Il lavoro dell’anima.

1 Maggio

Nel mese di Giugno del 2010, dopo alcuni anni di lavoro, avevo concluso la scrittura di una nuova opera. Un testo singolare e complesso, del tutto diverso dai miei precedenti. Io stesso non avrei saputo darne una definizione chiara, né per quanto attiene la tipologia, né per quel che concerne lo stile di scrittura, la forma espositiva. Non si trattava certamente di poesia. Nemmeno di prosa poetica, un genere a me caro che ho adottato a partire dalla prima metà degli anni Ottanta. Saggistica, dunque? Forse, almeno in parte. Narrativa? Non credo. Un lavoro atipico per me ed inclassificabile rispetto ai canoni letterari vigenti.

Il libro è nato e si è compiuto nel solco di una metafora decisiva e secondo una visione esistenziale che ha caratterizzato tutta la mia esperienza di uomo. Una visione consapevole che ha segnato coerentemente la mia poetica. La piena coscienza, anche storica, del transito epocale in cui mi sono trovato a vivere sin dalla prima giovinezza.

Avrei dovuto e voluto pubblicare sin da subito il volume, che avevo intitolato appunto “Transiti”. Invece non ne ho mai fatto nulla, se non lasciarlo, una volta concluso, fermo qui, nella cartella di file in cui ancora giace, sull’HD. Non l’ho mai più riletto né considerato. Non è questa la sede per riflettere sui motivi che mi hanno condotto a tale scelta, del resto non irrevocabile L’opera è costituita da una serie di scritti legati fra loro sin dall’origine, in unità metaforica e progettuale, soprattutto dal filo rosso di una personale consapevolezza storica. Gli ambiti in cui i fatti accadono sono diversi. Di quasi tutti ho avuto esperienza diretta. Di alcuni altri, ho potuto maturare una conoscenza attendibile proprio per averne vissuta la contemporaneità o per avere frequentato alcuni protagonisti dello scenario che compete loro e che ne narra dunque il  transito.

Il testo che ho scelto di pubblicare qui, per la ricorrenza del Primo Maggio, è stato scritto attingendo una più che ventennale frequentazione con una persona. Con lei ho vissuto e vivo un’esperienza di amicizia profonda e sororale.

Non mi interessava la storia dell’impresa in sé. Quella l’hanno scritta altri, certamente più competenti in merito. Mi premeva lo spirito dei tempi, quello che soffiando dove vuole si sparge e si posa non visto nel cuore delle cose. La Luce dei tempi che, pur mutando la forma, non dissipa il Senso. Di quello ho chiesto a lei, di quello ho cercato di scrivere in questo “Transito”, che pubblico qui per la prima volta per ricordare il Primo Maggio.

 

Ω

Ad Evelina, insieme alla quale ho compiuto tratti belli e significativi nella memoria. A lei, che mi ha fatto il dono raro e prezioso di una duratura amicizia, consentendomi di condividere la bellezza del suo “passo”.

 

Dallo spirito d’impresa all’impresa dello spirito…

Cè stato un tempo in cui le rose, traboccanti dai giardini, avevano un profumo che stordiva. La festa era un tregua rara e attesa nella trincea dei giorni. L’impegno e la fatica scandivano la gioia del dovere. In cima alla salita, la rapida cesura del riposo. Un tempo oggi andato via. Un tempo a molti sconosciuto. Non ne esistono epigoni e solo qualche lacerto resiste di chi ne fu testimone. La trasmutazione dei metalli interiori non ha lasciato che residue tracce. Nell’oro fuso del talento, tutto è consumato, offerto, scomparso all’occhio, ora superficiale, ora inesperto del presente. Il profumo di quel tempo, riposa, in forma di ricordo, nel recesso di qualche memoria. Sta saldo nel polso fermo degli affetti, ai quali, eredi, ispira i gesti di un’identica, generosa tempra interiore. Nascosta, ma vera. Schiva, ma non dimessa.

L’umanesimo d’impresa non aveva, nell’immediato dopoguerra, i tratti, un po’artefatti e posticci, della rappresentazione retorica. Non sorrideva plastico sotto il bisturi esoso della chirurgia mediatica. Aveva qualche segno ruspante e leggendario, che, a distanza di rispetto e con profondo rispetto interiore, la borghesia cólta (ai tempi ne esisteva ancora qualche raro, autentico brandello) si permetteva di irridere bonariamente, con un’aneddottica tutta cesellata nel cuore vivo di un’altra storia. Di una storia imprenditoriale che l’enfasi del marketing, con le sue diavolerie, dalla riesumazione del brand originale, al pedigree posticcio, non sfiora e non trova mai nella verità piena della sua essenza. Le caricature dell’anima non riescono nemmeno a simulare la resurrezione. Sono un penoso ed inutile placebo che pretenderebbe di curare la sua scomparsa. La delocalizzazione, l’economia che vive di sola finanza e nella quale la produzione viene trattata come un pretesto ed un accidente residuale del profitto, il mercato globale, non c’erano.

Le persone erano gli unici, autentici nodi di una rete di relazioni intense e glabre. La pleonastica virtuale della comunicazione onnipervasiva, non esisteva. Nulla scalfiva la pienezza, bella o dolorosa, del presente reale e, nel cuore dell’umano, della presenza a se stessi. La smemoratezza e la svagatezza delle promesse, il diluvio degli accenti amicali stonati e delle finte promesse non erano praticate, né del resto praticabili, nel microcosmo in cui il terziario avanzato era un embrione. Il cinismo che coniuga efficacia ed efficienza secondo l’opportunità e l’opportunismo dell’istante ed ha eletto a dio dei tempi solo ciò che funziona, ha schiacciato la memoria sul presente. La malinconia, la nostalgia, il ricordo intenso sono vibratili quanto inutili orpelli per il feroce tic tac digitale, antropizzazione binaria di una pulsione secolare già ampiamente a dimora nella testa degli uomini: tertium non datur. La verticalità del tempo, che è coscienza duratura dell’identità e dunque sapido culto della storia, non può avere dimora, qui ed ora. Se non in funzione di una sequenza che possa essere messa a profitto, nella superfetazione speculativa in cui anche la religione ha la propria quiddità reddituale e redditizia. Poi ci sono le rievocazioni pubbliche e le dedicazioni: l’anima è corpo sottile, un pulviscolo aureo e troppo raffinato per essere colto dalle maglie grossolane del presente, in grado di trattenere unicamente la pezzatura larga e di grana grossa. La sua nobile testimonianza, fugge via, inservibile. Ci vorrebbe qualche pretesto secolare per ricordare, oltre la soglia di tali istanze interiori, qualche verità che desse loro spessore di storia. Amen, dunque,e così sia.

La nostalgia, che è madre di ogni speranza, non è la fuga vile nel passato. Non è il ripiegamento di chi cerca sempre un’arcadia perduta. Il passato non è più bello solo perché ora è diventato tale. E non è nemmeno detto che lo si ricordi unicamente perché fu più bello, se più bello fu davvero. In ogni transito ci sono essenze irrinunciabili. Quale fu il dio nascosto che ispirò i primi artefici di un’imprenditoria aliena ai giochi della finanza, scontrosa compagna di viaggio dei media, mentre insieme a lei si andava affermando la società dell’informazione di massa? Qualcosa, non certo l’anima calvinista del capitalismo, etichetta ed insieme foglia di fico cólta per dire di un tempo che più non è, e forse non è mai stato qui, aspergeva non visto l’impegno degli artefici sconosciuti di tale impresa. Qualcosa il cui nome, religione del lavoro o laboriosità religiosa, si muoveva al confine laico dell’ora et labora. Dove a pregare erano fatica dei corpi e dedizione delle mani. Un unicum che si può riassumere nella sacralità di un vocabolo, mai dimenticato, in nessun luogo e con nessuno, dai protagonisti di questa breve memoria, metafora certo insufficiente e parziale di quell’epoca. Rispetto.

Quando un mondo muore o scompare o trasmuta in un altro nascente o che è nato, l’entropia interroga gli spiriti più avvertiti. E la sete inestinguibile dello Spirito si manifesta o si ribella in qualche margine inevaso o inascoltato. Il porto della meta, oggi sepolto come un traguardo remoto alle spalle, risuona ancora di un’eco inevasa e inespressa. Al culmine delle contraddizioni e delle drammatiche sequele di nientità che affliggono tanto presente, qualche refolo di nostalgia interroga il passato. E qualche cuore teso ne ascolta la valva di conchiglia. Dentro la quale ancora risuona il mare di un tempo che è stato e che non si sa in quale futuro possa avere consegnato il proprio spirito, apparentemente smarrito. Dunque, dov’è smarrita l’esemplarità? Quali lacerti di presente abita il suo spirito in fuga verso il domani? E’ già domani? Dove sedimentano le concrezioni dell’amore per il lavoro, per i tempi, per la vita che è stato lo spirito dei tempi?

Storie come quelle che hanno reso indimenticabile la piccola imprenditoria del dopoguerra, nascevano nel paradigma delle necessità di chiara marca contadina. La grande industrializzazione non ha mai contagiato, né contaminato di sé, lo stigma laborioso di chi ha fatto della stalla la sua prima fucina. Quando al culmine del benessere, nel sortilegio di corrotta malia, all’apice degli Anni Ottanta, qualcuno dissipava il patrimonio interiore (e forse anche economico: certamente antropologico, più ancora che sociale) dell’Italia che fu, la scomparsa dell’anima che aveva fatto rinascere il Paese senza mai calcare la scena, era già data. Volata altrove. In un altrove di prossimità insospettabile. Generosa, come era stata nello stigma dei fondatori, discreta, come nei profondi voti che avevano sorretto e guidato sempre lo stile di vita di provenienza.

Noi non sappiamo più, e forse lo abbiamo saputo per il breve tempo di un fugace contatto generazionale, come un cenno d’addio e non quale segnale profondo di scambio, delle reciprocità, una promessa degli uni agli altri, degli altri agli uni, perché un uomo scegliesse di esporsi, e fedele a se stesso lo facesse per una vita intera, ad impegno senza remissione. A sacrifici e prove per noi inusuali, certamente, e con il passare degli anni, sempre più incomprensibili nell’orizzonte di un’opulenza raggiunta e senza, in apparenza, alcun limite. Per fame, dapprima, forse. Sicuramente per bisogno. La nostra curiosità finisce lì, dove i prodromi di un benessere nemmeno immaginato nel grembo di quella fatica non ebbero certo i connotati di un sogno. Un uomo che segua solo la necessità e la fame, non sogna. Si ferma stanco alla prima svolta soddisfatta. A godere delle cose raggiunte. E nulla può l’ambizione, davanti a quell’essere pago. E nemmeno potrebbe la vanità vincere quella stanchezza. Che cosa allora mosse ancora pensieri, speranza, sentimenti e mani, e braccia e gambe, dopo l’ennesima opera compiuta, verso un nuovo impegno e poi verso un altro ancora sino a costruire, pietra su pietra, gesto su gesto, rinuncia su rinuncia, fatica su fatica la ricca evidenza benestante che fu chiamata in tanti diversi modi ed è storicamente nota ed attestata come boom economico? Qualcosa, io credo, che poco ha a che vedere con il denaro, con la ricchezza, con il capitale e moltissimo invece con l’uomo. La creatura nella sua interezza. Un equilibrio armonico la cui partita doppia, aperta prima sul domani e sul futuro, è solo una delle tracce. La più evidente, forse, nella immediatezza della storia. Non la più significativa, però, e nemmeno la fondativa.

