Contraddizioni. [Modernità. Etica ed essenti.]

Contraddizioni. [Modernità. Etica ed essenti.]

1.

Intellettuali che difendono la gratuità della cultura a gettone di presenza.

2.

Una strenua difesa della propria privacy. Un’esuberante ed invasiva esibizione di tutta la propria vita.

3.

La (giusta) ed ostinata rivendicazione del libero accesso ai testi (alle opere) in un contesto di lettori debolissimi (meno di un libro/anno).

4.

L’invocazione di una nuova legge per ogni controversia irrisolta. Poco o nessun rispetto per la legge vigente.

5.

Legati al culto del finto antico, delle cose di una volta. Travolti da una superficiale e parossistica ansia della novità purchessia.

6.

Un’inflazione di mezzi. L’infinità dei messaggi. Un’estrema povertà comunicativa e relazionale.

7.

Antagonismi rivoluzionari perfettamente integrati nel sistema che combattono a suon d’irate parole.

8.

I sempre nuovi e numerosi Dante (“o il più grande poeta vivente”), contemporanei in una folla di epigoni.

9.

Gli eremiti che gridano la propria solitudine dall’affollato cenobio dei media di massa che ne esaltano le frequenti performance pubbliche.

10

I volontari che esercitano lo spirito di gratuità essendo perfettamente inquadrati nel ruolo e ben retribuiti.

11.

Gli indignati censori pubblici che godono tranquillamente in privato dei privilegi denunciati.

12.

I moralisti della domenica, che indossano un simbolico cilicio solo quando lo prevede il codice dell’opportunismo.

13.

…[?]…

Quale fondamento di valore (etica, ontologia degli essenti) resiste al principio di non contraddizione nella Modernità?

 

 

 

 

 

 

 

Alla notte.

ALLA NOTTE

Vorrei fossi tu, notte,/

amante strana,/

l’ultima Itaca./

Anche la Luna, sovrana dei silenzi,/

A vegliare sulle mie spoglia sghembe,/

ora e poi,/

all’ombra del tempo infinito.

 

in “L’io non è l’opera”. 1979,Bologna

Da Betlemme a Babele. [7]

Canto di Natale [7]

Da Betlemme a Babele. L’innocenza perduta a Occidente di sé. Dentro il cuore dell’ego.

7.

Tu, tenerezza e speranza cosparse/

sopra un manto stellato, nel Tuo Canto/

Natale che lambisce di gioia silente/

le ferite dell’animo umano, Tu, bambino/

per sempre, ci accarezzi nel sogno celeste/

e ci stringi fraterno e divino la mano. 

Pietra tombale.

Pietra tombale.

Solstizio d’Inverno.

Pesa, come un macigno sul cuore, l’ego. Pietra tombale del sogno, l’umano. Sarcofago irredento del divino. Pesa il silenzio, l’eco che torna muta dall’agone. Pesa il torto sul dono del vinto. Il suo sussurro è triste, naufragio malinconico di un giorno estinto. Pesa la gloria trionfale del corrotto. Pesano menzogna e ipocrisia che sostengono il pegno del futuro con ingiustizia estorto. Stordito dall’inganno, l’animo che fu si cela, lontano dal suo centro. Resiste qualche ardito frammento. E si inabissa, lacerto di visione, o solo permane nella sua vieta rappresentazione.

A margine del prato, qualche seme scampato erge il suo stelo quasi fiorito. Una mano rapace guida l’occhio che non vede. La voce di chi crede mormora, lontana, e accende incandescente la luce di una fiamma arcana. Seguono tracce empie gli scherani. Giuda consegna l’innocenza a ignote mani. Tutto è mutato, la terra ed il suo frutto. L’uomo sussurra un canto estremo. Chi sa se mai altri fratelli uguali ascolteremo. Pronti al volo alto, l’animo pacificato. Renderanno puri i tempi che hai sprecato. Serpi annidate guatano la preda. Fanghiglia e mota, l’identità in poltiglia. Batte il suo passo ancora, l’ultimo poeta verso l’attesa aurora.

L’alba che nasce smemora i vili e irradia l’innocenza. Solo chi sa ricorda ed il coraggio raro è parco di tesori. Ieri è presto inghiottito dal presente opportuno, in tempi di incertezze, in tempi di declino. Chi sa del vero, chi visse la coerenza? Chi, tra gli interiori vinti, disarma la veggenza? La tristezza, orfana, abbraccia la vedova speranza. Figlia e madre, sono parole sole. La vita duole in grembo al giorno nuovo, la doglia del domani è ricercata dal vivido cinismo che scorre nelle vene agli scherani.

L’ansia moderna appaga il suo tramonto. Il conto è chiuso. Il conto torna. La poesia innocente alberga il Tempo, nuda e disadorna. L’aura sublime che fu, mai più ritorna. La terra dei padri intona il suo lamento, canto d’addio, saluto dell’incombente sera. Estrema. Ultima, ultimativa voce. Addio per sempre, antica bella prece. Sparso il veleno nel cavo della vita. Cinismo, atroce svolta d’orizzonte, flesso lo sguardo sopra il proprio naso. Bene comune, benessere incipiente. Del resto nulla importa, il sale dell’amore sulle ferite sparso. Le luci dell’interiore spente. Più nessun canto vero. Più nessun gesto caro. Niente, oltre lo stigma di quell’ontos primo. Ad altri volti sorgenti la linfa del divino consegna il Suo fresco incanto, il Suo originario manto. Mai più qui. Non certo ora. Anime altre rischiara il sole della dolce aurora. L’eco riflessa del passato consuma il suo tesoro. Dilapida la dote. Sparge e consuma, danzando, talvolta forse ignara, sulla propria morte.

