

Forse gli artisti, i grandi assenti ampiamente giustificati ai convegni, dovrebbero iniziare a dirci cosa siamo e cosa vogliamo oggi, o almeno e soprattutto cosa vorremmo essere e che cosa oggi sia l’arte.

Kirill Razlogov, direttore dell’Istituto per la ricerca culturale di Mosca, intervenuto a Venezia in rappresentanza dei Paesi dell’Est, ha dimostrato come il lungo digiuno dalle libertà democratiche abbia aguzzato l’ingegno e l’inventiva, cercando il cuore del problema. La prospettiva aperta sul nuovo futuro, e non chiusa sul particolare del proprio passato, rappresenta una buona risorsa, segno appunto di vitalità non sopita, anzi, a forza trattenuta sotto la cappa chiusa della cortina di ferro. Ora, magari per inesperienza, rivolta all’indirizzo errato, però eloquente nella sua proposizione. Che ha detto Razlogov? Se si vuole, nulla più di quanto una strategia attenta alla cultura planetaria, e perciò corretta nel momento storico che viviamo, avrebbe potuto dire in una scarna sintesi del passato. Però qualcosa di sufficiente a sbilanciare in avanti l’appassita contemplazione di sè nella decadenza che ci consuma. “Credo – ha detto Razlogov – che non si sia discusso molto della cultura mondiale. La situazione mondiale sta cambiando molto più di quanto non pensino gli Europei. Per comprendere le ragioni di questo cambiamento, dobbiamo risalire agli anni ‘20. Negli anni ‘20 il centro della cultura più ambito era Parigi”. Una breve ricognizione per ricordare come l’isolamento prodotto dal socialismo reale avesse bloccato le avanguardie sovietiche negli anni ‘30, e Razlogov ha proseguito: “Il centro mondiale della cultura nel 1956 era fermamente istituito a New York: per la prima volta l’Europa perse il primato. Fino all’85, la situazione non cambiò molto: Mosca divenne un polo d’attrazione per l’Est e, agli inizi degli anni ‘70, il centro mondiale si trasferì dapprima a Los Angeles poi a San Francisco. Negli ultimi dieci anni abbiamo visto nascere i movimenti del Sud-est asiatico. Ora la situazione è molto più complessa che non ai tempi dello guerra fredda”.La percezione corretta di questa fluidità, insieme alla denuncia del pericolo che una fuga verso Est possa rappresentare una grave perdita per la cultura europea, è un passo in avanti rispetto alla dolente e sistematica ricerca di un punto di forza nello statico, e decadente, panorama della cultura europea. Razlogov non si spinge a tratteggiare soluzioni possibili, rimedi, ma pone una pietra angolare nello sviluppo della riflessione. Dove si trova ora il centro della cultura mondiale? Capire questo, significa anche capire e riorientare il significato della tutela dei beni culturali: se la cultura contemporanea muove dal vecchio continente, quale ruolo attivo può mantenere l’Europa stessa?

Un’analisi più accurata, orientata verso il cuore del senso, non può oggi che affidarsi all’affermazione del dubbio, a parole quali sradicamento, erranza, esilio. II milieu, il centro cioè, che fu parigino, e rimane nella memoria nostalgico segno del tempo che fu tuttora e per numerosi europei, oggi,è nomade e vive nel cuore degli artisti, che sono vivi nella e della propria arte. Il resto è attendismo istituzionale, dal quale prima gli artisti si affrancano, ammesso che un autentico artista e non un funzionario della cultura che si atteggia a tale possa rimanere impigliato nella sua rete, meglio è per tutti. Per gli uomini, per gli artisti, per l’arte e per la nozione stessa di bene culturale.

La legittima distinzione che viene operata tra bene culturale e arte contemporanea, infatti, non può significare una cesura netta tra passato e presente. Esiste un continuum, un filo d’oro, sottile e tenace al tempo stesso, che lega memoria e speranza, ed è l’occhio percettivo che il presente, cioè la contemporaneità, destina ai due orizzonti, passato e futuro. La separazione è una mistificazione arbitraria ed è demagogico cercare di accreditare una nozione di bene culturale che prescinda dalla presenza. Non ha senso parlare di bene culturale se non lo si definisce secondo una concezione di arte contemporanea. Fosse essa pure, come è, espressione critica di una decadenza, di una dissociazione.

Sarebbe certo corretto e lucidamente coerente con l’ispirazione della materia di cui si parla, l’arte, se si cercasse nella comprensione del presente la luce alta che rischiara passato e futuro. È giusto che non si debba e non si possa assimilare alla nozione di bene culturale la contemporaneità.Il bene culturale è tale anche perché vive del nobile, quando lo è, valore aggiunto della storia. Ma una qualche nozione di ciò che l’arte significa nel presente è indispensabile per avvicinarsi al senso del valore della storia. Ciò rimanda ad una inevitabile notazione etica.

Come è possibile, in assenza di una qualunque percezione e significanza etica, comprendere ed apprezzare quella figurazioneche si esprime nella parola sintesi di stile, che è appunto etica ed estetica insieme?

Arte e artisti sono, dunque, i grandi assenti. Se si esclude almeno una qualche dichiarata eccezione, lo sono stati anche a Venezia, dove, tra i pochi, il professor Andreas Wiesand, presentandosi nella molteplice veste di scrittore, di imprenditore editoriale, di direttore dello Zentrum für kultur – forschung di Bonn e di relatore sul tema del diritto d’autore, si è lasciato andare ad una accattivante, e piuttosto scontata, battuta sul ruolo dell’artista, preoccupandosi di sottolineare interesse per il rilievo economico del proprio lavoro. “L’artista – ha detto Andreas Wiesand – non è un santo”. E perché no? A parte la plateale semplificazione, più demagogica e conforme al clima ed allo spirito del tempo, mi chiedo perché non potrebbe o non dovrebbe esserlo. Me lo chiedo a partire dal Cantico delle creature, di Francesco d’Assisi. Forse, parlando di Europa, di arte, ci si dovrebbe interrogare più diffusamente e più a lungo sullo spirito e sulla lettera del lavoro e della vita del santo di Assisi.Senza indulgere, poi, alla considerazione meno gratuita secondo cui poche forme di operosità sono più dell’arte pensate e vissute in prossimità di una qualche rarefazione delle cose per fare spazio al dettato interiore, la prima cosa che vorremmo sentirci comunicare da un artista, oggi, è il desiderio di affrancamento da ogni tutela burocratica ed economica.Se non hanno questo coraggio gli artisti, almeno gli artisti, chi ci affrancherà dallo servitù della decadenza?

E del resto, come ormai da più parti e da tempo si dice, il passaggio epocale, il crollo, vero, presunto o paventato, ma certo verosimile, di una certa cultura Occidentale, non affonda le proprie radici nella incultura, una nuova barbarie, che sembra ripetersi secondo i canoni del crollo di un altro imperialismo, quello romano?

Quale il ruolo, dunque, in tale contesto, dei beni culturali, e quale il modo con cui tutelarli? Per quel che possono valere le affinità delle diverse epoche storiche, qualcosa si può dire. Chi salvò, consegnandola al futuro, la tradizione culturale del passato nel tempo buio dell’Alto medioevo? Chi, confondendosi allo spirito della barbarie, presunta, certo, pose i virgulti di una nuova civiltà salita al sublime del Basso medio evo? I monaci e non altri. Qui si salda la concezione secondo la quale la creatività ha molto a che vedere con l’ascesi,con la mistica del dono. Ristabilire la gratuità quale fondamento del creare, e del vivere, è indispensabile. L’arte e la cultura non sono mai troppo lontane dal proprio tempo: o ne anticipano di nuovo, e sono allora vive e profetiche, o scimmiottano il passato, ed allora sono la decadenza.

