Note nomadi. [2]

Note Nomadi. [1]

Note nomadi. [2]

Le nonnine, come noi chiamavamo le due donne canute che da più di quarant’anni avevano una merceria sulla piazza, proprio poco lontano dal sagrato della parrocchiale, mi avevano rassicurato, l’anno prima.  “Non si preoccupi: appoggi qui la mano. Ci pensiamo noi”. Con la perizia esperta del mestiere e degli anni, mi avevano preso le misure, durante le vacanze invernali. Avevamo scelto la lana. Un bianco panna, di una consistenza secca e calda come di rado se ne trovano oggi. Il loro negozio sprigionava l’attrattiva delle magiche botteghe che ancora popolano i ricordi della mia infanzia. Robusti ed eleganti mobili in legno alle pareti. Ogni angolo stipato all’inverosimile dei più diversi prodotti, colorati e vari come solo accade (accadeva?) nei negozi dei piccoli paesi di montagna, fino a qualche decennio fa, e, spesso, fino alla scomparsa dei longevi gestori anche in anni recenti. Lane raffinatissime e al tempo stesso caldissime. Cotoni dagli improbabili colori, a tinta piatta, si sarebbe detto, senza le nuances che oggi imperversano. Oggetti d’artigianato ricercati. Pentolini di foggia e materiali diversi e d’ogni misura. Persino qualche scatola di giochi, residui degli anni Settanta, se non prima, faceva capolino tra gli scaffali. Un profumo di lana e cotone misto al caldo della stufa scioglieva ogni residua renitenza. Un fascino incantevole ed irresistibile. Mi avrebbero confezionato i nuovi guanti per l’estate successiva, al ritorno, per la vacanza.

Un giorno d’agosto, salimmo alla merceria dal fondovalle. I guanti, rustici e gentili, come solo le cose semplici sanno essere, erano di un’eleganza inusitata. Li indossai con soddisfazione. Se non mi avesse fatto velo l’indulgenza ineluttabile suscitata da un’antica confidenza con le nonnine, con il luogo, con le cose, avrei accettato subito la realtà dell’evidenza. Non erano solo  “un po’ grandi”, come ci eravamo affrettati a dire davanti alle due merciaie compiaciute delle nostra gioia e soddisfatte del proprio lavoro. Erano di almeno una taglia più grandi della mia. Non accolsi nemmeno l’invito a rivedere il piccolo capolavoro, che le due donne avevano subito formulato. Presi con me i guanti sicuro che alla prima occasione propizia li avrei indossati.

Fu un giorno dell’inverno di due anni dopo. Li avevo lasciati in sonno per oltre 16 mesi. Quel mattino, nel freddo aurorale di un freddissimo inverno, la memoria mi incalzò tentatrice. In treno verso Milano, prima, e sulla metropolitana poi, saggiai subito ed insieme le due contraddittorie evidenze. La prima: una sicura e suggestiva eleganza, per nulla esuberante, nella sua nota rustica che smorzava qualche accento dandy, del tutto incoerente con la mia persona. La seconda: impugnare qualsiasi tipo di appiglio sul treno o sul metro in corsa era un esercizio impegnativo, fatto con la mia mano persa dentro la taglia abbondante. Eppure fu un’esperienza gradevolissima, nell’insieme, e mi proposi di riviverla. Lo feci altre volte, in rare occasioni, devo dire. Più per il carattere di eccezionalità che sentivo in quel paio di guanti di lana bianchi, come fosse un vestito della festa dell’infanzia, che non per il minimo disagio procurato della presa.

Li riposi al termine dell’inverno successivo.

Fu qualche anno dopo, all’inizio d’autunno, che mi ricordai di loro. Avevo risalito il lato della Cattedrale dove abitualmente ascoltavo il suonatore di sax. I primi freddi erano già stati annunciati dalla nebbia e dal vento d’autunno. Ero certo che lo avrei prima o poi sentito. Fu quando rividi nella luce del ricordo le sue grandi mani che presi la decisione: i guanti bianchi sarebbero stati suoi. Qualche settimana dopo tornai a Milano per altri impegni. Nella borsa da lavoro, ben confezionati in un pacchettino colorato, i guanti. Accompagnati da un biglietto. Mi recai nei pressi del Duomo fiducioso. In attesa di ascoltare ancora, pur nel freddo della piazza, come già era accaduto in anni precedenti, il suono della sua nota prolungata e dolente. Ripetei quel gesto più e più volte quell’anno stesso e nei successivi. Non incontrai mai più l’uomo del sax.

Ho riposto il biglietto che accompagnava i guanti nel cassetto della biancheria. Lo tengo come un monito: forse se il mio cuore fosse stato più pronto, forse se non avessi atteso così a lungo, forse… i guanti sarebbero giunti al loro giusto destino. Talvolta lo riapro e lo rileggo.  Sulla busta, senza destinatario, due semplici frasi rituali: Buon Natale e Anno Nuovo. Dentro, dipinto con la bocca da un artista, un cielo stellato di intenso blu, una falce di luna bianca che illumina di identico candore il paesaggio invernale ed innevato in cui svettano pochi abeti, uno solo addobbato, e si intravedono, sotto la coltre, i tetti di poche, piccole abitazioni. Avrebbe voluto essere, il mio dono, una modesta finestra aperta sulla suggestione della fiaba. Dentro, avevo scritto poche parole di dedica, per accompagnare i guanti: “2003. Buon Natale. Grazie per la sua musica. Che il Signore le protegga le mani e continui a farle il dono del suo suono. Elena e Giordano”. Lo avevamo firmato insieme, mia moglie ed io.

Sono passati 10 anni da quell’inverno ed io non li ho mai più indossati e spesso cerco di ricordare se mai vi sia stata qualche improntitudine o indecisione, la memoria talvolta non mi aiuta, nel donare al musicista con il sax i miei guanti di lana bianca. E ancora ascolto nel silenzio del ricordo la sua calda nota, traccia dolente d’un eterno assolo aperto al vento promesso di ogni comunione.