Quando l’anima si è separata dal gruppo che ne era insieme frutto e respiro. Quando la ricchezza è migrata altrove rispetto al luogo nel quale si era formata, affidandosi agli acceleratori finanziari delle particelle nate dalla fatica. Quando la stretta di mano e la parola data, cuore e sigillo del patto anche d’impresa, si sono piano piano accomodati alla scaltrezza che tutto salva della forma e nulla rispetta delle relazioni. Allora l’impresa, così come si era affermata, ha iniziato a morire. L’uomo, la creatura, protagonista di un miracolo d’intese, prima ancora e più ancora che economico, ha iniziato a soccombere alle forze centripete del campo. La tecnologia e la finanza hanno preso il sopravvento. Gli epigoni hanno seguito allora lo spirito che soffia dove vuole. Non la materica evidenza delle cose date.

Lo hanno potuto seguire soltanto coloro che non avevano reciso mai il filo della memoria, la fedeltà tenace alle origini, alla carità nei gesti ed alla tenacia degli atti stigma ed abito interiore, sotto la crosta di un’apparenza cara agli stolti solo come tale e disabitata ai loro occhi da ogni pur viva sapidezza interiore. Ci sono valori che non possono essere quotati in borsa. C’è una ricchezza che non si tramanda naturalmente di padre in figlio, con la semplice legittimazione anagrafica o con il carisma del solo DNA. Ed è lo spirito che traluce nei gesti feriali di chi, fedele a memoria ed insegnamento ricevuto, si dedica all’impresa dello spirito. Se la prima costruì il benessere, la seconda è impegnata a costruire l’essere di tempi nuovi. Qui o altrove, qui e per altrove: dove non importa. Non v’è soluzione di continuità e solo qui non ve ne può essere. I nomi ed i volti però non devono essere necessariamente cercati nel registro dei virtuosismi di scena o nelle performance dei nuovi mecenati. Basta molto meno e forse ci vuole molto di più. Per esempio, non dimenticare che la schiena dritta, piegata solo alla fatica, la passione dedicata, sono tesori da impegnare sempre, in qualunque salita volontariamente scelta, per ascendere dalla pianura della quietudine personale raggiunta al dono di sé. Per esercitare, in uno stesso spirito fatto di discrezione e marginalità dei gesti di aiuto, la lezione dei padri. Costruire la comunità operosa. Facendo in modo che nessuno, tra coloro che occupano la terra più bisognosa e nascosta, soccomba alla folle velocità dei tempi. Un esercizio che schiva la ribalta.

Non c’era all’epoca il management, e se ci fosse stato, sarebbe stato definito in altro modo. Non c’erano i benifit. Non c’erano i tagliatori di teste, che sacrificano l’uomo, tutto intero, sull’altare del bilancio. Passando all’incasso a missione compiuta. C’erano titolari d’azienda che, una volta divenuti tali dopo anni di sacrifici e fatica, scendevano in fabbrica come l’ultimo dei dipendenti e prima di tutti. Per rientrare dopo che anche i custodi, se ce n’erano, avevano chiuso l’ultimo cancello. Per chiuderlo essi stessi, quando, spesso, disporre di un sorvegliante era un lusso. Sete di denaro, avidità, ambizione? La stella polare di uomini così era la bellezza della vita che vedevano nascere e crescere nella e con la propria creatura, l’azienda. Proprio così, sorretta e sostenuta con burbero affetto di padri. Ricambiati talvolta con benevolenza filiale. Quando anche un solo recesso del corpo di figlio soffriva, il dolore era sinceramente partecipato e diffuso. Non v’era retorica. Troppo immediata l’urgenza della vita vera. Troppo incalzante il ritmo dell’epica feriale. Non v’era tempo interiore per infingimenti. Prima di tutto e soprattutto però non ve n’era traccia nell’anima di uomini cresciuti sotto il tiro di un difficile destino, sempre pronto a colpire, sempre pronto a ghermire. Consapevoli, ma non per questo cinici. Anzi, forse, proprio per questo mai cinici, al contrario di numerosi presunti epigoni.

Un idillio, dunque? L’arcadia di un tempo inimitabile reso ancora più suggestivamente innocente dalla inesorabile perdita del suo essere e dalla memoria del suo essere stato? La memoria non merita mai il torto dell’enfasi o, peggio, l’insulto della menzogna. Della ricostruzione a misura della nostra personale tranquillità interiore. Non c’è cattedrale che non rimandi l’eco dolorosa della voce di chi ha sofferto per ergerne lo splendore. Non per questo ci sentiremmo di offendere la nuda verità della bellezza che essa evoca e suscita in noi. Non per questo potremmo negare l’ardente fierezza di chi prega con cuore sincero. Non per questo, l’eco dei canti che vi si levano dentro può sembrarci smemorata di un dolore deposto giorno per giorno sull’altare della fatica da chi ne ha eretto la teca della quale oggi siamo invitati a godere.

Il dolore, il conflitto, il contrasto ci furono. La fatica è sempre inseminata da qualche dolenza. Nessuno va compiutamente e solo felice nell’antro del proprio sacrificio, le cui certezze non sono tutte date a priori. Chi ci andò per puro gusto d’avventura e per semplice ambizione non fece molta strada, o, giunto fortunosamente alla meta, non durò a lungo. Non tutti vi andarono con cuore puro. L’abito interiore, però, legittima, ancora oggi, i distinguo. Non esisteva, almeno nella forma che proprio in quegli anni andava maturando, il welfare. Si praticava un caritatevole soccorso fatto di responsabile passaparola: ciò che era meritevole di attenzione e di aiuto, giungeva sempre al giusto ascolto. Al suo giusto destino. Nessuno tra coloro che non avrebbero dovuto sapere avrebbe mai saputo. Spesso il bisogno non sa accettare e soffrire anche l’umiliazione cocente di mostrare in pubblico la faccia del beneficato. Se stesso. Oggi, ma già all’epoca, qualcuno insinuava l’insidiosa vocazione al paternalismo. Se l’azienda è figlia, anche chi vi lavora reca in sé parte di tale stigma. Si tratta di responsabilità, anche interiormente fondata, verso i propri compagni di viaggio. Esercitare in tal modo la propria sensibilità di padri non significa indulgere al paternalismo. Significa mettere in opera la dignità di una forte maturità civile, quella tanto invocata e poco praticata oggi coscienza di essere parte viva di una comunità viva. Certo, vi furono atti vessatori da una parte e tradimenti della fiducia dall’altra. Ma le voci di una dedizione priva di sbavature interiori, non sono state messe a bilancio se non nei cuori di quelli che le hanno vissute. E quelle parlano, e raccontano una storia altra ed in gran parte giustamente sconosciuta ai più. La divinità luminosa che la ispirò abita quella storia marginale ed ignota. L’essere marginali ed ignorati però non significa non essere stati. Significa semplicemente che hanno prevalso la lettura e la sottolineatura di un altro bilancio. Quello più scontato.

Quando l’unità interiore anima una comunità nella costruzione di un fine condiviso, vi sono, vi possono essere errori e/o peccati: il principio di non contraddizione però non abita qui. L’ontologia ha le propria ragioni vive. Costruire un’azienda è uno dei tanti modi per costruire la comunità. Se la sua finalità primaria (l’assoluto ontologico) è produrre profitto, presto essa diviene altro da sé, un’associazione a delinquere, priva cioè di qualunque rispetto per l’attitudine al vivere civile. Al vivere insieme. Se la sua finalità è crescere la comunità nell’impresa e tutto di sé viene investito a tal fine, essa non sarà mai un alieno, un corpo estraneo alla comunità. Anche nell’azienda, per quegli uomini nati nel sogno di un domani diverso, il primato era nella edificazione dell’umano. Non c’è nessuna avventura umana che non abbia in sé la spina e la rosa, il dolore e la gioia, la fatica ed il riposo. La Perdizione e la Grazia. Non è necessario scomodare amicizia e amore. L’ontologia cede il passo alle flessioni demagogiche, quando gli uomini chiamati alla fatica reggono la coda a tali divagazioni illegittime. E’ sufficiente convocare sempre nella verità di ogni atto l’ineludibile rispetto. C’era dunque rispetto, nella comunità aziendale. Di sé, degli altri, del convivere. Chi era fuori da tale vocazione al rispetto, non si collocava solo fuori dall’azienda. Insidiava la comunità. Può essere più o meno difficile, più o meno impegnativo abitare la comunità onorando la vocazione spirituale. Senza tale chiamata alla spiritualità, però, l’artificiale devasta ogni territorio interiore. E’ quel che accade in gran parte oggi. Ed è a tale essenza irrinunciabile per spiritualizzare l’artificiale che si rivolge la nostalgia di queste narrazioni.

Là una porta era sempre aperta, a casa o in fabbrica. Crescevano vicine, in una prossimità in cui la spazialità era solo derivata di una vocazione precisa. Nei cortili condivisi, un orecchio era sempre pronto all’ascolto e un’atavica saggezza sapeva sempre ruminare con esperta dedizione la verità del bisogno, per distinguerla dalla vanità dell’inganno. Dalla simulazione che pretendeva un privilegio. Non c’erano le istanze cafone ed ostentate di tanta ricchezza falsamente soccorrevole che popola il presente. La discrezione era la sorella inseparabile di ogni gesto di umana pietas nell’ascolto e di caritatevole aiuto nella necessità. A nessuno erano chiesti atti pubblici di sottomissione. Non c’erano la privacy e nemmeno l’invocazione alla trasparenza, diciamoci tutto. Chi doveva sapere, sapeva. In una relazione circonfusa di rispettoso silenzio, e non di muta reticenza, ciò che avrebbe dovuto accadere per sanare una ferita, per lenire un dolore, per saldare una necessità primaria sarebbe accaduto. Accadeva. La riconoscenza è tacita, come il suo correlativo oggettivo, la beneficenza. Ma ha una solida memoria, quando chi la vive sa cosa sia il rispetto. Di sé, prima di tutto. Lì, al banco di prova della vita bisognosa, e non solo desiderante il superfluo, non v’era la piaga oggi diffusa degli infingimenti. Della dissimulazione scaltra. C’era una umile dedizione verso la sorgente salvifica. E spesso dimentica. Si scrive così, si è scritta così, la parte migliore della storia che crebbe, che ha tenuto e che ancora tiene nella carsica diffusione di uno stigma aurorale che fu generosità di sé, anche nel nascere dell’impresa familiare. Il resto è stato dissipazione e, per quanto gonfi siano i bilanci e diffuse le gemmazioni aziendali, lo spirito dei padri si è sopito. Non ha incontrato il suo destino. Che chiedeva una flessione spirituale. La stessa nata in origine, nei sottoscala, nei piccolissimi capannoni sottocasa o nella stalla. Dove la vita era un fluire senza soluzione di continuità.