Sotto la maschera delle metafore tecnologiche ed economiche, attraverso le quali il nostro tempo controlla, o suppone di controllare, l’arte, c’è, nemmeno troppo nascosto, il germe di quella che si può definire nuova barbarie. Un paradigma che trova nell’Est asiatico, e forse qui potrebbe trovare una qualche sintonia la sintesi di Razlogov, la sua espressione più eloquente: chi compra, cercando di rubarne l’anima, tutto ciò che è in vendita dall’Occidente? La nuova barbarie, la sottile e insinuante violenza dell’imperativo economico, un primum che presiede, ciecamente o no, ogni scelta. La mistica dell’economia, che celebra i suoi riti adottando ed elevando a simboli gli strumenti tecnologici, tra questi le armi, sembra non avere compagni di viaggio, dell’umano viaggio, intendo, credibili: perché, infatti, come ognuno si chiede, la guerra planetaria del Golfo e l’indifferenza o il timore di Sarajevo? Chi, allora, ha il dovere di preservare il vecchio che muore nella continuità del nuovo che stenta a nascere? Come lo deve fare? È nell’ambito di questa visione, che, senza pregiudizi, ma con una leale cultura dell’alterità, possono nascere una risposta ed una nuova civiltà.

Il Medio Evo nacque e si sviluppò dall’incontro di due culture. Una nuova forza nascente, detta allora barbara, che era a proprio modo colta, ed un imperialismo morente, ma fiero della dignità passata, Roma. Fu un passaggio che avvenne nel segno della forza. Ma se qualcosa vive ed è nato non lo si deve certo alla spada di Brenno. Se è viva presso di noi la cultura e se una nuova civiltà è nata, lo si deve alla dedizione dei monaci. Essi preservarono dalla decadenza il sublime tesoro delle civiltà passate e disposero il terreno sul quale poté nascere, secoli dopo, l’uomo sintesi di un’epoca nuova, Francesco d’Assisi.

In questo passaggio, che può sembrare paradossale, si incontrano la gratuità, qualità dell’arte e della vita, e un nuovo monachesimo dedito a saldare la frattura, la lacerazione che si apre fra una cultura disarmata, ma forte e viva del suo passato, e la nostra, una tecnocrazia burocratica economicamente forte, ma culturalmente ormai inespressa. La gratuità richiede la presenza di un uomo profondamente religioso: non consacrato istituzionalmente, ma religiosamente dedito alla sacralità di un suo compito, sì. Dove siano i nuovi monaci è difficile dire. Certo, chiunque accostandosi all’arte la svincoli dal giogo di una appropriazione funzionale alla economia o strumentale ad un disegno di potenza esponenziale che ha nella tecnologia il suo punto di forza e nella burocrazia la sua ancella fidata, la riconduce nell’alveo della gratuità.

Se non si è animati da un pregiudizio demagogico ed anti aristocratico (anche i monaci erano i pochi, ma avevano una sincera cura ed attenzione ai molti) che una pseudo cultura di massa ha cercato, fallendo, di introdurre, ci si può avvicinare a grandi passi alla meta: una nuova civiltà che, nata dalla salvaguardia del passato, sia terra fertile per una vita possibile.

Mediazioni per raggiungere un affrancamento radicale? Lavorare di giorno per creare di notte. Una metafora che forse condurrebbe gli artisti alla sudditanza cosciente, e perciò sulla via di liberarsi, della schizofrenia. Ma che consentirebbe loro di smettere i panni ormai stinti di una stucchevole commedia nella quale devono interpretare in pubblico il ruolo dei contestatori di quel potere, secondo una tradizione che va dal Principe, alla borghesia industriale, allo Stato, che in privato segretamente amano, come fa un figlio un poco scapestrato con il padre indulgente, sedotto da una secolare attitudine che ne tollera il genio ed il servizio che rende di nobilitare la propria ottusità.

Sarebbe il primo passo per cercare e dire ciò che siamo e ciò che vogliamo.

E finalmente l’arte, ancella più o meno oltraggiata del potere in cambio della lusinga della gloria, arcaico e non scambievole orpello, potrebbe trasformarsi in compagna di viaggio e, perché no, dovrebbe tornare ad essere, come in origine fu, un sentiero percorribile per una nuova umanità possibile. Altro che nuovo ordine mondiale mantenuto a filo di spada (atomica).

L’Europa, culla millenaria di civiltà, lungamente abdica. L’arte non abita più qui. Ora si dispone ad essere figlia di un nuovo Occidente. Quale? L’indirizzo sembra sconosciuto. Indicarlo, cercare di comprenderlo, rimanerne in qualche modo culla originaria con un millenario sapere, può essere il compito degno e non privo di fascino che permane nel cuore del vecchio continente. Non già con la forza esponenziale della propria volontà di potenza, conquistatrice annichilente il proprio nemico, quanto con la propria alta lezione di civiltà, di libertà tradotta nello spirito dell’incontro con il diverso. Lo stesso che, giova ripeterlo, animò la nascente cultura dell’Alto medioevo, sulle orme di quella presunta barbarie da cui trasse linfa una nuova vita. La civiltà, come la vita, nasce sempre dall’incontro, se non dalla comunione, con il diverso. Purché nella relazione ciascuno mostri una qualche identità, non la volontà decadente dei suicidi. È invece l’Europa, la vecchia Europa cristiana, illuminista, libera e tollerante a perdere, dai tempi delle conquiste imperialiste, suicidando le sue migliori qualità sull’altare sacrificale di un’armata di cinici ad Auschwitz, e con denaro e burocrazia nell’ultima degenerazione in un delirio di onnipotenza. Una questione antropologica? Soprattutto. Sforzarsi di mantenere viva la realtà di Caino, pur di dimostrarne vero l’archetipo, significa non consentire alcun destino. Se i due poli permangono in Abele e Caino, si capisce perché da più di un secolo, e nelle sue frange più inquiete, negli ultimi decenni, l’Occidente abbia ripreso a guardare ad Oriente. Dove la violenza archetipale, e non solo armata di grossolani ferri, ma soprattutto, invece, di sottili ed invisibili distinguo, trova l’inquietante silenzio del Buddha.

L’arte, almeno l’arte, deve spogliarsi di ogni volontà invincibile, per mostrarsi nuda nella sua inutile, ed inutilizzabile, vocazione al Mistero. Per infaticabilmente aprire lo spazio che accoglie, non quello che alimenta il mito del nemico, fino ad inventarlo per sopprimerlo. L’innocuità dell’arte si basta del suo segno. Povero, sempre, e sempre, comunque, amante. Se l’arte contemporanea, perché questo è il punto, riuscisse in questa cerca del varco a passare l’insidioso vocativo all’autodistruzione, nella frammentazione, ritroverebbe voce per sé e per la storia. Ad Occidente, dove la modernità balbetta, ad Oriente dove un nuovo, e forse inutile, milieu stenta a nascere. Perché il centro non sorge dove è il dominio di una visione che annienta l’altra, bensì nell’armonia, anche errabonda, nomade, od esiliata nel silenzio che grida la propria impotenza a farsi canto contemporaneo di comunione, dei diversi nel cuore dell’uomo. Il lievito del segno, per un artista, cresce anche nel gelo dell’inverno che lo circonda, il silenzio del suo tempo. Egli può morire, ma non così il virgulto del suo canto, sepolto e nato dentro una Terra dove nessuna geografia ha vanto.

Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].

Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].

Il 24 Marzo, nel pomeriggio, sono salito sulla metropolitana di Brescia, in compagnia di Candida, degli attori del C.U.TLa Stanza”, Centro universitario teatrale, e di Pepa, la fisarmonicista che, generosa ed instancabile, ha accompagnato le letture poetiche.

Sono stato con loro, insieme ad Elena ed Evelina, durante un’ora e mezza, in attento ascolto. Condividendo[tentando di condividere...] la performance itinerante alla quale hanno dato vita, dentro luoghi feriali a me familiari. La parola poetica, sparsa con sapido acume di scena, con umanità partecipe e consapevole del contesto.

Ho ricordato qui la genesi per me felice di un evento. Cercherò ora di evocarne il ricordo, il mio grazie a chi mi ha invitato e a coloro che hanno portato il canto dei poeti nel vivo di una quotidianità talvolta impervia.

Il mio statuto interiore di esordiente perpetuo [o di “poeta adulto che traccia le aste con l’arte e con la vita”, come scrissi nel 1999 in occasione dell’esordio in scena in nome e per conto della mia poesia, a 46 anni] non offre appigli critici significativi. Non avevo mai vissuto prima un’esperienza poetica così, in fieri. Non ho confidenza alcuna con i talenti performativi dell’arte, in qualunque format declinati. Non avrò che le mie nude parole di poeta e la mia elementare vita singolare, dunque, priva di accrediti critici esperti, per testimoniare del canto, del suo porsi in essere ed in movimento lungo una traccia affollata della modernità. E a quelle unicamente mi affiderò, per raccogliere il filo teso di una poetica disseminata lungo un’esperienza che è stata, almeno per me, a tratti commovente e fortemente condivisa.

