Papa Francesco. Una persuasione senza retorica.

Papa Francesco

Una persuasione senza retorica.

C’è qualcosa di travolgente nell’azione discreta e composta di un Papa che sceglie spesso il margine del mondo per esprimere con estrema persuasione interiore la legittimità di una scelta, la sua, che rischiara ed innalza gli esclusi e gli emarginati di sempre. C’è qualcosa di ineffabile nella compostezza di una parola sussurrata che i gesti si incaricano di rinterzare nella pienezza coerente di un linguaggio del corpo. C’è l’interezza della Vita nel suo incedere che segna uno scarto antropologico. Un cambio di passo interiore che è proprio di tutte le rivoluzioni vere.

Credo che nessuno, ateo o miscredente, professo di qualsiasi altra fede, possa negare l’evidenza di un lento camminare della storia in avanti. Una storia che non è e non riguarda unicamente la Chiesa cattolica, i Cristiani, ma riverbera nell’eco profonda di una spiritualità radicata, e testimoniata in prima persona singolare, a partire dunque da se stessi e dalla propria coscienza, una sintassi viva dell’umano. Un umanesimo nuovo. Non mediaticamente vincente nell’eco della comunicazione di massa, che non costituirebbe una rivoluzione ma sarebbe unicamente unanime omaggio secondo prassi condivisa dei tempi. Non retoricamente agitato nella pubblicità delle proprie dichiarazioni. Soprattutto esercitato, secondo una tradizione esperienziale che in Papa Francesco attinge radici personali, una sua lunga e duratura vena esistenziale.

Non ho alcun titolo né alcuna specifica competenza per compiere un’accurata esegesi delle sue parole pur così dense. Non sono un teologo. Non sono un vaticanista. Non sono nemmeno un cristiano ascritto socialmente a qualche conclamata appartenenza o ascrivibile al canone di una visibilità qualunque secondo l’ortodossia dei tempi che ho vissuto.

Sono solo una minuscola creatura affacciata al meraviglioso sgomento dell’Infinito. Una piccola ed inutile particella di cosmo abitata dalla poesia e ad essa consacrata. Un esile frammento del tempo, nell’epoca perturbata del transito dentro il quale ho vissuto ed ancora vivo. E lì, nella temperie, disperatamente affidato, talvolta, ai segni cancellati dei tempi che furono, e alla speranza di un non ancora vivo solo ed unicamente in lacerti di confine, dentro cuori accesi di rari ed indimenticabili maestri, ho cercato di ascoltare il canto della vita nascere nuovo ed innocente nelle note di sempre, con accenti di inedite ed inimmaginabili sinfonie amanti. Di cogliere e di sentire in essi ed insieme a loro altri apparentemente indecifrabili segni di un mondo che nasce, in sintonia ed in dialogo con quello che fragorosamente ed infinitamente muore.

Sull’indefinibile soglia fra due epoche.

C’è in Papa Francesco mi sembra qualche eco viva di tale consapevolezza.

Nelle sue omelie e nell’omelia vivente che è la sua testimonianza stessa, ho sentito talvolta risuonare vive altre coscienze. Sparse nel vento caldo di una profezia ignota, o forse solo ignorata, ai vertici delle istituzioni, non unicamente di quelle ecclesiali, non esclusivamente cattoliche.

Penso, qui ed in particolare, a quella di Raimondo Panikkar.

Poiché non voglio innalzare le semplici intuizioni esistenziali al ruolo di esegesi puntuali e legittime, mi limito a segnare uno dei primi tra i punti di coincidenza che ho sentito vibrare in me nell’eco di alcune parole di papa Bergoglio.

Quando, da poco eletto, sostenne una prima volta che la Chiesa non è una ONG, pensai ad alcune pagine scritte da Panikkar. Le ricordai di nuovo quando, in aprile, il papa, in un’omelia pronunciata a Santa Marta, riprese la stessa visione. Ho deciso di riproporle per esteso oggi, perché è sempre più evidente come in Papa Francesco tale sottolineatura non costituisca un pur rilevante accento, ma sia una visione ispiratrice atta a fondare una comunità di fede radicalmente altra rispetto alla sostanza delle cose spesso cercate in questi ultimi decenni. Durante il suo viaggio in Brasile, non solo è tornato a sottolinearlo, ma ha dato corpo (il suo) alla visione e alle parole. In un crescendo che ormai innerva il senso del pontificato ben oltre la pur estremamente legittimante coerenza di uno stile personale.

Scriveva Panikkar: «[…] La distinzione fra organismo e organizzazione è una questione molto delicata. L’organizzazione funziona quando vi è denaro; l’organismo funziona quando vi è vita. E penso che questo sia più di una metafora. Nessuna quantità di denaro (leggi «armi») proteggerà le istituzioni del primo Mondo (o quelle del secondo) se l’organismo è malato. L’organizzazione ha bisogno di una struttura; l’organismo richiede un corpo. L’organizzazione ha bisogno di un padrone, di un capo, di un impulso dall’esterno per funzionare. L’organismo vive della sua anima, della sua salute, dell’interazione armoniosa di tutte le parti che costituiscono la totalità. Una organizzazione è entropica, un organismo è diectropico. Una organizzazione equivale alla somma delle sue parti e ciascuna parte è sostituibile con una copia identica. Un organismo è più della somma dei suoi componenti e nessun componente può essere sostituito da un duplicato esatto, poiché ciascuno è unico. Al massimo, l’organismo deve rigenerarsi dall’interno quando è stato ferito. Un organismo muore quando l’anima se ne va, quando il cuore cessa di battere o il cervello di vibrare. Una organizzazione ha molta più resistenza perché la sua struttura è più forte e può funzionare per inerzia, […]». (Raimondo Panikkar: “La sfida di scoprirsi monaco”, Cittadella Editrice, Assisi, 1991).