«Una stella incoronata di buio».[5]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio».[3]

«Una stella incoronata di buio».[4]

Il fatto che Benedetta Tobagi abbia scelto di intitolarlo “Una stella incoronata di buio” e di iniziare il libro con i versi di un poeta, Pierluigi Capello, di cui ho letto talvolta, non è stato ai miei occhi fin da subito privo di significato. Un altro indizio per le risposte? Il sentiero di luce si inerpica dunque, anche per Tobagi, nella contemporaneità, lungo le crode del canto, dopo il Novecento, un secolo tragico, e dentro il Duemila, quando inizia il millennio della mistica, secondo Raimondo Panikkar? Inatteso, qui, ma al diapason dell’intesa, nella risonanza interiore, un altro poeta: Paul Celan. Una scoperta che ho fatto presto, ben prima di terminare la lettura del libro: mi è successo sfogliando il volume per consultare le note. E’ stata una rivelazione che mi ha tagliato il fiato: Paul Celan. Un’altra “stella incoronata di buio” del secolo in cui è maturata anche la strage di Brescia? Proprio la sua presenza dirompente nel contesto me lo ha fatto lasciare sullo sfondo durante tutta la lettura, affinché la profonda visione che da sempre sento viva in lui non si sovrapponesse, in questo lacerto di storia che è la storia della strage di Brescia, al limpido scorrere della narrazione.

Benedetta Tobagi ha posto all’alfa ed all’omega della sua opera due poeti: un seme inappuntabile di senso. La strage di Brescia è stata, dunque, una notte della storia (nel deserto?), una delle tante del Novecento? Celan, un viatico di luce, il testimone? “ …Una/ stella/ha forse ancora luce/. Niente,/ niente è perduto.”. Lo cita così, proprio in chiusura del libro: ecco la stella, ancora incoronata di buio. Il buio deserto del Novecento è illuminato dal canto del poeta.

«- Questa frase che hai detto. Potrebbe essere il titolo del tuo libro-». Marianella, la vedova di Gastone Sclavi, scorre i suoi appunti, mentre chiacchieriamo nella penombra di casa sua, […]». Benedetta Tobagi racconta la sua intervista. «– Hai detto “il deserto che è venuto dopo”-, Marianella cerchia più volte le parole con la penna e me le mostra.», prosegue. L’intervistata ha colto una frase che l’autrice ha pronunciato nel corso dell’incontro e l’ha a tal punto colpita da suggerirle di utilizzarla quale eventuale titolo del libro.

«[…] Sì, l’ho detto. L’ho pure scritto, senza accorgermene, sul mio quaderno (il sesto, ormai, da quando ho cominciato questa ricerca).

 Hai ragione, – continua lei, pensierosa. – Dopo è venuto il deserto. Potrebbe davvero essere un titolo,

 Ricorda bene gli anni di Brescia. Anni densi, felici, anche dal punto di vista personale: lei e Gastone hanno due bambini. Marianella ricorda la generosità delle persone, il senso della prospettiva, la bellezza di quella sensazione di stare costruendo il futuro. Tutto sembrava possibile.

 Invece non era vero.

 Sclavi, appena trasferito, torna a Brescia con la moglie per i funerali dei loro amici. Il 1974 marca una cesura netta, non solo nella loro vita e in quella della città. Per il sindacato, nonostante lo strapotere apparente, comincia una lenta inesorabile autolisi. La crisi economica pesa, ma i ritardi culturali saranno fatali. La sinistra istituzionale si avvita su stessa, il Pci si logora nella mediazione tutta politica e istituzionale con la Dc e abbandona a se stessa la pressante domanda di cambiamento che monta sempre più forte dalla società. A Brescia è la bomba a troncare una stagione di speranza. Sul resto del Paese, calerà ad asfissiarla lo sfacelo del terrorismo rosso.».

Quando scrissi «Deserti incanti», il testo in cui per la prima volta dedicai a Paul Celan un’ampia riflessione, non sapevo ancora che anni prima il poeta aveva intitolato “Un canto del deserto” il poetico prologo di un suo libro. Il deserto come categoria ontologica dell’esperienza umana, sempre, sia pure nel contrappunto di una poetica visione che con altrettanta tenacia tenta di ricondurlo al diapason della Luce? Oppure, il deserto come cifra antropologica di un secolo, il Novecento, che ha visto nichilismo prima e secolarismo poi inaridire la vena esistenziale e spirituale, il segno distintivo dell’umano nell’Occidente europeo della Modernità e forse non solo in quello?

L’orizzonte storico temporale sul quale si affaccia e che circoscrive il deserto di cui scrive Benedetta Tobagi sembra ben delineato, e la citazione che ho scelto mi sembra una sintesi efficace ed essenziale al fine di comprenderne sostanza, luogo e tempo.

Eppure, quella citazione, si salda con una tensione ineluttabile in me, ad ogni passo del mio interrogativo spaesamento, davanti alla Storia cui si affaccia la mia piccola storia personale e di nuovo qui nella riflessione stimolata ed indotta da una lettura fortemente evocativa.

Credo che la mia più profonda attrazione verso il libro di Tobagi si ponga qui, nella domanda che questo titolo, mancato, postula. In una sintesi che è anche flessione coerente di un’intera vita, la mia questa volta. Una domanda (le domande?) che mi ha accompagnato e a tratti tormentato durante la lettura, come del resto nel corso della mia intera vita. Il deserto che è venuto dopo, certo. Ma quale deserto? Dopo quando? Dopo chi? Il deserto che noi, tutti, abbiamo attraversato? Il deserto che trovò causa nella storia che ruota intorno alla strage o l’inizio di un deserto di cui la strage potrebbe essere stata effetto? La domanda si apre a ventaglio. Il titolo del libro, certo. Ma quale libro? Questo, che sembra affacciarsi ad un deserto, o un altro libro, che di quel deserto avrebbe potuto dire il nome proprio, narrandone la genesi, la nascita, il lungo ineluttabile svolgimento destinale che affligge una civiltà intera in un transito epocale? Nel pieno di una storia che, se ha trovato negli anni della strage i suoi fondamenti, ha sviluppato in modo esponenziale anche nei successivi un’ampia complicità nella desertificazione. Chi sono, (chi siamo?) i protagonisti, tutti, di tale passaggio epocale?

