Canto senza tempo.

Quando la vita canta. Oh, sì, quando la vita canta in te, la gioia e l’esilio di tutti i tuoi giorni stranieri, solo, nella terra arata dai soli tuoi più dolci pensieri. Quando la memoria è densa d’amore, di tutto il tuo cielo più vero. Quando il silenzio ha il pieno respiro del senso più caro.

E’ allora che con passo lento io salgo, cammino lungo l’eterno sentiero.

E sento nell’orma che lenta si posa la mano materna di tutto il creato.

Il giorno che sul seno incantato riposa.

E’ allora che sento più stretta la morsa sul cuore dell’uomo che vinto s’immola. Che spento ora muore.

E’ allora che vedo il tuo volto bruciato dal pianto. E’ allora che vivo e che canto.

Che prego, su dammi la mano, Signore, su prova ad essere umano. E’ allora che giunto allo stremo di un lungo tormento riapro il mio cuore all’orma del vento.

E scorgo salire da cieli lontani le care promesse, la voce tua amante che chiede: rimani.

E corro, stingendomi al petto le più vere parole ch’io abbia mai detto.

Sei tu, mio fratello divino, sei tu che ho ignorato nel mio istante bambino?

Sei tu, mia sorella di quieta bellezza, al cui dolce sorriso ho negato la sincera carezza?

Mi giunge da abissi di tempo, la vostra più degna risposta, il vostro silenzio.

E’ dunque l’assenza la giusta condanna per l’uomo che triste la vita sua inganna?

Lo so, non avete parole. E’ l’ora del mesto rimpianto. E’ l’ora di ciò che mi duole.

Eppure vi avevo promesso incanti d’amore, orizzonti solenni di luce nelle prime mie ore. Ma come ho potuto così presto scordare, ma come ho potuto lasciare che l’infima traccia di me solcasse il mio nudo sentiero come bava indecente del mio sogno più vero?

Ha detto il profeta che infine la Terra Promessa sarà l’unità dei destini, la mano sorella che cinge e che abbraccia, la vita sarà allora senza confini.

Sapete, vi chiedo, se è vero?

Sapete, vi urlo con labbra serrate, se è stato sincero?

O voi che innocenti ho ferito, avete l’ardire di volermi ascoltare?

Siete voi che ora dunque io debbo pregare?

Non ditemi ancora che in cima alla rosa più bella si accende nel mio disperato dolore la vostra pietà che mi salva, la stella sublime della Sua carità, la promessa d’Amore…

Non dite che la spina confitta nella ruvida mano sa dare alla vita sconfitta la dolce parola, ti amo.

Non dite, vi prego… sono io che lo devo, sono io che vi chiedo…

Non siate l’oltraggio alla mia penitenza, non siate, vi imploro, ora l’orma celeste, la divina pazienza.

Voi… voi siete l’Angelo in volo.

Vi vedo, vi sento. Vi ascolto. Vi credo.

Su, ecco, apri adesso la mano.

E’ qui, nel tuo cuore sconfitto che il canto ora nasce, bellissimo e strano.

E’ qui, nella fronte bruciata dal pavido errore che sgorga divino il tuo canto d’amore.

E’ qui sul tuo volto baciato, dal dolore ferito che la vita che amasti rinnova il suo invito.

Vieni dunque alla danza.

Lascia tutto. Lascia la più cara tua stanza.

Vesti l’abito nuovo.

Metti il sole negli occhi.

Guarda il mare.

Guarda.

Guarda ancora lontano.

E’ il confine che ammanta di alabastro e di azzurro l’orizzonte sereno, che ti chiama. Che ti tiene vicino.

Là, sulla rena dove muore il tuo sogno bambino, si apre ancora solenne e per sempre, l’orizzonte divino.

Le tue orme distinte, le vedi?, sono traccia di tutto il cammino.

Sono i punti ed i segni del vero.

Sono i tratti più puri che hai vissuto lungo tutto il sentiero.

Sono la chiarità del tuo volto sincero. Sono tutto l’eterno Mistero.

