Il muro ed il silenzio.

La fessura e la comunione.

Affascinati e al tempo stesso angosciati dalla pagina bianca. Un mito e uno stigma. Disabitati da noi stessi. Affranti dal deserto interiore. Incapaci ed impotenti a tracciare un orizzonte che tenga la prova acuta del destino. Infrante tutte le tracce che conducevano all’origine. Nel grembo in cui la speranza nasce ed in essa il domani.

Schiavi. Soggetti al dominio imperscrutabile delle cose, la cui essenza ontologica ci è sfuggita di mano. Dominati dalla necessità della funzione. Sedotti dalla viralità ineluttabile dell’apparenza. Corrotti dal demone dell’appartenenza. La solitudine è un karma che chiede statuti identitari riconoscibili. Prima di tutto da se stessi ed in se stessi.

Solo un Dio, uno qualsiasi, anche il Senza Nome, ci salverà.

Siamo soli, affacciati sull’abisso di Luce del nostro cammino. Soli, incapaci della muta preghiera che abita ogni istante del tempo ogni spazio del mondo, un afflato fraterno, amico e divino.

Siamo attratti dal Silenzio, di cui temiamo spesso l’imperscrutabile fondamento. Anche nella sua essenza ristoratrice di assenza del rumore.

Trascorriamo gran parte del nostro tempo a produrre frastuono, nella forma che indica una responsabilità singolare ed in quella rilevante di un’attività plurale.

Un rumore di fondo dentro il quale scagliamo un brusio d’infinite parole, spesso orfane di profondo ascolto. Lanciate nel vuoto pneumatico di un’assenza che è la cifra interiore di un’altra esistenza. Aggrappati come naufraghi nel mare tempestoso del nessun ascolto. La siepe leopardiana era una carezza tra il Sé e l’Infinito se correlata al muro di incomunicabilità che si erge tra l’Io ed il Mondo nella società della comunicazione di massa, dell’infinita replica dei messaggi e della smisurata quantità dei mezzi.

Lo sferragliare continuo di una civiltà in moto perpetuo, che ha fatto del movimento e della velocità due caratteri primari e vincenti nel qui ed ora della storia, minaccia il baricentro dell’attesa contemplante. Il nomadismo è (anche) uno statuto eccellente dell’antropologia meditativa, non (solo) una qualità dei corpi in movimento.

Ci salverà il Silenzio dei monaci. Un catalizzatore di comunione. Un mediatore essenziale fra le necessità interiori dell’uomo e le finalità esteriori che sembrano dominare il suo presente storico.

Una dimensione contemplativa che non è assenza di rumore o di parola, ma pienezza di un’anima incantata, muta ed orante davanti al mondo.

Mentre la ruminazione dell’infinito e dell’eterno nell’anima e nel pensiero costruisce un altro, il nuovo sentiero.

Lì, muovono dall’origine e verso il proprio destino i miei passi di uomo e di poeta. So dove condurranno ed è la sola certezza che ho. Non giungerò da solo perché nessuna creatura è mai sola. Perché nessuno si incammina da solo. Perché nessuno si salva da solo. E la prima nota amica che risuona nell’anima in ascolto è la voce di Dio. Sua la prima mano che guida. Sua la Parola che anima il canto. Sua, sempre anche quando la paratia stagna dell’incredulità scese convincendomi che Egli fosse un’Assenza.

Tu puoi lasciare solo il Tuo Dio, ma Egli non ti lascerà mai.

Quanti altri fratelli si agitano dietro lo schermo muto del Silenzio?

Quanti pensieri che non so di fraterna comunione sostengono l’arduo cammino della mia solitudine apparente?

La pena derisoria del Nulla abita per brevi istanti le tue corde interiori, uomo.

Il tuo sogno di armonia dentro e fuori i mondi che abiti o che non conosci non ti abbandona mai.

E’ il sale della terra, la musica del vento. Anche quando tutto intorno è solitudine e silenzio.

 

 

 

 

Evo.