Mettere lì Celan è un indizio che significa avere consapevolezza del transito. Scrivere un libro intitolato “Il deserto che è venuto dopo”, significa, avrebbe potuto (dovuto?), alzare lo sguardo dalle carte processuali per rivolgerlo soprattutto dentro se stessi. Significa (avrebbe dovuto?) compiere un pellegrinaggio interiore attraverso il volto devastato dell’umano, che la storia del Novecento ci ha consegnato. Significa chiederci se, quanto e come abbiamo contribuito a costruirla. Esplorare l’anima e la coscienza di un Paese alla luce dei tempi. A cominciare dalla propria coscienza e dalla propria anima. Un esercizio spesso caro ai poeti e certamente svolto, nel cuore della notte novecentesca, in modo luminoso da Paul Celan. Che pose il sigillo tragico di un indirizzo senza scampo, al termine di un passaggio sublime nel deserto di questo nostro tempo. Credo che la mia inquietudine e la mia domanda avessero sempre uno sguardo acceso là, lungo la Senna. Dove la Modernità, deserta dell’uomo e desertificata dal cinismo, aveva convocato allo schianto una delle sue più luminose stelle. Incoronata dal buio di un’umanità da tempo cieca a se stessa e sempre più vuota di sè. Redenta, forse per sempre, eternamente ed in eterno, dalla sequela cristica, ma certamente storicamente perduta a se stessa, nel naufragio smemorato di sé e della propria origine che il Nichilismo prima ed il Secolarismo poi hanno cullato. Perché ampio è l’orizzonte del deserto e numerose le sue dune, talvolta fatali all’umano.

 

Note nomadi. [1]

Note nomadi. [1]

Il basso dolce della sua nota struggente. Un ossimoro, lo so, e forse un’eresia musicale. Ma cosa di ortodosso e di lineare ci può essere in una dolente mendicanza? Quale armonia nascosta suscita limpide risonanze in te se l’io che chiede pare arreso a tutto della vita?

Mi sorprendeva ogni volta, sin dalla prima in cui lo udii, anni fa. Mi serrava la gola. Le gambe rese ferme in un’inconcepibile attesa. Allora, scendevo piano lungo il portico, volgevo le spalle al grande magazzino, dal quale talvolta ero appena uscito. Percorrevo a passi lenti il largo marciapiede, fino all’estremità. Lì, mi fermavo. Nell’estasi ipnotica dell’attesa. Di una nuova nota. Che puntualmente giungeva, con pause scandite da chi sa quale metronomo, interiore o divino, non so. E lo vedevo, come la prima volta. Come fosse ogni volta la prima. Stava semi sdraiato in una posizione innaturale e forzata, il grande sax impugnato, una spalla reclinata sul marciapiede, l’altra pronta a sollevarsi per accompagnare lo strumento in un idillio senza scampo, quando la nota, un accento senza tempo, frantumava la frenesia del qui ed ora per ricomporla nell’unità sublime della carità.

Sostavo a lungo in quell’ascolto, in quell’attenta attesa. Tutto svaniva intorno a me. Eravamo soli nel flusso inarrestabile della folla, appena dietro il lato sinistro della Cattedrale. Io, lui, la sua musica, se così la si poteva definire, e la mia anima pronta ad accoglierla per ricomporla nell’unità di un impossibile, perché improbabile, ricordo. Colma sempre di speranza. Che il canto si facesse da un istante all’altro disteso suono, eco di una energia scaturita da chi sa quali profondità a me ignote. Le note seguivano l’una all’altra in una sequenza  atona, lontane tra loro nel tempo e nel ritmo. Eppure ogni volta cercavo il filo di un’armonia che potesse tenerle una all’altra unite in qualche forma plausibile di composizione. Ma erano belle comunque, così solitarie, e disgiunte, così aliene alla moltitudine che passava accanto e all’apparentemente scanzonato paesaggio intorno. Distratto. Nessuno si fermava e l’uomo del sax sembrava non avvertire la presenza di alcuno. Lo avevo sentito una prima volta da lontano, nella primavera dell’anno precedente. La nota, una, la stessa, allora, ripetuta e scandita, mi aveva irresistibilmente convocato all’ascolto. Ero andato alla ricerca della sorgente musicale, che non riuscivo ad intravedere. Finalmente lo avevo scorto. Lo avevo raggiunto. Mi ero fermato poco lontano da lui. Volgeva le spalle. Come sempre lo avrei visto anche le successive volte. Guardava verso il Duomo e, apparentemente, verso i passanti. Un gomito sul marciapiede. Indossava abiti invernali. Credo avessero conosciuto tempi migliori e denunciavano un’origine poco coerente con il destino di quegli istanti condivisi nel mio sguardo. Aveva mani immense e, penso, o almeno a me così pareva, bellissime. Forti, impugnavano il sax con memore maestria. Mi assalì la suggestiva immagine di uno scenario diverso. La nota e quella figura che portava in sé l’eco di una nobiltà incancellabile mi sospinsero verso altri orizzonti. Oltre la quinta del dolore così esposto in quegli istanti arresi ma indomiti, mi apparve in un lacerto di visione il teatro del grande jazz. Al centro, il sassofonista teneva il posto che le note, profonde e così tuttora evocative di una musica alta, le sue mani, la sua persona, lasciavano legittimamente immaginare. O forse solo sognare. Avevo tentato di rivolgergli la parola. Pareva non sentisse nulla. Avevo aggirato la sua postazione musicale per tentare di rendermi più facilmente percepibile ai suoi occhi. Mi ero chinato su di lui. Sembrava non vedere nulla. Era intento alla performance musicale che pareva riassumere nella nota tutta intera la sua vita ed il mondo.

