Crocefisso al Silenzio

Il Venerdì santo di 7 anni fa, giunto al culmine del mio piccolo, personale e non breve calvario, scandito nella sua parte più impervia, ed ultima in senso temporale, dalla disoccupazione (1994.2006), scrissi “Crocefisso al Silenzio”.

Non ho mai pubblicato “Crocefisso al Silenzio”, così come nessun altro degli scritti in prosa poetica parte della stessa raccolta. L’ho però scelto, qualche anno dopo, per inviarlo quale testo d’augurio pasquale ad alcune persone con le quali ho vissuto esperienze di grande confidenza, nel pensiero e nella condivisione di tratti più o meno lunghi del viaggio terreno.
Oggi ho deciso di riprenderlo per aprire il blog al quale da tempo lavoro. Che a più riprese ho preparato e poi sempre lasciato. Riscritto e poi rinnovato. Talvolta riprogettandolo dall’inizio. Così sin dal 2006, credo. Lo propongo qui in forma d’augurio per chi avrà carità del cuore e pazienza intellettuale per leggere. Per chi vorrà offrire la propria umana pietas in forma di ascolto. Che è sempre, ed è sempre stata, ben prima dell’avvento della rete digitale, con la sua potenzialità resa esplicita di vivere la comunicazione in modalità reciproca, una forma di condivisione. Di partecipazione alla scrittura. Di costruzione di senso. Nessuna scrittura è mai assolutamente vuota di intenzioni primarie. Nemmeno nessuna lettura lo è. Così gli esiti, la relazione, sono sempre nati nelle origini di due diverse identità che si incontrano. Qui lo fanno, lo potrebbero fare, in un testo. In un lettore che ascolta, che legge, c’è sempre uno scrittore in attesa. In ogni autore che scrive, c’è sempre un lettore in attesa.
Perché ho scelto “Crocefisso al Silenzio”? Forse questo blog potrà costituire nello spazio che impegnerà e per il tempo in cui verrà pubblicato, una risposta. Nell’epoca dei media di massa e nella messe di media che la caratterizzano, vecchi e nuovi, il potere più grande è quello di comunicare. Tutti gli altri ne sono, ne sono stati per decenni, corollario o derivata. Quando non anche ancelle servili. Chi non comunica non è. Ciò che non viene rappresentato, non esiste: è un’evidenza maturata nell’esperienza. La capacità di rappresentare se stessi e la propria storia e la potenza di fuoco mediatico di cui tale abilità narrativa può disporre, sono le armi che garantiscono il Potere. Oggi. Sono la sola fonte accreditata di esistenza in vita. Chi non appare, non esiste. Le gerarchie, nella società della comunicazione di massa, sono garantite, definite ed affermate dall’accredito mediatico. Sembra un’affermazione apodittica. Un paradosso. E’ stata la realtà contemporanea di alcuni decenni appena trascorsi ad essere tale.
Chi per scelta e vocazione si incammina lungo i sentieri marginali della solitudine e del silenzio, sale il Calvario della modernità. Al cui culmine, la retorica opportunista esegue l’estrema condanna della cancellazione di te, persuaso. Nel silenzio, la menzogna, la parola ipocrita, la perversione dei messaggi, la bulimia performativa dei segni, sovrascrivono l’identità innocente fino al suo annullamento. Tu esisti solo ed unicamente nella marginalità di un’esperienza ignota, nel silenzio di una testimonianza senza parola. Senza voce. Senza un media di riferimento. Nessuno al centro dell’Impero, né Erode, né Pilato, né la folla che acclama Barabba pensa che nella solitudine, nel silenzio, nel margine, vi possa essere la sola, la vera salvezza.
L’Impero uccide l’innocenza che canta e sussurra nel respiro della vita vera, perché teme che la sua piccola scintilla possa accendere un fuoco che ne devasti ed assuma il Potere. La parola creatrice, solitaria, silenziosa e marginale, si basta di se stessa. Un fuoco che divampa minaccia anche lei, nella forma laica e secolare del principio di non contraddizione. L’arte contemporanea abbraccia il silenzio ed il margine, perché ne è consapevole. Il potere teme sempre la solitudine ed il silenzio. Li avverte come una minaccia. Per questo spesso condanna la grazia dei solitari, dei muti, dei marginali con il retorico stigma apposto dell’impotenza. Che non è il Silenzio dei crocefissi, ma l’afasia dei vinti dentro. E non è la qualità che anima il respiro della parola vera. Quella dei poeti.
Marzo 2013, Venerdì Santo

IL CANTO ESTREMO DI UN POETA CROCEFISSO AL SILENZIO (IN MEDIA STAT VIRTUS).
Proprio mentre al termine del lungo giorno mi chiedevo sgomento se il mio canto avesse ancora fiato, respiro, senso, se il mio essere uomo avesse ancora qualche umano accento, mi rendevo conto che la parola, il Verbum apud Deum, così estremo e tanto necessario, non era che viatico e strumento. Nel Sabato Pasquale, quello dedito al Silenzio, forse alla sublimazione del divino nello sbigottimento, attendevo il Corpo risorto. Ascoltavo il grido dei vinti, il sussurro indomito degli innocenti, l’impietrito silenzio delle anime doloranti. I passi contriti, quelli sfatti da troppi infingimenti. Mio Dio, gridai a labbra serrate tanto era stata la prova e dura l’impotenza ormai, da quale abisso Tu ancora mi ascolti? Eppure l’alba fu tutta Luce e vento e gioia e la notte l’inenarrabile pienezza del Firmamento.
Tastavo cieco il muro della Modernità, l’ultimo, il più alto, l’estremo. Cercavo invano il varco aperto o un semplice pertugio in cui scavare il solco grande all’Innocenza, la nuova, fuori dalla contraddizione. Il mezzo aveva annichilito ogni messaggio. All’Angelus, la Grazia millenaria del Crocefisso scandiva le sue parole intense, a microfoni aperti. Dai recessi del mondo solo silenzio: era questa la nuova grotta di Betlemme, questa la nuova disarmonia? Ed i Magi, dietro la stella eletta, in quale notte ancora sarebbero stati solitari in cammino? E Pilato, servo di quale Impero? Sì, troppo facile cantare ancora, all’ombra ed al riparo del grande sicomoro, l’ultimo baluardo secolare. In media stat virtus (nei mass media è la sola conclamata virtù). Allora scivolare in silenzio dentro il fiume, un’altra volta, come l’Altro, come i tanti altri ancora e tacere per sempre? Oppure stare, con lo Stilita, a pregare con tutte le fibre di me, povero, sempre più, e non miserabile, ma sempre più solo, fino all’ultimo fiato? E l’esemplare dell’impossibile, quello in nome e per conto del quale tutti e troppi vorremmo parlare? No, io non ho cantato per te, non l’ho fatto mai. So che ci sei, ma non ti conosco. Non spreco la mia inutile preghiera, la poesia, in un gesto che allude e che non sa, che cresce solo me e dentro me soltanto. Gli scriba uniti in coro ai farisei, tutti oltre la soglia del vecchio tempio. Io prego a mani giunte e solo e piango muto, proprio come te. La vittoria dei retori non ha futuro. Solo le lacrime dei persuasi rendono fertile il domani. Da tempo immemorabile piango. E infinitamente spero. Qui, raccolto nel Silenzio dell’estremo vero. Nella Luce dell’umano Mistero.
Sabato Santo, Vigilia di Resurrezione,
15 Aprile 2006, alle ore 16.30