C’erano tempo e dedizione per la famiglia e per l’impresa. Vicini, di una prossimità tacita e spesso solo intuita, in questo stesso preciso ordine. L’evasione, la fuga, erano unicamente i rari momenti di riposo, gli appuntamenti sacri alla consuetudine comunitaria. Con qualche iperbole trasgressiva, una cena tra amici, rituale ineludibile e irrinunciabile, ma sporadico. Si viveva infinitamente al di sotto delle proprie possibilità: all’esatto opposto del paradigma maturato sul finire degli Anni Settanta, e dilagato poi. In una esponenziale e trionfale avanzata di un’economia drogata, a misura di una società parossisticamente desiderante, in proprio, per sopraggiunta dissennatezza incrementale, e con la maligna complicità degli imperativi consumistici. La festa era tale, fosse Domenica, parca di cose ed intensa di affetti, o un’altra rara occasione di convivialità e ritrovo. Il nemico non era il cinico sprezzo per la ferialità, nutrito di sciocche e mal riposte ambizioni. Ciò che solo poteva allontanare, con pari intensità al richiamo, era l’amorevole dedizione per il lavoro ben fatto. Per il lavoro che andava fatto. Non c’era in quella resistenza sul pezzo la torva spocchia di insipienti arrivisti che ostentano sempre un impegno che dissimula e copre la propria distanza interiore. La propria umana assenza dalla vita. La pausa era attesa e gustosa, ma non si viveva il presente dell’impegno per consacrarne gli esiti alla dissipazione, alla svelta consumazione di tutto. E via verso un’altra meta. I fatti scandivano i tempi di un metronomo arcaico, nato in grembo alla civiltà contadina e trasmigrato insieme a tutta la sua atavica saggezza dentro altri spazi, stabili anch’essi, di una solidità interiore che conosceva l’alba, il tramonto, la quiete e la tempesta, la luce e l’ombra, la gioia e la malinconia. Tutto il denaro guadagnato, tutto il superfluo, veniva reinvestito nell’attività d’impresa. Non c’erano astuzie gregarie, minorità imprenditoriali, meschinità umane. Tanto essa dava, tanto avrebbe meritato secondo una giustizia che è andata smarrita. Nessuno chiedeva conto degli apparentemente immotivati sacrifici: la vita deve essere scalata tutta insieme, se insieme, anima e corpo, si vuole giungere integri alla meta. Alla meta. Certo, ma in pace con gli uomini e con se stessi. L’abuso, ogni abuso, di sé e degli altri, sconta un ritardo quando giunge l’ora dei conti con se stessi. E quell’ora giunge sempre. Allora nessuna ricchezza e nessuna conquista materiale possono restituire ciò che è stato venduto insieme alla fatica, il prezzo della meta. Se esso ha incluso anima e coscienza, il ritardo è incolmabile. Qualcosa di noi non giunge mai, non giungerà mai. Gran parte dei tempi che abbiamo vissuto sono stati abitati da creature disgiunte. Orfane presto di se stesse.

Le galline correvano libere nel grande spazio circostante l’azienda. Non erano un vezzo, la bizza di chi, avendo tutto conseguito, avrebbe voluto mantenere anche il privilegio di una gratuità e di una qualità alimentare ruspante sempre meno diffusa. Imbarazzavano, anche, talvolta, quando le frequentazioni nuove si trovavano all’improvviso davanti a quella traccia di povertà straniera in quel presente, ai segni di un’origine tanto meno imprenditoriale, quanto più agreste, di marca contadina, ancora una volta, insomma. Proprio questo, però. Le galline non avevano nulla di residuale ed ancor meno stavano lì in omaggio alla memoria di un tempo passato e che fu. Le galline, anch’esse, erano il presente dei titolari dell’azienda. Erano lo stigma ed il segno di un passato che non passa mai, perché c’è un sapere la vita che nasce con noi, insieme ai cromosomi, ed è la nostra vera cultura, quella che ci accompagna ed alleva ogni nostra successiva esperienza. Nelle creature compiute non c’è soluzione di continuità interiore tra le origini ed il destino. Lo spirito d’impresa non aveva all’epoca vergogna di nulla, se non della disonestà e della mancanza di rispetto. E nulla di cui vergognarsi. Le galline erano e sembravano in tal senso un attestato di garanzia. Gente così non aveva perduto il battito sacrale che ne aveva ispirato fin dall’origine la dignità nella fatica. Un viatico, le galline, una compagnia. Un irrinunciabile conforto alla cultura dei propri gesti indimenticati, ad una ferialità trasformata dall’avvento dei giorni nella modernità, ma non tolta.

Quando la prima sera dolce e mite si presentava come un presagio di primavera, era l’ora del bagno all’aperto. In pubblico. Non secondo lo spirito fintamente trasgressivo di un esibizionismo mediatico che ha avuto il sopravvento anche nella normalità del quotidiano. Per una necessità, ancora una volta. E per una tacita e forse quasi inconsapevole gratitudine ai doni che la natura tutta elargiva. Non c’erano centri benessere presso i quali recuperare la forma perduta. Chi sudava alla pressofusione, non ne avrebbe avuto del resto bisogno. Non c’erano i santuari dei body builder verso i quali sciamare con le grosse borse d’ordinanza, per rilassarsi, per rimanere tonici, per sgrassare la fatica. Gli operai si tuffavano nel fossato vicino all’azienda. In mutande, così com’erano, grigi di polveri e di fatica, accaldati dalle temperature di lavorazione. Si buttavano nell’acqua finalmente amica della roggia, mentre la sera prometteva il meritato riposo, nella luce calda di un sole al declino. La semplicità è un dono inestimabile. I semplici scrollavano fatica, disagi, tensioni, polvere in quel solo mirabile e miracoloso bagno. Prima di indossare gli abiti borghesi, smessa la tuta da lavoro, e tornare a casa. Puliti (purificati nel rito semplice?), nel tempio degli affetti.

Un mondo mirabile, dunque, da pennellare con i toni acquerello, tenui, delicati e sempre ispirati a duratura felicità ed armonia? Mica tanto. Il fatto è che i tempi, l’azienda e la vita insieme, contenevano in sé l’antidoto, il viatico dalla catarsi e ciò che era stato il doloroso prezzo della ferialità trovava sempre un destino in grado di comporsi nell’armonia degli opposti. Si chiama Spirito, qualunque fosse il volto che vogliamo dargli. Talvolta si smarrisce o si nasconde, agli occhi dell’uomo accecato dalla vanità. Deve essere successo. Deve essere stato da un certo punto in poi così. Da qualche parte, nel transito, la trasformazione deve avere perduto i nessi. O la sua tutta umana capacità di percepirli, di coglierli, di capire. L’universo d’impresa era una cosmogonia compiuta in sé, ma non chiusa su se stessa, nello spazio e nei tempi. La sua relazione con la geografia fisica e con il ritmo temporale, era sostenuta da una precisa sintassi interiore, composita e non univoca. Il piccolo mondo era aperto al grande, fedele e sè e rispettoso dei canoni altri. In quale punto la sua mirabile parabola si è confusa, o dissolta, il sentiero si è disperso e il fondamento che l’animava si è disgiunto da se stesso? E’ sulle sue tracce che si muove la memoria fedele. Per comprendere dove e quando esso si è inabissato, dove e quando esso è riemerso in una forma altra e trasformata. Non sono sufficienti le pur preziose letture della storia d’impresa o le evidenze di ardite sintesi economiche. La storia cerca sempre la nota antropologica del proprio compimento, anche quando la risposta che ne viene sembra dissonante con le apparenze e straniata rispetto ai luoghi del suo affiorare. Seguire il filo lineare di una coerenza solo apparente e di maniera, non è sufficiente per leggere gli eventi. Vi sono salti, anche ontologici, mutazioni antropologiche che occultano un’immediata e stretta relazione fra causa, la scomparsa del passato, ed effetto, la nascita del futuro. Spesso l’eredità dell’uomo se ne va solitaria e disgiunta rispetto alle proprie origini verso un altro destino. Quella umana però, contro ogni diversa evidenza e aspettativa, è la sola degna erede, ed è l’unica eredità meritevole d’essere raccolta nella gratuità dell’offerta e nell’accoglienza del dono.

Dove sono dunque le nevi di un tempo? In quali forse insospettabili sorgenti si sono disciolte per vivere, trasformate, nello spirito di tempi nuovi? Per nascere e crescere un’altra cosmogonia, nata sotto un’identica e generosa stella, protesa al futuro nella comunità, da costruire insieme nella prossimità di una difficile comunione d’intenti (d’impresa)? Qualcuno potrebbe cogliere nella radicalità della domanda, una smarginatura, un’intenzione più politica che non imprenditoriale. La visione di chi diede vita a quei cosmi fu anche squisitamente politica, in una stretta consonanza di intenti le cui premesse non furono storicamente diverse. La presenza al reale, anche alla realtà storica dei tempi in cui si vive, è un’istanza imprescindibile per chi costruisce il presente (impresa) o un’attesa di futuro (profezia). E c’è sempre un poco dell’una nell’altra, quando l’impresa è portatrice di un destino e quando la profezia sarà raggiungimento in tempi futuri ignoti alla contemporaneità. Dov’è finita la visionarietà?

Chi ha vissuto ascoltando scorrere nelle vene il canto di un’epoca al tramonto, sa dove lo spirito d’impresa risuoni ancora, e tuttora, con quali note irradi il cielo del presente. In quale spazio interiore abiti quello che incoraggiò un tempo la risorta economia del Paese. Come ancora animi le imprese feriali dello spirito. Difficili sempre. Impervie, oggi come un tempo. Discrete nel proprio esprimersi. Difese dagli occhi indiscreti. Non a difesa della propria ricchezza terrena. Attente alla qualità di un rispetto che unisce nel cuore dell’uomo la Terra ed il Cielo. Nella fatica dell’impresa, nell’impresa della Vita che è sempre fatica di nascere a se stessi e di crescere insieme. Spesso senza alcun profitto e solo per amore della cosa in sé. La cosa sublime. La Vita.

25 Aprile. Rosetta

Il suo nome di copertura, in codice o di battaglia, era Rosetta. Me lo aveva rivelato lei stessa, mia madre, Renata, all’anagrafe, nelle rare occasioni in cui aveva trovato la voglia, la forza (?), di riparlare di quei giorni. Degli anni che l’avevano vista impegnata nella Resistenza, giovane staffetta partigiana. Mio padre era Ariel, comandante della formazione in cui entrambi militavano. Me lo disse lui, una sera d’estate, sul portone della casa in cui ancor oggi abito. Raccontandomi di quando, un mattino di primavera di quarantacinque anni prima, in sella ad una bicicletta, era passato proprio lì dove ora ci trovavamo. In fuga dalla città dove viveva, dopo che un compagno aveva parlato, facendo il suo nome. Pochi chilometri più a sud, dopo avere pedalato per quasi venti, era entrato in una bottega di barbiere. Il compagno al quale avevano estorto nome ed informazioni, aveva descritto un giovane con la barba. Mio padre alla prima occasione possibile se ne era liberato, facendosela tagliare. Il nome rivelato era quello di battaglia. Un indizio insufficiente per poterlo identificare con certezza. Per poter risalire a lui.