E così avevo fatto per qualche tempo. Fino al giorno in cui mi arresi alla maestà del suo canto e lo ascoltai da lontano. Sostavo sul lato opposto del marciapiede, nel punto mi aveva raggiunto la prima volta una sua nota. Giunto al limite dell’orario che il treno mi concedeva, traversavo la strada, posavo la moneta nella custodia del sax, lo salutavo e me ne andavo. Avevo imparato che non mi avrebbe mai risposto e che non avrebbe mai nemmeno percepito la mia presenza, il mio passaggio. L’energia spirituale è la sola che non ha bisogno dell’apparenza e della sostanza materiale per giungere a compimento.

Una sera della prima estate sapevo che non sarei mai più tornato. Il mio impegno era terminato quel giorno. Sostai più a lungo del solito. Traversai, salutai, posai la moneta e me ne andai. Sentivo la tristezza che pervade il cuore degli amanti nell’ora del congedo.

“Una stella incoronata di buio”.[4]

«Una stella incoronata di buio».[1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio».[3]

Il pomeriggio del 28 Maggio 1980 sedevo sotto una pergola con la persona che sarebbe diventata mia moglie. Eravamo appena scesi dall’autobus, al capolinea, in una frazione cittadina dove era sorto uno dei primi grandi supermercati. Niente a che vedere con gli attuali centri commerciali, anche se si trattava di un complesso di tutto rispetto, soprattutto per gli standard dell’epoca. Avremmo voluto vedere non so più quale elettrodomestico o accessorio per la casa: ci saremmo voluti sposare entro poco e riuscimmo nel nostro intento l’anno successivo. Eravamo in anticipo sull’orario di apertura. Non so perché, quel giorno non avessi ancora comprato il quotidiano. Nell’attesa, raggiunsi un’edicola poco lontana. All’epoca, la rete non esisteva. In compenso, venivano pubblicati alcuni quotidiani del pomeriggio. Fu in prima pagina del più diffuso tra di essi che lessi la notizia dell’uccisione di Walter Tobagi. Tacemmo a lungo, mia moglie ed io, sgomenti. La bella giornata di primavera, carica di promesse condivise da vivere insieme, si era fatta improvvisamente triste. Forse non rinunciammo al nostro impegno presso il centro commerciale. Certo, indugiammo nella lettura. Allora, ero un lettore fedele del Corriere della Sera, lo sono stato per quarant’anni, giornale nel quale Tobagi lavorava dal 1972. Il 20 Aprile di quello stesso anno, poco più di un mese prima, aveva pubblicato un articolo memorabile dal titolo “Non sono samurai invincibili”. E’ un articolo che ho linkato spesso, in questi anni, ogni volta che si è presentata una circostanza propizia.

La mia fragile impalcatura, imbullonata da poco con i ganci istituzionali della professione, era già di nuovo minacciata dalle domande di senso che avrebbero dovuto ispirare il mio impegno, umano e professionale: ed io quanto e come lo avevo seguito nella testimonianza personale?

Il pomeriggio del giorno dopo, solo in redazione, mi giravo tra le mani il tesserino. Da qualche parte, in una delle carpette dell’archivio, conservo uno dei rari testi scritti a mano e mai tradotti in bella copia. Con macchina da scrivere o più tardi in formato digitale. Sono sicuro di averlo conservato, sebbene in un luogo piuttosto remoto, perché in anni recenti l’ho cercato e ritrovato. Senza poi farne nulla. E’ l’inizio o l’abbozzo di una lettera che scrissi piangendo quel pomeriggio, mentre mi interrogavo sul senso dei miei anni, su quale significato avesse la mia piccola esperienza professionale se altri pagavano con la vita la propria volontà di capire e di condividere le verità intuite, se il mio modestissimo profilo di giornalista non fosse troppo fragile ed infine inutile rispetto alla drammaticità della storia dentro la quale ero immerso…Se non fosse stato più dignitoso nella luce della coscienza dei miei giovani anni restituire la tessera, affinché altri più meritevoli di me potessero continuare nel dare testimonianza ed in ciò ristabilire un tessuto civile più degno… Credo che ad un certo punto e dopo tempo la penna fosse caduta da sé. Vittima di tutti i ricordi che il decennio da poco concluso lasciava affiorare: fresco di sconfitte, di marginalità, di rinunce. Ancora una volta tu, e proprio ora. Non sentivo tanto il peso di un compromesso, che non stavo certo subendo, quanto l’incantesimo di un valore alto che non sapevo o non potevo nell’angustia del mio limite anche personale testimoniare in modo umanamente dispiegato. Le dimissioni che diedi, quasi vent’anni dopo, dal giornale, avevano iniziato a lavorarmi il cuore, con la luce della coscienza, già lì. Ora lo so.

Credo che il ricordo di suo padre sia però l’ultimo tra i motivi che potrebbero in qualche modo rispondere alle domande che mi sono posto riguardo alla lettura del libro di Benedetta Tobagi.

Dunque? Ci sono i luoghi, certo, con molti dei quali ho intrattenuto una assidua familiarità, nella città in cui sono nato e fino a 36 anni ho vissuto. Non ne ho amato molto il profilo socio economico e politico, che la stessa Tobagi tratteggia in modo preciso e, per le necessità del contesto narrativo, esaustivo. Certo, non c’è angolo o pietra della città che non mi possa parlare e raccontare una storia in gran parte condivisa. Quando scrive del monumento dedicato a Nicolò Tartaglia matematico e della Chiesa di Santa Maria Calchera, una folla di ricordi m’incalza. Scorrono gran parte delle figure familiari a me più care in quel lacerto di memoria sollevato dalla sua narrazione. Nulla e nessuno, però, che mi riconduca, sul filo di un’esperienza squisitamente personale, in medias res, alla strage, nella traccia di un’esperienza squisitamente personale.