Credo che non siano necessari commenti e che ciascuno possa agevolmente e felicemente delineare similitudini esistenziali, rilevare analogie storiche, cogliere le diverse ontologie fondanti e fondative, compiendo un semplice esercizio di esegesi del reale e del presente alla luce delle parole di Panikkar. Per trarne, in una luce di speranza, viatico per un diverso possibile aperto cammino.

Devo invece alcune precisazioni, per completezza d’informazione.

Raimondo Panikkar si riferisce (soprattutto) in questo stralcio del suo testo ad una particolare forma di organizzazione, quella monastica. E’ però chiara, ed anche esplicita, la formulazione estensiva ed aperta del suo pensiero. Del resto, il titolo originale dell’opera è piuttosto significativo al riguardo: “Blessed simplicity. The Monk as Universal Archetype”, e furono proprio quel sottotitolo dato all’opera pubblicata in italiano e una breve presentazione che sottolineava tale prospettiva antropologica, ad indurmi, nel dicembre del 1991, a leggere il libro di Panikkar.

Non so se Papa Bergoglio abbia conosciuto personalmente o letto il teologo spagnolo. Credo che non abbia alcuna importanza saperlo e nessun rilievo nella sua vicenda. A me piace porre in evidenza la felice coincidenza tra due visioni, sia pure espresse in tempi, in ruoli e con accenti assai diversi. Non credo di essere presuntuoso se ne sottolineo la natura ed il valore, se la considero a giusto titolo o meno tale. A me sembra di poter vedere qui uno di quei segnavia di passo che la storia si incarica di lasciare con maggiore o minore evidenza, anche in relazione allo sguardo che li vede, lungo i sentieri non sempre facili sui quali essa si snoda e talvolta si inerpica. Cammini spesso scoscesi e la cui meta non sempre è chiara in tempi che, come quelli vissuti, scandiscono confini celesti offuscati da nubi inquiete e scure sugli orizzonti incerti.

Conforta sapere che lacerti di luce chiara come furono per me le intuizioni di Raimondo Panikkar trovino ora il conforto di una guida che sempre più rivela la sua credibile e vera natura spirituale nel corpo dei gesti, come è papa Francesco.

La sfida di scoprirsi monaco”, con il suo invito a scoprire nell’umano l’archetipo (dunque un’istanza ontologica) del monaco, come una forma esistenziale se non anche antropologica, a tutti accessibile e comune a tutti, è stato per me un libro decisivo.

L’inquietudine dell’anima viva stenta a trovare un varco dentro gli spazi chiusi della conclamata appartenenza. Soprattutto quando l’istituzione che presume di chiamare a raccolta le anime o di guidarle è divenuta un’organizzazione. Se non anche una struttura chiusa, idonea all’appartenenza e legittimante i soli appartenenti riconosciuti e conclamati tali, raccolta su se stessa in difesa di un potere più che dotata del carisma di celebrare una chiamata condivisa. Nella sinfonia dei diversi. Attenta più alla funzionalità dei giorni, l’organizzazione, che non viva dell’orizzonte di Mistero cui la sete dell’anima umana convoca e chiama la creatura inesauribilmente, l’organismo.

Il mattino in cui comperai il libro, avevo un impegno. Dovevo partecipare ad un convegno dedicato alla conservazione dei beni culturali. Ricordo molto bene che, durante una pausa dei lavori, trassi dalla borsa il volumetto. I lettori appassionati sanno quale irresistibile attrattiva costituisca un libro nuovo in quanto tale… Ad un certo punto, mentre già immerso nella lettura pregustavo il prosieguo, avvertii una presenza discreta accanto a me. Mi voltai e vidi uno dei giovani relatori che tentava con qualche inavvertita acrobazia di leggere il titolo. Rimasi sorpreso. Scambiammo qualche battuta: “Nulla a che vedere con il convegno…”, quasi mi scusai. “Proprio quello…”, mi sorprese l’interlocutore. “Sono riuscito ad intravedere il titolo mentre toglieva il libro dalla borsa e mi ha attratto enormemente…”. Esitava a chiedere. “Sono curioso…”, incalzò. Stupito e al tempo stesso in qualche modo felice perché qualcuno in quegli anni (appena conclusi gli Ottanta), in quel luogo, in quell’ ambiente fortemente secolare e secolarizzato, fosse curioso della sfida di scoprirsi monaco… Ero sulla buona strada, pensai tra me. Dettai il titolo e ci congedammo. Il relatore avrebbe tenuto il suo intervento dopo la pausa ed io seppi presto che la mia buona strada sarebbe stata lunga, affascinante, bella e al tempo stesso terribile.