Evo

Rendimi ancora la nuda parola. Dimmi, infinito silenzio, la nota più sola. La sorella dell’ora incantata che tace e che vola. Rendi tutte le cose più belle che  ai confini del tempo ho sognato, più vicino alle stelle.  Sai, quando il primo mattino d’inverno, camminavo sognando il presente e cantando l’eterno. Ero, dentro il muto confine, una traccia del dono sublime. Mi chiamasti dondolando fiorita quasi in cima allo stelo. I colori dell’infanzia dorata sospesi dietro la tua quieta bellezza, il tuo velo. Dimmi, fosti tu l’innocenza che smarrita ora tenta la redenta pazienza? Dentro l’orma silente di tutti i miei passi, ora vedo i ricordi sbocciare e li sento un po’ scossi. Forse è stata la storia che ha piegato nell’imo del giorno la mia lenta memoria? Forse è stato un fratello cui negasti la gioia del suo giorno più bello?

Ti levasti nell’alba nel profumo dei tempi. La fragranza di cose smarrite mi posasti, davanti. Lenta e dolce mi staccasti dal seno dell’origine strana. Come fanno le madri, con le mani più ferme nella grazia sovrana. Sospingesti i miei passi dentro il nuovo cammino. Fosti il bimbo che ero nell’ignoto destino. Quanto costa alla vita il mio canto, quanto vale, o parola, la sua nuda passione?

Sì, o poeti, dolce stigma del nulla infinito. Testimoni silenti del rischio patito. La salita alla soglia dell’estremo mistero dove danza ai confini solo l’orma del vero.

Dimmi, quanti secoli dura la sua gioia più pura?

Dimmi, sai tu forse dove ancora risuona la parola sovrana?

Io, che porto nel grembo il mio canto mendico, chiedo a Te o mio invitto Signore: sai quale terra conforta il disperso mio ardore?

Tu che posi la luce e la pace nel cuore dormiente di ogni tua creatura, mi sai dire dove, in quale radura, si è smarrita l’arcana sostanza, la parola, la vera, la mia sola speranza?

Non rispondi, lo so, sotto il cielo d’inverno di questo estremo mio tempo. Io non temo il mio ultimo inferno.

La Storia che ho amata era al colmo di grazia e di boria. Ho cercato di tenere nella libera mano senza stringere il pugno la promessa soltanto di un domani senza volto né tempo. Ho cercato come un monaco strano, senza credo né velo, la dimora più chiara dell’ardito Silenzio. Ho cercato nell’abisso di Luce il segreto al mio tempo.

Vedo polvere qui ai miei piedi caduta.

Forse il sangue di te, mia parola ferita?

Forse il pegno, la mia dura condanna…

Io lo so. Già lo sento che tu intoni nell’alba a me ignota di un ignoto destino il mirabile canto del tuo nuovo Osanna.

Me ne vado, con passo leggero.

Cerco il varco. Il pertugio. Il sentiero.

La tua nota confitta nel cuore mi sostiene e risuona luce azzurra di senso che si accende come un faro lontano, al naufragio scampata nell’Europa che ho vista morire. Alla soglia di un evo nascituro e remoto nella piccola mano. 

Esili

Brucia sulla pelle l’urticante cinismo dell’ipocrisia normata dall’opportunismo. Della normalità apparente, che condanna l’eccesso ribelle dei giusti. La “banalità del male”, ha spesso il volto perbene di chi sfrutta la norma per mascherare l’abuso con una sapiente regia dei legulei. Priva del preciso riscontro interiore dei testimoni.

(L’esilio continua. E’ continuo, nella vita di un poeta).

Autospot.

So che non è elegante citare se stessi. So che atteggiandosi a profeti del giorno dopo, “io l’avevo detto”, si corre il rischio di essere assimilati alle millanterie dei profeti dell’istante. A 60 anni, dopo quasi venti di inoccupazione, in gran parte scelta e rinnovata nel rispetto della coscienza personale, e dopo enne citazioni di altri, persuase e convinte, proseguo l’azzardo e mi cito. Riprendo cioè pubblicamente, senza alcun motivo o sollecitazione terza (invito, convegno, seminario), un mio lavoro professionalmente attestato in un contesto che, per le sue caratteristiche di estrema gratuità e marginalità, professionale non verrebbe considerato ad alcun titolo. Questo blog, per esempio.