In piazza Loggia del resto, quel 28 maggio, non c’ero. A fine aprile, ero partito per Glorenza, a pochi chilometri dal confine svizzero, dove avrei svolto parte del servizio militare. Però rammento perfettamente cosa successe quel giorno. La notizia ci era comunque giunta. Ricordo lo sgomento, l’ansia che ci prese nell’attesa di saperne qualcosa di più. Fu solo a sera, nell’unico locale del paese, credo, che alcuni di noi poterono vedere. Ci eravamo recati subito là, allo scoccare della libera uscita. Vidi, credo, uno dei pochi telegiornali della mia vita, in quell’occasione ed in quella sede. Non ho mai avuto la televisione, dopo che a 19 anni, sono uscito di casa. Ricordo il silenzio che ci attanagliava, l’impotenza che piano piano saliva in noi, il desiderio di essere una coscienza civile nell’inutilità di quel servizio che all’epoca e sicuramente alcuni fra noi sentivano e vivevano come inconcludenza punitiva. Ricordo alcuni nomi e volti, tra quelli in quei giorni a me più vicini. Forse non erano con me nel locale: le rispettive destinazioni ci avevano già divisi. Che fare? Nulla si sarebbe potuto. Che dire? La riflessione personale si smorzava appena dentro la caserma, non certo l’ambiente ideale per dare libero sfogo alla sete di verità e di giustizia. Una sola cosa posso dire con onestà intellettuale: non so se sarei stato in piazza, quel giorno, trovandomi a Brescia. Non voglio millantare un credito ex post che mi ha disgustato in altri, quando l’ho visto posto in essere con qualche blanda credibilità personale. So che quell’impotenza e quell’assenza hanno sussurrato in me, per anni, come una ferita. I giorni successivi, zaino affardellato, pronti per la marcia di addestramento al campo in adunata, senza nemmeno il conforto delle coscienze più illuminate al mio fianco, le due o tre che pure avevo avuto la gioia ed il bene di incontrare lassù, la fatica altrimenti accettabile mi sembrava un esercizio di stupidità ancor più eloquente di prima e di sempre. Lo ammetto: la mia sete di rispetto per l’istituzione in sé e soprattutto per le persone che ne incarnano il significato nel ruolo, ha conosciuto spesso esitazioni drammatiche. La coscienza politica, se di quello si tratta, matura dentro una risposta di senso. Quando l’insensatezza non riesce ad abbozzare nemmeno l’embrione di una risposta di verità e giustizia, il rispetto, lo ammetto, vacilla. Ero ancora pienamente dentro il decennio infernale della ribellione e forse è stato quel ribollire dell’anima in una memoria evocata ad incollarmi senza sosta alle pagine di Tobagi.

«Una stella incoronata di buio»[5]

La vita e’ un’infanzia meravigliosa.

La vita e’ un’infanzia meravigliosa.

Credesti, un tempo, fosse lallazione, lo stato nascente della lingua e di una civiltà nell’alba di un tempo nuovo. Ora temi sia il balbettio di una creatura morente. Il suo dire frammentato, orfano della memoria, quel miracolo di senso che rende l’unità coesa dell’essere e delle cose tutte. Abiti la “terra del tramonto” (Ernesto Balducci) con la consapevole dignità di chi vive la fine. I colori dell’autunno suonano al diapason di se stessi una nota lancinante. Il furtivo presagio dell’inverno si mostra in un lacerto innevato del silenzio, sull’abisso del nulla. L’albero dai rami secchi nuota nel vento. Solitario. Solipsistico. Eppure sai che la vita nasce, qui, o altrove, la civiltà rivive. Ha nello sguardo l’eco dei millenni e risonanze interiori dei tempi che hai amato. Ancora non conosce la signoria del Tempo. E questa è l’Innocenza che la anima. Lo schianto della parabola novecentesca non ha dato scampo. Il brillio dei sopravvissuti a tutto è un’illusione. Mendace. Tu mendichi l’ascolto in un futuro che non sai, che presagisci e mai vivrai. Il poeta non ha statuti spazio temporali definitivi. E’ una creatura di transito. Forse l’icona, in questo nostro tempo di infinita transizione. La vita è un’infanzia meravigliosa, un presagio dell’adulta Eternità compiuto qui ed ora.

Ieri, ho scritto dopo tempo la prima sequenza di twitt che sento viva di nessi. Non sono spazio temporali. Non vivono del principio di causa ed effetto. Potrebbero persino non scampare al principio  di non contraddizione. In loro ho sentito scorrere rileggendoli tutto il mio piccolo Novecento e l’estasi di tempi mistici che mai vedrò. Qui o altrove. Qui e altrove. Sono stato tra coloro che hanno temuto di andarsene con passo ferito nell’addio. Non ho ceduto mai al risentimento. Non ho coltivato il rimpianto. Ora so con dolorosa consapevolezza che il filo che tiene i tempi è  un accento di Luce. Sono nei pressi dell’Omega.

 

α

Un ermetismo difensivo. Una generosità contratta. Il fallimento dell’umano e la fine della creatività.

L’iperbole retorica dell’ostensione mediatica. La Modernità s’infrange sulle scogliere del nulla privo di fondamenta interiori.

Intanto il tuo tempo ti giace muto dentro. Raccolto nel grembo dell’Infinito e del Silenzio.

Solipsismi a cuore aperto e a mani nude. La fragile apparenza ha sempre sete di acritica appartenenza.

Intanto la Storia narra un’altra bellezza fiorita in terre profonde e lontane dove il profumo ha nuove note. Ancora umane.

La civiltà dei padri sorride garrula. Piena di sé, all’apice dei secoli, siede ilare sull’abisso delle nostre presenti rovine.

Intanto il domani nasce dentro mani innocenti, fra petali feriali, sparsi nella risacca del tempo, con ritmo lento nel passo ferito degli addii.

Ω

 

«Una stella incoronata di buio».[3]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio».[3]

Benedetta Tobagi. E’ il suo primo libro che leggo, ma perdo pochi degli articoli pubblicati sul quotidiano “la Repubblica”. La stimo da lungo tempo. Non vi sono tracce che attestino tale mia valutazione, se non forse qualche piccolo segno, come questo, per esempio, un twitt del 2 Febbraio 2011:

«“…ovunque si sono affermate forme di perversione morale…”. Benedetta Tobagi, intensa e vera. Da leggere. http://tinyurl.com/5vhmmjk».

