Il muto respiro del Mistero.

Dentro. La ferita aperta del Tempo.

Respiriamo muti la brezza della Tua fessura.

Lieve la notte sopra noi, acceso mistero.

Nessuna minaccia più inquieta il giorno.

Essere, chiedesti.

Il dolce imperativo dell’assenza e dell’attesa. Prima fu un grumo interiore poi il canto disteso nella pianura assolata della vita.

Al fiume senza bruma conversammo. Abbracciati al sogno. Abbracciati nel sogno. Fummo il sogno.

Nessuna stella di luce oscura più ci minaccia.

Siamo al sicuro nella tua radura, infinito Mistero.

Sei tu?, chiamavi.

Sei tu? Chiedevi.

Sei tu l’anacoreta pallido del sogno?

Il Novecento, tua culla e tuo sacello.

Sei?

Essere. Il dolce custode dell’io che risorge l’ego.

A mani nude incontro al sole del mattino: fu quello soltanto o poeta il tuo destino?

Le mani mormoravano lente e piano l’una all’altra unita.

Sotto l’arco teso della intera vita.

L’ansia. Il presagio. L’angoscia. La profezia già mille volte scritta in una storia vinta.

Sei tu? Sei Tu? Sei? Qualcuno che risponda, qui nell’imo dell’amore?

Il brusio secolare cingeva tutto all’intorno lo spazio, ammaliava il tempo.

Ti ho amata, casta sorella vita!

Sei?

Sei Tu?

Sei stata tu la mia ferita?
L’angelo dell’infanzia a mani spoglie e generose ancora mi sorride.

Vieni.

Viene avanti.

Viene avanti e dentro la Luce senza tempo.

Sei. Sei tu. Sei l’orma di confine di arcane tracce, d’orme divine.

L’infinito laico s’inabissa.

Tu sei, abbarbicato alla parola crocefissa.

Tace lo spirito del Tempo. Tutto è silenzio, il Novecento.

Non ha che tracce. Una scia contemplante.

La storia si è perduta, abbracciata al suo niente.

Il punto è qui. Qui dove l’orizzonte s’incarna s’inarca e più trema.

Al diapason del nulla il cosmo si svena.

Tu sei una scintilla. La voce, la nota, la parola che dell’Eterno brilla.

Cerca nel canone l’erudito.

Scuote la crosta della terra, l’anima ribelle.

Il Mistico incede solare.

Nel corpo del silenzio il muto respiro del Mistero intona un canto salutare.

Il respiro del silenzio alla foce.

Tu che stai nei pressi del silenzio e già presenti muta la tua ora.

A casa, sei giunto, alla tua quieta dimora.

Hai reso al fiume la tua rena bionda, al canto innamorato dell’aurora.

Le tue ferite scosse dal ricordo, posate piano sulla riva, nei giorni della piena.

Tu vieni avanti, inesorabile destino, e sento l’ora dura che mi fissa in volto.

Io non so più guardarti ora che incalzi vera, sei il tempo della resa.

Sei tu, divino ascolto, che giaci teso in grembo a questo chiaro limbo dal desiderio assolto?

Ad ogni alba il dio felice della vita ha accolto in un sorriso il tuo risveglio.

Ed ora che il dolore inclina mesto alla tua sera, ed ora che ne sarà di te, della parola, della tua preghiera?

Tu vieni avanti o dolce amica amata della prima sera.

Tu sai il mio passo. Conosci il varco. Sai del segreto ascolto la fessura.

Il vento, chiedi, la brezza che risveglia la parola?

Il canto, dici, l’armonia di voci in cui la vita è eterna, il coro in cui non è mai stata sola?

Tremi.

Il Novecento andato via nei tuoi giorni belli: perché chiedesti all’innocenza non siamo come nella promessa ancora tutti uno all’altro fratelli?

La mano, ecco, la mano a tutti aperta a tutto disarmata…

E’ stato un sogno, dici, la giovane follia…

E’ stata tutta intera la tua corsa o fiume una follia.

Ah!, il mare azzurro aperto, là davanti. E voi, compagni, amici, amanti, lacerti rari di speranza…

Cos’è, il muro avaro dentro cui muoio, ora, cos’è, il buio in questa stanza?

Sorella solitudine, perché non hai parole di conforto ora che il fiume incalza alla sua foce giunto? Perché non hai la voce più argentina, la nota gorgogliante della fonte, nei giorni innamorati in cui nascesti… perché?

Tremi.

La Musa (esiste? Quale il suo volto, ora? Dimmi, esisti nella mia storia e nel presente ancora?) ride.

Il tempo. Il tempo ti divora.

Il fiume incalza. Lo spazio ha sete della corsa.

In quale terra amata del futuro – in quale continente?!- porti a morire in quale foce?. Dove si spegne il canto, la tua voce?

Millenni senza volto o solo istanti.

La mano nel presente, la parte per il tutto.

La nota nella stretta della notte che presenti, di tanti anni il solo frutto.

Tremi.

Tu tremi e gridi.

Giunto al confine del corso tuo ribelle.

La tua parola muta accesa e circonfusa di un canto primordiale.

Della bellezza piena delle stelle.