PPP

La prima volta che gli dedicai un tweet, il mio quarantunesimo, era trascorso solo un mese da quando, il 1° Ottobre 2010, avevo aperto l’account sul SN.

Scrissi: «“35 anni fa veniva ucciso il corsaro del “Corriere”. Mi piace ricordarlo (anche) così. http://tinyurl.com/32hokw3 ”».

Scelsi uno tra i più famosi articoli scritti da Pier Paolo Pasolini e pubblicati sui più importanti quotidiani italiani tra il 1973 ed il 1975, poi raccolti in volume sotto il titolo esistenzialmente fedele e letterariamente felice di «Scritti corsari», Garzanti 1975. Era un saggio divenuto celebre come “l’articolo delle lucciole”, noto, nel tempo, ad un pubblico più ampio di quello già vasto del quotidiano sul quale era uscito, Il Corriere della Sera. La lucida visionarietà poetica di quel testo, soggetto del mio modesto ricordo, mi sembrava essere uno dei modi più belli e giusti per ricordare l’indimenticato poeta, sepolto a Casarsa della Delizia. Altre volte, ed in occasioni diverse, durante i tre anni di vita dall’esordio su Twitter, ho scritto di lui sulla mia TL.

Così quando a metà maggio ho letto questo twitt ho provato un’emozione forte, mista di nostalgia e di sorpresa.

Ho resistito solo qualche giorno a me stesso. Alla tentazione di andare verso la libreria per prendere la copia. Poi, una mattina, quasi in un ritaglio di tempo per dissimulare un po’, ma con memoria e volontà sicure, mi sono avvicinato. Ho tratto il libro e lentamente ne ho sfogliate le prima pagine. Il nome della libreria T, la data, Brescia, 11 marzo 1978. Un vizio, o un vezzo, forse discutibile, mai perduto, quello di ricordare quando e dove un volume è entrato a far parte della mia vita (ed io della sua).

Allora, ho posato il libro sulle ginocchia, tenendovi una mano. Ed ho lasciato che i ricordi fluissero in me, lenti ed inesorabili, rincorrendosi come essi solo sanno fare. Tra il corpo e la mente, tra la mano e la carezza invisibile che si posa sull’anima. Con ritmo e con sentimento alterni. Li ho lasciati venire dentro di me.

Avevo 17 anni. Lei era molto più grande di noi, e ci frequentava, legata dalla relazione che aveva intessuto con l’allora più caro tra i miei amici. 18 anni, lui, 26, forse 27 lei. R. era simbolo e segno di tante cose in quell’inizio degli anni Settanta, ancora dentro l’eco viva del Sessantotto. Veniva da un paese della provincia. Si era laureata con il massimo dei voti in lettere. Militava politicamente nella sinistra estrema, e non ho mai capito, né saputo, se negli anni seguenti si fosse avvicinata all’area extraparlamentare. So che aveva coraggio e cultura da vendere. Ma non li avrebbe venduti mai, per alcuna ragione.

Fu R., che, una sera d’autunno del 1970, mi fece conoscere l’opera di PPP. Venne a trovarmi in clinica, dove ero ricoverato per un intervento chirurgico. Iniziammo a parlare, a discutere. Piacevolmente, intensamente, come spesso. La sua preparazione era modello ed esempio per noi amici, quasi tutti allievi di un istituto tecnico industriale. La poesia mi era già compagna da tempo. L’argomento erano i giovani. Noi. Già allora. Anche allora. Ma non in quel modo, vagamente apologetico, che ho visto ripetersi uguale, ad ogni cambio di stagione esistenziale, nella mia lunga vita. Il giovanilismo deve essere la malattia senile della modernità occidentale, nata già vecchia. Venne il momento del congedo. R. non disse nulla. Tornò, dopo qualche tempo, la mia degenza sarebbe durata 10 giorni. Aveva con sé un libro. Lo apprezzerai, disse sicura. E aggiunse: capirai molte cose.