Nel 2000, dopo che il Ministero aveva introdotto (1998) la possibilità di svolgere la prova scritta di Italiano nella forma delle nuove tipologie testuali articolo di giornale e saggio breve, mi inventai questo progetto.

Per la prima volta mi sfilai da uno dei tanti corsi di formazione ai quali avevo partecipato dopo le mie dimissioni dal giornale, nel 1994, sei, per un totale di più di 2000 ore di formazione in quattro anni, e riuscii a salvare dalle forche caudine dell’emulazione e del plagio e dello sfruttamento a titolo gratuito, un mio impegno, un mio progetto. Approdai per la prima volta dopo 6 anni ad un lavoro retribuito, con il progetto Trenta righe per sessanta battute. Nel 2003, incoraggiato dalla benevolenza che la vita sembrava riservare ancora e di nuovo all’iniziativa personale, proposi alla casa editrice Erickson di pubblicare un testo propedeutico alla scrittura delle nuove tipologie testuali, che attingesse alla mia esperienza lunga di giornalista e a quella più breve di formatore. Non conoscevo nessuno all’interno della casa editrice di Trento. Avevo letto in momenti diversi, differenti libri da loro pubblicati. Telefonai. Mi suggerirono di scrivere una prima email. Lo feci. Mi risposero di inviare una bozza sommario dell’opera, che sembrava interessare. Qualche tempo dopo, mi invitarono ad andare a Trento, per discutere del testo, accettato. Ci andai, una prima ed unica volta, con la bozza, per presentare alla direzione il mio progetto. Nel 2004, dopo poco più di un anno ed un intenso dialogo a distanza con la Editor, uscì il libro.

In questi tredici anni, ho avuto altre rare volte la possibilità di riscontrare una felice coincidenza tra le intuizioni personali e le proposte fatte in sede d’Esame dal Ministero. Nulla di rilevante: piccole concomitanze, talvolta relative a tracce nuove ed ulteriori che di anno in anno ho preparato e proposto agli allievi dei corsi. Mai, però, mi era accaduto di comparare, come quest’anno, quattro ricorrenze (autoriali). Dopo aver letto le tracce, nei giorni scorsi, avevo scritto un semplice twitt, in proposito, nulla più. Poi, le numerose reazioni di diverso segno nate intorno alle scelte (Claudio Magris) e alla ripresa di un autore tanto apprezzato quanto spesso poco conosciuto, Pier Paolo Pasolini, mi hanno indotto in questo, poco elegante lo so, excursus nella memoria dell’esperienza personale. Certo, non è necessario avere letto “L’anello di Clarisse” o “Illazioni su una sciabola”, (per esempio, non ho letto “Danubio”), o sapere dei testi che l’autore triestino ha dedicato a Carlo Michelstaedter o a Paul Celan per conoscere lo spessore umano di Magris e la sua statura di autore. Sarebbe bastato leggere alcuni dei numerosissimi ed eccellenti saggi brevi che egli ha pubblicato per anni sul “Corriere della Sera” per avere qualche perplessità in merito ad alcuni dubbi esposti nelle interviste, dopo l’Esame.

Nelle tracce date quest’anno dal Ministero, erano citati Claudio Magris, Pier Paolo Pasolini, con gli “Scritti corsari”, Montale e  M.L. Salvadori. Tutti autori che ho inserito nel mio libro (2004). Alcuni, li ho più volte ricordati durante gli anni (nello svolgimento del corso e nelle dispense consegnate di volta in volta agli allievi). Pasolini è un ospite fisso dei miei corsi sin dalla prima edizione. L’ho sempre indicato nelle dispense, proprio con i suoi “Scritti corsari”, quale esempio chiaro di autore di saggi brevi, che ha frequentato il giornalismo. Gli ho dedicato più di un paragrafo nel libro citato più sopra. (Per inciso, a maggio, avevo destinato a PPP questo scritto).

