L’art est révélation e l’artiste un témoin.

11 anni fa, dal Novembre 2002 al Febbraio 2003, si svolse sul sito Interdisciplines una conferenza virtuale dal titolo “Art et cognition”. Il 28 gennaio, inviai un commento, “L’art est révélation et l’artiste un témoin”. Copia dell’intera discussione è disponibile nell’archivio. Più volte, durante questi anni, ho ripreso il breve testo che pubblico di seguito. Esprime, nella sua essenzialità, la sintesi di una poetica. La mia. Questa sera, il corsivo nato in me in una mattina d’inverno a sigillo di un lungo cammino, torna a casa.

 

L’art est révélation

e l’artiste un témoin.

Je pense que l’art est au niveau plus haut que la communication même: elle est une relation. Une relation qui devient sublime quand on atteint la communion.

Cette relation, ouverte, s’établit entre trois personnes. La première c’est l’artiste avec son intention créative. On ne peut pas ignorer ses intentions. Que ne sont pas toute l’oeuvre, mais une partie de l’ oeuvre même, oui.

La seconde personne c’est celui qui reçoit l’ oeuvre, qui écoute, qui lit, qui regarde, o celui qui vit tout ça au même tempe (synesthésie ?).

La troisième personne c’est l’oeil autre qui ferme (sécularisme des analystes, structuralistes, cognitivistes…) ou ouvre (mystiques, poètes, toutes celui qui se confient à l’intuition) le système de la communication entre le deux.

La relation est alors, dans le signe, révélation.

On ne sait pas, et on ne le saurait jamais, si le système de communication est donnée une fois pour toutes pendant l’histoire. L’oeuvre se tient alors surtout et seulement si la conscience de l’artiste, qui rend l’unité de l’oeuvre réussie, est cohérente avec le sens de ses signes. L’artiste est le seul garant de son signe.

Et c’est pour ça que, il y a quatre ans, en présentant pour la première fois ma poésie à un public inconnu en cherchant la communion, en disant la relation, je me suis permis de titrer la rencontre, quarante ans après Paul Celan: « La poésie ne s’expose plus. Elle s’ostende ». Et c’est pour ça que je pense que l’artiste doit être, aujourd’hui surtout, un témoin. Parce que l’Occident ne va pas plus mourir dans ses mots, dans son coeur poétique, si ses mots mêmes sont vivants dans le coeur du poète. Du témoin.

 

 

 

“Filosofia e poesia”.

“Filosofia e Poesia”

«[…] Perché il poeta non può sapere chi è e neanche cosa cerca. Il filosofo, al­meno, sa ciò che cerca e per questo si autodefinisce filo-sofo. Il poeta, poiché non cerca ma trova, non sa come chiamarsi. Do­vrebbe adottare il nome di ciò che lo possiede, di ciò che lo pren­de colmando la dimora della sua anima, dell’impeto che lo tra­scina. Ma non sarebbe facile, perché solo a volte si sente rapito, indiato; altre volte si sente afferrato, irretito in sogni informi pri­vi perfino di impeto, si sente vivere nella carne quando la carne è ancora opaca e non è stata resa trasparente dalla luce della bellezza. Come potrebbe chiamarsi il poeta? Perso nella luce, erran­te nella bellezza, povero per eccesso, folle per troppa ragione, peccatore in stato di grazia.

Il filosofo cerca sentendosi incompleto e bisognoso di completamento, sentendo che la propria natura è stata alterata e volendo riconquistarla. II poeta nuota nell’abbondanza e nell’eccesso. Forse è proprio questa sovrabbondanza che gli impedisce di scegliere. Vivendo inondato di grazia non può raccogliersi in sé, cercare di essere se stesso e neanche sa di questo “se stesso” che è invece l’ossessione del filosofo. Perso nella ricchezza, cieco nella luce, peccatore in stato di grazia, egli vive secondo la carne e secondo la carità.

Il percorso platonico è ben differente. Se pare sfiorare i bor­di della parola peccato e della parola carità senza cadervi, signifi­ca che non poteva farlo. Questa lieve distanza non attraversata è essenziale per tutta la sua filosofia. Se una simile cosa fosse acca­duta, tutto avrebbe dovuto essere riconsiderato dalla radice.