Le mille fitte che dritte sento al cuore,/

sì, sei Tu, mio Signore, che bussi agli occhi/

rovesciati intorno, per imbarazzo/

o per disprezzo , mentre io fisso/

la chiara ombra di Te stesso e senza/

orgoglio, in qualche modo fiero, spero./[...]”.

Lei ha fatto il vuoto del silenzio teso nell’ascolto intorno. Ha generato, con il linguaggio dell’arte, lo spazio dell’attenzione, accordando la nota interiore del canto alla verticalità. Ha suscitato il tempo della durata, il solo in cui si può svelare la profondità del senso. Nei pressi, sulla piattaforma, sciama il movimento dei corpi, il brusio ininterrotto delle parole che non si spegne mai del tutto compiutamente. Lei ha generato la sospensione spazio temporale in cui la parola poetica alberga con dignità. Chi vuole, può, se lo vuole, lasciarne scendere le risonanze in sé, attenderne gli esiti, lasciarsi abitare dalla parola, portando con sé un lacerto di senso o l’eco di una minuscola rivelazione. Entrare in dialogo ed in relazione con un mondo altro, eppure né straniero al luogo né estraneo alla contemporaneità dolente dell’umano, che prende forma, suscitato dalla voce che intona il canto.

Ho impiegato più di qualche istante per ricompormi, disunito dall’improvviso straniamento, che i versi appena ascoltati mi hanno fatto riverberare intensamente dentro. Li ho dapprima subito riconosciuti, emergendo dall’inatteso. Poi, sono stato provvidenzialmente vuoto di me stesso e ho sentito vivere le parole di una vita altra. Come se io stesso fossi convocato di nuovo dal canto a vibrare della dolorosa eco che, tanti anni prima, aveva ispirato in me quelle parole. Le parole del poeta, come i figli nel canto di Gibran, non sono del poeta. [Le vostre parole, non sono parole vostre... sono le parole della forza stessa della Vita, è la mia libera parafrasi]. E, come un padre, ho amato questo loro andare via, questo loro tornare nel mondo, nella voce, nel corpo, nella vita di un’altra persona, e ho contemplato la scena, il vederle vivere, di un’esistenza altra dalla mia, fatta presenza vera dalla voce, nella vita intorno… Ho tentato di intuire il riverbero di altri ascolti, presenti nei pressi della voce che stava incarnando spiritualmente ora le parole nate allora. Di immaginare come si componesse di nuovo il senso esistenziale, in quella minuscola traccia. La vivezza o l’eco residuale di un’esperienza…

Ho chiuso gli occhi, commosso, e l’ardore del ricordo mi ha acceso dentro, come nel giorno in cui quelle stesse parole, appena ascoltate di nuovo, mi erano nate dentro, dettate dall’impeto misterioso della Vita nella gestazione di lunghi silenzi e di un dolore intenso e duraturo. Era una mattina di febbraio del 1999. Come ogni giorno, e per alcuni anni, ero sceso in stazione Centrale, a Milano. Quando raggiungevo via San Giovanni sul Muro, avevo già almeno due ore di viaggio alle spalle. Un pullman, il treno, la metropolitana. Non di rado, riuscivo però a ritagliarmi un esiguo scampolo di contemplazione, nell’intatto silenzio di una piccola chiesa, della quale non ricordo il nome, all’angolo con via Meravigli. Lì, appena entrato, sulla sinistra, mi attendeva una minuscola oasi spirituale. La prima cappella ospitava un bellissimo crocefisso ligneo. Ai suoi piedi, una modesta sedia in legno invitava alla sosta ed alla preghiera. Io stavo lì, quanto potevo e più che potevo. In quell’enclave di raccoglimento a pochi passi dal cuore pulsante della città. Il luogo non era particolarmente luminoso: ricordo però che nelle giornate di sole un riverbero di luce scaldava ed illuminava il Crocifisso, ed il mio cuore insieme. Stavo spesso in piedi. Pregavo, sussurravo e parlavo, non di rado piangevo. Quello era il mio quinto anno di disoccupazione. Non è mai stato facile esserlo, ma, in quel decennio, quando ancora la promessa consumista [l’illusione?]di un’opulenza diffusa era l’orizzonte illimite e insieme la meta attesa della gran parte delle persone, esserlo era anche uno stigma ancor più difficile da sostenere. Ho un ricordo bello e terribile di quei mesi, di quegli anni. Che mi hanno segnato dentro irrimediabilmente, lasciandomi la traccia di una Luce inestinguibile che tutto rischiara. Anche le più cupe tra le zone d’ombra. Essere fratelli e figli del Crocefisso, non mi è sembrata mai una evidenza così prossima al mio essere umano, come mi accadeva allora. Restavo là, nel tempo sospeso della gioia latente che mi abitava, come una nota del canto eterno e della verità infinita di cui l’uomo ha sempre sete. Poi uscivo, incontro agli impegni che mi avevano, durante quegli anni, atteso: ne ho accennato qui e qui.

Un’epoca non tramonta quando gli effetti sono visibili ad un occhio umano altrimenti distratto. La storia accade assai prima nel grembo delle cause, le ineffabili. Le faglie profonde che annunciano il sisma, la rottura della continuità che rassicura nel presente, rilasciano spesso segnali. Segni dal margine, pensieri a latere rispetto ai luoghi comuni che dominano l’immaginario collettivo e potente. Molto di ciò che è accaduto nell’ultimo ventennio, era già bene a dimora. Una crisi profonda aveva già frammentato l’unità interiore dell’uomo contemporaneo. Il cinismo belluino dei dominus dissimulava con successo l’evidenza del naufragio spirituale, dando un diverso ed alienato nome alle cose. Nessuno mai, se non il poetico ed inascoltato idiota, avrebbe dato voce, in quegli anni, all’evidenza di una deriva valoriale ormai da tempo in atto.

Tra le stelle rare che ho avuto per guida durante la notte dell’interminabile transito epocale in cui ho vissuto, ha brillato anche questa: “Le idee valgono per quello che costano, non per quello che rendono ”. Sono parole di un sacerdote bresciano, padre Giulio Bevilacqua, pensate durante gli anni del fascismo. La coerenza è una virtù resistenziale sempre rara, in ogni tempo, e impervio l’esercizio dei testimoni, quando la rinuncia è il solo viatico. L’orizzonte valoriale in tempi di profondo mutamento ha un assetto ontologicamente variabile, che rende inquieto per vocazione e per necessità l’animo dei contemporanei. Ciò che già era attestato scompare e lo stato nascente è sempre un non ancora dal profilo precario. L’etica situazionista degli opportunisti ha campito quasi interamente l’antropologia dei miei tempi di transito. Le verità rassicuranti sono state quelle vincenti nel qui ed ora della storia. Sono state spesso gemelle omozigoti degli interessi, istantanei e sempre di parte, di una sola parte, la propria. Appartenenza ed apparenza hanno ispirato l’ontologia esistenziale delle maggioranze variabili, prone al mercato dei luoghi comuni. Da blandire, da inseguire, da promuovere. Lo scarto ideale conosce la solitudine e non la teme. Gli interessi hanno soffocato sul nascere le profezie testimoniate da soggetti confinati a margine. Coloro che hanno invece cercato l’orizzonte della durata. Stare stretti in quella morsa tenendo il punto interiore a scapito della propria fama, e non di rado della fame stessa, non ha avuto alcun appeal mediatico, nell’epoca della rappresentazione perpetua e di massa, in cui ciò che non appare non è. Gli ideali sono divenuti icone vintage da ostentare se profittevoli. L’arcaismo del bel tempo andato, opportunamente confezionato a sostegno del nuovo che avanza. Chi ha avuto la presunzione di tentare di vivere nel segno di una profonda continuità valoriale, l’identità ideale non vive d’altro, ha pagato duramente la sete di una verità fondata interiormente, che attinge l’orizzonte senza tempo.