Di Magris, avevo ripreso io stesso la presentazione di un volume (diverso da quello scelto dal Ministero: il mio era “Un poeta ed altri racconti”, di Eugenio Colorni) per consigliare un esercizio di lettura, analisi critica/commento, nel lavoro pubblicato da Erickson.

Certo, forse Claudio Magris non è un classico (non lo è ancora e non potrebbe esserlo). Ma chi e quando mai potrebbe definire il (un) canone della contemporaneità senza rischiare di essere subito smentito, se non anche di coprirsi di ridicolo? Quante volte chi ha una lunga vita alle spalle ha sentito gridare alla nascita del “novello Dante”, l’indice critico della lode puntato verso l’ennesimo fenomeno letterario, presto scomparso dagli orizzonti della poesia?

E’ più importante sapere della presunta grandezza di un autore o è più significativo tentare di capire se chi scrive aiuta a pensare, aiuta a capire? Se un autore circonfuso di gloria, spesso un solo modesto accento mediatico su teste meritevoli di altri e più prosaici destini, o meno, prima ed oltre la sua stessa fama, fa luce dentro (l’uomo) e davanti (l’orizzonte della storia)? Ho sempre scelto senza alcuna esitazione le seconde risposte.

 

 

Voce lontana.

Vorrei parlarti, stamani, con la voce che hanno i cari lontani, coloro il cui affetto non giace sepolto nell’ombra, ma vive in eterno nel sole del Vero. Vorrei dedicarti il mio amante pensiero. Non so se ci sei, chi tu sia, se la voce del tempo ti declina come nuovo messia. Sento solo salire qui dentro, nel mio vuoto proteso all’ascolto, il più atteso, il tuo nobile volto. Non sarai Crocifisso, mai più. Non sarai più l’icona dell’Uno, non sarai mille volti e nessuno. Nel profilo del Cielo che inclina alla terra, sotto il vento silente che pervade ogni istante di guerra, tu riposi risorto. Sento, nel mio grido più sommesso e sincero, dove nasce intatta la mia luce più pura, l’innocente, sola Luce del Vero.

Voglio dirti che i miei passi composti, i miei sensi non di rado distorti, le mie piccole pene confinate nel profondo delle umane mie vene, sono tutti segnali che la mente si porta. Sollevandoli all’alba nella chiara risposta, la Coscienza che non flette, che non tesse il suo velo di Maya. La rivedo brillare sulla fronte dei miti, sui sorrisi più arditi, nelle tracce cocenti dei più umili e fieri, nella vita dei vinti innocenti. Sento, te lo scrivo così, come un figlio alla madre, come un padre al fanciullo, come il cuore più aperto che distingue gli amanti: sono pronto, ti cammino da tempo davanti. Se mi chiami, io vengo. Se tu taci, tendo ogni fibra all’ascolto per vedere negli istanti indivisi il tuo cenno rapito. Io lo so, sono un uomo ferito, che ripiega ogni lembo del suo vecchio mantello, la sua anima bella, nel sussurro incombente dell’ultima stella.

Voglio dirti che sento ciò che ancora mi assiste nelle ore piegate, nel destino più triste. So dove il tutto mi chiama, dove il nulla reclama. Ogni passo è un’orma silente che depongo nella sabbia del tempo. Non c’è più la speranza, nelle suole del vento. Sono il petalo vago di un futuro che prega. Apri dunque, Signore, la mia tacita sera. Tieni nella forza del canto il mio umile pianto. Stringi la mia ansia di vinto ribelle. Stempera nella tua carità ciò che dentro ribolle. Amami  con la dolce fierezza delle prime carezze: stendimi tutti i fiori più belli delle tue tenerezze. Pronto, alla soglia d’eterno, bucaneve fiorito sotto un cielo d’inverno.

Sosta. Contemplare.

…peripatetikos (Peripatos)…

Il sublime: luce, dunque, e verità. Solo Bellezza, quindi? E solo la bellezza abita il Silenzio e la Sosta? E la natura del contemplare è forse unicamente possibile nella sospensione, nel ritorno dell’energia nel grembo dell’atto in potenza?