Se Platone vuole salvare le apparenze, non può rinunciare a salvare l’amore che nasce dalla carne, ma per farlo deve separarlo da questa. Tutta la teoria platonica dell’amore si fonda sul di­stacco dal corpo, inserendo il corpo stesso nel processo della dialettica, della conoscenza che conduce all’essere – all’essere che è e ad essere “io” con ciò che è. Parallelamente alla dialettica, vi è l’ascendere della bellezza. La bellezza ha il privilegio di essere in­teramente visibile. L’essere vero è occulto, l’unità e il bene, il di­vino, non sono visibili. Solo la bellezza ha il privilegio di manife­starsi sensibilmente senza per questo cadere nel non-essere. Si potrebbe dire che essa è l’unica apparenza vera.[…]».

Maria Zambrano, Filosofia e Poesia, a.c. di P. De Luca, Bologna,  Edizioni Pendragon, 2010

 

Bellezza.

Ospitaletto, 11 012000 ore 12.00

  

Bellezza

L’ora è venuta in straziante silenzio

che inchioda il fiore  e lo chiude

al tramonto sulla corolla del suo

sacramento. Forse nell’alba un nuovo

vento apre leggero  il suo petalo bianco.

 

In «Fessura di Silenzio», Brescia, 2001.

Poesia. Mistica.

Poesia. Mistica.

La verticalità non è una qualità del segno, ma uno statuto interiore dell’umano. Creare, significa attingere la Terzietà.

Il passo lento della Storia è assediato dall’urgenza della ferialità. Solo il Divino in noi tiene il punto nella coincidenza dei cammini.

La mistica attinge la verticalità ed ha il passo interiore compassionevole della durata. Il diapason del Tempo.

La parola del canto urge dentro un duraturo silenzio. Il suo metronomo è un fenotipo di sublime solitudine.

La poetica ostesa ascolta l’eco del brusio secolare. Conosce l’obiezione. La sente in sé. La vive. La sconta. Arde in sé.

Il sintagma è svelato. Ora cammina sul tratto del sentiero esposto. La memoria è un tesoro di Luce. La speranza s’affaccia su abissi.

La dolorosa vertigine della testimonianza è un ricordo ed una cicatrice. La poesia di quella solo è viva. Se lo è stata.

Pochi padri il mio tempo interiore. Nessun erede all’orizzonte. Una solitudine impietrita negli anni. Una solarità d’altre epoche. Dentro.

La Grazia accese il fuoco. Il monaco arse nella parola. La vita è stata unità di corpo e di canto.

Gli anni ripiegano lembi di Vita. Il giorno ancora attende. Non c’è resa. Solo pietas e speranza sempre.

Perdono.

Perdono

Chi ha patito un’ingiustizia, soprattutto se vissuta nell’impotenza degli innocenti, sconta il permanere nell’anima di una sorta di doloroso risentimento. Avverte e insieme attende l’incombere di un qualche risarcimento che ritiene dovuto dalla vita a se stessa. Non sono sufficienti il perdono, il balsamo del tempo, l’avvento di un’altra vita, diversa, lontana e perciò essa stessa ricompensa nel suo essere dono. Così può accadere che, pur senza essere lambiti da quel demone irrequieto e diffuso che è l’invidia, quando si incontra qualcuno in cui si rilevano, sia pure nell’estrema lontananza dell’improbabilità, i segni stessi di ciò che noi abbiamo perduto o di ciò che ci è stato ingiustamente tolto, possiamo ritenere responsabile egli stesso di qualche torto. Un transfert immaturo e del tutto immotivato, che viene rimosso dall’anima solo quando essa si offre alla sublime  verità di sentimenti ispirati dalla gratuità:  l’amore o l’amicizia. Il loro avvento riapre la via della comunione e sigilla il compimento della giustizia. La ferita, già rimarginata, scompare in una dissolvenza piena che ne rende invisibile qualsiasi residua traccia.

Lemmi. Meritocrazia.

Una minima traccia, un lemma, forse una scintilla. Nell’estate del 2008, “ilSole24Ore” propose, nel suo dossier Cultura-Tempo libero, “Il gioco dell’estate:i miti d’oggi”. Una distanza estrema separa dall’aura sacra del Mito i miti “poveri” di oggi, quasi assurti a piccoli dogmi nell’immaginario collettivo. I tempi a noi contemporanei scontano l’enfasi secolare che tutto pervade nell’essenza del mondo. Sino alla più riposta fibra della ferialità. Né giova o basta la flessione colta della citazione per mettere ali alla vita inanimata che gode di sé, sebbene di sé non si basti. Lo stereotipo del “mito”, mitico!, né è sintomo e al tempo stesso denuncia. Cartina di tornasole e spia rossa di una riserva interiore abusata a lungo. Non so se il Roland Barthes dei «Miti d’oggi» indulgesse alla flessione ironica, che detta il consapevole disincanto degli innocenti. Non lo posso sapere, poiché, mea culpa!, non ho letto il libro citato. Posso però dire che ho risposto alla proposta del “Sole” animato da una ironica verve . Non ricordo più se una volta sola, con un lemma soltanto, o più volte. Questa sera, quella risposta, Meritocrazia, è un altro piccolo e breve testo che torna a casa.