Ricordo ancora l’emozione con cui lessi per la prima volta il nome di mia madre, Rosetta, stampato su carta. Fu a casa di mio padre, molti anni fa e qualche tempo dopo quella serata. Ero andato a trovarlo, durante le vacanze di Natale. In uno dei quei pomeriggi in cui i ricordi stanno docilmente vicini, pronti ad aprirsi nel dono inatteso di sé. Mio padre tornò con uno di quei suoi grandi album che tanto avevo ammirato da lontano durante la prima infanzia, quando trascorrevo con lui qualche pomeriggio nel suo ufficio, dopo la scuola. Erano di dimensioni enormi, nel formato dei quotidiani dell’epoca credo, negli Anni Cinquanta. Cuciti a mano e brossurati. Non so se li comperasse o se avesse qualche legatore che glieli preparava appositamente. Non ne ho mai più rivisti di uguali. Ricordo mio padre che con pazienza certosina sottolineava con il matitone blu e rosso gli articoli da ritagliare per la rassegna stampa. Qualcuno poi credo li tagliasse e li incollasse per lui su quei grandi libri.

Sfogliò il volume che aveva preso dall’archivio. Andava sicuro tra le pagine e trovò quasi subito ciò che cercava. L’elenco di chi aveva partecipato attivamente alla Resistenza, nella nostra città, pubblicato in non so più quale occasione nell’immediato dopoguerra. Fu lì, che sottolineato in rosso, accanto ai dati anagrafici di mia madre ed al suo ruolo, lessi per la prima volta il suo nome di battaglia: Rosetta.

Non dissi nulla a mio padre. Non dissi che sapevo, né quel che sapevo. I miei si erano separati all’inizio degli Anni Sessanta, molto prima che il divorzio diventasse legge. Mio padre non seppe mai che cosa mia madre mi avesse raccontato. Mia madre non seppe mai che cosa mi avesse detto mio padre. Mi era sempre sembrato giusto così. Rispettare reciprocamente il passato che non avevano potuto condividere, insieme, con me. Ascoltai, come in numerose altre occasioni, il ricordo ancor vivido in lui di quegli anni. Ricco di episodi sempre diversi, sapido di una narrazione cólta ed anche storicamente ormai attestata dagli studi ampiamente diffusi. Preziosa però perché carica degli accenti vivi della testimonianza personale. E acuta, perché le descrizioni che vengono dalla presa diretta sulla storia scontano forse qualche limite nei risvolti personali, ma esprimono con messa a fuoco precisa profili e destini altrimenti smarriti o sfocati.

Mia madre aveva scelto di tacere. Quasi sempre e per sempre. Solo in alcuni particolari momenti, di estrema confidenza materno/filiale o di profonda indignazione davanti a ciò che accadeva intorno a noi, si lasciava andare al racconto. Talvolta erano lacerti fulminanti che calcinavano in poche essenziali parole e nomi un’intera scena, quando non un’epoca. Talaltra erano aneddoti non privi di una nostalgia venata di malinconia, mista a felicità per la giovinezza, comunque bella perché ricca di speranza. Andata via per sempre e poi conclusa nell’epilogo della sua tensione ideale presto sfumata in troppe istanze ideali disattese e in personali disavventure della vita. Ricordo con precisione i nomi ed anche qualche cognome. Gli episodi. Il pathos della narrazione. Gli istanti drammatici e l’indignazione. La bellezza del sogno. La delusione.

A 13 anni dalla sua morte, vorrei dedicare a lei, staffetta partigiana, questo 25 Aprile. Vorrei farlo raccontando un episodio, ricordando un suo ricorrente pensiero e rievocando un aneddoto di fine Anni Ottanta.

Me lo raccontò più volte. In occasioni diverse. La prima, ero un ragazzo, poco più che sedicenne. Poi, un giovane sposato da qualche tempo. Ogni volta, mia madre raccontava quella stessa vicenda con identica partecipazione emotiva. Come se gli anni non fossero mai trascorsi. Alcune esperienze forti ti segnano dentro e rimangono scolpite nell’anima. La storia della valigia delle armi fu per mia madre una di quelle. Quando ne fu protagonista aveva poco più di vent’anni.

Mia madre era, ed è sempre stata, anche in età matura, a detta dei tanti che la conobbero, una bella donna. Non mi fa velo nel dirlo l’essere suo figlio. Ripeto semplicemente ciò che numerosi conoscenti hanno sempre sostenuto apertamente parlando di lei, anche solo guardando le sue fotografie di quell’epoca. Una mattina della tarda primavera di quegli anni di guerra, mia madre era stata incaricata di recuperare armi, che avrebbe dovuto consegnare ad un responsabile partigiano. In quei mesi i Tedeschi erano ben presenti, insieme ai fascisti, sul nostro territorio. La località in cui avrebbe dovuto entrare in possesso della valigia di armi, era nella zona del lago di Garda. Dunque, proprio nel cuore della Repubblica di Salò. Non so e non ricordo, ma mi pare di sì, che tra i responsabili della consegna in origine, vi fosse anche mio padre. Non sarebbe una circostanza inverosimile, dati i numerosi episodi che nei suoi racconti si erano svolti sulla riva occidentale del Benaco, fra Toscolano e Maderno in particolare. I Tedeschi erano lì, erano anche e soprattutto lì.

Mia madre sarebbe dovuta sembrare una giovane innamorata di ritorno da una vacanza. Avrebbe dovuto recarsi all’appuntamento con la valigia vuota, riempirla, rientrare in corriera e consegnare le armi, dopo avere attraversata l’intera città, ad Ovest. Credo di ricordare bene, nella zona del ponte, quello situato a Nord. Così fece mia madre quella mattina. Tutto andò bene fino a quando sulla corriera non salì un giovane ufficiale tedesco. Non ricordo se già sul lago stesso o poco oltre. Si sedette proprio di fronte a lei, nella fila accanto. Il giovane ufficiale parlava bene l’Italiano e naturalmente rivolse subito la parola a quella giovane sola che sedeva vicina a lui. Mia madre, questo posso testimoniarlo io stesso che ho vissuto tutta la mia adolescenza e parte della giovinezza vicino a lei, dopo il divorzio dei miei genitori, era una donna timidissima. Come tutti i timidi, dotata di una capacità di reazione, di autodifesa, che talvolta poteva sembrare, nella sua audacia ed all’occhio di un osservatore superficiale, persino sfrontatezza. Era soprattutto una donna coraggiosa al limite della temerarietà. Il suo spirito di creatura libera e ribelle non si è mai piegato. Non conosceva la parola opportunità ed era incapace di opportunismi. Proprio questo suo essere così apparentemente indifesa, le aveva dato quasi per compensazione, un sangue freddo raro. Credo che in quell’occasione fosse stato tale amalgama di qualità e di fragilità a salvarla. Rispose all’ufficiale tedesco, sostenendo tutta la conversazione senza sbavature, senza che mai la consapevolezza del rischio lasciasse trasparire il benché minimo accento di paura. Sperava. Sperava e tremava. Sperava che l’ufficiale scendesse prima della sua discesa. O, alla peggio, dopo. Mia madre non avrebbe potuto sapere che sarebbe sceso là dove era stato deciso scendesse anche lei. Ogni diversa scelta l’avrebbe esposta a rischi insostenibili e a contrattempi che sarebbero stati fatali per la missione.

Quando mia madre accennò ad alzarsi, l’ufficiale, galante, balzò in piedi. La valigia, naturalmente. Mia madre avvertì il morso della fine stringerle il petto. Il peso enorme del bagaglio l’avrebbe certamente tradita, pensò. Continuò con freddezza. Sarebbe sceso anche lui. Sarebbe sceso lì, nella prima periferia ad Est della città. “Posso aiutarla?”, chiese il giovane tedesco che aveva già impugnato la valigia. Mia madre sorrideva. Continuarono a parlare. Scesero, prima mia madre e poi l’ufficiale, con la valigia alla mano. Camminarono fianco a fianco per un tratto. Non so se allora vi fosse già la grande arteria che conduce verso Nord. So che mia madre raccontava che ad un tratto l’ufficiale posò la valigia, e si accinse a congedarsi. Avrebbe svoltato a destra, mentre mia madre avrebbe proseguito, “verso casa”. L’ufficiale lasciò il bagaglio, sorridendo strinse la mano a mia madre, che ricambiò. Non ricordo se le avesse chiesto anche qualcosa di sé, un indirizzo qualche riferimento personale. Rimase fermo a guardare mia madre che si allontanava. Tremando senza darlo a vedere. Nell’ambiguo confine delle giovinezze che sigillano nei sorrisi verità inespresse, mia madre non seppe mai, e mai confessò nemmeno a se stessa, per decenni, se l’ufficiale avesse “capito”. Se la sua bellezza l’avesse salvata. Non l’aveva voluto mai sapere, nemmeno in se stessa. Consegnò la valigia con le armi ad un partigiano che, insieme ad un compagno, l’aspettava, in bicicletta, sul ponte. Dopo avere camminato lungo il tragitto previsto, ed a fondo studiato nella scansione dei tempi e dei luoghi. Non so se da sola, se aiutata da altri. Se compiendo di quando in quando soste strategiche e diversive. Ogni volta che raccontava, mi sembrava di vedere quei luoghi che conosco bene e che sono poco o punto cambiati da quei lontani giorni. Rivedevo lei e mi sembrava di vedere anche il volto e le pose dei due uomini pronti per raccogliere il testimone dalla staffetta. Gli incontri avvenivano spesso solo dopo uno scambio di parole d’ordine. Secondo prassi e dinamiche complesse. Era in gioco la vita. Un’ingenuità, un’imprudenza, avrebbero avuto sempre conseguenze e ricadute incalcolabili sulle formazioni. Sembrava di vederli, quei giovani in attesa, dall’aria finto indolente o falsamente scanzonata, che erano in realtà attenti ad ogni minimo sussulto ed indizio di pericolo.

Raccontava di rado questi ed altri episodi e malvolentieri rievocava le vicende della guerra, le storie legate al periodo fascista, lo spirito di quegli anni. Ma una cosa ripeteva, quasi come un monito, e la storia successiva le avrebbe dato purtroppo spesso occasione per farlo. Non tanto e non solo in merito alla Resistenza in sé. Quanto al durante e all’immediatamente dopo. Non era la sua un’opera di revisionismo qualunquista e al dettaglio, volta a sottolineare presunti demeriti dei (non tantissimi) adamantini testimoni della prima ora. Era lo sdegno provato davanti agli opportunismi dei (tanti) convertiti del giorno dopo. Davanti al profluvio di parole non tutte credibili e all’agitarsi di personaggi non di rado improponibili, ricordava che il dolore più cocente le era stato procurato, dopo l’euforia della libertà, dalla constatazione di come tantissime camicie nere si fossero fatte nel volger di pochissimi mesi (nei casi più pronti, bastò una sola notte) all’improvviso e inopinatamente rosse.

Il suo impegno sembrava volto piuttosto a dimenticare, che non a ricordare. Quando ricordava, però, si accendeva di una passione a noi sconosciuta e si capiva che se la levità della smemoratezza poteva in qualche modo aiutarla nel suo compito di dimenticare, certamente soffriva quella perdita di una parte nobile e bella di se stessa. Della vita che era stata per un periodo non breve negli anni tra i più belli nella storia di ogni creatura. Quelli della prima giovinezza.