Il Mistico, giunto alla soglia estrema che tali domande postulano, non risponde. Non rispose Cristo interrogato da Pilato. Non rispose il Budda. L’Iniziato non risponde. Tutto dell’oscurità è detto e svelato. L’estrema evidenza del reale non significa piena nudità dei cuori. Quali lembi sono sottesi, ancora, alla certezza delle forme? La chiarità e la limpidezza attingono anche la persuasione della forma, ma sono risposta mutila e fissità senza l’abisso di luce che abita il silenzio. E se nessuna luce abita l’abisso di chi interroga, inutile, essotericamente, è anche la risposta. Vale più dunque un esoterico silenzio?

Noi ci muoviamo lungo i sentieri incerti della vita e a tratti dentro l’Oscurità del non senso senza scorgere mai la luminosa torcia accesa nel cuore silente degli Iniziati. Ci affidiamo ingenuamente alla superstizione e temiamo la libertà degli innocenti. Ciò che davvero scompagina il reale, inferendo crepe, varchi entro i quali fluisce sia pur fievole la Luce e dai quali, – se solo prestassimo orecchio con attento ascolto,- anche la Voce nasce,  è la purezza di un cuore che respira in sé l’Eterna verità dell’intero e di ogni cosa.

Eppure tutti, per qualche istante soltanto o per lunghi tratti del nostro cammino, abbiamo certamente sperimentato e conosciuto l’Una e l’Altra, e siamo abitati dalla Terza, malgrado alcuni tra noi non ne siano consapevoli. Il nostro esserne ora orfani e digiuni non significa che ne ignoriamo la profonda essenza. Essa, però, è sepolta sotto la coltre inanimata dei nostri “no”. Vestita di tutti i paludamenti dei quali non abbiamo saputo o voluto spogliarci.

Dovremmo tornare ad esercitare l’orecchio interiore, certo ad un livello antropologico consono ai tempi che viviamo, e senza farisaiche nostalgie della forma che non muore mai secondo gli stilemi del nostro pigro conservatorismo conformista. Udiremmo allora con maggior nitore l’eco del Tempo che risuona in noi. Dovremmo tornare a compiere il duro esercizio della sosta per vedere il mondo con occhi disabitati da noi stessi e liberi dunque di cogliere le cose nella loro nuda, primordiale essenza.

Entrare in relazione profonda con il Silenzio e con l’Immobilità è sempre, e ancor più nei tempi del rumore e della velocità, l’unico modo per ritrovare la via di una relazione vera con il Mistero. Con noi stessi.

Allora potremo tornare a camminare e a parlare con occhio vivo di un’innocenza nuova. A contemplare.

PERIPATETIKOS (PERIPATOS)

Camminare, parlare. Due movimenti, uno del corpo, uno dell’anima. Camminare parlando. Parlare camminando. Non di rado i pensieri si muovono in armonia con i passi. Anzi, talvolta ne sono incoraggiati, forse ispirati. Fermarsi e  tacere: ogni verbo d’azione, ne ha uno di segno uguale e contrario che denota per ciascuno due condizioni opposte, e non necessariamente oppositive, dell’essere in azione. Lo stare nell’essere.

C’è un verbo, però, che sembra poter contenere in sé, senza alcuna distinzione, entrambe le condizioni dello stare nell’essere, e forse anche quelle dell’azione: contemplare. Il movimento sublime, che, paradossalmente, si esercita unicamente in uno stato di quiete. Di fissità apparente. E’ uno dei misteri più grandi tra quanti abitano l’uomo, e in un certo qual modo è il solo che fra tutte le creature lo distingue. O quello che ne rende più evidente la specificità. L’azione del contemplare è quella che sospinge la creatura nella più alta prossimità intuitiva del Mistero. Più vicino alla percezione del Suo senso, ed anche del senso delle cose.