Anche quella mattina, come ogni mattina, avevo incontrato almeno un cantore della propria disperata solitudine, nella metropoli distratta, in corsa e forse già in fuga dall’evidenza e da se stessa. Quella mattina però non avevo davvero potuto lasciar cadere la moneta povera del mio obolo di sempre e nemmeno quella dell’ascolto, dell’accoglienza interiore. Teso come ero io stesso sotto il peso di un indicibile e non condivisibile fatica. Di un dolore trattenuto. Così avevo lasciato che il Signore mi dettasse dentro le parole del mio pianto vivo. E, proprio in metropolitana, il 2 febbraio di quell’anno, le avevo trascritte. “ELEMOSINA METROPOLITANA (AMORE IN METRÒ…)”, è nata così, quel giorno.

Sabato 24 marzo Monica Minoni ha fatto dono della sua preziosa lettura in un’altra metro. Ripresomi dal gioioso stupore, l’ho ascoltata e, con tutta la residua intensità di cui sono ancora capace di presenza al reale,mi sono guardato intorno. Per tentare di capire come e se lo sguardo dolente e consapevole sul mondo potesse trovare accoglienza, vent’anni dopo, in un’altra città, su di un’altra metropolitana.

Nel mezzanino di Bresciadue [stazione annunciata come tutte con tempestiva voce registrata durante il viaggio: la realtà è sempre l’implacabile unità di relazione del poeta. Alzare lo sguardo all'asimmetria distonica del Cielo per tentare di abitarli insieme, realtà e cielo, è vocazione del poeta...] loro ci hanno regalato uno scampolo di Bukowski, [riproposto più tardi qui in metro], prima di ritrovarci tutti insieme in una rara pausa.

Per lunghi tratti ho ascoltato le loro voci farsi largo con smagata sapienza d’artista, senza mai declinarsi nel tono impositivo e declamante di chi reclama attenzione. Li ho ammirati nell’evoluzione lieve che li animava, mentre i pur eleganti e silenziosi convogli della metro ne minavano il tratto delicato e l’interpretazione accurata. In piedi, ben dissimulando l’attenzione al traffico umano che li insidiava sulle piattaforme sempre pronte ad accogliere i nuovi e a lasciar defluire i vecchi passeggeri a bordo.

Credo sia stato più o meno in questi istanti che lei, Caterina Reoletti, ha iniziato “CYBERLOVE”, l’altra mia poesia, tratta da “Luce d’Abissi”, che ho avuto la gioia di ascoltare in metro. “Mi piace”. E’cominciata così, con le prime parole del primo verso, con il giusto accento ironico, che prende ed insieme sottolinea la distanza dal vero apparente.

“Mi piace. Lo dissi al computer. Non pone

domande e davanti al dolore che incombe

non piange. Un vero signore. Affronta

il destino sicuro. Sta muto. Non ama

il passato, non presenta questione

al silenzio, ma tace. Mi piace. […]”.

L’ho seguita, attento, fino all’acuto con cui ha scandito, con verve decisiva del senso e del significato del canto, il vocativo auto referenziale e insieme straniante dei due protagonisti [chi?] di quello strano amore, o di quella nuova forma strana d’amore, in similpelle, si sarebbe forse detto, quando i corpi erano ancora sede consapevole di qualche spirito: “due nobili idioti,[…]”.

“ […] Nell’oceano

sperduta con te, mio oscuro mentore,

soli a navigare, nell’etere stretti,

lontani ed ignoti, due nobili idioti,

principe delle mie rotte, ogni notte,

mio cyberamore, senza nulla rischiare,

mio alienatore”.

Mentre lei sta dando nuova vita alla parola del canto, qualcosa sta accadendo vicino a lei. Qualcosa che ha suscitato poco prima in me un interesse latente. Una ragazza, seduta accanto ad un’altra in ascolto dall’auricolare, sta protesa per non perdere una parola, sorride a tratti, o così a me sembra, manifestando apertamente una curiosità partecipe. Quando l’attrice ha concluso la poesia, la ragazza si è alzata. Dopo uno scambio di frasi delle quali mi è sembrato di intuire il senso, ha fotografato la pagina letta, un gesto abbastanza familiare per chi conosce la comunicazione estemporanea ed in vivo diffusa sui social network. A quel punto ho ascoltato le parole rivolte anche a me : “Posso presentare l’autore…”. Mi sono proteso verso la ragazza, ci siamo stretti la mano e non ho potuto non pensare, animato da una indicibile ed irriducibile speranza, che le parole del canto fossero passate in lei secondo la poetica celaniana che sempre ho amato: “Solo mani vere scrivono poesie vere. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano [...]”.

E’ scesa poco dopo: sorrideva e salutava con gesti ampi e ben visibili delle mani. Ho creduto si fosse generato per lei un minuscolo istante di felicità, una sospensione del tempo nell’ascolto del canto. Ho sperato fosse stato così…

Ho viaggiato per lunghi tratti nei pressi di Tiziano Terraroli. Non perché sia un cultore del dialetto bresciano, la cui conoscenza è per me ben al di sotto del profilo canossiano maccheronico. E’ stata un’esperienza vivace e sapida. Il suo dialogo con i passeggeri, fitto di coinvolgimenti animati dalle parole ed ancor più sostenuti da sguardi, ha aperto generosi varchi di ascolto tra i passeggeri. Ho visto qualche volto canuto perdersi dietro chi sa quale memoria sognante, familiare nell’idioma di casa e nella consuetudine del corteggiamento giovanile, quando la traccia remota si è riaccesa nel canto arguto e complice dei poeti dialettali. Ho visto volti giovani forse sospesi tra curiosità e condivisione. Io stesso ho avuto un piccolo sobbalzo, quando la morettina [lo scrivo così, in italiano, per scampare il monito dei puristi, che conoscono gli accenti corretti], soggetto di un corteggiamento piuttosto insistente, viene geolocalizzata dal poeta nei pressi di un classico della brescianità, la Pallata. Lo spasimante, o l’aspirante tale, protagonista e vittima in un corteggiamento arcaico e d’altri tempi, in bicicletta! La bicicletta e la Torre simbolo della città medievale, convocate insieme, e non importa in quale lingua, non possono non scuotere l’immaginario di un ultrasessantenne, qualunque fosse stata la sua personale vicenda urbana.

Lei e lui danno vita, ad un tratto, ad una esperienza di inclusione, che mette in scena l’alto potenziale maieutico della poesia, quando ad animarla sono sentimenti aperti all’incontro. A metà strada tra due coppie recitanti, sto seguendo gli altri, quando la mia attenzione è attratta dal vociare assai poco poetico che si alza dagli ultimi sedili di una carrozza. Lei e lui sono alle battute conclusive di un duetto poetico mi par di capire amoroso. Il chiassoso gruppo dei troll metropolitani, vittima di un immaginario collettivo abitato da luoghi comuni che si pensano originali, lancia le proprie rumoreggianti sfide. Gli attori, incuranti delle provocazioni, rispondono con l’elezione dell’arte, sfiorandosi infine lievemente le labbra, in un atto di perfetta coerenza del corpo con il dettato testuale. Il maleficio infantile e falsamente trasgressivo della sfida, ha trovato nell’improvviso creativo il gesto salvifico dell’incantesimo. La poesia è un sussurro dall’eco inestinguibile, nell’antro in cui si leva l’urlo impotente della modernità. La mitezza erode con persuasione interiore la retorica dell’urto. Non ha bisogno di escludere con la forza. Di condannare con il divieto. Di espellere con la normalizzazione della legge imposta: “L’amor che move il sole e l’altre stelle [...]” ha fiato per includere i turbamenti minoritari, per spegnere i fuochi effimeri dell’esibizionismo di maniera.

Lo so, non c’è lei nella mia memoria itinerante al seguito della parola poetica in metro. Solo cercando il filo dei ricordi sparsi, ho colto l’ormai incolmabile lacuna nell’ascolto.

Il diapason della comunione è, ed è stato, in ogni tempo e luogo, un vertice sublime atteso. La sua sempre latente incompiutezza, l’orizzonte destinale dei poeti. Lo è anche, se non soprattutto, nella modernità. Animata sin dall’origine dall’iperbole della velocità. Insidiata dall’infinità di mezzi e messaggi sempre in agguato alle soglie di ogni più composto silenzio. Frastornata, talvolta, dall’iperbole cool dell’epopea digitale in corso.

La parola dei poeti sgorga, sempre indifesa e quasi sempre inattesa, dal cuore pulsante dell’umanità. E sale a bordo della vita, straniante e non di rado straniera alla ferialità dirompente, da una stazione all’altra dell’umana e divina avventura. Amor, ch’a nullo amato amar perdona […]”.