Schiva e discreta, malgrado la sua indole cordiale ed apparentemente socievolissima, non amava apparire. Soprattutto, non avrebbe voluto mai farlo in nome e per conto di un passato solo suo, che custodiva come una reliquia in qualche angolo riposto di sé e che diceva, forse cercando di convincere anche se stessa, fosse meglio scordare.

So di non tradire la sua volontà e di non ferire il suo ricordo, se oggi, a distanza di 13 anni dalla sua scomparsa, a 68 e più anni da quei giorni, voglio rendere omaggio a mia madre ricordandola come fu quando era Rosetta. Ogni parola che ho scritto qui è vera, e comunque fedele a come lei la raccontò. La sua scomparsa ha rimosso anche i motivi della sua opposizione, quelli di natura squisitamente personale ed in nulla ostili al suo essere stata una donna della Resistenza. Se mai, le ragioni del suo disagio civile manifestato negli anni successivi, possono costituire un lacerto di memoria storica che dice qualcosa anche del presente.

Ritrovai Rosetta anni dopo. Una sera d’inverno, mia moglie ed io eravamo andati a casa di mia madre. Era già ammalata ed era stata operata una prima volta. Fu felice, più del solito, quando le chiesi di guardare le preziose fotografie di quegli anni giovanili, di guerra e di rischio. Raccontò ancora una volta l’episodio dell’ufficiale tedesco, forse sollecitata da me e forse perché Elena non lo conosceva. Ricordò tante altre cose di quei mesi, di quegli anni. Al momento del congedo volle che prendessi con me anche alcune fotografie. C’erano anche lei e mio padre, giovani.

Pochi anni fa, uno storico ha per la prima volta citato esplicitamente mia madre. In due volumi ben documentati, Rosetta è al suo posto, nel ruolo di patriota, nelle Formazioni di Giustizia e Libertà.

Nel 1999, dedicando a loro un mio libro di poesia, scrissi tra l’altro: “I miei genitori sono uniti nel profondo del mio cuore e la fedeltà al loro ricordo mi apre la via alla Luce. E insieme sono anche nel Certificato al Patriota che ho appeso sopra la scrivania, che li racchiude entrambi, comandante e staffetta partigiana”.

Il mondo che fu di Rosetta e di Ariel  forse non esiste più da tempo. O è forse prossimo a scomparire. La Patria che avevano abitato con i loro cuori innamorati e sognanti, con l’animo colmo della sete di giustizia e di libertà, è una terra che non ha confini geografici. E’ una patria che conosce solo la misura e la frontiera che nascono nel cuore. E’ la terra che ha quale unico orizzonte l’infinito del Cielo. E’ la patria dei sognatori, terra fiorita di passioni e ideali. Fondata nei principi che sublimano la fratellanza e aliena al privilegio dell’appartenenza. Una patria sempre cercata. Sempre attesa. Sempre in procinto d’essere costruita e di nascere a se stessa. E’ la terra della speranza. Quella abitata dai sognatori di ogni tempo e in ogni luogo. Quella sulla quale credo avesse posato i suoi giovani passi anche mia madre. Rosetta. Più ancora che nella gestazione del suo grembo, sono nato e cresciuto in quella di quel suo lontano esempio. Che trovò terra e seme e senso e cielo nei giorni azzurri della sua speranza. Nella sua giovane età sbocciata al sole della giustizia e della libertà.

 

 

 

“Saper ascoltare”

Stamani Isabelle Pariente-Butterlin, che seguo su Twitter e che leggo spesso qui, sul suo blog, “aux bords des mondes”, ha scritto una sequenza di twitt. Incalzante ed intensa. Tanto significativa, che non ho resistito alla tentazione di tradurre almeno uno dei twitt, il primo. L’ho sentito come una poetica e diversa declinazione della comunione. E’ la bellissima dichiarazione di una «poetica» forte e delicata. Una sintesi ed insieme un’icona. Vi risuona l’eco di una visione relazionale sinestesica. Vi si respira l’essere in sé della creatura, il suo stigma identitario irrevocabilmente singolare. Unico e irripetibile. Non perché vocato alla solitudine. Al contrario: la nota eccellente dell’armonia, che sembra essere una cifra interiore cara all’autrice, ricorda che la persona è chiamata alla condivisione dei cammini.

Mi piace riproporre il testo, nella forma originale dei twitt, e nella traduzione che mi sono permesso di farne, spero in modo rispettoso della visione di Isabelle Pariente-Butterlin.

1.«Saper ascoltare. La musica, la parola dell’altro, il suo silenzio, la nota tenue della sua presenza».

2.«E’ forse perché ognuno di noi ha un modo unico di muovere lo spazio intorno a sé quando s’avvicina, che ogni presenza esprime una diversa nota?».

3.«Tessitura della voce, trama della presenza, ordito del silenzio».

4.«Ed anche tessitura dell’assenza».

5.«Ci sono creature la cui presenza ci tocca musicalmente».

6.«Mi piace che sia vivo tra le persone questo vocabolario musicale: accordarsi, intendersi, essere in accordo, in armonia. Esso risuona proprio come il senso che esprime».

Savoir écouter. La musique, la parole de l'autre, son silence, la note tenue de sa présence.
@IsabelleP_B
I.Pariente-Butterlin

Est-ce parce que chacun d'entre nous a une façon unique de déplacer l'air quand il approche que chaque présence a une note différente ?
@IsabelleP_B
I.Pariente-Butterlin

Tessiture de la voix, tessiture de la présence, tessiture du silence.
@IsabelleP_B
I.Pariente-Butterlin

Et aussi tessiture de l'absence.
@IsabelleP_B
I.Pariente-Butterlin

Il y a des êtres dont la présence nous touche musicalement.
@IsabelleP_B
I.Pariente-Butterlin

J'aime entre les êtres ce vocabulaire musical : s'accorder, s'entendre, être en accord, en harmonie. Il sonne juste comme ce qu'il dit.
@IsabelleP_B
I.Pariente-Butterlin

 

Paul Celan

Paul Celan si uccise gettandosi nella Senna dal Ponte Mirabeau, a Parigi, nella notte fra il 19 ed il 20 Aprile del 1970. Avrebbe compiuto cinquant’anni a Novembre.

Ogni anno, da quando ho aperto un profilo Twitter, nel 2010, ricordo la scomparsa del poeta di Atemkristall, anche pubblicamente. Citando qualche suo verso tra quelli a me più cari, o dedicandogli un pensiero.

Ho amato profondamente la poesia di Paul Celan, fin dal primo incontro con i suoi testi. Ho letto con passione parte della sua opera ed alcuni degli scritti a lui dedicati. In particolare e tra i primi, quelli di Peter Szondi, “L’ora che non ha più sorelle”, 1990, e di Hans George Gadamer, “Chi sono io, chi sei tu”, 1989.

Vivo, in questi ultimi mesi, una sorta di spaesamento. L’ardore del monaco intriso di canto e dedito al canto, come se quello della poesia fosse il solo orizzonte possibile, come se la vita stessa fosse canto e null’altro, sta piano piano lasciando il passo alla consapevolezza mite dei congedi. La forza degli addii strappa anche i ricordi dalla profondità dell’io, e, sebbene ciò che di più vero è stato di noi ed in noi viva, credo, per sempre, i palpiti della memoria scandiscono ritmi più distesi. L’intensità della luce che riverberava in essi ha ora sempre più spesso il colore dolce del tramonto. Caldo, eppure meno calcinante rispetto al sole del mezzogiorno ed alla sua luce, talvolta insopportabile, quando ferisce lo sguardo. E’ così anche dentro di noi. L’intensità del pensiero e la bellezza di sentimenti profondi chiedono adeguata forza per non schiantare l’io nel tremore del giorno memore.

Paul Celan è stato ed è per me un’ancora interiore. Egli è dunque vivo in me. Qualunque fosse l’approdo del viaggio terreno. L’eternità o il nulla. L’infinito o l’angustia di uno scampolo di terra. L’oblio o la memoria, Paul Celan mi abita. Dal tempo immemorabile della coscienza poetica matura.

Incontrai tardi la sua opera. Dapprima in modo sporadico e forse distaccato, o solo inconsciamente consapevole. Come accade spesso quando ci si innamora, o si ama già senza sapere di amare il soggetto che sarà poi compagno di un cammino condiviso a lungo o per sempre.

Il primo scritto che lessi, dedicato a lui, fu un elzeviro di Claudio Magris, pubblicato dal Corriere della Sera, a metà degli anni Ottanta. Ero in treno, diretto a Trieste. Di quella lettura conservo tuttora l’eco malinconica che suscitò in me. Non avvertii però subito il desiderio di andare oltre nella conoscenza. Forse certi presentimenti proteggono l’io profondo che siamo, quasi a volerlo scampare anche al dolore ineluttabile che è cifra e stigma della sua singolarità. Se ci è consentito però di allontanare nel tempo l’incontro con il nostro destino, non ci è permesso di cancellarlo dal sentiero che distingue e al tempo stesso segna il cammino dato.

Così, pochi anni più tardi, la flebile fiamma accesa quel giorno leggendo Magris, divenne il fuoco alla cui luce e nel cui calore ho vissuto dieci anni almeno di poesia. (“Arde vivo, il monaco nel canto”, è un mio verso del Luglio 2000). Accadde una sera d’inverno. Una rivista di letteratura che leggevo assiduamente in quegli anni, aveva pubblicato un ampio dossier dedicato a Paul Celan. In copertina, la bellissima fotografia in bianco e nero che ritrae il poeta leggermente piegato in avanti. Il volto aperto ed offerto all’obbiettivo. Camicia bianca, con il collo che esce dal maglioncino scuro. Credo sia la foto più famosa, o forse solo la più riprodotta, quasi un’icona del poeta. Non ricordo se sulla copertina stessa, o all’interno, comunque ben chiara, in un incorniciato ben campito di bianco esteso, spiccava un testo a mano, nella bella scrittura di Paul. «La poésie ne s’impose plus, elle s’expose.» Per gli esegeti, gli studiosi, i filologi, è “l’annotazione, nella lingua del paese che l’aveva ospitato, [e] chiude l’ultima cartella di poesie preparata da Celan, poco prima di scomparire nelle acque della Senna, [...]”.

Per me, fu fin da subito la risposta che avevo a lungo cercata. Una sintesi estrema ed esaustiva del cammino compiuto dalla poesia europea da Leopardi alla contemporaneità. Quella contemporaneità che fu di Celan ed è stata, pur nella consapevolezza di tutta la distanza e dei miei limiti umani e creativi, in parte anche mia. Una sublime attestazione della poetica celaniana. Un fondamento poetico della modernità. La visione di una poetica che aveva saputo andare oltre il naufragio. O aveva tentato di farlo fino allo stremo di sé. Consapevole e certa che quella fosse la via. Espositiva, anche e soprattutto di sé, e mai più impositiva.

Ero dentro anni di lavoro febbrile. I migliori della mia vita di uomo e di poeta. Prossimo a compierne quaranta. Quella frase fu vela e fondamento. Una folgorazione. Iniziai a leggere Paul Celan e di Paul Celan. Molti anni più tardi, osai iniziare a scrivere di lui. Dedicandogli anche numerosi canti. Tutti con lo stesso titolo: Paul Celan. La reiterazione del nome non è qui un’angusta ripetizione. Nemmeno l’enfasi retorica della riconferma che genera accredito. Celan, la sua poesia, la memoria di lui, non hanno bisogno di me, del mio ricordo. E’ piuttosto la licenza poetica che attinge la memorabilità di un esempio insuperato. Come nelle invocazioni. Come nella preghiera. Quando il nome rinterza il dono e lo sublima, nell’incantesimo di una parola che sfiora la religio. La religazione. L’unione tra ciò che non è più eppure perdura e ciò che è e spera nella duratura sintassi degli eterni. Il viatico silente fra Cielo e Terra.