La parola (il pensiero, il sentimento) che tace se stesso, che si tace, apre il varco del Silenzio e avvicina alla soglia estrema della condivisione. Rende intensa l’attenzione, sospingendo la creatura alla più alta profondità di sé. Libera tutto lo spazio interiore affinché la prossimità con la luce apicale possa lasciarsi visitare dalla più vasta eco del Mistero.

Il passo che ferma se stesso, che si arresta, lascia fluire intera l’energia di sé e sospinge la creatura alla tensione più accesa, quella che il corpo avverte quale atto in potenza, non consumato. Rende ancora più acuta la percezione del possibile, di un andare composto e disteso dentro il profilo delle cose. Cumula la resistenza del corpo affinché la visione circostante compaia in tutta la sua verità al vertice di un gesto compiuto, la cui vis attiva rimane come sospesa, risonanza inavvertita, nella circostanza, la vita intorno.

 

Aurore.

La vita umana terrena è ontologicamente un tempo di transito. Di passaggio dall’una condizione all’altra, in una permanenza che si compie fra Origine e Mistero.

Vi sono, però, alcune epoche storiche che più di altre vivono contraddistinte dalla precarietà dei topos che le abitano, dei canoni che le informano, delle Koiné culturali (antropologiche?) che le distinguono e insieme le fondano.

Posso dire di avere trascorso tutta la mia vita nel pieno di un transito epocale.

L’incertezza delle soglie, la dissoluzione dei confini, l’angoscia dei destini, l’angustia delle definizioni, subito bruciate dall’avvento di una nuova.

Si ha l’impressione di vivere e di muoversi in una lacerazione bipolare dell’anima. Talvolta, protagonisti noi stessi di esacerbati testa a testa con verità prive di fondamento, se non nel qui ed ora della superficie. Dell’apparenza che distingue come un’etichetta sul prodotto che siamo, nel supermercato esistenziale di un presente senza apparente scampo. Senza destino.

Divisi fra manichei ed opportunisti. Fra la dolorosa oltranza della coerente visione e la felicità cabriolet di istantanee della verità mutante. In un irrisolto ed irresolubile confronto fra coloro che con ostinazione sentono l’attrazione di Medusa e, cedendo infine alla tentazione, volgono lo sguardo (al passato), venendo perciò pietrificati nella calcinazione della presenza in un qui ed ora immutabile per sempre; e coloro che tendono fino all’estremo limite, al diapason dell’ansia, la forma del nuovo, l’epifania degli stati nascenti invocati senza remissione, e subito rinnegati prima che giungano alla dignità di un pensiero profondo e perciò duraturo.

Non c’è ambito della vita umana, dalla prosa feriale, all’arte, alla religione, alla scienza che non sia stato informato da tale torsione interiore. Che non abbia conosciuto nel presente storico che ho vissuto tale tensione fra coscienza irrevocabile del tramonto e necessità esiziale dell’aurora.

I micro ed i macroscenari del presente storico a me contemporaneo, hanno scontato e scontano spesso la precarietà del transito. In cui i canoni statuiti tramontano nella luce gloriosa di ciò che furono, per unanime riconoscimento e riconoscenza. Ed i fondamenti ontologici di tempi nuovi stentano a nascere, minacciati come sono da piccole feriali ambizioni, da minorità interiori. Da paura dell’ego e temerarietà delle ambizioni scaltre.

L’integralismo dell’integrazione ai luoghi comuni, vincenti e rassicuranti, sembra avere strozzato la profezia. Sembra avere garantito la sopravvivenza delle forme della tradizione, intatte, sia pure nella loro declinazione di simulacro. Ha certamente dato vita alla disintegrazione dell’io profondo, dell’anima del mondo.

Non di rado si inciampa e si viene coinvolti in conflitti che sono conseguenza di un’ambiguità latente. Come se, timorosi di futuro e destino, nostalgici di passato e memoria, fossimo abitati dall’ambiguità di Giano. Impotenti, anche fuori, nella realtà delle cose, e non solo dentro, nella frantumazione  dell’io. La vita nuova, che sarebbe tessitura armonica di memoria e speranza, inciampa allora, nella trama corrotta dei giorni.