Fu così. R. ebbe ragione. Iniziai il libro e ne rimasi avvinto. Mi dimenticai persino della mia condizione di paziente. Lessi d’un fiato, come sempre mi è accaduto quando un’opera mi ha preso dentro, serrandomi in modo irresistibile, fra corpo, anima, pensiero. Un unicum, io e lei, lei ed io, che diviene una terzietà irrevocabile di straniamento dal mondo. Piansi: questo lo ricordo bene. Ricordo le lunghe pause di fissità, seduto sul letto d’ospedale. Impotente davanti all’urlo che saliva da quelle pagine e che feriva in modo impoetico la mia vita. Nasceva in me un coacervo di estrema pietas, di timore verso e per il mio futuro e di fascinazione insieme. Sì, R. avrei capito molte cose. R. è stata per sempre una tra le figure più pasoliniane che abbia mai incontrato. Quando uscii dalla clinica, avevo già terminato il libro. Ricordo, ancora oggi a distanza di 43 anni, Riccetto. Con il suo primo romanzo, iniziai a conoscere e ad amare Pasolini. Restituii ad R. il libro. E’ uno dei pochi tra quelli che ho letto a non essere presente nella mia biblioteca.

Quando nel 1978 entrai al giornale dei miei esordi, Pasolini era già morto. Ucciso, sulla spiaggia, al Lido di Ostia, il 2 Novembre del 1975.

Una delle prime cose che feci, non appena riuscii a mettere piede in redazione, fu quella di trascrivere la «Ballata delle madri». Al tempo, non esistevano gli scanner. Presi il volume e, negli scampoli di tempo libero, pochi, o talvolta dopo cena, portai a termine il lavoro di copiatura. Mi avevano dato in dotazione una vecchissima scrivania, di quelle con il piano di colore verde velluto sotto un vetro spesso. Una sera, lo sollevai e vi infilai il testo della poesia. Un omaggio ad uno dei poeti che più avevo amato, un monito quotidiano per quel virgulto incerto di giornalismo che iniziava ad essere la mia vita allora. Un piccolo ricordo anche di mia madre, che mai era stata una donna e una madre come quelle. La “Ballata” rimase lì fino al primo trasloco del giornale, per quasi dieci anni. La portai sempre con me, anche se le più moderne scrivanie dei periodi successivi non mi consentivano la visione in trasparenza dei versi pasoliniani. Riposta in una cartellina a lembi, color carta da zucchero. Deve essere tuttora lì, nell’archivio di quegli anni, che conservo qui, dopo le dimissioni del 1994.

Per una singolare coincidenza, vi sono altri due libri che ho letto durante l’adolescenza e dei quali non dispongo nella biblioteca. Sono entrambi di Oriana Fallaci, “Se il sole muore” e “Niente e così sia”. E sono anch’essi due libri sui quali ho pianto lacrime cocenti, si sarebbe detto un tempo. Che mi hanno tenuto compagnia come lampi di luce immensa dentro l’alba a lungo opaca di una difficile giovinezza. Forse oggi potrebbe sembrare difficile accostare, anche solo emotivamente, Oriana Fallaci a Pier Paolo Pasolini. Invece c’è un poetico anello di congiunzione e di fraterna comunione esistenziale che li unisce nel profondo. Si chiama Alekos Panagulis, un poeta, oltre che un leader dell’opposizione ai colonnelli durante il regime, in Grecia. A lui è dedicato “Un uomo”, forse l’ultimo libro della Fallaci che ho letto. Ma soprattutto è di PPP la prefazione ad un libro di poesia pubblicato nel 1979, “Vi scrivo da un carcere in Grecia”. Sono i componimenti poetici che AP scrisse durante la detenzione a Boiati. Una prigionia durata a lungo, durante la quale fu ripetutamente torturato. Non ricordo più quante volte ho letto quel bellissimo inno all’amore fraterno universale, che è anche un inno alla sororità ed alla libertà, “A mio fratello tenente Giorgio Panagulis”, da quando nel novembre del 1979 comperai il libro.

E’ uno dei tanti doni di conoscenza e di vita che devo al poeta corsaro. Insieme ad altri, che vivono ardentemente accesi nelle pagine di chi sa quali altri volumi, in casa e fuori, e negli angoli riposti di una memoria che amo.