 

Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

 

Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

Sabato, il 24 Marzo, sono tornato a casa. Nella città in cui nacqui, decenni orsono. Credo che l’uomo vocato alla poesia sia a casa in ogni luogo e che il poeta viva in esilio ovunque e sempre. Dunque, non avrei dovuto registrare che una lieve increspatura con il sismografo dell’anima.

Invece, quella fessura di luce aperta in un incontro dall’apparenza fortuita, si è lentamente divaricata, fino a farsi torcia ardente, la stessa che riverbera il monaco, quando si accende nella parola della propria libera salmodia. Il canto del poeta. Un minuscolo accento di Luce acceso nel foro interiore, che traccia la speranza dell’attesa e dell’incontro, della condivisione, su, fino al diapason celestiale della comunione, quando accade.

La condivisione della poesia è, secondo la mia poetica, il gesto celaniano per eccellenza: la stretta di mano, antifona laica alla sacralità della comunione tra gli umani.

Sono tornato con un lacerto poetico della mia minuscola creatura, la poesia. Sono tornato nel modo che prediligo, in un luogo [su di un mezzo che attraversa il luogo…] che l’epica feriale, in me non mai disgiunta per scelta dal canto, mi ha reso familiare. Sono tornato condotto per mano da una sensibilità condivisa fin dall’origine. I nostri primi passi, così diversi nella forma scelta e così divaricati destinalmente lungo l’intera vita, mossero in parte su di un sentiero condiviso, sotto l’ala magistrale di Emo Marconi.

Sono tornato fedele ad uno statuto interiore che è stato metafora di una condizione umana e poetica, la mendicanza , di senso e d’ascolto.

Tutto si compone da sè, quando le tracce giungono a destino nella mente del Signore infinito, di tutti e di ciascuno.

Accanto e dentro ognuna delle parole e delle frasi che ho scritto qui, si annida un legame reso esplicito dall’ipertesto, che scioglie l’enigma ermetico della narrazione in una danza di rimandi e di letture che compongono lo spartito su cui muove l’evento. Per dare un volto più definito alla sinopia che ne ha annunciato l’affresco. Per mostrare lo sfondo della scena, così inconsultamente provvida, priva di segni e di segnali, di consuetudini e di frequentazioni. Disarmata a tutto, come deve essere la messa laica del poeta, quando intona il karma delle propria vocazione, ricevuta in dono e restituita nella vita. Gratuita. Libera. Aperta. Nomade. Fedele ad una sorgente interiore ineffabile, il cui solo confine lecito è il Mistero che la abita e che la pone dentro il solco vivo dei tempi.

Era un giorno di gennaio. Elena ed io camminavamo in città, nei pressi di una delle stazioni centrali della metropolitana. Lei era seduta dentro un locale, imbacuccata e resa quasi irriconoscibile negli abiti invernali. Eppure un tratto del suo volto me l’aveva resa familiare: avevo indugiato, tornando sui miei passi. Una, due, forse tre volte. Elena mi aveva raggiunto. Allora lei si era alzata: ci eravamo riconosciuti. Eravamo entrati nel locale anche noi ed avevamo iniziato una di quelle conversazioni un poco precarie e molto fervide che non ti inducono a sedere e nemmeno ti lasciano la briosa fretta dei rapidi congedi. Come accade quando non ci si frequenta da anni, ma la memoria attinge esperienze intense e condivise, se pure remote, le cui risonanze interiori rimangono vive, pronte a sgorgare nella forra carsica degli incontri casuali e sporadici.

Non ho mai voluto nominare con precisione di senso il caso, definirlo univocamente tale, perché il suo nome altro e più accurato è ed è sempre stato per me estraneo ad una estemporaneità priva di qualche fondamento esoterico. L’Invisibile che ci abita e che campisce l’orizzonte delle nostre vite, ha attitudini nascoste per convocarci al compimento dei nostri cammini.

Fino a quando Candida non aveva sorriso verso qualcuno che stava giungendo alle nostre spalle. Era la persona che lei stava attendendo. Con nostra reciproca sorpresa,tutti ci conoscevamo, ciascuno a proprio modo ed in circostanze diverse. L’avevo incontrata una prima volta anni prima. Suonava, seduta su di uno sgabello, lungo la via che percorrevo spesso al mattino per entrare in città. Avevo iniziato allora un dialogo sobrio con lei, che nel tempo si era esteso ad Elena. Sostavamo insieme ad ascoltarla, talvolta a lungo: amavo le sue note nomadi, come sempre mi accade, con chi risponde al dono del talento con l’estremo esercizio della restituzione libera e gratuita, non di rado al margine dei tempi, scampando così lo spreco di chi lo custodisce seppellendolo. Un giorno, tempo dopo, avevo scritto brevemente di lei, senza che lei stessa, assente per un lungo periodo, ne avesse mai saputo nulla.

Quel pomeriggio d’inverno, Candida ci aveva rivelato il nome della fisarmonicista sconosciuta: la protagonista del mio modesto cammeo in prosa si chiamava Pepa. Le legava una certa consuetudine artistica. Non potevo immaginare né sapere che Pepa sarebbe stata tra i protagonisti del mio ritorno poetico in città.

L’altro siamo noi, scrissi una prima volta venticinque anni fa per una collega impegnata in una iniziativa di accoglienza, che mi aveva chiesto qualche pensiero dedicato al tema. La singolarità dell’essere straniero è un’esperienza che ognuno può fare ogni giorno, a partire dal confronto con l’io più profondo di sè, nel dialogo assiduo con il Mistero che lo abita. Sono stato contento di sapere che la mia poesia esule in patria sarebbe tornata a casa in compagnia di una straniera ormai a dimora nella Brescia in cui sono nato.

Qualche tempo dopo, Candida mi aveva inviato un inatteso e breve messaggio. Mi informava dell’iniziativa chiedendomi se avessi avuto piacere di partecipare con una mia poesia da leggere nel contesto.

Le avevo risposto una prima volta, felice dell’invito, inviandole alcune poesie, introdotte dalla breve nota seguente.

«Come.1. I testi che propongo per una tua ulteriore scelta sono in totale otto. Nessuno è inedito: sono tutti tratti da una stessa opera, “Luce d’Abissi”, raccolta di poesie del 1999, accompagnata da un saggio critico che scrissi io stesso, in un secondo volume, pubblicato contemporaneamente con il titolo “Pensiero Nomade”.

Alcune poesie, quelle che fanno parte degli “Euforismi”, furono lette da “Scena Sintetica”, la sera dell’esordio in pubblico in nome e per conto della mia poesia,in San Desiderio, il 21 Marzo 1999 alle ore 21.00, all’età di 46. Fu la prima e credo terz’ultima volta.

Nel programma di sala che scrissi e preparai per la serata, raccontai la genesi del lavoro ed il suo significato. Ne trascrivo qui alcune righe.

Ho scritto questi trentatré brevi componimenti, secondo una misura, un ritmo, una cifra poetica per me insolita, in quarantacinque giorni, nel periodo compreso fra il 15 Gennaio scorso ed il 1° marzo. Non avevo alcuna intenzione progettuale, alcuna idea di opera complessiva. [..] Ho deciso di dare un titolo a questa breve raccolta. Euforismi. Una parola che svela un’assonanza e compendia una sintesi di contenuto fra Aforismi, Epigrammi, Eufemismi. E’ un segno euforico del naufragio riconosciuto e della albificazione che la consapevolezza postula. Un inizio, un nuovo inizio… Testimoniato nell’esperienza, la cui gioia suscita una distanza critica, figlia, naturalmente, dell’etica.”

Gli Euforismi costituiscono insieme a Minima umana, Aprile ed Aurore le parti di “Luce d’Abissi”, dalle quali ho tratto i testi che ti invio.

Perché.2. Negli anni successivi ho scritto e pubblicato altro. L’ultima opera in tre volumi è del 2017. Ho scelto “Luce d’Abissi” perché è uno dei miei testi più drammaticamente contemporanei all’epoca che ho vissuto, nel transito apicale già bene a dimora in quegli anni, per me dolorosamente provati e così intensamente vissuti per scelta consapevole nel cuore più cinico del tramonto.[...]