Quante volte ci si ritrova vittima di paradossi? Quante volte una semplice rimodulazione dei mezzi non risponde di una risurrezione interiore? Quante volte i paradigmi analitici scontano la superficialità dell’indagine, che procede per semplice sostituzione dei mezzi, la novità (la presunta tale), e ignora la profondità della sintesi, che è intuizione di senso del non ancora esperito?
Le epoche di transito sono insidiose più di sempre per l’ontologia dell’umano. Lo sono ancor più per i testimoni dell’innocenza.

L’opportunismo ghermisce con gli artigli dell’ego la forma dei tempi che si compiono. Solo la vita pura ne anima gli abissi, conferisce luce, abita la profondità che radica i tempi nel Tempo.

Talvolta gli spacciatori del nuovo si attestano su uno sperone di futuro, intorbidando l’aria con i fumogeni, suoni e luci, dei prodigi tecnologici. E l’anima dei saggi sembra segnare il passo, scontare un ritardo. Talvolta, i mentori di una tradizione che ambisce al potere in eterno, o all’eternità del potere nella forma da essi stessi abitata,  presidiano il futuro, segnando le Forche Caudine, il passaggio obbligato cui rendere omaggio. La tradizione. Pronta alla trasformazione opportunistica. Quasi mai alla conversione profonda, che significherebbe perdita della rendita.

Quando vedo, vivo, penso a tali ricorrenti circostanze (accade spesso, purtroppo, e ancora, nella vita quotidiana), mi ricordo di una riflessione che ho posto ad epigrafe di un capitolo, “Aurore primitive”, in un mio libro del 1999, “Pensiero nomade”. E’ una frase che ho ripreso da “Preghiere alle stinche”:

“Né l’arcaismo, il ritorno ai bei tempi antichi, né il futurismo, con i suoi ottimistici programmi, e neppure gli sforzi più realistici e testardi per saldare di nuovo gli elementi in disgregazione, impediranno lo scisma dell’anima, lo scisma del corpo sociale. Solo la nascita di qualcosa di nuovo lo impedirà” (Anonimo).

 

 

 

 

Poesia in forma di tweet.

Stamani, come talvolta mi accade, ho sentito salire in me, con la compostezza di un unicum, alcuni frammenti di una visione più complessa abitata dalla poesia. Una declinazione della poetica (di una, la mia?). L’estrema, l’ennesima, la solita infinite volte ripetuta a me stesso, in me stesso? Non lo so. Quando si è compiuto un lungo cammino e/o ci si sente prossimi alla fine, sembra talvolta che l’orizzonte di senso scompaia. Che si cancellino insieme il passato, la memoria, ed il futuro, la speranza. In tale terra di nessuno, le tracce di una Luce che pure avevamo attinta, paiono lacerti o lampi. Scomposti, sconnessi, disgiunti? Così lontani, sembrano, dall’unità di senso interiore che li sostenne un tempo e che amorevolmente li condusse nella luce del giorno, come una madre fa dopo una lunga gestazione. Il poeta, con la parola. Oggi ho riletto la sequenza dei twitt. E forse grazie a Roberte Romère (@RoberteRomer), che mi ha fatto l’immeritato dono di accoglierli tutti tra i suoi favoriti, mi sono reso conto che avevano un’unità, forse postulavano e chiedevano lo svolgimento. In forma di scritto, di saggio, di prosa poetica, di post. Per ora, il ripropongo qui, come sono nati, in forma di tweet…(con un solo, lieve editing, non di sostanza).

1. La parola che abbraccia il senza tempo. Lo cinge e l’apre all’infinito eterno.

2. Non la parola che squadra il giorno. Che chiude l’orizzonte al destino ed al ritorno.

3. L’originalità, un’epifania di solitudine. #Arte #Religione #Scienza

4. L’origine: forse un destino comune, forse una sorgente condivisa. Qualcuno, Qualcosa?

5. Poi, la temperie della singolarità: quale indicibile Bellezza, nell’unicità! Quale sublime armonia nella sinfonia delle diverse note!

6. La singolarità. L’originalità. L’unicità. Gli accenti acuti del divino che si accendono in noi, Luce d’abisso nella parola viva.