 

 

 

A mani strette verso il cielo del noi

Stringere mani, unire il tu e l’io nel cuore del noi. Sciogliere intrecci di pavida quiete per giungere insieme alla più alta fra le umane mete. Giungere dove il raggio silente della Luce più pura una agli altri ci congiunge e rischiara la mente. C’erano terra e tempo davanti. Spazi immensi e infinite durate nell’attesa che la vita fosse oltre il suo avvento. Tu scegliesti la resa al Suo compimento. Nulla più che potesse oscurare il Suo Senso.

Quale fosse la misura del dono, la sostanza del potere sovrano, lo vedesti nel vivo embrione. Giovinezza, desolata pazienza di inesperta speranza. Giunto al bivio delle ore sorelle, incalzasti la via delle stelle. Con nascosta fatica scollinasti la prima salita. V’erano tracce di inquieta baldanza nelle stanze afflitte dall’ego. Prega, mi dicesti sospeso nel vento. Prego qui nell’imo silenzio. Fino all’orlo abissale del canto. Tieni nella stretta di mano la canzone più lieve, che innamori il vicino e il lontano.

Chiusi i pugni su incantate ragioni, uomo pigro ti spogliasti dei doni. Quando lungo altri e più erti sentieri ti scordasti chi fosti, l’orma viva di ieri. Ti attendeva il premio in destino. Non avresti conosciuta mai più la dolcezza che alberga lassù, la più mite di ogni virtù. Ti spogliasti della Sua carità. Risplendevi nei panni orgogliosi della tua vanità. Senza più compassione, sfoderasti la tua ferrea ragione.

Un mattino degli ultimi inverni, tu signore di tutti gli inferni, ritrovasti la Bellezza in un fiore e sapesti di nuovo, nell’istante fugace, la pienezza che abita amore. Conficcato nel crudo rimorso il passato penetrò nel tuo cuore con l’acuto bruciante di un chiodo. Quando, ti chiedesti piangendo, Ti lasciai dalla mano? Dove mi scordai la Tua voce, il sussurro più umano? Chi mi trasse dal Tuo firmamento? Quale altro più dolce mi prese del Tuo eterno Silenzio?

Forse fu in quel primo mattino, quando insieme ci scoprì il Tuo cammino. Quando il braccio proteso in avanti, rifiutai il Tuo primo fra i santi. Nella sera di un giorno qualunque io ritrassi la mano, vanitoso seguace del niente. Mentre l’altro, il Tuo servo ignorato, camminava, la sua mano più aperta, contemplando ogni fiore del prato. Prono, ogni incontro felice congiungeva destino a destino, il suo palmo offerto ad un sogno, senza nulla mai chiedere al suo dio generoso, il bisogno.  Lo lasciai che piangeva affannato, nel dolente silenzio del mattino incantato. Il suo cuore si ritrasse ferito, ma la mano saldamente legata al suo credo innalzava nel Cielo “l’io credo”.

Ah, se in un giorno del Mistero più acceso lo potessi di nuovo incontrare! E saprei ora bene come l’uomo si può comportare. Coprirei quel suo sguardo un po’ triste delle cose migliori e mai viste. Lascerei la mia perla e un sorriso in omaggio al suo candido viso. Oh, Ti potessi di nuovo seguire, mia incantevole orma del cuore! Dimmi quale stretto sentiero ora debba incrociare.

Sarei prodigo di mille ritorni, renderei nella Luce i miei ultimi giorni. Dimmi, mio silente Signore dove attinger pentito l’Amore.

Qui, nel mio lento tremore, fatto nuovo conosco l’ardore. Passo passo ti vengo vicino, ecco, apro di nuovo la mano. Non negarmi la gioia incantata. Non lasciare la mia sete che brucia.

…Là, nella piana più chiara del mondo, dove corre la Luce infinita che al Suo Cielo ogni attimo invita, le più miti creature solcavano dune e silenzio, e correvano piano, l’una all’altra stringendo per sempre la mano. Senza attesa di premio, senza atteso destino che non fosse quel sorriso innocente e divino. Paghe dentro della comunione, già redente nell’Eterna canzone.