Ho lasciato sullo sfondo del suo talento personale, che ho apprezzato per qualità della riflessione, il nome di suo padre, Walter Tobagi. Ho fortemente coltivato tale distinguo, come succede sempre per le persone che stimo per la qualità etica che traspare dalla loro testimonianza. Solo durante la lettura di questo libro, forse invitato dalle lievi ma significative contaminazioni autobiografiche che Benedetta Tobagi stessa introduce, mi sono ricordato di una circostanza. Sulla quale sono tornato altre volte, nella vita, ma mai per associazione con lei, che pure leggo da tempo.

Quando suo padre venne ucciso, il 28 Maggio del 1980, avevo 27 anni. Da poco più di due, lavoravo in un mensile editato nella mia città. Ad aprile di quell’anno, dunque da un mese soltanto, avevo ottenuto l’iscrizione all’albo dei giornalisti, pubblicista. L’approdo al giornalismo aveva significato per me la fine di un cammino di auto dissipazione iniziato nel Sessantotto. Il tesserino era il sigillo istituzionale, il segno di una minima ricongiunzione fra il margine esistenziale nel quale mi ero cacciato e che avevo accuratamente coltivato con comportamenti che mi erano valsi numerosi ed aspri scontri con mio padre ed una certa solitudine, anche fisica. Un decennio infernale, anche se non privo di un suo fascino. Un percorso di iniziazione alla ribellione le cui tracce non avrei saputo più cancellare, nemmeno quando i prodromi sembravano del tutto scomparsi sotto il manto di un nuovo percorso esistenziale adulto. Mio padre era un giornalista ed io avevo iniziato, sin dalla prima adolescenza, un efficace cammino di distruzione della sua figura culminato nell’apoteosi legittimante sessantottina: la “contestazione”, globale, ricordo. Ai motivi personali, familiari, affettivi, e psicologici, si erano aggiunti in una miscela esplosiva gli argomenti sociali, sociologici. Allora non ne avevo una così piena coscienza, comunque tale da ascrivere i miei comportamenti ad un preciso orizzonte politico. Certe pulsioni profonde erano inconfessabili persino alla ristretta cerchia di amici più cari e talvolta non sapevo rivelarle nemmeno a me stesso. Lo avrei fatto più tardi, molti anni dopo, in modo lucido, consapevole. Quando non avevo più nessuno dei compagni di allora cui confidare la verità ed i motivi per accamparla in me stesso erano divenuti testimonianza personale.

“Ma perché?”. La domanda, ripetuta con tono accorato, mi era stata rivolta da un amico molto più giovane di me, quasi trent’anni di meno, in un giorno di primavera, verso la fine degli anni Novanta. Unostupore condiviso dagli altri presenti, tutti raccolti in un pugno di anni, cinque. Già, perché? A pranzo ci eravamo allargati come spesso accadeva in un clima di reciproca confidenza e curiosità nei confronti uno della storia dell’altro. Quando mi avevano chiesto qualcosa della mia vicenda professionale, avevo introdotto insieme al canone ribelle anche la sua genesi, che attingeva quella prima, lontana dirompente dissidenza: umana, familiare, professionale, sociale. Di classe, si sarebbe detto negli anni del suo compiersi in me. Anni nei quali vigeva un altro canone aureo: “il personale è politico”.

Già, perché? Ci sono cose che capisci bene e a fondo solo con l’età e a distanza di anni. Sono le stesse che spesso non riesci più a condividere con altri, assai più giovani di te e privi dei fondamentali interiori in grado di sostenere una conoscenza condivisa. Ci sono verità di te che ti confinano in un imbarazzante (doloroso?) solipsismo. Atti, fondamenti etici, verità che nel contesto in cui li vivesti sembravano essere, nella loro calcinante presenza reale, ineluttabili. Irrevocabili esistenzialmente. E che all’improvviso si sciolgono come neve al sole quando cerchi di darne testimonianza davanti ad altri che non ne hanno esperito il senso e che sono privi di quegli accenti che costituiscono le soglie dell’accesso ad una verità condivisa.

Certo, in un Paese alla deriva, saturo di corruzione, di soggetti antropologicamente dotati di una spericolata visione della legittimazione familistica, fideisticamente vocati al culto dei vincenti sempre e comunque purchessia, è sempre stato, anche nel sessantotto, assai difficile tentare la condivisione di una prospettiva ideale, sapida seppure sconfitta, in luogo di un’accurata predilezione dell’interesse di parte, anche quando illegittimo ed insipiente.

Già, perché? In fondo, era la stessa domanda che, con toni diversi e un poco più irritati, mi poneva sempre anche mio padre, davanti ai troppi, inesorabili fallimenti cui mi autocondannavo. Dapprima afflitto da un ribellismo non privo di accenti estremi tipici dell’adolescenza, poi sempre più persuaso da una tensione etica. Che, lo scoprii presto, era ancor più difficile da vivere, priva com’era della sua flessione trasgressiva ed esplicitamente tale, rispetto alla ribellione del giovane che ero stato.