7. La parola poetica porta nel grembo dell’origine il suo destino.

8. Il mio tempo si è compiuto. Non so quale altro vivrà nel canto. L’ontologia del sé poetico è un destino ignoto.

9. L’intenzione della scrittura esprime la qualità etica dell’opera. La vita del poeta ne statuisce il climax interiore.

10. L’ontologia del sé destinale non muta se a variare sono unicamente la forma e/o i mezzi in cui si esprime nell’opera.

Monaci senza status. Poeti.

NEL CAOS DEL COSMO.

Non ha predicati, l’anima del poeta, nel presente a lui storicamente contemporaneo. Vive nell’ontologicamente affine all’io interiore che lo ispira e guida. Incline, spesso, all’eterno. In dialogo con l’infinito. Vicino al Dio delle soglie senza confini certi nella forma. La sua vocazione performativa è l’ascolto interiore. Tutto il resto è cornice, rappresentazione, pulsazione dell’ego febbricitante della modernità, che è il presente ossessionato dalla conquista del futuro in ogni epoca.

Non ha statuti formali che ne denotino l’appartenenza, funzionale anch’essa. E’ privo dunque di status ed il suo canto, come un sussurro, sale nelle fessure dell’invocazione. Vasto come la Speranza, sottile come la certezza di ciò che è stato vivo ora che la memoria restituisce contorni, tracce, profili dei giorni e anime di prossimità autentica e fondata nel sogno. La malinconia è viatico e compagna, sempre, spesso. I festival che spazzano gli orizzonti nella certezza del consenso e con la dichiarata intenzione di una elevazione spirituale di massa, sono fiumi che scendono con gran frastuono a valle nel letto della vita fluente. Il canto è un dolce e fermo fluire di acque, un sostare nell’occhio del ciclone, contemplanti sempre. La fondazione interiore è un distillato di pazienze profonde e durature. Le schegge, i frammenti, gli scampoli di verità sparsi a braccio sono spazzati subito dal vento del Tempo. Solo nel tempio del proprio foro interiore la sillaba matura una forma composta di comunione, radica se stessa ed in sé un domani di relazione aperta.

Le religioni monoteiste scontano l’affronto della velocità e patiscono il continuo incalzare della tecnologia. I poeti sono monaci solitari e senza chiesa: resistono perché non hanno ceduto alla velleitaria tentazione di modellare con la creta della propria parola la forma della storia. Essa è, è stata, nei tempi presenti soprattutto funzione performativa e statuto d’appartenenza. Le ancelle, tecnologia e velocità, sono coerenti e consustanziali ad essi, ne sono artefici e seguaci. I poeti sono al margine del corso. Non fermano la storia. Non vanno contro la storia. Camminano dentro se stessi in favore di un altro domani. Sono lenti, non sono performativi, non appartengono. Scolpiscono con la selce, non importa quale, un Silenzio di pietra che attanaglia il Cosmo davanti al Mistero. Per gran parte del tempo, pregano e sono, sono e pregano. Fermi e senza segni distintivi. Il sacro ed il religioso sono la quintessenza delle soste interiori. Dell’ascolto e del silenzio. L’entropia del cosmo non è, senza tale forma di energia. Le religioni monoteiste sono state per millenni tale Energia: ora non lo sono più.  Sono Chiese, Organizzazione mediaticamente performativa, Enti ampiamente statuiti e i cui statuti denotano appartenenza ed offrono sicurezza temporale. L’inconsolabile dolore dell’uomo sofferente non trova alcun conforto in tali dimensioni. Solo placebo: benessere, riconoscimento, funzioni. Nulla di catartico, come invece accade nel segno, nella parola dei poeti, che è necessariamente divina. Ontologicamente vocata ad essere tale, nel caos del cosmo. Altrimenti privo di margini metafisici, di profili celesti. Di solitari e stellati cieli, aperti ancora oltre l’orizzonte della storia secolare che, onnipotente in sé ed onnipervasiva, oscura la soglia chiara del Mistero.