 

Lemmi. Meritocrazia

La democrazia dei meritevoli anima le intenzioni di tutti i contemporanei. La invocano i corrotti per legittimare i propri abusi. La adombrano i raccomandati. La agitano i rivoluzionari dell’istante per giustificare azioni di “lotta e di governo”. La corteggiano i signori dell’audience per coprire le nude pudende degli ascolti di massa. La maltrattano i parvenu istituendo paradisi di merito offshore. Genitori di pronto soccorso ne tessono le lodi issando asini a modello. Professionisti del copia incolla la posano, foglia di fico su improbabili originalità di replicanti. Alcuni, rari giusti continuano a sognarla come (un giorno) possibile.

Se l’autore muore.

“Se l’autore muore” è uno degli scritti che negli anni ho sparso in rete. Questa sera, nello spirito di quanto mi proposi nel luglio scorso ne La casa dei testi, lo pubblico qui. E’ un commento che, nel 2007, inviai a “ilSole24Ore”in risposta ad post di Anna Detheridge: “Si può fare un’opera d’arte che non sia Arte?”.

 

Se l’autore muore.

Se l’autore muore o la sua identità si discioglie nell’opera collettiva, in che modo i segni, l’opera stessa, potranno ancora parlare di un uomo agli uomini e come potranno gli uomini riconoscere un fratello altro da sé ?


Come potranno i tempi entrare in relazione fra loro nel grembo eterno del Tempo? Quale entità li condurrà lungo la linea del continuum sublime se nessuna coscienza più parlerà loro dello stilema profondo della singolarità, essendo la vita un dono singolare ben oltre il nome ed ogni nominazione? L’unità creativa è una sorgente interiore che genera comunione. L’arte è rivelazione e l’artista un testimone. Essa è relazione (aperta) che diviene sublime quando giunge alla comunione. Ed è viva se lo sono tre entità. La prima, l’artista, con la propria intenzione creativa (l’intuizione pentecostale, il suo ascoltare il Silenzio). La seconda persona è colei che riceve (si apre: ascolta, guarda, legge) l’opera.


La terza persona è l’occhio altro, che chiude (secolarismo) o apre (mistica) il sistema della comunicazione tra le due e verso l’Oltre. Tra la prima e la seconda persona ci potrebbe essere un sottile legame che trova nel Teorema dell’incompletezza di Gödel un possibile punto di intersezione fra il secolo e la mistica. Si può dire che il pensiero positivo, la modernità?, può trovare il varco nella tesi di indimostrabilità di alcune proposizioni dei sistemi formali, a partire dai sistemi stessi. La stessa fessura d’ignoto che unisce il Cielo alla terra nello sguardo dei mistici, l’intuizione dei poeti quando reca nella terra della parola i Cieli del silenzio. Per coloro che credono di credere, il poeta tra loro, la relazione cerca dapprima la comunione, aprendosi, per giungervi, all’occhio terzo, all’eco di Dio, alla voce del Mistero: all’Incompletezza?. Noi non sappiamo, né mai lo sapremo, se il sistema della comunicazione (comunione, nell’arte), un testo, è dato (statuito) una volta per tutte e per sempre nello spazio e nel tempo, stabilmente durante la storia umana. L’artista, il poeta e colui che lo ascolta o lo legge credono però la verità che nell’opera unisce le parole alle cose. L’arte sarà tale, allora, soprattutto e soltanto se lo statuto interiore (la coscienza) dell’artista, il solo che renda l’unità dell’opera riuscita, sarà coerente nell’anima, nel senso, nel segno.


L’artista sarà il solo padre dell’opera così offerta al compimento. Ed è per tale missione interiore che egli dovrebbe essere, sin da oggi ma domani soprattutto, un testimone coerente di sè e del proprio segno. Piccolo o grande non è questione. La soglia etica del poeta si apre nella consapevolezza della vedova che offre tutto l’obolo che le è possibile offrire. E più di quanto sarebbe lecito secondo il (buon?) senso comune.

 

 

Agapé.