Infine, una minuscola nota di merito. Ho inserito anche Elemosina metropolitana [Amore in metrò]. [...] Il testo è stato scritto in metropolitana, a Milano… Scrivevo spesso all’impiedi, sostenuto da un’urgenza interiore incontenibile ed appassionata. Quando non sapevo dove appoggiarmi o non riuscivo a recuperare la carta, tentavo di imparare a memoria i versi che mi nascevano dentro. I luoghi ed i tempi dichiarati raccontano con precisione e puntualità tale condizione creativa. In particolare, le persone di cui scrissi in questo canto erano essi stessi musici: ne ho incontrati tanti in quegli anni nomadi! Ne accennai altrove, un giorno, ricordando come spesso salissero sui mezzi pubblici accompagnati e preceduti dalla litania dolorosa della mendicità, con il bicchiere di plastica per la colletta successiva in mano: “sono una dona povero…”.

La singolare coincidenza del nostro incontro in Piazza Vittoria, mi ha invitato a cogliere il segno di una presenza in qualche modo destinale/provvidenziale. Il nome del Caso è assai più preciso e giusto di quanto la creatura umana sia disposta spesso a pensare o a credere.[...]».

Qualche giorno dopo, Candida mi aveva chiesto di scrivere alcune righe di presentazione della poesia, un incipit contestuale e di senso per il canto prescelto. Le avevo risposto inviandole un sintetico introito e alcune altre poesie tra le quali scegliere, in sostituzione, se avesse ritenuto, delle precedenti. Motivando, in parte, anche così la mia decisione.

«Ho cercato di tenere il fuoco della mia poetica e di porlo in armonia con la natura del contesto. Uno scenario assai contemporaneo, feriale ed insieme avanzato, nel quale l’irrompere della parola, così come della musica [insomma, dell'arte...] genera [dovrebbe generare...] la mirabile sospensione del tempo interiore che restituisce o rivela alla vita la propria essenza. Uno scenario che mi è fisicamente e spiritualmente assai familiare, sebbene non abbia mai esercitato in alcun modo la poesia in senso performativo. Insomma, è la vita, almeno la mia…

Proprio sollecitato dalle osservazioni che hai fatto oggi al telefono, raccontando la tua e vostra precedente esperienza, sono stato aiutato a rovesciare lo sguardo, che è quello di una persona abitualmente dedita all’ascolto dell’altrui opera in fieri, per esercitarlo secondo la declinazione attiva che da poeta ho vissuto scrivendo. I tempi scandiscono la drammaturgia della rappresentazione, mi pare di avere capito, ed io, pur con i miei poveri rudimenti di totale analfabeta della rappresentazione, ho cercato di assecondarli. Sostenendo il merito: così ho scelto io stesso, come tu mi avevi invitato a fare, il testo. Anzi, i testi. La loro brevità sopporta bene le sincopi del viaggiatore che sale e che scende ed il merito appunto tiene e sostiene il filo della continuità, della durata.
Le cinque poesie sono scelte nell’ordine in cui le ho poste. Se decideste di leggerne solo una, sarebbe la prima, la prescelta, “Elemosina metropolitana (Amore in metrò…)”,eliminando quindi in successione le altre.».

Ed ecco il breve introito:

«Stazioni [Nicchie contemporanee di senso].

Amore. Misericordia. Contemplazione. Il Silenzio!

Lo spazio dell’eccellenza performante ed il tempo lento della meditazione,nel moto perpetuo di una mobilità senza requie, si incontrano, non più stranieri. Le solitudini distratte e quelle consapevolmente dolenti, insieme, al diapason di una Modernità sublime.

Una minuscola eternità feriale irrompe, in forma di parola, evocata nel canto del poeta. Vibrano risonanze estreme all’unisono,l’umanissimo limite e l’Infinito della tacita speranza.

Due attese si danno silenti la mano. Convocate qui, dove la corsa si ferma, per un lungo istante, mentre il Viaggio, incessantemente, divarica e converge gli infiniti sentieri interrotti del giorno.

Le singole vite, accese di Luce e di senso singolari, invitate dal canto alla pluralità ardente della comunione.».

Il ritorno a casa si è compiuto, quasi vent’anni dopo,nel segno poetico dello stesso esordio, quegli Euforismi che di “Luce d’Abissi” furono embrione e fondamento. In mezzo, qualche quasi clandestina incursione poetica, due, forse tre, ospite marginale nel cuore della mia città.

Mater dolorosissima, origine del microcosmo del mio canto, non sono nato a primavera, il 21 marzo, ma nell’inverno del tramonto che, da contemporaneo ai tempi, ho vissuto. Nel resistente esilio, nel margine resiliente. Sotto il cui gelo ho messo a dimora semi di tempi che non ho goduto, se non nel poetico sogno, e che mai vedrò. Che per sempre sentirò vivi nel cuore del canto. Accesi in eterno. Di Luce postuma. Nel paradiso muto della speranza senza tempo. La sola che dura e resiste.

 

 

Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].

 

“Il posto delle fragole”. [Fake news].

Il posto delle fragole”. [fake news].

L’occhio opaco del secolarismo pervasivo, che ha abitato i tempi da me vissuti, è ebbro di visibilità e miete vittime ogni giorno, tra coloro che si accasano nella vulgata vincente di luoghi comuni.

La felicità in similpelle dei potenti contemporanei, desertificata dentro, asperge di sé la scena mediatica del mondo, con il simulacro di un godimento condiviso. L’immagine è l’ostensorio dissacrante di una religione senza alcun dio, se non il vitello d’oro dell’apparenza.

La comunicazione, il solo totem con cui i domini moderni aggiogano e seducono le tribù della post-modernità, ha eretto, con frenesia tecnologica e con l’ossessione compulsiva del primato finanziario, l’ultima Torre di Babele: un manufatto cosmico in cui l’unico linguaggio assente, o marginalissimo, è quello dell’anima profonda del mondo, l’umano. Quello che, solo, restituirebbe sfondo, e dunque comprensibilità condivisibile fino alla comunione, a tutti gli altri assunti nell’unicum della vanità. Il mirabile assolo inudibile dei mistici. La soglia vibratile del suo diapason non è percepita dall’angusta distrazione, frammentata e discontinua, dei consumatori seriali di segni, analogici o digitali. Talvolta, replicanti di maniera si rispecchiano nelle parole dei giusti per lucrare l’istante invisibile che mai hanno vissuto. Nessuna simulazione emana il soffio vitale. Murare le parole nelle celle anguste della menzogna non libera nessuno: illude gli stolti e impanca la vanità dei tiranni a potere pro tempore [fake news?: l’eterna tentazione dei falsi].

Le ali spezzate del sogno laico tengono il volo nel vento sacro della preghiera. L’ontologia degli ultimi e dei marginali non sprezza il consenso. Lo eleva nella nicchia spirituale, priva della necessità imperativa del numero.

L’ebbra vocazione al Cielo, che tenne il cuore originale dell’inizio, innocente, è tuttora lì. Intatta. Ferita, ma non vinta nel suo pianto impotente e senza denti. Pronta, con l’ansia dolente dei cercatori di senso, dei mendici d’amore e di ascolto. Ogni nuovo inizio palpita e trema nelle solitudini di chi ha abbracciato un credo e ha rifiutato l’opportunismo di una mediocrità sempre ripiegata dalla necessità di qualcosa. I giusti non cedono al rancore, non troverebbero motivo fondante nella propria istanza interiore. Gli uomini liberi non conoscono il risentimento: sarebbe un insulto troppo grande al dolore esperito nella tenacia con cui hanno testimoniato un valore ed un credo. Le diminuzioni a cose fatte e a pancia piena, la tardiva declinazione downshifter di una vita vissuta altrimenti e talvolta goffamente dissimulata nel ripiego dell’ultima sera, non seducono l’amante appassionato del vero. Solo la stanchezza conseguente la devastazione dell’anima umana potrebbe fare qualche volta premio, come nel Pierre di Vercors, quando l’orizzonte pervicacemente vessatorio piega le umanissime gambe della speranza nelle creature mai prima perdute a se stesse.

Le torsioni della coscienza che abitano gli uomini giusti e liberi non hanno nulla a che vedere con il falso pentimento dei sazi di tutto ed ormai irrimediabilmente disabitati dal se stesso che immolarono sull’altare dell’ego, dell’apparenza e del possesso.