Opus justitiae pax.

La prima e più grande forma di violenza è quella perpetrata con la menzogna. La menzogna, è l’arma con la quale i bari cercano di sopraffare nascostamente i puri. La relazione armonica tra i pari, le persone, portatrici tutte e ciascuna dell’inalienabile diritto al rispetto di sé, in sé e per sé, donne e uomini, cittadini e governanti, lavoratori ed imprenditori, s’infrange a causa dell’ingiustizia posta in essere da chi mente. L’ipocrisia è un atto vile, compiuto da persone impotenti ad esercitare il diritto di essere se stesse nella pienezza del rispetto di sé e degli altri. Chi mente apre un vulnus anche nell’integrità di sé.

La condizione asimmetrica che scaturisce dalla menzogna segna l’inizio della guerra provocata dagli impostori. Il loro prevalere si spinge sino alla cancellazione degli innocenti, la cui sconfitta non genera la pace, ma un silenzio immobile, carattere primario di tutti gli assolutismi (dittature militari, mediatiche, economico/finanziarie). Non v’è alcuna intesa possibile quando il fondamento dell’accordo risiede nella menzogna, nell’ipocrisia. Che è la sorella omozigote del cinismo.

Ogni azione compiuta nasce prima di tutto nel cuore e nella mente degli uomini. E’ indice e frutto di un pensiero, di un’intenzione, di una condizione interiore. Per comprendere chi per primo e più di altri arma la mano, si deve distinguere, nel frastuono delle grida mediatiche  come nella prassi feriale,   la verità delle persone in sé. La guerra finisce, e la pace si ristabilisce, quando  la persona restituisce dignità alla verità dei testimoni. Coloro che coniugano indissolubilmente le parole pronunciate con i fatti accaduti e con l’esperienza di sé. Praticando l’ontologia del vero, che è il fondamento del rispetto. Anche quello di se stessi, prima di tutto.

Abbattere le soglie della coscienza, praticare un confine elastico in cui la menzogna rimbalzi, agire scientemente nel paradosso continuo di un’ipocrisia spacciata per normalità, non compone il conflitto. Al contrario, lo accende, lo suscita, lo rinfocola. Lo provoca. Il primo atto di ogni relazione degenere è (quasi) sempre una menzogna. In pubblico, come in privato. Non c’è giustizia senza verità. Senza giustizia non c’è pace. Piano piano, anche la libertà fa la sua scomparsa.

 

La malinconia [2].

A tutti coloro il cui cuore canta quando il sole nasce.

La malinconia.

Dalla secolarizzazione della modernità,  all’aristocrazia del margine.

I farisei, ipocriti puntuti, stanno a guardia del confine. Lanciano l’indice retore a caccia della verità. Essa, persuasa, abita nascosta i puri di cuore. E’ una leggera brezza di senso. Agita l’anima del margine. Una carezza di verità interiore, la malinconia. Al limen fra la Terra ed il Cielo, essi, i retori ed i persuasi, si guardano, talvolta ignari o inconsapevoli, nello sguardo di un Dio nascente. Già e non ancora.

I segnali deboli vivono nella miseria più cupa, miserabili mai. L’aristocrazia dei resistenti, incontra il silenzio dei Consoli. Pilato se ne lava le mani. Il canto sorridente della storia bagna rive sconosciute ad Erode. La strage degli innocenti non trova l’Innocenza. Che viaggia infagottata ai margini dei tempi, nascosta in grembo a Maria, un’arte senza nome.

Non quella dei Barabba. Di coloro che cercano scampo nell’anonimato. Non quella dei traduttor dei traduttor dell’altrui pensiero. Coloro che vestono l’abito di Arlecchino, cucito con le pezze di intuizioni altrui. Annesse senza alcun pudore, dopo essere state pescate rovistando tra scampoli di generosità open source, libera e gratuita nell’offerta di sé (ma non anonima, piuttosto sconosciuta ai più). Non quella dei cloni identitari che, il mercato insegna, vivono di rispecchiamento, di furti interiori impuniti, di copia ed incolla, di case history alla moda, spesso indossate senza alcun fondamento in sé. Non quella dei simulatori, che coprono tutti i ruoli in commedia, ora di lotta ora di potere, spezzando e staccando frammenti delle altrui vite, con la violenza della menzogna, senza mai vivere nulla di vero in se stessi. Simboli tutti di un fenotipo di massa che ha nel clone stigma e salvezza rappresentativa. Cioè perdizione di sé. Un tempo, quando il nome e la cosa abitavano uno spazio esoterico condiviso, si sarebbero detti alienati.