Benedetta Tobagi, nel libro, definisce Manlio Milani “zio”. Il rapporto che lega l’autrice ad una persona che ha perduto nella strage di Brescia la moglie e sicuramente almeno due tra gli amici più cari, è una delle cose più belle che ho scoperto leggendo. Non voglio avvilirlo chiudendolo nel segmento piccolo delle definizioni. Ne scrivo qui, poco dopo avere denunciato la mia impotenza generazionale a condividere una scelta etica, perché in Tobagi e Milani si compie il miracolo opposto. L’incomunicabilità fra generazioni, sfiora la soglia della comunione. Le loro storie pur così lontane fluiscono nel raggio luminoso di una comprensione profonda, oltre gli steccati generazionali che avrebbero potuto dividerli. Camminano insieme davanti alla storia e nella vita. Lo “zio” è il testimone eccellente di un mondo fitto d’ideale, di dolore e di fatica che lei ha conosciuto solo in parte e che in qualche modo, rivela qui e là nelle pagine del libro, sembra rimpiangere. Denunciando la mancanza di alcuni dei caratteri primari e costituivi di quell’esperienza, così intensa e così eticamente tesa ed umanamente bella. Se posso concedermi una licenza interpretativa, solo sfiorando le rispettive biografie, che conosco poco, vorrei dire che il dolore è (può essere) un viatico sublime di comunione. Abbatte muri invalicabili nelle relazioni sapide di chi, invece di chiudersi su se stesso a coltivare rancore, si apre all’altro con speranza e con fiducia, malgrado la ferita violenta della prova lasci sul cuore di chi soffre cicatrici mai per sempre chiuse.

«Una stella incoronata di buio».[4]

«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

Sono stato negli anni della giovinezza ai confini dell’emarginazione. Oggi si direbbe un candidato border line. Dopo essere stato sempre un primo della classe (oltre il Sessantotto, almeno fino al Settanta), mi sono auto confinato nella marginalità sociale, coltivando profili sempre più a rischio. Lo scenario che Tobagi tratteggia non è così lontano dai fondamenti causali di tale parabola. Lì ho iniziato a lottare contro vento (e contro me stesso, prima di tutto: avverso all’io borghese che ero stato educato ad essere e che era ben vivo in me) dopo essere stato a lungo, durante tutta la mia allora ancor breve vita, un prediletto dalla sintassi istituzionale, sociale ed anche scolastica. Non interessa nessuno qui ora indagare i motivi. Preme, a me, per trovare il filo della risposta, dei perché, cogliere l’intersezione esistenziale e di senso fra la Storia, la maiuscola, che è tema della Tobagi, e la mia piccola vicenda personale e feriale, se uno ce n’è. Che cosa di tanto significativo ha non solo lambito la mia coscienza, ma ha al tempo stesso rivoltato la mia piccola autobiografia da rendermi affascinato nella lettura ed inquieto nella riflessione che essa ha suscitato? Eppure ho trascorso gran parte della mia vita a meditare sul rapporto tra la mia origine ed il mio destino, alla Luce di una visione altra rispetto a quella della Storia che mi è passata accanto e della ferialità che sono stato chiamato a vivere.

Già durante la lettura, ho sentito affiorare alcuni indizi, forse secondari, che concorrono però tutti insieme a formulare un tentativo esaustivo di risposta.

L’articolo citato di Gad Lerner. Dopo poche righe, ho capito che avrei comprato e letto il libro. Il testo del giornalista è stato decisivo nell’orientare la mia scelta. Insieme ed ancor più delle parole, lo è stata, però, l’immagine di Arnaldo Trebeschi che piange chino sullo striscione che copre il corpo esanime di suo fratello Alberto, e che ha suscitato in me ancora una volta (quante volte l’ho rivista in questi decenni?) un profondo turbamento e commozione. E’ lui la persona ritratta nella fotografia che illustra l’articolo di Lerner. Fu mio insegnante di Fisica, il primo anno all’ITIS “Castelli”, nel 1967-’68, credo. Non riesco a ricordare invece i motivi per cui ebbi tra i miei insegnanti di Fisica lo stesso Alberto, forse per un breve periodo, in prima. Erano gli anni del preside fascista (proprio quello che cita sia pur fugacemente Tobagi stessa), quello che in una mattina d’autunno del ’67 mi chiamò in presidenza insieme ad altri compagni di altre classi per affidarmi, per meriti, il profitto, maturati nel corso scolastico precedente, l’incarico di capoclasse. Un’investitura solenne e piuttosto impegnativa. Fu uno dei primi profili personali accreditati istituzionalmente dei quali feci strame, a partire da quasi subito, per tentare di liberarmi del me stesso borghese che ero stato e che ancora sopravviveva in me. Avvicinandomi con gli stivali delle sette leghe a quell’abisso di solitudine morale e sociale che non trovò alcuna risposta per un decennio almeno, in quegli anni turbolenti, se non una sempre più vasta e profonda dissipazione (di me stesso). Evidentemente, le limpide (e rarissime) figure istituzionali che incontrai non furono sufficienti a corroborare la fiducia che avevo sempre mantenuto fino a quel tempo in loro (ed in me stesso). O forse, purtroppo, le incontrai solo marginalmente ed unicamente come insegnanti e per brevi intervalli di vita e ciò non fu sufficiente ad arginare la deriva ribelle in cui mi stavo infilando.

«Una stella incoronata di buio».[3]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio». [1]

Non scrivo quasi mai in merito ai libri che leggo. Preferisco che le mie letture decantino e riposino in quella lenta e profonda ruminazione che è la meditazione compiuta nei sintagmi riflessivi della prassi. Nella vita feriale. Nel gesto quotidiano.

In quasi quarant’anni di scrittura pubblicata, ho recensito pochissimi testi. Meno di dieci, credo, azzardando a memoria un’approssimazione che ritengo a prova di smentita, per quel che importa.

Avrei voluto fare un’altra eccezione alla pratica (l’undicesima, forse?), recensendo il libro “Una stella incoronata di buio”, scritto da Benedetta Tobagi (Einaudi, 2013). Decisi che lo avrei letto quando, il 12 Novembre scorso, ne scrisse Gad Lerner.

Pochi giorni dopo, il 21, il libro di Tobagi era nelle mie mani. Ho terminato di leggerlo il 25 mattina. 438 pagine, escluse le “Note e le fonti” ed i “Ringraziamenti”, che pure ho scorso per intero o ampiamente compulsato. Quattro giorni. L’arida contabilità denota una cifra interiore ben più significativa ed eloquente. E’ stata una lettura senza requie, appassionata e travolgente. Come sempre accade quando chi scrive ti avvince alla parola, in un dialogo fitto e senza remissione con il profondo di te, scosso sino alle sue fondamenta.