L’uomo affidato traccia nella notte dei tempi una minuscola luce il cui riverbero non conosce l’oltraggio dell’apparenza. La sua cura non è stata per il dominio dello stile e per gli imperativi della forma, sebbene abbia stimato l’uno e l’altra nella diuturna dedizione alla dissepoltura del talento, senza mai indulgere alla dissoluzione del dono ricevuto dal Dio silente di sempre. Lo scarto dell’istante decisivo è la cruna d’ago del destino e della provvidenza: la sua punta disegna a sanguigna la sinopia dell’eternità che permane in lui e nella sua personale storia dall’Origine nascente.

Il suo posto è stato sempre, per vocazione e per scelta, nel margine. L’arbitrio del sì e del no costituisce l’unica istanza responsabile, di qui e di là dalle soglie alte ed elette della misericordia e della carità: la lezione agostiniana è ben presente nella vicenda degli uomini liberi. La fragilità del proprio limite non è mai un alibi per l’uomo libero. Solo in tale consapevolezza egli si cerca e si vive alla soglia dell’Infinito.

Così, quando l’uomo libero si incammina verso gli ultimi istanti del Dio che chiama tutte le particelle del corpo alla convocazione estrema, egli sente nascere in sé non la diminuzione di una privazione, ma l’ultima, in ordine di tempo, vocazione al dono di sé. Alla restituzione. Così l’uomo che ha amato tutto e tutti prima di sé, cercando sempre di amare per primo, sentirà il canto caro della comunione salire con l’intonazione della nota perfetta, come mai prima aveva avuto la gioia di sperimentare.

La felicità dolente degli esclusi da tutto pare ad alcuni una maledizione, nella sua condanna feriale alla povertà, alla fatica, alla solitudine, alla sconfitta, al sacrificio. Talvolta è invece uno scelto osanna di Luce nella cui piega silente riposa e vive la speranza di tutti i destini. Una sorgente laica di libertà in cui germoglia e sboccia non visto il fiore di un inatteso domani. Di uomini liberi, giusti, più uguali ai se stessi che il Dio della gratuità e del dono aveva pensati in Origine, ciascuno vero della verità singolare di sè.

L’infinità e l’eternità sono i fondamenti ontologici che invitano al superamento del limite. Di sé, dell’ego. I mistici coniugano nella tensione spirituale l’avvento della libertà. Il canto della nuda cosa sulle labbra del poeta è un’antifona alla sinfonia del cosmo.

Desiderare, consumare, possedere, stare proni nell’orizzonte secolare senza lievito interiore che affacci all’infinità ed all’eterno, significa abdicare alla concezione di un giorno che muore con noi. Una visione ombelicale che ha afflitto tanta parte della contemporaneità ed ha spesso spento sul nascere il domani. Cercare tra i cascami ed i frammenti del passato prossimo lacerti di senso, immolandoli nella retorica e trattandoli dunque come sarcofagi vuoti di Spirito ed orfani di senso, tentare di modulare la speranza affidandosi all’interesse immediato sprezzando l’ideale che attinge la durata è stato, ed è, il placebo assiduamente offerto dai dominatori dell’istante. Imbonitori del consenso, profeti del giorno dopo, narratori dei luoghi comuni, teorici della banalità. Situazionisti del conformismo, lesti a cogliere la cresta d’onda dell’inconfutabile evidenza.

Preferisco da sempre l’inutile canto dei poeti, l’eretica asimmetria silente dei profeti, la taciturna dissonanza dei mistici. La voce di chi solitario muove nel coro d’Infiniti senza tempo. Dentro l’orma della loro assenza dalla scena è a dimora il seme del domani.

“Ma dove sono le nevi di un tempo?”.

“Ma dove sono le nevi di un tempo?”

Nuda danzava e sola l’eterna verità fasciata unicamente dall’umile parola. Il vento le muoveva intorno e tutto cospargeva col fiore dei ricordi. L’alba indulgeva alla speranza. La sete performante degli astanti spegneva nel deserto i fuochi fatui di Morgana. La rosa rifioriva all’infinito. La spina dolorosa confitta nella Vita, nel suo ordito. Téchne regnava muta sopra il mondo, irresistibile artigiana di Sublime. Tesseva la bellezza più inclusiva, tracciava nell’origine del senso il suo confine. I Mistici e i poeti indugiavano alla soglia dei Misteri, stringendo fra le mani le trame dei veggenti, di tutti i destini, mirabili i segreti. L’angelo ripiegava il proprio lembo. Sdrucita carità, nel suo mantello.
L’Età dell’oro, diceva. La stagione del Sogno smarrita. L’infanzia per sempre innocente. La verità in sedicesimo. Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo? Si sentiva ogni giorno di più morire dentro. Nasceva al termine di ogni notte radioso di fuochi fatui, subito spenti all’incalzare del reale. La flessione etica, quella che faceva della tattica opportunista la strategia di una generosa durata, gli era ignota. Il paludamento di quel linguaggio paramilitare era per lui il solo indizio vitale. La profezia, una sintassi articolata dentro le certezze della forza, una contraddizione priva di alcun principio fondativo.

Gli idoli pagani lo accerchiavano, la morsa sul collo dei suoi tempi. Lui, il rispecchiante eccellente, non sapeva integrare in sé alcun profilo alto. Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo? Gli faceva eco solo il silenzio. Nessun maestro era sopravvissuto alla sua notte interiore. Di quale Luce sarebbe stata accesa l’alba del futuro possibile, senza alcuna memoria persuasa e viva dentro di sé? Si era tatuato nelle mente un retorico selfie, le cose buone di una volta, ma nulla della confidenza domestica sembrava più funzionare. Un delirio di innovazione lo aveva travolto, fradicio di prodotto interno lordo. Le vetrine parlavano un linguaggio sempre più ignoto al suo passato, difficile per il suo presente, sconosciuto al futuro. Ubriaco di cose, si inginocchiava al dio del consumo e si stendeva esausto sulla panchina del grande centro commerciale in saldo perpetuo. L’unico luogo in cui, in preda ad uno spleen baudelairiano, si concedeva al privilegio di un’affollata solitudine. Pregava con la forza dell’ultimo meme, da lui stravolto, storpiando il Poeta, nell’ebrezza di una preghiera in similpelle: Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo?

L’invocazione sembrava placare per un istante il delirio, come se la storia inarrestabile, un ordigno da lui stesso innescato in tempi dei quali non ricordava più l’argomentata origine causale, si potesse fermare in quel nuovo tempio. Un luogo nel quale gli sembrava di respirare qualcosa di affine all’ormai smarrito senso del religioso. L’intercambiabilità dei riti, funzionale al ruolo sociale, lo aveva perduto. Unicamente i comici, così gli pareva, potevano essere, o sembravano essere, nell’ilarità smagata della finzione, seri. E solo la parodia nella rappresentazione sapeva incutere l’atavico timore riservato un tempo alla tragedia del vero.

Tutte le istanze amanti dentro le quali era appassionatamente nato, sembravano svanite nell’essenza, e dunque persino nel nome. Rimaneva lui, abbarbicato nella tempesta del transito, a quella memoria in fiore, viva dentro lacerti sbocciati tardivi all’apice del tramonto.

Le dame silenti svanivano una ad una, dalla vita passata, cancellate nel presente, prive di qualsiasi futuro. Senza memoria e senza speranza. Mentre il Barnum mediatico degli imbonitori tentava di spacciare pillole statistiche esauste come fossero venti di profezia,rimaneva lui, al margine dei tempi, con l’accorata domanda che lo teneva in vita: Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo?

 

[6] L’Idiota contemporaneo.

La resa di Natale.[6]

L’Idiota contemporaneo.

All’orizzonte di tale sconfinato deserto, la prudenza del non accaduto e la discrezione del non visibile erano le uniche tracce di un futuro possibile. Al fondo dell’ignoto palpitava un tempo risorto la cui indicibilità era impraticabile all’estemporaneità dei funzionari di Babele. La sua lingua pentecostale chiedeva l’innamorata dedizione dei mistici, dei poeti, degli esuli, degli eretici. Degli impotenti a tutto e poveri di tutto. Di coloro che erano stati stranieri in ogni tempo ed in ogni luogo a qualsiasi potere. I senza traccia e senza nome di ogni religione e di ogni culto di una modernità asservita a se stessa, prodiga nel confezionare la resa di tutti i natali nella sfavillante corazza della propria impietosa onnipotenza.