La prima volta fu nel 1994, quando gli dedicai un capitolo di “Deserti incanti”, dal titolo “La parola estrema”. Scoprii solo qualche anno più tardi, e lo scrissi in una lettera ad Emo Marconi, che il canto d’esordio di Paul Celan era intitolato “Canto del deserto” (all’epoca, metà degli anni Novanta, Google Books non esisteva e il libro che ho linkato è del 2001).

Nel 1998, fui invitato da Scena Sintetica. Per l’incontro, una serata di poesia in scena, se così si può dire, preparai un testo ed un Programma di sala. Avevo 45 anni e mi trovavo nei pressi del mio esordio in pubblico in nome e per conto della poesia. Mi sembrò del tutto naturale ed in perfetta continuità e coerenza con il cammino poetico fin lì compiuto, ispirarmi a Paul Celan. Tentati di farlo osando un titolo che, nella parafrasi dell’originale, avrebbe voluto significare il continuum sublime fra soglie epocali. “La poesia non si espone più, essa si ostende…”, fu il titolo che scelsi ed anche il tema. Stampai qualche centinaio di esemplari del programma di sala su una bellissima carta color camoscio chiaro, che il tipografo di sempre mi consegnò a casa. Mi servii della mia stampantina, una delle prime. Ricordo che il lavoro durò alcuni giorni. Facevo la spola fra la cucina e lo studio, fra i lavori domestici e la stampa. Pranzavo con l’orecchio teso per ascoltare se mai si inceppasse qualcosa. Un incidente di stampa, avrebbe potuto significare perdita consistente di copie e ritardo insostenibile. Come Dio volle, portai e termine. La tipografia passò a ritirare. Piegò, cordonò, mise un punto metallico. Avrei preferito cucitura a filo, ma tempi e spesa resero la scelta insostenibile. Quella serata non ebbe mai luogo e i miei programmi di sala furono distribuiti anni dopo nel giorno del mio vero esordio. Evidentemente la salita al personale Calvario, costellato di sconfitte, caratterizzato da marginalità estrema, inchiodato alla solitudine creativa e non solo, non era ancora del tutto compiuta.

Esordii più di due anni dopo, il 1° Giugno 2001. Quella sera, Paul Celan era con me. Avevo preparato un testo che feci stampare in 300 esemplari. «Seminario sull’innocenza. La parola di Adamo, la parola innocente», il titolo che diedi al lavoro. Il gruppo di Scena Sintetica lo propose per tre serate. Inutile dire che Paul Celan aveva una parte centrale e decisiva nell’opera, con testi suoi, letti dagli attori, e testi in poesia ed in prosa a lui dedicati e scritti da me.

Questa notte saranno trascorsi 43 anni dalla sua scomparsa.

Ho iniziato il Venerdì Santo a scrivere post per il blog, inaugurandolo. So che il cammino di risurrezione è molto più arduo ed impegnativo di quanto possano esserlo le parole che la invocano o la evocano. So però che quando esse recano in sé la cifra esistenziale di una coerente testimonianza di senso, la fessura di Silenzio che si apre fra il Cielo che detta e la Terra che ascolta, si rende pervia. Ed in essa la parola del canto risuona della voce dei risorti. Come io credo sia Paul Celan, in virtù del suo canto esposto.

Ho scelto di ricordarlo oggi con le parole che scrissi nel 2001.

Nel testo della piccola edizione che veniva consegnata a tutti prima dell’ingresso in sala, erano indicate anche annotazioni che avrebbero scandito il ritmo del testo in scena. Ciascuna parte, a Paul Celan sarebbe toccata la d., veniva introdotta da alcune parole guida, sigillo e stigma del senso poetico che le era proprio secondo le intenzioni dell’autore. Vi era anche qualche cenno alla scansione rituale, una sorta di cenno per la regia, che sottolineasse ed al tempo stesso conferisse carisma all’attore.

La prosa poetica dedicata a Paul Celan, era introdotta da un breve testo poetico.

d. Il sacrificio. (Un sacrum facere, parola poetica, lingua madre, immolato canto…)

Voce poetica (filo cosmico, guida…attore 1, voce femminile…)

Fatti sacri anche i gesti, ed i corpi

infiniti lacerti nel silenzio di Dio

o nascosti stilemi di forme

chiuse a grembo sul tempo

futuro, lingua madre deposta

nel seme del canto. Corpi,

oh, dolci e care le voci

solenni degli amanti, dei più teneri

morti, posti a soglia narrante,

scolpiti nell’aria di parole

fragranti, in segni spezzate

all’altare silente. Ostie esposte,

parole, eco divine, urla o sussurri

sullo sfondo di neve e di insensati

azzurri…

Sacrificare, fare sacro ogni istante,

ogni minimo gesto, l’Infinito,

madre e padre e solo pretesto.

Voce di prosa poetica (pensare l’amore…attore 2, …

Paul Celan vive la vocazione ad esporre la parola poetica fino al limite coerente ed estremo. Egli percorre la zona di transito in cui cristallizza, insensata rispetto a tutte le sensate certezze della storia a lui contemporanea, l’adamantina, la parola vera. La parola poetica che egli si dispone a pronunciare nel tempo silenziosamente straniero della neve.

Egli sceglie, rispondendo nell’ascolto al Grande Silenzio, la propria condanna al silenzio. Espone la parola, testimonia la presenza della maestà dell’assurdo, (o è il testimone in presenza del maestoso Assurdo?…) compie il sacrificio. Egli apre e riapre per sempre all’Occidente la via del canto dopo Auschwitz.

La ansimante ricerca della “parola vera” che Paul Celan ha compiuto, è la salita al Paradiso di Dante, il canto estremo dei poeti.

Celan certamente sa e osa, lentamente, lungo scarti infiniti e duraturi di dolore, si espone perché questo è il destino del suo canto nel suo tempo che egli sente, profondamente sente e ascolta.

Egli osa esporre la parola vera che trova per noi dopo e malgrado Auschwitz. La maestà dell’assurdo, evocata per noi di nuovo e per noi di nuovo convocata nella sua più intensa visibilità poetica, dopo Auschwitz, dove lo scandalo dell’innocenza che muore ha ripetuto più e più volte lo scandalo cristico della Croce.

Già, la maestà dell’assurdo.

Cosa di maestoso vive nell’umano se non la nostalgia dell’Impronunziabile? Cos’è quel qualcosa che intercorre fra la retorica impositiva dei riti di maniera ed il poetico lampo, inconsapevole, certo, ma non meno restituito all’innocenza nella sua verità di parola vera?

Cosa di assurdo, se non il suo folle pronunciarsi in una verità persuasa davanti alla compostezza retorica delle rappresentazioni?

L’assurda maestà è la coscienza estrema dell’innocenza che osa una verità, l’io credo dell’Eterno in noi. Essa testimonia la Presenza nell’umano dell’attimo che sconvolge l’ordine terrestre delle cose.

Assurdo è lo scandalo della croce, l’archetipo cristico dell’innocenza.

La persuasa verità del testimone è imperdonabile agli occhi di chi non vede la maestà dell’assurdo seduta in trono alla coscienza dell’umano. Il suo essere divino anche dentro l’Abisso oscuro di una vita (una realtà, un’arte?) non mai adeguatamente capita?

Celan comprende che “qualcosa” precede la verità della parola, la coincidenza fra la parola e la cosa, qualcosa ispira la nominazione. Qualcosa oltre l’origine e la lingua madre, oltre la madre stessa, che nessuna fedeltà personale, e perciò storica, restituirebbe alla parola, nella parola. Qualcosa, forse il soffio nella costola di Adamo era lo stesso che risuonava nella maestà dell’assurdo, quel fiato poetico ed umano? Qualcosa di ignoto, o di sepolto, sotto la cenere, sotto il silenzio, sotto la neve. Qualcosa da cercare, frugando e scavando, qualcosa che precede l’immemore parola di Adamo. Forse il Verbo, che risuonò nel soffio, la parola innocente. Il Fiat e l’Om delle religioni, o l’animico spirito degli iniziati, o l’Uno dei filosofi, o il Nulla stoico di tutte le nominazioni assertive. Là dove la parola di Adamo non flette alcun senso, il nome non declina il Verbo, la parola del poeta inclina al Senso le cose, le espone nella Luce del Tertium datur e nell’estasi talvolta le ostende, esse stesse parole Luce del vero.

In ogni creatura la coscienza si espone come un grido lieve ed innocente che eternamente si rinnova. Nei poeti essa si espone come estrema risorsa del canto. In Paul Celan essa è un cristallo di fiato nel crepaccio dei tempi dell’umano. Una parola poetica esposta in quel gelo impenetrabile che è la solitudine del poeta. Egli genera un canto straniero al suo tempo. Forse, straniero sempre, egli vive nel crepaccio che si inabissa ardito, aprendo, nel regolare, rassicurante tic tac delle ore terrestri, un Abisso: luminoso od oscuro…

Il poeta vive nel poema una scandalosa innocenza che spezza le catene della terrestrità. Straniero, trova, e ritrova, nel poema un sentiero aperto al Tu, verso il compimento di un canto osteso di comunione.

L’assurdità è stavolta la più improbabile tra le umanamente pensabili, l’insopportabile presenza del Dio nascosto, ma non assente, che abitava Auschwitz. L’epica del ritorno di Celan, non tragico, ma luminoso e compiuto, cerca questa verità e cerca di mostrarla. Anche se il nodo strozzato del respiro sembra non segnare la svolta, sembra celarla, nella voce, un cristallo di fiato è Dio che respira. Nella parola del poeta come nel silenzio di Auschwitz. Celan gli muove incontro con l’ascolto, sotto coltri di neve e di cenere, tende la mano ai morti ed in essi a noi, per ricongiungere amore e oltraggio, la sua poetica offerta in dono. Disperatamente sperando l’estrema volta…e noi qui, ora, nel crepaccio con la bottiglia del suo messaggio, la vita offerta, parola, agnello di comunione.1

1Tutti i corsivi dell’introito a Paul Celan sono citazioni dei testi del poeta, parafrasi dei topoi celaniani, allusioni piene e volute, chiare, all’affinità di senso che, evocando il canto, viene invocato.

In “La parola di Adamo, la parola innocente”, Dicembre 2000 – Aprile 2001

“Comunicare la rete”

«Comunicare la Rete» costituisce forse il punto più avanzato del mio percorso professionale nella vita precedente. A partire da lì, l’equilibrio tra esperienza passata e nuova conoscenza ha tracciato una sorta di crinale, una linea impervia e frastagliata fra la tranquillità di un possibile e mai più raggiunto approdo e la desolazione di un’infinita deriva. Alla quale mai mi sono abbandonato. Una corsa sul margine, un’escursione tra abisso e vetta.