Non di rado si tratta di rentier intellettuali che affidano alla prepotenza la sopravvivenza del proprio status, da vivi, e ai reggicoda servili, pronti a tutte le certificazioni di verità in simil pelle, il compito di tenere lo strascico della gloria (la vana). Che siano piccoli o grandi non importa, famosi o meno conta nulla. Importante è che abbiano un tesoretto di visibilità su cui investire anche la presunta credibilità, il maltolto da riciclare nella forma pulita di qualche legittimazione sociale, in scena. Non sono necessarie le credenziali della grande visibilità mediatica d’assalto. Sono sufficienti le astanterie del piccolo cabotaggio curiale, dove sciamano fra i bisbigli i postulanti, o i clan, nella diversa declinazione di merito, dei compagnoni rotti a tutto per i quali l’appartenenza è l’unico dogma etico, in una reciprocità d’intenti che si ferma solo davanti al mancato tornaconto personale e respinge unicamente chi non ha nulla da restituire. Da morte in vita li salva la folla mediatica acclamante o la festosità del piccolo gruppo scodinzolante. Dall’oblio post mortem, nessuno potrà scamparli. Nessuno celebra Barabba nel giorno del Risorto.

L’Innocenza che Maria porta in grembo e che la Maddalena carezza con grazia divina è quella dei poeti la cui parola è ostesa nel silenzio. Crocefissa al margine della scena. Con persuasa convinzione, non con retorica ostentazione di un ipertrofico sé, che qui si chiama ego. Quella dei nomi senza volto in scena, vivi nel margine. Ignoti qui ed ora, già eterni da tempo nel credo di un giorno che canta. Gioiosamente malinconici nella solitudine affollata di volti attesi, di stati nascenti che il Golgota del silenzio asceso regala loro, mentre ascoltano, solitari e non sdegnosi, la Vita che nasce nella parola e dentro. Un’eco senza fine di infanzia e di speranze. Di sublime malinconia.

Olocausto di sogni.

Aureamedia, un archetipo
della modernità

 

I contemporanei scrivono a se stessi (riflessione postuma di un uomo mai nato alla vera vita).

 

“Il giorno in cui abbiamo iniziato ad amare il nostro destino di mediocri, come tale ed in se stesso, ci siamo resi conto del fatto che era ormai tardi per poterlo fare con persuasione interiore. Siamo stati a lungo un sogno antropologico, un icastico esemplare. Un caso di studio nella modernità, la scheggia miracolosa e miracolata del boom economico. La bolla ante litteram, profetica, e come tutte le profezie inavvertita, incompresa e mai pienamente capita fino al suo avvento compiuto, l’essere appunto bolla. Un paradigma politico, forse quasi ontologico, di una cultura del diritto assurta a culto del diritto nella più annichilita istanza dei doveri, cancellati via. Spazzati dalla geografia sociale cresciuta nell’imperio dell’ego. Vetusti, non solo di storia, ma perché vecchi dentro. Senza l’autorevolezza che viene naturale dagli anziani, per virtù d’età e d’esperienza proba.