Con il viatico e la compagnia del testo di Panikkar ho vissuto alcune tra le esperienze più persuase del cammino di fede. Al margine, fuori dall’organizzazione, e nel tentativo di essere organismo vivo insieme ad altri rari compagni di viaggio.

Ho letto, riletto, chiosato, regalato, quel libro. Non so quante volte in più di vent’anni. In particolare, in qualche occasione ho fotocopiato e letto le pagine ed i paragrafi dedicati ad organismo ed organizzazione. Personalmente, mi sono tenuto in punto esistenziale a quella lezione, sino allo stremo di me. Istante per istante. Scelta quotidiana dopo scelta quotidiana. Fino alla più chiara solitudine, scandita spesso in un esilio da eremita. Su, fin dove il corpo ha seguito e tenuto l’incalzare urgente degli esami di coscienza.

Quando sento risuonare l’eco di tale profetica visione in altre parole o esperienze, il cuore vibra, al diapason del ricordo e della speranza. La via persuasa trova sempre un destino di condivisione, oltre l’ orizzonte di una retorica chiusa a difesa. Il testimone è lievito per l’anima di un organismo vivo.

Un organismo muore quando l’anima se ne va…”. Dov’è, dove è andata, quale è l’anima del mondo? Quali ritardi sconta dentro il suo ospite prediletto, l’umana creatura, così affannato e distratto da un mondo che non lo attende più, ma solo lo trascina, e che egli stesso ha costruito asservendolo ad imperativi che risuonano spesso stranieri alla sua anima stessa? Quale anima, qui, ora, adesso, nei tempi che la sfida della storia ci chiama a vivere in un orizzonte di speranza e di fiducia? Quale confidenza con la realtà che sappia innalzare il canto della vita nella sua sublime gratuità di dono ricevuto e così ugualmente restituito? Quale canto nasce libero dai paradigmi di una funzionalità sovrana anche del suo dolce tempo, il ritmo interiore di una sapienza senza vanto? Dove sono le ali del sogno nell’uomo che abita il presente? Quale filo di spiritualità è teso fra un mondo secolare al tramonto e l’alba degli stati nascenti che hanno sete d’eterno e d’infinito?

L’anima del mondo moderno sconta un estremo ritardo sul suo corpo in corsa. Per ricongiungersi a lui, deve compiere un cammino impervio e lento. Il respiro spirituale deve tornare a pulsare in unità armonica, secondo il ritmo interiore del corpo. Forse con papa Francesco, la modernità secolarizzata sta trovando, anche in un ruolo istituzionale e non più solo nel margine, talvolta eretico rispetto ai ritardi dei tempi, sempre eremitico quando sconta l’esilio della profezia, la strada della propria innocente spiritualizzazione. Che la conduce, insieme ed oltre l’apoteosi dell’artificiale, giunto all’apice della sua vorticosa corsa sulle spalle del corpo del mondo. Giunto esausto al termine della sua corsa vincente nel secolo. Disabitato da se stesso. Bello, forse. Certamente senz’anima.

 

 

L’anima della legge.

Quello che segue è uno dei testi disseminati in rete, che negli anni scorsi ho scritto, ospite di siti o di blog diversi. “L’anima della legge”, è il commento che motiva l’adesione ad un appello sottoscritto qui il 22 Gennaio del 2010. Questa sera torna (anche) a casa, ospite mio…

L’anima della legge.

[...] Sottoscrivo l’appello con persuasione interiore. Convinto altresì che nessuna costituzione (legge) salva un popolo (nazione) da se stesso se la sua anima è corrotta. Nessun fondamento teorico della convivenza civile può salvarne forma e sostanza, se la prassi egemone è quella di disattendere ogni patto non scritto di reciproca lealtà e di eludere con disinvolta arroganza il dettato legislativo che regola la comunità, quando l’interesse personale deve sacrificarsi al bene comune. Credo che il fondamento della Legge debba confidare, prima di tutto, nella coscienza responsabile di ogni singolo soggetto della comunità. Il primo modo di onorare la volontà, lo spirito e la lettera, del Padre Costituente, e soprattutto la memoria di chi ha pagato con la propria vita un sogno di libertà realizzato nell’avvento della democrazia, è dunque quello di celebrare ogni giorno nel segno di una personale coerenza, dedita al rispetto delle persone e dei principi che ne fondano le relazioni. Nessuna legge, per quanto eccellente nella lettera, può restituire a uomini corrotti l’integrità profonda di uno spirito che li renda capaci di seguire un ideale sacrificando se stessi, invece di cercare un interesse personale sul cui altare immolare la comunità. Non è necessaria alcuna revisione del dettato costituzionale. Serve invece, prima, una riforma dei cuori e delle menti, la sola che possa restituire un’anima condivisa alla comunità ferita. Solo poi, uomini credibili potranno porre limpida mano, se mai i tempi chiedessero, alla revisione di una costituzione che fu, è stata e ancora è espressione alta di un sogno di libertà e giustizia condivise. Non la si può ridurre ora alla modesta rappresentazione (spettacolo indecente?) di un breve anelito di vanità personale o di pochi, orfana di qualsiasi afflato ideale.

La parola, un minuscolo accento di luce.

La Parola, un minuscolo accento di Luce (La cecità del poeta).