Il profilo reticolare della mia piccola storia digitale, di giornalista e poeta, è in gran parte delineato a partire dai link di questo mio blog stesso. Ne ho scritto qui. Ne ho accennato anche qui.

Quando nel 1994 sono uscito da Madre, ho cercato di costruire, in modo coerente con il profilo professionale maturato in precedenza, una sintesi innovativa tale da delineare un ruolo di frontiera fra le diverse capacità impegnate nel mondo dei media su carta e dei nuovi media. Nel 1997, all’inizio dello stage che avrei svolto a Cremona, avevo già 2020 ore di formazione sulle spalle. Vissute frequentando corsi tra Roma e Milano. A Roma, con l’ASIG, avevo conosciuto per la prima volta sistemi editoriali e software dedicati. Da settembre a gennaio 1995, una corsa nell’alba digitale dell’editoria. Poi, Milano, con il corso organizzato dell’Ordine dei giornalisti per prepararmi all’esame di Stato, che avrei superato nel settembre dello stesso anno. A Milano, da luglio 1996 a maggio 1997, imparai come si predispone un businnes plan. Quasi un anno, a Formaper, con uno stage, breve ma intenso e non retribuito come tutti gli altri, all’Ufficio Stampa del Comune di Venezia. Ne ho lasciato una piccola traccia qui.

Sul frontespizio del lavoro che presentai in sede d’esame conclusivo a Formaper, avevo citato Abraham Reizine:Si è mai visto un mercante offrire amore al mondo? Chi porta dei buoni sentimenti sul mercato del mondo? Non hai esperienza, va’ in un’altra parte del mondo, sarai un eterno fanciullo sul mercato del mondo”.

Una frase molto olivettiana”, avrebbe commentato il professor Giovanni Bechelloni, quando ebbe tra le mani il mio volume, Progetto Anthropos, da me presentato in sede di candidatura per un nuovo corso di formazione. Selezione che superai a Firenze, dove, nel 1998, avrei frequentato, Nuovi bisogni professionali del giornalismo italiano” (altre 450 ore).

Approdai a Cremona al termine di “Telelavoro. Progetto pilota nel settore del desktop publishing”, un percorso formativo organizzato dall’Elea Fp. Lo avevo frequentato da giugno a settembre, prima dello stage che sarebbe durato tutto il mese di ottobre. La scelta di una rete civica per svolgere lo stage, mi era sembrata subito lo sbocco naturale del percorso teorico di apprendimento che avevo condotto fin lì. Una prosecuzione del tutto coerente con il cammino inizato due anni prima e ideale rispetto al profilo professionale che stavo cercando di costruire.

Le esperienze più significative erano in quegli anni a Bologna e Milano. Vicino a Brescia, era già attiva dal 1994 OnDe, la rete civica di Desenzano del Garda. Ricordo che ebbi i primi sporadici contatti con loro. Andai anche a Milano, nella sede di RCM, dove incontrai uno dei responsabili e fondatori. Mi sembra di aver avuto qualche rapporto anche con l’allora embrionale rete civica di Bergamo. Cremona mi aprì subito e senza indugio le sue porte.

Mi recai nella città del Torrazzo una mattina di fine settembre, dopo qualche scambio telefonico. Ricordo che all’ingresso della sede di RcCR, rete civica di Cremona, presso il “Politecnico”, incontrai casualmente Gianluca Attolini, che non conoscevo. La sua gentilezza e la sua disponibilità, che apprezzai da subito ed imparai a conoscere in modo più approfondito in seguito, sono indimenticabili. Mi accompagnò alla porta dello studio di Carlo Todeschini. La mia avventura in RcCR iniziò lì, quel mattino.

Furono giorni intensi e bellissimi. Pieni di speranza, di curiosità, di attesa, sul piano professionale. Vivissimi da un punto di vista umano. Non che mancassero i problemi. La lunga disoccupazione mordeva. I viaggi erano a mio carico, così come tutte le altre spese. Disponevo di un voucher per il pranzo. Quando non ero in centro città, impegnato per qualche incontro e/o intervista, consumavo i miei pasti alla mensa della CAMST, poco lontano. La bellezza della campagna, dolce come solo nei mattini d’autunno sa essere, mi ricompensava durante il viaggio, per le alzate mattutine, ad ore antelucane. Cremona è una piccola città. Mi sposatavo sempre a piedi e ciò mi consentiva, oltre ad un per me irrinunciabile risparmio, di godere scorci raccolti che mai, e che mai più avrei potuto vedere. Cammei di silenzio, intagliati nella frenesia di una corsa senza soluzione. Oasi di preghiera, talvolta, nelle bellissime chiese che costellano di luce il centro. Lacerti di ristoro . Dentro una prova che, scontando le scelte di un tempo, sembrava non finire mai e che ogni giorno chiedeva il consenso alla vita d’essere vissuta.Un rinterzare assiduo della speranza. Non sempre facile da offrire a se stessi negli infiniti scampoli di solitudine. Talvolta amici, non sempre tali negli agguati tesi dalla stanchezza.

La proposta di realizzare una ricerca su come «Comunicare la Rete» venne quasi subito. Così, dopo la stesura di una bozza di lavoro, mi misi all’opera. Nella sede di RcCR, perfezionavo la mia preparazione in ambito informatico, con l’aiuto di Tode e di Zero, le due anime tecnologiche, e non solo, della Rete. Fuori, nelle sedi istituzionali, cercavo tracce per uno svolgimento in profondità ed in prospettiva. Mi mancò, e mi è sempre mancata, ci ho pensato a lungo negli anni immediatamente successivi, la fonte che di quel progetto sarebbe stata destinataria. I cittadini. Non avrei mai potuto in un mese soltanto incontrarla. Non ce l’avrei mai fatta.

A inizio novembre, dopo circa un mese, il tempo previsto per lo stage, avevo svolto tutto il lavoro sul campo. Avevo abbozzato anche qualche prima stesura. Mancava tutta la sbobinatura delle interviste, la sintesi della documentazione. Mancava la scrittura. La ricerca era stata realizzata. Il contesto era nella mia borsa. Mancava il testo.

Non avevo un computer. A quel tempo i prezzi erano relativamente alti ed io non potevo permettermi di comperarne uno. Avevo già chiesto abbastanza sacrifici a me stesso e alla famiglia. Chiesi ospitalità e mezzi all’Elea. Mi sarei recato a Milano per mettere in bella copia il mio lavoro a mano. Mi venne concessa. Così, per un altro mese, spesso tornai nelle aule in cui avevo frequentato il corso e lavorai alla stesura della ricerca.

Ci avvicinavamo alla Santa Lucia, la santa che nella tradizione bresciana porta doni ai bambini. Poi, al Natale. Insomma, era prossima una stagione di regali. Così, la generosità di qualcuno vicino a me, mi consentì di comperare, a inizio dicembre, il mio primo PC. Un preassemblato della UNION, con software preinstallato. L’unica deroga al tetto di spesa, fu lasciata per il monitor. Comprai un Sony Multiscan Trinitron 100 sf. Spesi una cifra per me folle. Il video non mi ha mai abbandonato, fino a quando, esausto, nell’agosto scorso, dopo un devastante temporale estivo, ha dato i primi segni di cedimento. Mi sono rassegnato a dismetterlo, ma non sono ancora riuscito ad abbandonarlo al suo destino di rottamazione. E’ qui, in un angolo dello studio, inanimato e riposto a terra. A riposo, dopo inenarrabili fatiche, durate 16 anni. Mi ha assistito fedele nei giorni di lavoro febbrile, compagno di una non mai arresa speranza. Ha visto nascere tutti i miei lavori di poesia, pubblicati e no. Senza di lui, nemmeno il poco che mi è stato possibile guadagnare in questi anni, lo sarebbe stato. Tra i software, c’era un per me preziosissimo Corel Draw. Che non avrebbe svolto certo la funzione di Xpress. Ma senza il quale non avrei mai potuto all’epoca, e per qualche anno ancora, impaginare numerosi miei lavori. Il 18 dicembre, grazie al nuovo computer, in anticipo sui tempi che mi ero dato, consegnai la ricerca. Il corso era istituzionalmente concluso con lo stage. Non dovevo nulla a nessuno. Solo a me stesso. Alla mia dignità di uomo disoccupato. Alla mia piccola storia di giornalista. Un vincolo sufficiente, per me. Forse il più importante. Sempre. Come sempre.

Tre anni fa, a fine 2010, per la prima volta da quel lontano 1997, ripresi il file originale della ricerca. Ecco cosa scrissi, quel giorno, il 10 Dicembre 2010, in un appunto che ho ritrovato ora:

Sono passati quasi 13 anni, oggi, da quel 18 Dicembre 1997 in cui chiusi i files della ricerca e li consegnai a Carlo Todeschini. Da allora non li ho mai più riaperti nè consultati nè copiati, almeno in questa versione. L’ho fatto oggi, per la prima volta, e non senza qualche emozione per trascrivere qui dal floppy il file originale della stesura definitiva di “Comunicare la rete”. L’ho duplicato insieme al file del frontespizio. Durante tutti questi anni, e dal 2003 in particolare, ho seguito da lontano le sorti del lavoro, che fino ad un paio di anni fa certamente rimase in rete, disponibile per essere scaricato dal portale e-cremona.it. Ora forse ne farò un ebook per rendere il testo nuovamente disponibile.”

(Una piccola storia).

Che ne era stato della mia ricerca, dopo quel giorno? Non mi riferisco tanto al suo destino istituzionale, ad un suo utilizzo, teorico o pratico. Parziale o completo. Non ne so nulla. Mi riferisco al destino del testo in sé. So che Carlo Todeschini, dopo averlo letto, ne fece copie che diffuse in ambito istituzionale. Mio padre, totalmente digiuno di tecnica e di cultura digitale per motivi anagrafici, ne fece oggetto di un commovente regalo. Una volta ricevuto il file, andò in copisteria e ne fece stampare e rilegare, in una sobria, bella ed elegante versione, trenta copie. Me ne è rimasta solo una. Le altre se ne sono andate tutte. Al seguito di curricula personali tanto pieni di speranza quanto privi di risposta, mai. O, più felicemente, tra le mani di persone carissime e care che con me hanno condiviso lo spirito, la storia e le vicissitudini di quegli anni.

Naturalmente, la ricerca venne messa in rete, in versione Html, sul sito della Rete Civica di Cremona. Qualche tempo dopo chiesi ospitalità al collega Vincenzo Bitti, che aveva dato vita ad un’iniziativa di cui curava il sito, http://www.cybercultura.it/. Bitti, che non conoscevo allora e non ho mai incontrato, dopo uno scambio di e-mail, inserì la ricerca nelle sue pagine, qui: http://www.cybercultura.it/autori2.asp?id_autori=73

Ma sarebbe inutile cercarla là, oggi. Qualche anno dopo, il sito di RcCR divenne portale. Raccontai la storia di quegli anni in un ampio servizio pubblicato da polix.it. All’indirizzo, però, non c’è più. L’avventura del sito al quale collaborai, si concluse presto. Waybackmachine restituisce, per gli appassionati della memoria, qualche traccia del sito.

Il 23 settembre del 2003, la ricerca venne messa in rete dalla redazione di e-cremona.it, il nuovo portale, appunto. Me ne accorsi anni dopo.