Troppo a lungo lusingati dall’eccellenza necessaria della nostra condizione, abbiamo coltivato il culto ossessivo del diritto, di tutti i diritti, fino a crederci eccellenti, molto al di sopra di quello che eravamo, che siamo sempre stati e che siamo. In un crescendo parossistico, senza remissione, lo sguardo fisso ad un orizzonte di senso pervio unicamente e chiaro solo nella soddisfazione di se stesso. Il bene comune percepito soltanto in tale flessione condivisa del diritto. L’ideale del cinismo ci ha tenuti uniti, il solo, stretti uni agli altri, nella comune intuizione e nella stessa intenzione primaria: godere del diritto, istituendone una sempre più ampia estensione, qui ed ora, non importa a quale prezzo per il futuro. Devastando relazioni, identità, territori di comunione, risorse e luoghi della memoria, del presente e del domani, spazi celesti di religazione e di utopia. Il secolarismo è solo la faccia più nobile della nostra deriva. Più primitiva che primordiale. Nessun virgulto che non sia passato nella forgia, nella tempra dell’ego, nella cooptazione iniziatica della nostra convenzione ha avuto futuro, l’avrebbe mai potuto avere.

Ora sogniamo una sosta indolore, un arretramento delle soglie che si attui senza contraccolpi, per noi. Chiediamo di poter godere della nostra consapevolezza mediocre, come della condizione di eccellenza che il benessere raggiunto ci consente. La torsione interiore che ora la storia ci impone, ci flette e ci piega, è incurante di noi e del nostro passato. Ha preso ad agitarsi in modo forsennato, per noi imprevisto ed inatteso, incontrollabile. Tutto è ora fuori dalla portata della nostra capacità di comprendere, di intuire, di includere. Snudati dell’esperienza vissuta, inutile al suo cospetto, siamo coloro che sempre fummo. Senza scampo. Veri, e, purtroppo per noi, finalmente visibili nell’essenza di noi, ben occultata da illusioni, promesse, falsi ideali, da un bene manipolato nella pasta molle del benessere, fino al ripiegamento al grado zero della sua soglia etica. Praticata, non solo percepita come tale.

I nostri diritti sono entrati in una centrifuga infernale e noi, dopo averlo tanto umiliato, agitato e corso in lungo ed in largo ben abusandolo, vorremmo godere ora dell’ultimo, dell’estremo diritto. Quello di fermare il mondo o almeno quello di poter scendere da tale toboga indemoniato che sembra non rispettare più alcun diritto, nemmeno il solo, ultimo a noi rimasto: essere, sapere e riconoscere di essere, coloro che sempre siamo stati, mediocri eretti ad eccellenti nel tempo della superfetazione dell’ego. Atterrare, in modo da poter godere in santa pace, ne avremo pure il diritto!, di tutti i benefit che abbiamo accumulato. E’ tardi, terribilmente tardi e il nostro animo, piuttosto frastornato, non sa più a quale santo affidarsi per continuare. Come vorremmo, come se nulla fosse mai stato e mai potessimo essere considerati coloro che non siamo mai stati. I meritevoli di attenzione, di cura, i soggetti di diritto, ben al di sopra della soglia di necessità primarie. Assurti al cielo in virtù di apparenza ed appartenenza, in un loop inarrestabile e virtuoso che si autoalimentava, alimentandoci fino a renderci lievi, di una levità prossima alla trasparenza, vicini all’evanescenza storica. Prossimi alla pace. Ecco, sì, lasciateci in pace, è un nostro diritto, dunque…

La bolla, non solo economica in tutta evidenza ora, iniziata qualche decennio fa, non è soltanto scoppiata. Si è dileguata. Nemmeno i gas che la componevano hanno lasciato traccia del nulla che la gonfiava. Il nichilismo ha avuto strascichi lunghi, nella modernità. Abbiamo dato corpo, e gloria e fama alla sua ultima propaggine. Lasciateci andare, lasciateci colare via, dal fuoco intenso del presente. Lasciateci godere nella piena ricchezza guadagnata il nostro essere stati per sempre prossimi ad un niente. L’aurea mediocrità non fu una scelta: fu un’eredità ed insieme un dono. Nessuno o pochi seppero dire no e di loro non vi è traccia alcuna nei brogliacci onesti della storia. Forse qualche nota a margine ne racconta i gesti oscuri e mendicanti. Noi fummo i forti, noi la maggioranza, noi fummo i tanti. Ora lasciateci andare, su per il nostro camino. Lasciateci solitari godere l’ultimo tratto del nostro mediocre destino. Lasciate che lo spirito informi l’umano, che almeno la morte e l’ultimo tratto abbiano un sapore divino”.