Agapé

di Isabelle Pariente-Butterlin

Il linguaggio, come un paesaggio di nebbie, talvolta, dissemina evenienze,   dentro le quali noi siamo sperduti come viaggiatori che sperano nella possibilità del ritorno.

Tra loro, noi sentiamo, noi distinguiamo una voce, una sola, che si stacca dalle altre, senza d’altronde far nulla essa stessa affinché ciò accada, e quasi vorremmo ignorarla o non troppo notarla, come il poco, come il niente che chiede, e rivela, solamente, nel silenzio, la sua pura presenza. Che sentiamo. Con precisione infinita. Che si distingue dalle altre. Involontariamente. Senza causa apparente. Semplicemente perché noi abbiamo, per intuirla, e per coglierla fra le tracce ed i segni che essa diffonde, un senso del tutto particolare. Un’attenzione tutta particolare. Sconosciuta a noi stessi, solo un istante prima. Semplicemente non sapevamo di averla.

Il linguaggio come un paesaggio di nebbia azzurrognola.

Fra le conversazioni che si confondono, come brani musicali, una tra loro risulta per noi chiara ed evidente. C’è, nel gesto dell’amicizia, nell’ospitalità amicale, una quietudine sublime. Le frasi dell’uno all’altro rispondono, gli scoppi di risa dell’uno rispondono all’altro, i sorrisi, i silenzi, e nulla pesa, e nulla di tutto quello che è e che è stato viene gettato, nulla si cancella nel tempo. Nulla. Io ti ritrovo, amico, dopo mesi di silenzio. Dopo mesi di silenzio (senza dubbio perché la vita è assurda, per la maggior parte del tempo) e la quietudine sublime della nostra amicizia, l’evidenza calma del gesto amicale si diffonde con la stessa puntualità dell’ultima volta in cui ci siamo parlati.

La nebbia sfuma i profili, il silenzio copre le voci tra loro lontane, si potrebbe credere che tutto si perda. Ed il cammino segna il distacco.  Si potrebbe credere che tutto si perda.

L’amico ritrovato riassume l’esatto profilo di colui che mai ha cessato di essere. Non ha mai cessato di essere lui, l’amico, al ritmo stesso delle sue scomparse, delle sue riapparizioni nella nebbia azzurrognola dei giorni. Il tempo andato è quasi nulla, se non fosse per un leggerissimo accentuarsi del sorriso all’angolo degli occhi.  Egli ricompare. Sicuramentele le nostre vite non sono condivise, l’amico sa della mia quel che voglio rivelargliene, ed io conosco della sua quel che egli me ne racconta, nulla più, noi non andremo un passo oltre, non c’è fra noi quasi alcuna domanda; io so come egli stesso sa, la versione della vita che egli narra a se stesso, ed egli sa quel che io mi racconto della mia vita, ed entrambe non ambiscono l’intera verità. Abbiamo le vite di cui  noi narriamo a noi stessi. Io noto unicamente che egli tenta di rendermi il racconto che mi faccio della mia un poco più dolce, un tanto più sorridente,  sempre un po’ più sorridente, liberi di ridere dei nostri dolori. Le linee melodiche delle nostre voci si fondono, e si fanno confidenti, sempre un po’.

Nulla più. Noi possiamo nulla l’uno per l’altro,  se non il dono pacificato dell’amicizia, che implica gli altri doni, tutti quelli che noi vorremmo ben ricevere. Nulla più.

Una volta, talvolta, si dovrà trasgredire, raramente, il più raramente possibile e con un’infinità di precauzioni, ed andare un passo più avanti di quel che l’amico accetterebbe, se lo lasciassimo fare, ma sono scelte molto difficili da valutare. Solo l’amicizia che dura da tempo è in grado di accogliere doni di tale natura, radicali ed incomprensibili a chiunque non abbia percorso da se stesso un identico cammino. E poi essa riprende il proprio corso, calmo e pacificato. E ci conduce a comprenderci attraverso il silenzio stesso. Le parole pronunciate avrebbero potuto non esserlo, e che lo siano state è un altro dono. Così, essa si riscopre dentro forme di volta in volta sempre più essenziali. Come se, di un frattale, noi andassimo ad esplorare sequenze tanto minuscole da risultare a malapena percepibili anche alla nostre dita assai sensibili. Dicendoci poco tra noi, comprendiamo di noi ciò che c’è da comprendere. Ciò che noi vogliamo ben far comprendere. Ciò che basta. All’amicizia tutta intera. E a rendere possibili le sue rivelazioni.