L’ultimo dato del quale dispongo, del contatore di download, dice che a novembre del 2009 la ricerca era stata scaricata 318 volte.

Il portale deve essere diventato, nel frattempo, qualcosa d’altro. Non so cosa e non ho indagato. E’ una storia che non conosco e della quale dunque non scrivo nulla. L’unico dato certo a me noto, è che della mia ricerca ora non c’è più traccia a quell’indirizzo, a partire da quella data. Oggi, inizia per lei un tratto di cammino. Sul mio blog, dove la pubblico rendendola disponibile per il download. Ospite del server di Carlo Todeschini. Un cerchio si chiude. Un altro si apre e la piccola storia, nata al margine e dentro la più vasta storia, continua.

 

 

 

 

 

Trentadue anni fa.

Il 5 Aprile del 1981, 32 anni fa, Elena ed io ci siamo sposati a Nomadelfia. Avevo conosciuto Don Zeno Saltini, il suo fondatore, nell’estate del 1979. Da poco più di un anno, lavoravo nella redazione di Madre. Vivevo con entusiasmo, senza orario e senza bandiera, il compimento di un sogno che sembrava, solo pochi mesi prima, ormai irrimediabilmente sfuggito dal mio orizzonte esistenziale. Il giornalismo. Ero rientrato da poco dalla tipografia. L’ora del pranzo era abbondantemente superata. La segretaria di redazione, già al suo posto di lavoro. Mi lasciò il tempo di togliere la giacca, di posare bozze ed impaginati e di sedere, poi disse: “E’ arrivata una telefonata in redazione. Nomadelfia sarà nella nostra zona per qualche giorno, impegnata nelle sue serate. Ha chiesto se qualcuno del giornale vorrà essere presente. Ne ho informato il direttore, che mi ha incaricata di chiedere a te”. Non sapevo nulla di Nomadelfia. Non seppi intuire nemmeno il significato di quel nome. Non sapevo chi fossero e che cosa facessero i Nomadelfi. “Se sei d’accordo, quando ritelefoneranno per conoscere la risposta, li farò parlare con te”.

In quei giorni di entusiasmo e di passione, perso com’ero dentro il mio sogno che si andava lentamente e duramente costruendo, passo su passo, ero animato da una curiosità travolgente, da una sete di incontrare il mondo e di conoscerlo per raccontarne una sua verità, la sua piccola o grande storia. Mi tenevo alla soglia etica dell’umanità dolente e all’ortodossia professionale. Dentro quella sintassi, avrei fatto ogni sforzo pur di colmare i miei limiti. Umani, professionali, di conoscenza. Per prepararmi all’incontro. Non avessi avuto altro tempo che la notte, avrei impegnato quella, come del resto ho spesso fatto. Risposi subito sì, quasi senza pensare, alla segretaria di redazione che forse non si attendeva nessuna diversa risposta, da me. Più di un anno di lavoro fianco a fianco, ogni giorno, tutti i giorni, in redazione, le avevano dato modo di conoscermi. La sua domanda rivelava nel sorriso ironico, una consapevole flessione retorica. Conosceva già la mia risposta.

Incontrai Nomadelfia una prima volta, poche sere dopo, a Desenzano. Dopo la serata, conobbi Don Zeno e lo intervistai. Mi si rivelò un mondo. Scoprii un esempio, quello del sacerdote di Carpi, che non avrei mai più dimenticato. E che, pur nella consapevolezza di tutti i miei limiti, tanta parte avrebbe avuto nelle scelte successive della mia vita. Talvolta le decisive. Spesso, le drammatiche. Mi si svelò un’umanità che tanto a lungo avevo cercato e che mi sembrava essersi persa, nella civiltà post-industriale del boom economico. E che ancor più si sarebbe inabissata nei cinici anni Ottanta ai quali ci si affacciava allora. L’intervista venne pubblicata dal quotidiano locale in terza pagina, e non dal mio giornale, un mensile.

Dopo quel primo incontro, tornai, e non più per motivi professionali, alle serate di Nomadelfia. Parlai con alcuni nomadelfi, affascinato da quel mondo, dalla scelta di vita. Dal senso delle cose che albergava il loro cammino. Più che un’affinità di fede, era una cifra antropologica a tenermi così stretto al passo della loro storia. Che andavo sempre più conoscendo. Quando infine lasciarono la zona, ci congedammo con l’intesa che mi sarei recato io, a Nomadelfia, per realizzare un servizio ampio per il mensile.

Era l’agosto del 1979. Il giornale chiudeva come d’abitudine e come tutti, così usava in quegli anni, per le ferie. Il direttore mi aveva chiesto di partecipare alla Route scout che si sarebbe tenuta quell’anno a Bedonia. Si sarebbe svolta proprio durante quel fine settimana, il giorno dopo l’inizio delle vacanze. Ne avrei dovuto fare un servizio, da pubblicare in autunno, sul numero in lavorazione dopo la riapertura. Partii in piena notte, alle 2,00, con un thermos di caffè al seguito. Avrei dovuto essere a Bedonia presto, in tempo per interviste agli scout e per ascoltare gli interventi della mattinata. Alle 14.00, concluso il lavoro, sarei potuto tornare. Per andare dove? Era la settimana di Ferragosto. Tutti in vacanza, dunque.

Mentre ancora trafficavo in me con l’incertezza, a bordo dell’auto verso l’uscita dal campo scout, a passo d’uomo, sentii bussare sul vetro posteriore. Erano tre giovanissimi che avevano partecipato alla Route ed ora stanchi e felici e zaino in spalla tentavano di riguadagnare la via di casa. “Ci può dare un passaggio?”, mi chiesero. “Certamente”, risposi ancor prima di chiedere loro dove andassero. Nella mia incertezza, decise il destino, che ebbe quella volta il fresco volto dei tre giovani, due ragazze ed un ragazzo. Una volta saliti ed accomodati strettissimi sulla 127 colma di zaini, seppi che andavano a sud. Io, provenivo da Parma, da Nord, e là sarei dovuto tornare, sulla via di casa.

Li lasciai a destinazione, felici e grati, dopo due ore di curve e di viaggio. Sistemarono l’auto, i tappetini. Non finivano più di pulire e di ringraziare. Erano le 16.00. Non ero troppo lontano dal mare, credo. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Temevo la fatica ed il sonno. L’adrenalina, la passione e la giovane età sono compagni fedelissimi e preziosi. Un viatico che non conosce ostacoli. Mi ricordai allora di Nomadelfia… La decisione presa, come spesso accade, mi tonificò. Mi diede nuova linfa vitale ed energia. D’improvviso non sentivo più nulla. Né stanchezza, né sonno. Nulla.

Alle 17.00 vidi il mare spumeggiare, poco oltre Livorno. In un luogo ed in un modo, con una luce nel tramonto che avrei di nuovo cercata in futuro e che mai più avrei vista uguale. Mi commossi, una prima volta, quel giorno. E forse fu solo la stanchezza. Fermai l’auto. In una piazzola panoramica, nei pressi di scogli scuri. Il sole tramonta tardi d’estate. Nomadelfia non avrebbe dovuto essere lontana. E poi, chi o che cosa può fermare un giovane innamorato, innamorato della vita, innamorato della professione a 26 anni? Contemplai a lungo l’orizzonte chiaro ed ascoltai estasiato il canto del mare.

Giunsi a Nomadelfia all’ora di cena. Poco prima del bivio che conduce su, e che avrei imparato a conoscere e ad amare negli anni, un sole rosso, tondo ed infuocato salutò il congedo dal giorno. Quasi una congiura della Bellezza. Accanto a me, il fido “Panasonic”, un registratore che oggi diremmo antidiluviano, pesante chi sa quanto, comprato per me dall’amico Renato per modica spesa alla stazione di Bologna, emetteva l’incantesimo degli adagi che il nastro restituiva. Guidavo, sempre più scosso e commosso. Forse fu solo la stanchezza.

La mia sconsideratezza (ma si fanno centinaia di chilometri senza uno straccio di appuntamento, solo trascinati dal filo di un impegno che fu promessa?) era stata premiata da una coincidenza. Parte del gruppo era rientrata a Nomadelfia a causa di un’epidemia alimentare. Senza quell’incidente non avrei trovato nessuno. Tra loro, ad accompagnarli, c’era la stessa persona responsabile della comunicazione e dei rapporti con la stampa, che avevo conosciuto la prima sera a Desenzano. E con la quale avevo parlato poi a lungo, sul Lago d’Iseo, nel corso di un’altra serata di Nomadelfia. A lui avevo detto che sarei tornato (andato), per un servizio su Nomadelfia.

Rimasi qualche giorno là. Realizzai uno tra i servizi che considero ancora oggi più significativi di tutta la mia esperienza giornalistica. Uno degli umanamente più compiuti. Uno dei professionalmente più importanti. Uno, se posso dirlo, dei più belli. Mi valse la copertina del giornale, la mia prima e forse una delle pochissime. Valse la citazione nelle prime righe dell’editoriale di presentazione del numero che il direttore stese. Avrei scritto altre volte di don Zeno e di Nomadelfia. Mai più nessuna ebbe quella compiutezza.

Fu allora, tornando, che pensai di proporre ad Elena di sposarci a Nomadelfia. Eravamo fidanzati da più di un anno. I segni di una ricerca appassionata e condivisa erano già del tutto evidenti a ciascuno di noi ed insieme. Sapevamo che gran parte del tempo storico dato alla nostra generazione non sarebbe stato il nostro tempo interiore. Troppi segni ci avevano già ampiamente scossi ed avvertiti. Da soli, prima, insieme, poi.

Ci saremmo voluti sposare l’anno successivo, nel 1980. Don Zeno ci aveva preparato al matrimonio durante alcuni incontri di non facile realizzazione. I suoi impegni, la distanza, il nostro lavoro. Un disguido burocratico ci impedì di rispettare la data prevista. La vera causa del ritardo, fu però l’impossibilità di trovare casa in tempo utile per non far scadere i documenti già pronti. Certi problemi, infatti, esistevano già. Per chi avesse scelto di vivere a schiena dritta, alieno ai compromessi, senza ossequi alle appartenenze, nel rifiuto della raccomandazione, la strada sarebbe stata, anche allora, già allora, in salita. E, talvolta, impossibile da percorrere. Certe attitudini antropologicamente endemiche erano già ben a dimora all’epoca, nel Paese. Ciò che oggi viviamo, ne è il coerente sviluppo e compimento. La degenerazione parossistica di usi e costumi diffusissimi. Per i resistenti di ogni tempo, la vita non è mai stata facile.

Dopo quasi due anni, trovammo finalmente una casa.Il 15 Gennaio del 1981, don Zeno Saltini concluse il suo viaggio terreno. Ci sposò il suo successore, don Ennio Tardini. Il 5 Aprile del 1981, Elena ed io coronammo il nostro sogno e il nostro cammino insieme si confermò nel segno di Nomadelfia. Lungo sentieri erti e solitari talvolta, dura ancora oggi. 32 anni dopo. Come un piccolo miracolo della ferialità e come un dono. La cui Luce attinge origini lontane e la memorabilità di un sogno di vita diverso. Perché, come scrisse don Zeno, “L’uomo è diverso”. Sempre. In ogni epoca. In ogni luogo.