Devo prima di tutto un grazie a Benedetta Tobagi, che con il suo lavoro mi ha convocato a riflettere su un periodo che fu soglia della mia vita adulta, precisamente la sua origine, che avevo a lungo e dolorosamente metabolizzato. Potrei dire che lo avevo scontato negli anni immediatamente successivi quel decennio, vivendo nel tentativo di riscattarlo. Malgrado non abbia mai evitato di fare i conti, giorno per giorno, con quella memoria, con i suoi strascichi autobiografici che inevitabilmente sono affiorati ed hanno informato anche parte della mia piccola, intera storia personale.

Forse è accaduto che vi sia tanto intensamente tornato perché, con lo stimolo benefico del libro di Tobagi, è vero quel che ha scritto Eliot. “What we call the beginning is often the end/And to make an end is to make a beginning./ The end is where we start […]”. (Thomas S. Eliot, “Quattro quartetti”, Garzanti, 1984, “Ciò che chiamiamo il principio è spesso la fine/ E finire è cominciare./ La fine è là donde partiamo […]”, trad. di Filippo Donini). Ed io credo e sento di avere iniziato il tratto finale del cammino terreno.

Quando ho terminato di leggere il libro, sono rimasto a lungo con alcuni interrogativi aperti. Il primo riguarda me stesso ed i motivi di un tanto intenso e profondo coinvolgimento. Ho capito che recensire il libro avrebbe significato tentare di affrontarli apertamente ed in modo il più possibile esaustivo. Il farlo, però, mi avrebbe portato assai lontano da una tipologia testuale che è per sua natura essenziale. L’ho fatto. Ho assecondato e lasciato accadere un incalzante esame di coscienza aperto a tutto. Ne è nato un testo che non è certamente una recensione. Non saprei come definirlo, in sé, anche se il merito e la genesi mi paiono chiare. E’ nato dal tentativo di individuare e di fermare fin dove mi è stato possibile almeno le domande, se non le risposte, che mi sono nate dentro, leggendo, ricordando, riflettendo. Ed è stato inevitabilmente un confronto critico con il testo, compiuto a partire da un’esperienza personale. Che genere testuale sia quello che è scaturito da tali premesse, non so e non mi importa qui saperlo.

So perché è accaduto. Lo so con la certezza dell’intuizione, con la sublime fissità della memoria che calcina sul fondale dell’esperienza la verità di te. Il giovane che fosti, l’uomo che sei. Ai margini della storia, certo, ma ben vivo sempre nella sua flessione esistenziale. In una coerente declinazione di sè. Potrei dare qualche indizio, nominale, spaziale, temporale. Solo un testo ampio ed approfondito potrebbe tentare di spiegare i tanti perché, che sono all’origine di una così coinvolgente lettura. Dare risposte adeguate a stimoli, successioni, ricorrenze biografiche, soglie interiori.

La narrazione di Benedetta Tobagi ed il suo acume indagatore, la sua sapiente mano di storico, intrisa però di un umanesimo ignoto ad altre più paludate letture, trascina l’io che legge, il mio nel caso, al diapason di una irresistibile risonanza. Ci sono, nel libro, nomi, luoghi, eventi che risultano evocativi con la forza della flessione autobiografica. C’è uno sfondo, storico esistenziale. E c’è un fondale, un’eco interiore, la mia, che sa molto meno di un’accurata ricostruzione storica, ma conosce molto più nell’impeto di una coscienza dolorosamente lucida negli anni della giovinezza irrisolta. Nel transito da una condizione di piccolo borghese a quella del tutto ignota di una qualità sociale imprevista ed imprevedibile, mai fino in fondo a segno nell’infinita transizione che ha coinvolto il nostro Paese in quegli anni, e non solo, e che Benedetta Tobagi delinea nelle sue linee essenziali.

Con folgoranti stilemi di scenario che costruiscono gli assi portanti del Dopoguerra, una prima transizione, dal fascismo alla Democrazia. Gli stessi accenti, identici in un caso almeno, che sono stati vivi spesso nel racconto di mia madre che fu staffetta partigiana. O che sintetizzano nella forma quasi aforistica e però bene a dimora nei panni della storia gli anni della mia giovinezza, a cavallo tra il Sessantotto e l’inizio degli Ottanta. Quando Tobagi sembra tagliare, proprio addosso ad un profilo ribelle ed insieme perduto ed allora piuttosto diffuso, un’icona di senso che pare identica a quella che ho per lunghi anni insieme blandito patito e temuto. Sempre sull’abisso di una qualche rovinosa caduta nei cotés turbati e turbolenti di quegli anni. Un’altra transizione (infinita?) la mia questa volta, nel cuore della storia del Paese.

Potrei iniziare da qui, ritrovare le pagine precise delle due citazioni che riguardano tali passaggi e svolgere intorno ad essi la risposta alla domanda: perché tanto e tale coinvolgimento nella lettura di una Storia che mi ha visto in fondo sempre al margine quando non anche straniero (solo estraneo?)?. Una fra le tante possibili. Perché un libro che suscita in me tante e tali risonanze? L’ipotesi che sia stata la sola e semplice memoria degli anni giovanili andati via per sempre, per quanto essi costituiscano sempre un suggestivo catalizzatore di memoria, non è sufficiente a motivare una risposta.

Quando ho finito, ma più volte durante la lettura ho avuto pause, mi sono ritrovato sospeso su di un interrogativo aperto. Che cosa è stata la mia vita rispetto alla Storia che mi è scorsa accanto? Dov’ero e dove sono stato e dove sono nella scena che Tobagi costruisce con architettura storica esemplare e con talento narrativo di sapida vena umanistica? Perché a sessant’anni, tanti ne ho, e a quaranta e più di distanza dagli eventi, ancora tremo avvinto a certi passaggi ed alcuni nomi mi squarciano la memoria e trasalisco sulla sedia quando altri episodi mi si staccano davanti con il profilo della presenza al reale?

Ci vorrebbe un libro, sì, anche solo per solo tentare di rispondere.

«Una stella incoronata di buio».[2]