Niente di più. Un profilo amico sul mondo. All’improvviso, la sua voce si manifesta all’orecchio, nella cacofonia del mondo, proprio all’orecchio, qualche parola, un messaggio lasciato sulla segreteria telefonica, ed una sua possibile presenza si profila all’improvviso. Tutta intera. Entro qualche giorno, egli sarà là, spingerà la nostra porta, o noi la sua, questa è davvero una precisazione che non ha alcuna importanza, e la corsa mai interrotta dell’amicizia riprenderà, in una conversazione e tra scoppi di risa, ed in silenzi che non spezzano nulla, che nulla può turbare, e che si disegnano intrecciati sulla speculare superficie del mondo.

L’amicizia va così tessendo la sua temporalità e ne avvolge il mondo, come unedera sicura e vivace.

[traduzione dalla Lingua francese  di Giordano Mariani]

Ermetismo mondano.

Ermetismo mondano.

Ora l’ermetismo si inerpica tra le pietre claustrali di una solitudine mondana. Tutto è detto. Tutto è dato. Solo il mistero (laico) è in agguato nei silenzi areligiosi di monaci dallo statuto interiore piegato nella promiscuità con le cose.

L’elevazione, spirituale, e l’astrazione, laica, sono divenuti sentieri impervi ed impraticabili nella modernità.

La solitudine è affollata dall’eco e dal riverbero di infinite disponibilità sedicenti inclusive. Spesso, solo  iniquamente onnivore. Affamate di segni e di anime.

Il sentiero etico viene percorso da figure ieratiche avulse dal principio di realtà o da obsolescenze claudicanti che agitano lo spettro di un moralismo di maniera o esercitano la sublime retorica dell’ipocrisia, della doppiezza, dell’ambiguità eretta a sistema.

Le pause di tempo sono espedienti dilatori. La coscienza fumigante di oltraggi non è all’altezza degli scarti temporali, che chiedono un sintagma interiore vivo, e si illude di avere abolito gli spazi.

La verità si brucia o meglio si consuma in attimi di evidenza. Il futuro è già qui per definizione, il passato è un inutile orpello. Ha già dato. La memoria innerva e rianima esercizi volonterosi di ricordo e spesso anche esibizioni scandalosamente infondate nel sé che si erge a testimone del rimpianto in un qui ed ora della storia che urla la contraddizione palese e patente.

Gli eroi, se ve ne sono, i profeti, i testimoni, vengono assunti quali efficaci esemplari d’antan. La retorica del bel tempo andato è lo strumento più raffinato di pallidi esegeti, afflitti da bulimia comunicativa.

I naufraghi della modernità cercano sempre nuovi approdi. Prossimi o remoti. Non importa. La terra sicura ed asciutta di un altrove storico degno del passato rimane però una promessa insoddisfatta. Vivere con pienezza ha ceduto il passo ad una sopravvivenza svuotata di tutto. La koiné dei tempi non perdona. Gli scampoli di coraggio e le nicchie estreme in cui l’etica sopravvive a se stessa in una declinazione all’altezza del sublime che fu, sono viatico per sicure derive. Verso quali approdi epocali non è dato qui ed ora sapere.

I due paradigmi sfacciatamente vincenti, dichiaratamente e conclamatamente con compiacente plauso da masse cosmiche fino all’altro ieri, si sono date alla macchia. Velocità e finanza, ampiamente sostenute dalla droga ancillare di una tecnologia estemporanea, onnipervasiva e spesso decorativa nella sua vocazione istantanea, hanno finto il passo indietro. Si sono opportunamente defilate per cedere il passo alla narrazione di una plastica evidenza: la dittatura della finanza e del mercato non ha fatto prigionieri. E continua a non farne. Agendo nel buio ed al coperto di tanta retorica salvifica, diversamente da quanto accadeva prima nel bel mezzo di una marcia trionfale durata qualche decennio. Almeno a partire dalla meta degli anni Ottanta del secolo scorso.

Cantico degli addii.

Cantico degli addii.

Giunco flesso nel vento dei tempi.

La cima sfiora gli anni, tesa in avanti.

Rimani tu, stella eterna di sogni e di canti.

 

Sulla nuda croda dei viventi.

Solitaria, tu, parola, sussurri

il vento di speranza viva degli istanti.

 

Sollevi piano la mano dalla vita.

I volti amanti. Le care cose. E senti

intanto come tutto lentamente e dolce

nel silenzio muore.

 

L’inverno dei sogni flette la tua parola,

dentro. L’eterno assedia il suo presente.

Le mani poste sulle nude soglie,

quasi al Cielo giunte.