Ci si sente minuscoli davanti all’infinità dello spazio, all’eternità del tempo. Si comprende che il proprio sguardo umano è ontologicamente miope. Lo è strutturalmente e per destino. Ci si rende conto che, tanto più l’anima tende verso orizzonti lontani, l’ignoto laico, il mistero della religio, l’incognita della scienza, tanto più ci conforta la stabilità interiore dell’occhio minuscolo. Quello che sembra stabilire, cogliere ed insieme carezzare il confine del mondo a noi conosciuto, quello cui è possibile accedere, e invece ci offre una miniatura del cosmo aperta a tutti i possibili sogni. L’infinitesimo per l’Infinito. L’istante per l’Eterno. L’impercettibile per l’evidenza estrema…

L’epica feriale, sabbia dei giorni poeticamente posata sulle dita della nostra quotidiana esperienza. Ai bordi di un mare che, ora dolce e sommesso, ora spumeggiante ed irato, depone il suono e l’acqua e il tempo sulle rive del nostro silenzio. Vediamo con occhio interiore un presagio dell’infinità che pare lontana e sfocata e che a tratti, nelle epifanie più intense, è così presente al nostro reale, così viva! Allora il balocco divino posato per incanto nel grembo del nostro giorno, è una geniale struttura di minuscoli presagi. Un’intuizione impercettibile che apre il caos delle cose alla sinfonia del Cosmo. Un istante che, commosso, traccia la linea dell’eterno per infinitesimi scarti di senso e ci detta, ora con gioia ora con stupore sgomento,  la nota interiore del nostro essere vivi. Il quotidiano metronomo, che scandisce la minima nella composta musica di un’armonia senza confine e senza tempo. La Luce dentro.

Il poeta è cieco. L’aedo, il mistico ed il profeta attestano l’oltranza di una miopia di sguardi che risuona dell’incantesimo di un Altro sguardo. Di uno sguardo altro sul mondo. Nella silente duna dell’arenile. Nella ferialità scandita dal suono di una moltitudine di esotericamente inutili, e perciò poetiche, cose.  Cieca a se stessa. Chiara al poeta. Un grano di sabbia. Un seme sparso nel vento. Un lacerto di silenzio. Un lampo nello sguardo di un fratello vinto. Un furtivo gesto di speranza, quando una mano si stende protesa al conforto, al saluto, all’abbraccio. Quando la parola, un minuscolo accento circonflesso di luce cosciente sul buio del mondo, accende di luce e di senso la notte del giorno.

PS Ho scritto questo testo in risposta a ed ispirato da questo post

Il legno dritto di Papa Francesco.

Il legno dritto

di Papa Francesco.

Non so se e quando Papa Francesco scriverà un’enciclica. Per quanto poco importi il mio modesto parere di marginale a tutti i culti istituzionalizzati dalle chiese contemporanee e di estremo dilettante nella fede, credo che non ne redigerà mai alcuna. Papa Bergoglio è un’enciclica vivente. L’ho scritto ieri a proposito del suo viaggio a Lampedusa. Mi sento di poterlo affermare di tutto il suo pur breve pontificato, a partire dall’affacciarsi al balcone, a Conclave concluso da un’ora.

Non si tratta di comunicazione. Oggi più che mai, nella civiltà (?) dell’immagine e nel culto della rappresentazione infinita che i media di massa e la messe dei media mettono in atto senza remissione, la punta d’iceberg di ciò che appare è un indizio labile. Troppo poco per costruire la storia con qualche fondamento ontologico e di senso. Tutto il grande barnum si dissolve quando cala il sipario. Al levar delle tende, al cessare dell’evento, lo abbiamo visto, nulla muta nel cuore dell’uomo. Ed è questo che vale (sarebbe questo a valere, se fosse…). Non solo nella conversione cristiana. Anche nella laica salita verso soglie interiori più alte e limpide.

In chiaro. Ai tempi del “grande comunicatore”, lo fu, a detta dei molti, le chiese ed i seminari dell’Occidente moderno si sono inesorabilmente svuotate. Terminati i grandi happening (perché di questo…), la gioventù (e non solo) è tornata sempre alle proprie case. Cioè, nella stragrande maggioranza, alle proprie secolari consuetudini, che solo lo sfavillio mistificante (ed assai poco mistico) delle paillettes mediatiche aveva impedito di cogliere nella sua essenza. Temporaneamente sospesa nell’euforica rappresentazione di una fede di massa appagata dal presenzialismo effimero. Dalla performance esibita in mondo visione.

Un’essenza viva nella ferialità. Religiosa, umana. Antropologica. La secolarizzazione non è un’invenzione di anime belle e nemmeno lo strumento da lasciare in uso strumentale a moralisti interessati solo al potere temporale. Utile per ricondurre le pecore all’ovile. Non per fare di loro creature libere. In se stesse e davanti a Dio, prima di tutto.

Per non dire della corruzione, del cinismo, del consumismo che allignano ovunque indisturbati ed albergano anime di sedicenti testimoni della fede. Nella prassi feriale, nelle istituzioni, dei fedeli laici e non solo, nella vita di tutti i giorni. Dove l’indifferenza al destino del fratello, che non è purtroppo unicamente il portato della globalizzazione, il suo moltiplicatore esponenziale, secondo quanto ha bene sostenuto Papa Francesco, è consuetudine.