La Malinconia. [1]

A tutti coloro il cui cuore canta quando il sole nasce.

La malinconia.

Dalla secolarizzazione della modernità,  all’aristocrazia del margine.

 

La malinconia è un sentimento povero, una nota a margine dell’anima, derubricata, secondo i canoni poetici vigenti, ad ospite interiore indesiderato. Oppure eletta dalla scienza a dignità di patologia latente, o preludio di qualche depressione. Pronta ad entrare, la malinconia, nello sguardo preciso dello studioso, fra le parole guida dell’analisi, nel taccuino su cui appuntare, appena poco prima delle soglie “border line”, qualche asimmetria sociale, qualche sbandamento che ancora, secondo un retaggio borghese mai del tutto tramontato, informa (lo dovrebbe…) di sè l’arte.

Invece, la malinconia è il sigillo splendido della solitudine contemplativa, quella che prende alla gola del canto il poeta quando, in interiore homini, spazza il cielo dei sogni, spiazzando ogni forma data ed ogni senso atteso. Dolce, la malinconia, come tutte le epifanie di senso, che si annunciano con un formicolio del sentimento, un brulicare di pensieri, in “limine” di sè, quasi ai confini del Silenzio.

I mistici vi si attestano con la imperturbabilità dello stilita, i poeti vi naufragano, dolcemente e, tuttora, leopardianamente. La malinconia è una forma, aristocratica, forse, dell’annuncio divino in noi. Subito dopo il turbamento, ecco la gioia. Vi è solo uno scarto, al varco di passo, tra l’abisso del no e la Luce della nostra risposta, quando ci visita. Non è la volontà, ma la Grazia che ne apre la soglia sottile, una fessura. Il cui preludio si chiama, malinconia.

La nostalgia dell’Infinito, dell’Eterno, di Dio, si manifesta in noi. Qualunque fosse il nome con cui Lo abbiamo invocato (o negato). Anche Nessuno, come Lo chiamano coloro che intendono così nominare la scintilla della coscienza. Il solo annuncio della consapevolezza,  l’unica eco della scaturigine originale cui la creatura attinge il senso dell’Umano (l’alto di sé). Essa è attesa, nel Sabato interiore della malinconia, dove nasce la speranza della domenica sublime, la gioia risorta. 

L’uomo del nostro tempo crede che avvenga solo quello che è al centro della scena. Unicamente ciò che vi è rappresentato accade. Egli crede dunque, coerentemente con se stesso, solo in ciò che vi trova spazio, perché solo  ciò che vi è narrato è credibile, è verità,  fonte di un credo. I media di massa sono il centro del centro. Ciò che non vi si rappresenta, non avviene. Ciò che non accade in scena, non è. Solo il Dio (in tutte le Sue rappresentazioni) che guadagna il centro ha quindi dignità e statuto di fondamento d’una fede per l’uomo contemporaneo. L’evidenza è, nella Modernità, l’esclusivo sigillo di un credo. La tristezza del margine è malattia. L’imperativo, il centro della scena, è festa. Il dolore si stempera, quando si ammanta di qualche accento protagonista. Talvolta le parole della compassione celebrata nei media, sui media e con i media, sono disancorate dal cuore di chi le pronuncia: giungono  a lenimento di sé, della propria minorità interiore, più che per consolazione degli afflitti. La comunicazione è pervasa dall’ansia devastante della presenza, una necessità ed insieme un’arma retorica. Un’arma, semplicemente, dunque nulla della religio.

La malinconia è dimessa, scenograficamente gracile. Il sussurro non ha lo stigma forte della comunicazione (mediatica). Piuttosto, reca in sé il seme, fertile e silente, della comunione. Così il bisbiglio continua ad abitare il margine. Il cuore del canto nasce ancora a Betlemme, ai confini dell’Impero, qualunque esso fosse. Non esiste impero senza pertinenze mediatiche. Anzi: oggi l’impero è soprattutto, se non esclusivamente, terra conquistata dai media. Terra di mezzi. La conquista del mezzo ha annichilito il messaggio.