Pulsa.

Al ritmo lento del cuore.

All’assordante tic tac delle ore.

Tremi.

L’acqua rivolta il fondale.

Ti avvolgi nel limpido manto di tutti gli istanti, di tutto il dolore, dei giorni più belli e furenti.

La voce del fiume ora è un canto d’amore.

Che porta il tuo corpo il tuo senso la tua viva parola nel cuore del mare che si apre per sempre davanti.

Come ieri.

Come sempre in eterno.

Nella muta parola dei poeti e dei santi.

 

 

 

 

 

Il respiro silente dei congedi.

Viene avanti, inesorabile e lenta, l’ora sempre amata. L’ora che respirava nel cuore dell’origine. L’ora che dettava ignota i destini.

L’hai sentita nella sinopia del futuro.

L’hai accolta in un istante di sogno vissuto.

L’hai accarezzata, bianco fondale dell’alba nella giovinezza ignara.

L’hai conosciuta, un grido disarmato ed indifeso a tutto, nell’urlo della dolce malinconia che serrava alla gola il respiro, nell’ora della più intensa gioia.

L’hai colta al diapason della muta contemplazione, nel sole abbacinante di tutti i domani, ancora da vivere e da venire.

La dolce, la mite, la terribile, l’ineluttabile, l’inattesa sorella.

Il corpo ha le sue pulsioni e trema.

Il cuore ha le sue visioni e spera.

Insieme, il corpo ed il cuore, sono senza pena e da sempre al centro dell’attesa.

Viene avanti, a passi lenti.

Tu sarai giovane per sempre ed in eterno vivo, dice con la sua nota mite.

Sei già nel respiro silente dei congedi.

La furia della corsa giace. E’ stanca e vinta al ciglio del tuo tempo.

Nel solco del sentiero, il giorno che hai vissuto, sbocciano ancora i bucaneve.

In cima al colle intatto dell’amore, si posa sempre a primavera un fiore bianco di tremore, il ciclamino.

Danza, nella duratura passione della sua promessa, il mughetto che mai non sfiorirà dentro la perenne estate.

Dammi ancora, dice il tempo, la tua mano.

Chiedi: sarà forse per sempre?

Viene avanti, l’ora. Seduce come fosse un canto dell’aurora.

Nessuno più ti darà consiglio.

Nessun rimprovero più, varcata questa soglia.

Avrai nostalgia dei maestri e dei tuoi infiniti, silenziosi deserti.

Verrai con me? chiedi.

Viene avanti, con il suo dolce volto. Il volto di ieri. Scorrono sulle sue gote i tuoi ricordi, i tuoi pensieri. Brilla al centro del cuore un sentimento spesso ignoto al mondo, nell’ora che sprigiona intatta il suo primitivo ardore.

Sei passato anche tu, amore senza tempo, a questa soglia che si avvicina lenta, a cui m’affaccio smarrito?

Sento la vostra eco, creature appassionate, passeggiarmi accanto.

Lei viene avanti altera. Stringe al suo petto la tua estrema ora.

E tu, minuscola scintilla d’innocenza che  stai quieta e prona nella beatitudine di un sonno aperto a tutti gli orizzonti ignari, anche tu, un giorno, la vedrai venirti incontro?

Sognavi che fosse dolce e quieto ed immenso, che fosse pace dei sensi il tuo tramonto.

Qualcosa brucia e non è fuoco dentro la sequela delle tante croci. Sono rimorsi? Passi perduti? Passi d’addio di automi a se stessi smarriti?

Ecco, viene avanti, mentre tu per sempre taci.

E la musica, dice, e la parola, chiede, e il dardo di luce dagli occhi, ride, e il fuoco degli istanti di tutto innamorati? Tu stringi muto la memoria e piangi.

Viene avanti nell’imo suono della sera. Umile. Casta. Chiara. Stella del cosmo e dell’umano preghiera.

Non chiede e non dispera.

Il Novecento fu l’urlo torto nei pressi del Mistero e quale chiarità di santi nei passi del sentiero.

Lei, viene avanti. Impavida e lenta, la luce del Vero.

S’apre una fessura nel Silenzio intonso. Spira la brezza dentro, e il vento passa, che nelle cose pure del tuo giorno soffia.

L’inanità della lotta.

La giustizia sfatta.

L’iniquità che scorta i vinti.

Ah, la miserabile arte dei vili: quanti conflitti accende?

E la pietà, la carità dei miti?

Viene avanti la vita nel suo incedere lento.

Senti?

Il passo trema sul confine incerto.

Infinito ed eterno.

Viene avanti: il suo tratto è ora irrevocabilmente aperto.

Tu speri, chiedi?

E chiudi il pugno, mesto sigillo sopra il tuo giorno, ieri.

E’ lei, che viene avanti e ti apre la mano e la dischiude ancora.

Sei, nella notte, la resa innocente ed indifesa.

E’ ora chiedi, con impazienza esausta: è l’ora finalmente della prova?

Tu, che credesti tutto e nulla sai della Sua estrema aurora.

Tu che nel respiro lento del tuo canto per una vita intera a lei immolasti il corpo e la parola.