Ci sono icone della storia che ne accompagnano la narrazione e ne segnano indelebilmente i fondamenti. E qui non c’entra nulla l’inciviltà dell’immagine. Vi sono racconti assurti a simbolo di epoche durature e profonde. Immagini che scandiscono la memoria storica di intere popolazioni, di epoca in epoca, non solo di decennio in decennio. Credo che una di queste, che mi permetto di porre a soglia, anche iniziatica, di un nuovo tempo, un segno dei tempi (“segni dei tempi”: © Marie-Dominique Chenu), sia quella del pastorale in legno che ha accompagnato la visita di Papa Francesco a Lampedusa.

Qualcosa che urla in sintonia profonda con la discrezione assoluta del suo titolare (“per favore”). Un pastorale al quale davvero la fede degli ultimi, dei marginali, degli sconfitti di sempre, degli umiliati di ogni istante del tempo e della storia, può affidare la sincera e credula carezza di un cuore puro. Perché la povertà, fuori da ogni retorica, è lo stigma, spesso a duro prezzo assunto su di sé, della purezza interiore. Francesco d’Assisi. Non so ancora se anche dell’innocenza.

Su quel pastorale, un indizio affettuoso (lo scrivo con il rispetto profondo della letizia interiore) del Padre buono, il Dio che ride nel cuore dell’uomo bambino, si è posata la parabola di un tempo nuovo. La colomba che vola. Credo che il Vaticano II, in sonno da decenni, dall’ultimo Paolo VI?, abbia ripreso il suo cammino lì, sulle corte braccia in legno di quel pastorale, a Lampedusa.

Per questo, credo Papa Francesco non avrà bisogno di scrivere alcuna enciclica. Il suo memorabile incipit lavora già nel grembo dei giorni. Discreto. Silente. Povero. Se anche innocente, come la Storia chiede e nel senso a lungo profetizzato da Raimondo Panikkar (“la Nuova Innocenza, non un’ innocenza nuova…”), lo dirà il Tempo. Dentro il quale l’uomo ha ora un viatico nuovo, forte della sua mitezza, per più intensamente credere. Per continuare (tornare?) a più fortemente sperare.

Esilio.

Esilio

La poesia è l’angolo acuto della profondità che si spinge fino alla superficie della presenza al reale, la sintesi estrema della durata e dell’estensione. Dell’eterno e dell’infinito nel tempo e nello spazio. La prosa poetica ne è la distillazione armonica. Un aprirsi del canto nella parola che, come una scaturigine ineluttabile, ne stilla. Nel silenzio della ruminazione interiore, quando (dopo che) la poesia è data.

Per quanto mi riguarda, è stato così. La poesia ha sempre preceduto la prosa, l’ha intuita e calcinata nella fissità relazionale, e dunque aperta, della sua potenziale attesa di un tu. Di un Tu.

Perciò, non mi sorprende il fatto che sempre più spesso, la mia TL, quella cui affido da quasi tre anni la sintesi estrema della poetica in forma di pensiero e della poesia in forma di twitt, chiami, quasi in un’eco di risonanze interiori irrevocabili, la prosa a compiersi qui, sul blog, dove da quattro mesi scrivo.

E’ successo così anche negli ultimi giorni, quando, con due miei diversi twitt, la soglia e l’esilio hanno fatto la propria comparsa. Quasi preludio alla scrittura di testi estesi, in prosa poetica, da pubblicare su extemporalitas. Testi che avrei voluto scrivere entrambi. L’ispirazione è però un angelo che incalza, un compagno di urgenze estreme, al quale non si possono concedere che pochi irresoluti attimi di attesa, senza che egli scompaia, inabissato nella luce di cui è viatico. Per l’uomo, rimangono le buone intenzioni. Del cui accento etico sappiamo (quasi) tutto. Per il poeta le occasioni mancate languono per sempre.

Se dunque la soglia è rimasta impigliata nella rete delle intenzioni di scrittura, e riposa in qualche recondito lembo di memoria e di me, l’esilio no. L’esilio mi ha preso per mano e mi ha tenuto stretto per tutto il tempo dell’attesa, fino a questo inizio di compimento nella scrittura, stamani.

Ieri sera ho frugato i lacerti di memoria. Ho letto e riletto. Ho ascoltato le parole crescere in me e comporsi nell’affresco di luce del silenzio. Sono andato ad attingere le sorgenti.

Il tema dell’esilio abita da più di vent’anni la mia poesia. Direi che, più che un tema, è un credo, un accento destinale. E’ stata (ed è) un’esperienza dura e lunga della mia vita. Un topos della coscienza e soggetto del canto.

Sulla TL è comparso qui e qui. Ha preparato la strada a questa scrittura. La poesia mi si è fatta avanti, per scriverne forse in modo diverso, ancora una volta.

Devo compiere ora una digressione. Ho scritto più volte ed in contesti diversi della mia poesia, del modo di pubblicarla e di diffonderla. Mi sono confrontato a lungo, in passato, su tale evidenza, sulle modalità della scelta. Ne ho accennato anche sul blog, qui.

Dunque, non infliggerò ai rari lettori di extemporalitas, che infinitamente ringrazio per la loro dedizione, l’attenzione e l’ascolto interiore che hanno riservato agli scritti pubblicati, un altro ripetuto lacerto dell’ autobiografia editoriale (?).

Qualcosa però devo scrivere, prima di introdurre alcune poche righe tratte da un libro pubblicato quasi vent’anni orsono.

Non so quali e quanti tra i pochissimi che hanno ricevuto una delle rare copie (quasi mai più di 100) dei miei volumi di poesia pubblicati, abbiano letto i miei testi. Non so quali e quanti altri, oltre i destinatari del dono, abbiano avuto occasione di leggere. Delle sorti della poesia che ho scritto, so poco o nulla più, oltre la consapevolezza del mondo in cui vivo, che è la mia vita stessa. Di relazione vera e profonda. Amante, amicale, sororale, fraterna.

Da tempo, forse da sempre, ho maturato la convinzione, e l’esperienza, che se il mio canto avrà mai un destino altro, oltre quello piuttosto discreto e marginale che ha conosciuto con me vivo, esso sarà oltre la mia vita stessa. Lo scrivo, e lo vivo, con dolorosa consapevolezza. A sessant’anni è più facile. Quando hai venti, trent’anni di meno, è un po’ più impegnativo. Non si tratta di un accento incline ad un romanticismo di maniera, d’avanspettacolo, che strizza l’occhio ad una boheme patinata. L’esperienza, assicuro, è un po’ diversa ed è abbastanza dura. Ha invece, credo, molto a che vedere con l’esilio. Con quella forma ontologica dell’esilio che ho sperimentato da poeta.

Nel 2005, con le stesse modalità di sempre, ho pubblicato il mio ultimo libro di poesia (e di prosa poetica), Canti primordiali.

Mentirei se dicessi che non sono stato tentato di pubblicare altro, dopo di allora. Sono giunto sempre ed in occasioni diverse fino alla stesura definitiva. Pronta. Ho indugiato. Ho riflettuto. Ho riposto. Ho ripreso. Ho immaginato ed ipotizzato un’edizione digitale. Ho ripensato alla vecchia linotype, con stampa in piana. Ho dimenticato i lavori pronti, più di uno, negli angoli più nascosti dello studio. Non so se per reticenza. Una sorta di estremo pudore mi prende davanti a tutti i miei scritti di un tempo, gli inediti, intendo.

I quaderni ed i taccuini sono i fratelli maggiori della mia TL e del blog. Non so in che rapporto stiano oggi fra loro. Non voglio saperlo. Quando inizio una ricerca, uno studio, una riflessione, cerco il campo lungo della durata, per una sintesi che abbia qualche dignità. Forse sono troppo vecchio ormai e qui, sul punto, sento che qualcosa della tenace volontà di un tempo, manca. Ma non sono state le sconfitte e le amarezze della vita ad intiepidire la passione per la sintesi della ricerca in azione, pur sovrabbondanti negli ultimi 15 anni. Forse, per la prima volta sento che tocca ad altri.

Dunque non so in che relazione stiano le mie scritture e le letture di chi mi fa il grande dono della sua attenzione. So che non pubblicherò mai in rete tutti i testi che ho scelto di stampare un tempo in linotype. Non sarò certamente io a farlo.

Però, di quando in quando, capisco che lacerti di un cammino di scrittura lungo ormai quarant’anni, sono convocati anche qui. Per una questione di senso. Di senso delle cose nel tempo. Di relazione. Tra io, opera e mondo. Perché se sono qui, se sono venuto anche qui, dapprima timidamente e poi in modo persino troppo invasivo per la mia indole, una relazione tra l’opera ed il mondo, fra testo e lettura, fra scrittura ed ascolto, fra silenzio creativo e l’attivo silenzio di chi crea risonanze interiori nel testo, c’è, ci deve essere anche qui.

E’ su quella traccia di senso e per quell’indizio di senso che ogni tanto, più spesso di quanto poi non si manifesti qui, riprendo in mano testi che ho già pubblicato.

E’ per rispetto dell’intensità dello sguardo interiore di chi legge, che, talvolta, tento di minimamente ricomporre, anche qui, l’unità del cammino poetico compiuto.

 

«La Parola Estrema

Dante Alighieri in esilio, lontano dalla propria terra, in nome e per conto della sete di giustizia, vive nel conforto della Visione. Giacomo Leopardi, in esilio nella terra del proprio io, la finitudine della creatura umana significata nel corpo, trova dolce consolazione nella memoria, o nella nostalgia, o nella speranza d’Infinito.

Paul Celan in esilio nella terra della propria impotenza di significare la comunione, o la testimonianza, delle parole nel canto, trova risposta procurandosi, senza attenderla, la Risposta, la Morte.

Sono veri esilii o non piuttosto cammini di ricerca compiuti dall’essere alla ricerca dell’Essere di cui l’umana creatura trova in sé indizio? Ricerca dentro e fuori di sé, dentro di Sé verso la Vita, dentro la vita verso la Vita? Cammini compiuti dentro la parola estrema, realizzati o attesi nella poesia? Io credo che si tratti di cammini Realizzati di parole venute, o dettate, nella Luce attraverso la vita dei poeti. E allora perché esiliati, e verso Dove? La poesia rende estreme le parole che impiega nel suo scriversi proprio perché, pur essendo esse le stesse del linguaggio feriale, rispondono nella vita del poeta e nella vita del tempo che egli vive alle sollecitazioni estreme della Nostalgia ed alla necessità della Speranza. E la testimonianza che essi, i poeti, ne danno nella vita e nella poesia è sempre tanto drammatica da suscitare l’ineluttabile esilio, fisico, metafisico, radicale perché tutto il cammino si svolge in presenza dell’estrema Assenza, dove solamente attinge il sublime del canto. L’esilio si compie sempre per il poeta rispetto al topos antropologico del proprio tempo (oggi diciamo all’immaginario collettivo o, più banalmente, ai luoghi comuni) perché in esso alligna la stabilizzazione dogmatica della vita (teologica: Alighieri), si radica la consuetudine accettata del proprio limite eletto nella forma (borghese: Leopardi), si fissa e s’inabissa nel mare grande del nichilismo, silenzio delle cose e fungibilità del silenzio pieno di cose, in cui la parola, tradita, dal volto muto del vuoto, muore (esistenziale: Celan).

Oggi, il tenero virgulto di un nuovo, poetico esilio convoca il poeta a contemplare con l’occhio straniero della coscienza del deserto che, da una insistita distanza dal tempo delle cose e dei muti volti, vede e di nuovo nomina: la Relazione, la conciliazione, prossima la comunione. Un occhio puro, un tenero e minacciato virgulto di canto: detto, sussurrato, gioito, come si potrebbe gioire su macerie fumanti, su rovine, davanti all’alba estrema d’un tempo che muore e prossimi ormai alla Linea del tempo che nasce. Gioire mentre commossi di nuovo si osa cantare: sperare.»

Giordano Mariani, “La parola estrema”, in «Deserti incanti», Brescia, 1994.

Quando pubblicai Deserti incanti, 19 anni fa, avevo 41 anni. La stagione più bella della vita (della mia, almeno). Il capitolo successivo a quello da cui ho tratto l’ampia citazione, è intitolato «L’esilio dei testimoni». Due anni dopo, nel 1996, avrei pubblicato «Vigilie in esilio». Un atto di speranza, fin dal titolo. La convinzione radicata e coltivata che quel lungo tratto di cammino percorso in solitudine ed ai margini, fosse vigilia di un ritorno a casa. Ora so ancor meglio ciò già che scrissi. Con ancor più esperta e dolente certezza: il solo nostos infinitamente compiuto, come è nelle attese di ogni poeta, è quello che conduce alla casa del Padre. La Terra è l’esilio dei poeti, di ogni tempo ed in ogni luogo. La salita non è e non è stata mai un inno alla gioia. Ma è l’unico sentiero che non allontana dal canto. Mai, se gli sei fedele.

Quello citato è un testo memoria dell’esilio. Esperienza. Poesia e vita. Vita e poesia. Il twitt che ho dedicato all’esilio nei giorni scorsi, recava forse in sè un accento nuovo rispetto alla declinazione di sempre. L’esilio e la frontiera. La soglia? Qui, dove memoria e speranza, passato e futuro, di nuovo si incontrano, o forse solo si sfiorano, nella forma lieve di un’emergenza nel twitt, inizia, avrebbe dovuto iniziare, la mia scrittura (una mia nuova?) sull’Esilio. Preceduta da un testo dedicato alla Soglia (la Frontiera? Il Limen? Il Confine?).

Sono ricorrenze forti, anche nella mia TL, in questi giorni. Una spia interiore? Forse tornerò con un altro testo sull’Esilio e sulla Soglia. Per confrontare lo statuto ontologico di un irrevocabile esilio con la sua declinazione storica, in un presente che è anche mio. Per capire se, sulla Soglia, l’esperienza stacca l’io dall’ego nel volo o se l’uomo è inciampato nel limite della Frontiera. Se libero o prigioniero. Anche di sé. Soprattutto di se stesso.

Ringrazio i lettori del blog ed alcuni tra coloro che seguono il profilo Twitter. Essi sanno di esistere ed anch’io credo di capire chi essi siano. Chi tra loro tiene il filo nemmeno tanto nascosto di un dialogo nel canto che è per me promessa di domani e per tutti speranza di uscita dall’Esilio. Nella vita e nella parola. Risorte a se stesse.

 

 

 

 

Sedersi ancora lungo l’Ilisso…

Quello che segue è uno dei testi disseminati in rete, che negli anni scorsi ho scritto, ospite di siti o di blog diversi. “Sedersi ancora lungo l’Ilisso”, è il commento ad un post, che ho pubblicato qui il 21 Ottobre del 2006 (non vi sono permalink, e dunque si devono scorrere i commenti per ritrovarlo). Questa sera torna (anche) a casa, ospite mio…

Platone. La rete. L’anima.

Sedersi ancora lungo l’Ilisso, all’ombra di un platano, nella speranza e nella verità delle relazioni (peer too peer?) è tuttora un sogno vivo e non lontano dalle soglie del tempo a noi contemporaneo. Sognare che le nostre parole trovino accoglienza, giusta dimora, comprensione nell’anima di chi ci ascolta è un destino indipendente dalla natura dei mezzi (old and new). Molto connaturato, invece, alla qualità dei messaggi, la verità di noi e in noi, qualunque essa fosse, e ciascuno ne ha una propria da narrare (con blog e senza blog), in virtù della sua singolarità di creatura. Seduti in riva al fiume, come Socrate e Fedro nell’opera di Platone, nell’erba, all’ombra di un platano, che sono metafora e preludio della quiete ideale che informa il più intenso dialogo. Con il cuore della verità acceso in sé ed in mano (sulle labbra). Maestro e discepolo, media educator o apprendista comunicatore, insegnante o allievo, esperto dei nuovi media o dilettante della parola, giornalista o lettore, blogger o autore di un post (e viceversa). Sic transit gloria media, ma il fondamento dell’uomo non tramonta, e nemmeno la sua attesa curiosa di sé e dei fratelli. Di vecchio e di nuovo c’è solo lo sguardo del vero che emana dall’occhio di chi dialoga, parlando, scrivendo, ascoltando, leggendo, digitando, agendo nel corpo della parola con la propria vita (o viceversa: vivendo nel corpo l’essenza, la verità coerente, della propria parola). Aperto (oblativo?) o chiuso (ottuso?). Vivo e vero o morto e menzognero. Dunque, nuovo, o vecchio. Acceso o spento. Nascente o morente. Come la nostra civiltà, Occidentale, che non di rado si affaccia al domani con lo sguardo drammaticamente rivolto all’indietro. Piuttosto strabica esteriormente, di rado davvero memore di sé interiormente. Aggrappata alla scialuppa di salvataggio di un antico sapere e sgonfia dentro del sé che dovrebbe dialogare con i padri che invoca. Dunque, orfana anche dello spirito vivo dei suoi mentori. Che spesso soffia altrove, negli eredi che praticano, magari ignari, la maieutica di Socrate. Avverso alla scrittura (la forma del mezzo), certo, ma non alla verità che in essa si esprime, quando lo è, viva (la sostanza dell’anima). E’ la verità di noi che guida la danza. Il resto, la scrittura di Theuth, i caratteri mobili di Gütemberg, i media di massa (o la messe dei media) sono un dono di Dio per meglio stringerci la mano (libera parafrasi prosaica dalla poetica di Paul Celan). Certo, dimenticare di ringraziare Pan, può guadagnarci un’altra Babele. Molto, non tutto, dipende da noi. Intesi come creature, prima che come attori, attivi o passivi, dei (nei) media.

Il secolo. La mistica. Gödel.

Pubblicai qui, dieci anni orsono, nel Giugno del 2003, il testo che ora ripropongo.

Una sorgente interiore.

Se l’autore muore o la sua identità si discioglie nell’opera collettiva, in che modo i segni, l’opera stessa, potranno ancora parlare di un uomo agli uomini e come potranno gli uomini riconoscere un fratello altro da sé?
Come potranno i tempi entrare in relazione fra loro nel grembo eterno del Tempo? Quale entità li condurrà lungo la linea del continuum sublime se nessuna coscienza più parlerà loro dello stilema profondo della singolarità, essendo la vita un dono singolare ben oltre il nome ed ogni nominazione? L’unità creativa è una sorgente interiore che genera comunione. L’arte è rivelazione e l’artista un testimone. Essa è relazione (aperta) che diviene sublime quando giunge alla comunione. Ed è viva se lo sono tre entità. La prima, l’artista, con la propria intenzione creativa (l’intuizione pentecostale, il suo ascoltare il Silenzio). La seconda persona è colei che riceve (si apre: ascolta, guarda, legge) l’opera. La terza persona è l’occhio altro, che chiude (secolarismo) o apre (mistica) il sistema della comunicazione tra le due e verso l’Oltre.

Tra la prima e la seconda persona ci potrebbe essere un sottile legame che trova nel Teorema dell’incompletezza di Gödel un possibile punto di intersezione fra il secolo e la mistica. Si può dire che il pensiero positivo, la modernità?, può trovare il varco nella tesi di indimostrabilità di alcune proposizioni dei sistemi formali, a partire dai sistemi stessi. La stessa fessura d’ignoto che unisce il Cielo alla terra nello sguardo dei mistici, l’intuizione dei poeti quando reca nella terra della parola i Cieli del silenzio. Per coloro che credono di credere, il poeta tra loro, la relazione cerca dapprima la comunione, aprendosi, per giungervi, all’occhio terzo, all’eco di Dio, alla voce del Mistero: all’Incompletezza?. Noi non sappiamo, né mai lo sapremo, se il sistema della comunicazione (comunione, nell’arte), un testo, è dato (statuito) una volta per tutte e per sempre nello spazio e nel tempo, stabilmente durante la storia umana. L’artista, il poeta e colui che lo ascolta o lo legge credono però la verità che nell’opera unisce le parole alle cose. L’arte sarà tale, allora, soprattutto e soltanto se lo statuto interiore (la coscienza) dell’artista, il solo che renda l’unità dell’opera riuscita, sarà coerente nell’anima, nel senso, nel segno.

L’artista sarà il solo padre dell’opera così offerta al compimento. Ed è per tale missione interiore che egli dovrebbe essere, sin da oggi ma domani soprattutto, un testimone coerente di sé e del proprio segno. Piccolo o grande non è questione. La soglia etica del poeta si apre nella consapevolezza della vedova che offre tutto l’obolo che le è possibile offrire. E più di quanto sarebbe lecito secondo il (buon?) senso comune.