La lingua che fu madre, si è fatta gabbia atroce. Non libera parole, l’anima non traduce. Ostesa nel silenzio la ferita addita altri destini. Gli scriba e i farisei, cloni dei tempi. A denti stretti, vanno i liberti verso la Terra Nuova. Da schiavi colti e ardenti. Un dio minore innerva anche i contagi. Nelle sue secche plaghe, nidificano i plagi. L’anima sola interpreta il destino. Aruspice silente del Divino. Incontra cuori e vite, si apre al solo cielo in comunione. A tutto crede, a nulla serve nel suo coro la ragione. Sillaba amore dentro un’eterna lallazione. Nell’Energia, l’olismo asperge nuova redenzione. L’orma composta che non sa di ieri. Che nasce  e non ripete altri pensieri. Che a mani nude ride il giorno più normale. Il segno che risuona, primitivo ed epocale. I barbari disegnano la storia. Il bardo intona compunto il suo ritardo. In limine si muove anche il passato. La forma, il vento libero, schiude l’accento allo Spirituale. Nessuno più appartiene. Nessuno sa ciò che più conviene. La religione è un’eco dell’Assenza. La creatura muove incontro con arcana riverenza.

Da Betlemme a Babele. [5|6]

Canto di Natale [5][6]

Da Betlemme a Babele. L’innocenza perduta a Occidente di sé. Dentro il cuore dell’ego.

5.

voi! guiderete i pastori ed i magi./

Voi sarete un sussurro del cielo./

Non avrà più alcun nome il divino./

Non importa il Suo Volto, se sia Uno/

o sia Trino. Nella culla di pietra/

6.

giace l’uomo frantumato dentro il Secolo/

stanco. La sua storia smarrita è l’estremo/

suo vanto. Non tradisce l’errore. Ha bruciato

il suo tempo. Lo redime un silenzio innocente./

E lo culla e lo cinge nel naufragio/

tra le cose perduto, abbracciato al suo niente.

Da Betelemme a Babele. [4]

Canto di Natale [4]

Da Betlemme a Babele. L’innocenza perduta a Occidente di sé. Dentro il cuore dell’ego.

4.

L’alleluia dei santi. La purezza che canta/

nel tremore dei vinti. La miseria consunta/

e ignorata, nel silenzio del mondo./

O alate parole che vivete nascoste/

allo sguardo degli ignavi e potenti:/

Da Betlemme a Babele. [3]

Canto di Natale[3]

Da Betlemme a Babele. L’innocenza perduta a Occidente di sé. Dentro il cuore dell’ego.

3.

Tu, confitto nell’imo silenzio, rechi/

l’alba nella notte dei tempi. Ora il mondo/

si accende di un chiarore ch’è ignoto al Potere./

Nel tuo canto Babele si spegne e la voce/

dei più vili mentori si acceca. Sale/

invece e s’intona nel cuore ai pastori.

Sette euforismi glabri.

Sette euforismi glabri.[per un buon Natale].

1.

L’assenza di un orizzonte dato, rende confuso anche il canto ribelle. Poiché è arduo il lirismo oppositivo, senza un antagonista.

2.

La nota assertiva sembra nascere per autogenesi. Genotipo e fenotipo insieme. Natura e cultura. La poetica di una diuturna solitudine.

3.

L’arte, come tutto della vita, non esce dal nulla. Le cesure sono drammatiche. Il perdurare delle soglie di confine, lo è ancor più.

4.

L’astrazione, l’epistème ed il metalinguaggio sono ospiti ingrati nelle epoche di secolarismo latente e diffuso.

5.

Una poetica che sopravvive in sé e di sé priva di fondamenti nell’assoluto di una relazione, è orfana del suo destino ontologico.

6.

Il parossismo complice di una socializzazione cabriolet e l’urgenza impositiva dei media di massa sono poeticamente insostenibili.

7.

L’ammirazione per il grande recanatese e la verbosità comunicativa e barocca di certi suoi estimatori a gettone sono incompatibili.

 

Da Betlemme a Babele. [2]

Canto di Natale [2]

Da Betlemme a Babele. L’innocenza perduta a Occidente di sé. Dentro il cuore dell’ego.

2.

E Pilato le cresce nel grembo con cinico/

ardore. Una stella si accende sulla fronte/

dell’uomo dentro il tempio silente nel cosmo./

Erode arma il pugno alla scena. Non conosce/

dei vinti la sera. Chi non ebbe parola,/

ora piange sconfitto nella eterna sua pena.

Da Betlemme a Babele. [1]

Canto di Natale

Da Betlemme a Babele. L’innocenza perduta a Occidente di sé. Dentro il cuore dell’ego.

1.

A Occidente, nel cuore dell’Ego,/

l’innocenza ora muore./

Nella nicchia del silenzio più avaro d’amore,/

nasce la Luce, sul suo rivolo avvolta/

di un estremo stupore.