Rivoluzionari in servizio permanente effettivo, ora di lotta, ora di governo, più spesso entrambi i ruoli contemporaneamente, stavano sulle barricate il necessario per vedere soddisfatto il proprio interesse di parte. Per gli ideali ci sarebbe stato tempo, li avrebbero onorati le generazioni future, se ancora ci fosse stato qualche futuro possibile.

Terroristi dalla incerta origine finanziaria e dalle improbabili identità, praticavano il culto tribale di una ferocia senza limiti. Sedicenti adepti di una religione devota alla sola violenza, e dunque, inevitabilmente senza alcun dio.

La Bellezza, quella che avrebbe dovuto salvare il mondo, era da tempo in vendita. I giacimenti culturali, ipse dixit, dall’inestimabile valore economico, dovevano pur essere messi a profitto. Sul mercato del mondo della modernità, tutto aveva un costo e, dunque, tutto aveva un prezzo. Capolavori nati nel seno della libertà e della gratuità, in quelle pensati e per quelle creati, venivano custoditi in dorate teche, polifunzionali e performanti.

Un idiota, il sorriso delicato di una grazia incomprensibile alla contemporaneità, sulle labbra rese intonse da un dolore acuto e duraturo, stava nel margine dei tempi. In silenzio. Raccolto su di sé. Un Dio benigno lo abitava, ma nessuna lingua sapeva pronunciarne correttamente il nome e nessun comunicatore esperto ne aveva prevista la presenza e riconosciuto l’ambito di sopravvivenza estrema. I convenevoli di una conflittualità binaria di maniera, erano estranei alla sua ontologia esistenziale. La sua antropologia era straniera a qualsiasi essenza conflittuale. I cluster d’identificazione probabile manifestavano tutta la propria impotenza ed insufficienza nell’analisi della evidenza profetica. L’idiota stava nella piega ripida e silente di un domani già dato e non ancora vissuto. Come un Cristo ferito, già presago della terribile salita promessa dalla storia ad ogni ora innocente. Nell’alba di un cosmo sconosciuto, insalutato ospite, sconfinatamente alla vita rideva.

 

 

[5] La livella della visibilità.

La resa di Natale.[5]

La livella della visibilità.

La bolla mediatica era esplosa, intossicando irrimediabilmente, con il precipitato, tutto lo spazio vitale. Nessuna certificazione del vero, la latitanza dei fatti stessi nella loro completa sintesi di evidenza, era più in grado di offrire i meridiani che conducessero a sorgenti di pura e comprensibile informazione. I segnavia di senso erano passaggi clandestini, lungo cui muovere con rischio estremo, auto consegnandosi spesso alla cancellazione di sé, ad un oblio senza destino alcuno. Essere abitati da un Dio senza telecamera e privo di microfono, sfornito di un pulpito mediatico, influente e quanto più possibile broadcasting, dotato della sola parola marginale, non era più possibile, nemmeno ai contemplativi per vocazione. La cometa dei Magi era accesa sul margine di una profezia in fieri, frequentato unicamente dalla genia delle creature un po’ folli, quelle che già sapevano il domani, ma non disponevano ancora dei dati a conforto e sostegno. Non conoscevano e disertavano per vocazione e per scelta il centro della scena, illustrato ed abbagliante nella spettacolarità dei luoghi comuni. Dove trionfava, in una complicità omologante, tutto ciò che era bene documentato, prove alla mano, perché già interamente dato. L’istante privo di una traccia riproducibile era destinato alla perdizione, qualunque fosse la sua natura etica e qualsivoglia fosse la sua densità spirituale.

La vita dell’uomo contemporaneo era stata affidata ad una rappresentazione perpetua di sé, addestrata al surfing sulle profondità dell’io interiore e del reale esteriore. Un selfie sconfinato, che registrava ogni micro evento, deponendolo nella culla sterile di un archivio infinito. I data base destinati ad una nuvola ospitale per l’eternità.

Il navigatore dei Magi puntava su di una culla vuota. I pastori erano animati da rancorosi risentimenti. Attendevano una legge umana che facesse giustizia dei torti subiti: ciascuno ne aveva uno proprio da denunciare ed ognuno sapeva dettare con precisione il testo che stabilisse il nuovo diritto. Tutti cercavano di rubare all’altro la scena. L’uguaglianza era stabilita dalla livella della visibilità, l’unico garante riconosciuto di quel che rimaneva del merito, un criterio distintivo da decenni in via d’estinzione. La comunità dello spirito di condivisione aveva ceduto il passo alla sentenza tribale dell’immagine vincente. I più ambiziosi tra loro si erano garantiti una posizione privilegiata sulle modeste alture di qualche reality, uno tra i fori mediatici riconosciuti per emettere sentenze di valore. I profeti del secolarismo moderno si agitavano isterici sulle poltrone dei talk show, in attesa che la Verità si accomodasse nella modesta declinazione della loro superba abilità performativa. Guardavano verso la capanna con l’occhio cinico di un disincanto rotto a tutto, non alieni da una devozione strumentale da senza Dio devoti. Nessuno ascoltava nessuno, nell’apoteosi del nulla sorgivo che mulinava le parole come armi, corpi contundenti, strumenti sempre di tentata imposizione, mai di comunione.

6. L’Idiota contemporaneo

 

[4] Monasteri di Senso.

La resa di Natale.[4]

Monasteri di Senso.

La democrazia ridisegnata nella modellazione di narrazioni sempre incalzanti soffriva l’afasia dei miti. La fragile malinconia dei vinti, resistente nella parola vera, generava nicchie di vita, nuovi monasteri di senso ai margini della barbarie. I ribelli raccoglievano lacerti di coscienza e portavano con sé i residui brandelli della conoscenza, il nuovo lievito del futuro cancellato pro tempore dall’urgenza, veloce ed incalzante nell’invasione pervasiva di ogni rivolo feriale, dei dominus finanziari e tecnologici. Un’antropologia reticolare sostenuta da astrazioni ben radicate nel presente e devote allo spirito secolare di un mondo al tramonto, dimentico di sé, del proprio passato, e prossimo da tempo al naufragio in un imprevedibile futuro.

I Conducătores dell’apparenza, dispensando briciole di benevola condivisione, guardavano magnanimi gli orizzonti conquistati. Era il solo istante in cui il loro sguardo ombelicale si alzava per ammirare compiaciuto la terra di una rappresentazione di sé sulla quale non tramontava mai il sole. La comunicazione globale perpetua risuonava lontana, un fastidioso brusio, all’orecchio del vinti dentro. Nessuno tra loro avrebbe mai potuto accettare la sola verità che li avrebbe scampati alla sola guerra che avevano perduta. Quella combattuta dentro se stessi, contro se stessi. Dove avevano sterminato fino all’ultimo cromosoma del fenotipo umano. Sacrificato sull’ara onnipotente di sorti non più da tempo magnifiche, e ormai, la crisi disse, nemmeno più progressive.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo

 

[3] Etica ed etichetta.

La resa di Natale.[3]

etica ed etichetta.

L’appartenenza era divenuta il lavacro di ogni responsabilità civile. Era sufficiente disporre di un’etichetta ben posizionata, stabile e dominante, nel mercato di riferimento per poter abdicare a qualsiasi prospettiva etica. Un ipocrita poteva benissimo essere acclamato sotto l’ombrello garante e confortevole di una legittimante scelta di parte. Anche un mediocre prosseneta seriale dell’impegno e della parola, aveva imparato ad allontanarsi con discreta, feriale disinvoltura dissimulante lungo i limiti delle diverse appartenenze, scostandosi piano dall’una all’altra apparenza. Con un semplice, elementare switch, nel trionfo di simulacri di valore ridotti a slogan.Una sempre più folta schiera di fregoli mediatici si muoveva con abilità comunicativa parossistica ai confini del senso.Indossando le parole necessarie, spesso i luoghi comuni, malgrado fossero state fino a poco prima quelle distintive di una diversa appartenenza.Il potere dell’apparenza e l’apparire per lucrare altro e sempre maggiore potere avevano sterminato la prospettiva residuale dei principi condivisi. Nella identificazione del bene comune, se ne adottava una forma liofilizzata per statuire l’assetto variabile utile a difendere sempre e comunque il proprio interesse nel qui ed ora della storia. Una forma degradata del relativismo etico, che attingeva, al contrario, il fondamento ideale di una comunità, attestato in un credo partecipato da tutti e da ciascuno testimoniato.

4. Monasteri di Senso.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo