Canti dal margine [Preghiere di frontiera]/5

Canti dal margine[preghiere di frontiera]/5 

1.

Resisti ignoto ai margini dei tempi.

Nel cuore ardente di sommessi canti.

A nulla opponi parole mute, rapite

2.

al dolce oscuro incanto del Silenzio.

Stai vivo dentro e taci. Con passo lieve

sali, la dura pietra dei confini,

l’epica soglia di chi muore al senso.

3.

Guardi la stella accesa che si spegne

ora che l’alba incalza. In quale terra

sconosciuta nasce risorta la parola

amante dettata al sole del tuo giorno

4.

andato? In quale prato mai fiorisce

l’ora e quale volto fra i tanti incontri

tra la folla mossa al passo della Vita? 

5.

Lo so, sei andata. Mite compagna

nella stretta del dolore, piano

hai lasciata la mia mano, e lenta

hai sognato sola il Sogno che non muore.

  

 

Poetica digitale. [Be open, be free].

Poetica digitale. [Be open, be free].

di Carlo Todeschini

L’informatica è da sempre l’ambito che più mi appassiona, dapprima per puro interesse, poi come materia di studio e infine come attività lavorativa. L’ho vissuta come una continua evoluzione nella quale identificarmi, cercando di capirla e, a volte, di governarla. All’inizio era materia di interesse per soli addetti ai lavori, mentre ora coinvolge trasversalmente l’intera società: il mondo produttivo, il modo di fare arte e cultura, i percorsi formativi, fino ad arrivare alle esperienze di socializzazione.

Il mio cammino nella storia dell’informatica è partito negli anni ’80 e dura tuttora; ho avuto la sensazione di avere attraversato diverse fasi che si sono susseguite in una continua rivoluzione: l’avvento dell’hardware a basso costo, lo sviluppo del software e delle sue applicazioni, la diffusione di Internet ed infine i nuovi servizi in cloud. Tra queste, ne sono profondamente convinto, la fase più importante è quella relativa all’utilizzo del software: uno strumento (ma anche molto altro…) che ha definitivamente cambiato il mondo.

Negli anni ’80, i componenti elettronici, i microchip, cominciarono ad essere accessibili economicamente e permisero la costruzione dei primi calcolatori elettronici ad uso personale: i PC. Nacquero allora nel mondo case produttrici di personal computer, Commodore, Atari, Sinclair e Apple, in grado di lanciare sul mercato PC alla portata di tutte le tasche, ben diversi dagli attuali computer, ma già dotati di schermi a colori, mouse e stampanti. Fu un successo inatteso. IBM, che proveniva dal mondo dei grandi calcolatori realizzati per centri di ricerca ed importanti aziende, cercò di non perdere quell’occasione e lanciò sul mercato il primo personal computer per ufficio, dotato di un sistema operativo realizzato da Microsoft. Il PC IBM, meno costoso, entrò così in tutti gli uffici, le scuole, le case. Quella soluzione consolidò uno standard per l’hardware che consentì ad altri produttori di creare personal computer compatibili tra loro, sia a livello di interfacce e di collegamenti fisici, sia a livello di applicazioni software. Il PC diventò, verso la fine degli anni ’80, la piattaforma hardware di riferimento: standard, modulare, diffusa ed economica.

Quelle furono le premesse che prepararono la diffusione dei linguaggi di programmazione, delle teorie e delle tecniche per la realizzazione di applicativi software. Per me fu un segnale importante e netto: il focus non era più sull’hardware (più o meno potente o costoso e comunque difficile da modificare o adattare alle proprie esigenze), ma piuttosto sulle funzionalità che potevano essere attivate sui PC grazie alla potenza dei linguaggi di programmazione.

Realizzare un programma è, per me, una forma d’arte. Significa avere davanti una tela bianca da riempire in mille modi, con tecniche e risultati diversi. Non mi riferisco qui all’arte intensa in senso convenzionale. Credo, e questo intendo sostenere, che il pensiero matematico e tecnico sprigioni tutta la sua particolare capacità creativa nel realizzare strumenti che adottano i metodi di pensiero, i quali sono la base della creatività umana. Il primo, quasi inconsapevole, ad avere la “visione” creativa di altre realtà possibili, fu il brillante matematico inglese Alan Turing (la sua storia, professionale e personale, è raccontata bene da Carlo Gubitosa in “Hacker scienziati pionieri”). A metà degli anni ’30, Turing ipotizzò la costruzione di una macchina “universale” in grado di imitare il comportamento di tante altre macchine diverse. Il suo sembrò solo un puro esercizio teorico: pensare ad un insieme di simboli che, combinati in modo diverso tra loro ed immessi in una “macchina universale”, potessero dare forma a strumenti diversi. Invece i simboli sono diventati i linguaggi di programmazione ed i computer gli strumenti per combinarli in modo da ottenere sempre risultati differenti. Un po’ come pensare di smontare una macchina da scrivere e riutilizzare i componenti per costruire una radio; sembra assurdo, eppure oggi è normale servirsi di un personal computer indifferentemente per scrivere testi o ascoltare musica!

Mi sento un creativo, in sintonia con la visione di Turing, ho la necessità di ipotizzare la nascita di sempre nuovi strumenti che facilitino ed ottimizzino la mia vita. Il punto di partenza è stato quello di capire come le cose funzionano: io sono stato il classico bambino che ha smontato ogni cosa, per capirne ed insieme carpirne il meccanismo. Questo ha fatto di me un hacker. Certo, sono stato aiutato da mio padre, che ha condiviso con me la passione per il “fai da te”. Insieme a lui ho progettato, smontato e ricostruito. Ciò, però, non mi è bastato. Sarei potuto diventare un meccanico o un elettricista, ma con l’avvento del software ho scoperto la mia dimensione creativa: quello, ho deciso, sarebbe stato il materiale su cui io avrei voluto lavorare, perché privo di limitazioni fisiche. Puro pensiero, creatività, libertà assoluta di progetto: una visione che non rimane speculativa, ma che ha una ricaduta pratica nella vita quotidiana.

Il mio primo computer, Texas Instruments TI994A, è stato la mia folgorazione, la luce, la scintilla che mi ha fatto capire cosa volevo essere: un informatico. A rafforzare questa mia convinzione è stato, sul finire degli anni ’80, l’incontro, nelle pause tra una lezione e l’altra in università, con compagni appassionati al modo di pensare informatico come me. La nascita del gruppo “smanetta” è stata la conseguenza di quell’incontro. Ci si trovava ogni venerdì a casa di qualcuno dei componenti e si discuteva, si leggeva, si ipotizzava, si speculava su un software esistente, se ne costruivano di nuovi che venivano sottoposti al giudizio degli altri componenti. Quei momenti hanno dato linfa vitale al mio percorso universitario e personale.

In quegli anni era in corso un profondo cambiamento nel mondo informatico: nascevano le grandi software house con un modello di vendita proprietario basato sulle licenze d’uso, come ad esempio Microsoft e Apple, mentre il nostro gruppo creava software gratuito per il sistema Amiga: si trattava di programmi distribuiti inizialmente con lo scambio dei dischetti, poi, con l’avvento di Internet, via rete.

Noi “smanetta” scoprimmo che nelle università americane si stava diffondendo una nuova filosofia: il free software. Ci sembrò naturale utilizzare quella tipologia di software, poiché ci consentiva di “smontarlo” e di modificarlo a piacere. Ciò per noi significava condivisione di pensiero con il creatore del programma, quindi conoscenza di nuove possibilità. In quell’ottica decidemmo di invitare Richard Stallman, padre del concetto di “copyleft”, fondatore della Free Software Foundation, ad un convegno che organizzavamo allora ogni anno a Milano. Quell’evento favorì il superamento del concetto del software gratuito a favore di un modello più ampio: il free software. Il termine free può significare gratuito, ma nell’ottica di Stallman è inteso come libero.

Venne creata una licenza con quattro punti fondamentali:

·      la libertà di utilizzare un applicativo senza vincoli e per qualsiasi scopo;

·      la libertà di studiare il programma e di modificarlo;

·      la libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo;

·      la libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

Il discorso di Stallman incantò una platea di alcune centinaia di appassionati di informatica. Furono due ore, tanto durò il suo intervento, che, a giudicare dalla quantità di applausi ricevuti, lasciarono un segno indelebile in ognuno di noi. Concetti così profondamente e squisitamente tecnologici furono resi espliciti in modo talmente semplice da sembrare quasi ovvi. La sua dialettica, la sua personalità e la sua creazione produssero in me una vera e propria rivoluzione. Quattro semplici regole per poter continuare a scrivere e realizzare software, a guadagnarci il giusto e, incredibile dictu, contribuire a migliorare il mondo. Tutto quadrava. Tutto aveva senso. Tutto aveva una propria etica.

Il free software non avrebbe però potuto diffondersi senza la rete Internet, nello stesso modo in cui la rete Internet, come la conosciamo oggi, non sarebbe potuta esistere senza il free software. Tutto è partito dalle università che hanno modificato il concetto di rete, ereditato da un progetto militare, e lo hanno diffuso in tutto il mondo anche in nome di quella libertà voluta e sostenuta dal movimento di Stallman.

Mentre nel mondo si diffondeva l’uso di Internet, io nel mio piccolo ne volevo fare parte con un ruolo non da spettatore, ma di creatore. Mi sono così dedicato alle reti civiche. Elemento determinante per la messa in rete di quel progetto è stato l’utilizzo di Linux, un sistema operativo nato dall’unione del software libero e di Internet. Linux è la dimostrazione dell’effettiva efficacia, nel mondo informatico, dell’idea di Stallman: uno studente finlandese, Linus Torvalds, diffuse in rete una prima versione di sistema operativo che, con il contributo di altri programmatori sparsi in tutto il mondo, creò il più complesso progetto di sviluppo collaborativo aperto a qualsiasi adattamento e utilizzo. Quello fu il primo esempio di sinergia creativa promossa dalla potenza della rete: connettere le conoscenze e le competenze mondiali su un unico progetto senza nessun tipo di spostamento fisico.

In quello stesso spirito di condivisione, creai la Rete Civica di Cremona, in collaborazione con il Politecnico di Milano, il cui scopo era quello di erogare servizi telematici alla cittadinanza, facilitare la comunicazione con l’uso delle e-mail, la condivisione dei dati e la cooperazione fra le diverse istituzioni territoriali. Quell’ esperienza ha rafforzato in me la consapevolezza che si potesse creare una software house con un modello di business basato sul software libero, dunque la possibilità di produrre soluzioni software su misura per il cliente. Metarete, la mia società IT, potrebbe essere vista come un laboratorio che crea soluzioni adatte all’utente ed alle sue necessità. Credo che questo sia l’obiettivo dell’informatica: rendere la vita più semplice a chi usa il PC. L’immediatezza dell’interfaccia, l’icona giusta al posto giusto, è creata da un lavoro di condivisione di idee fra noi, informatici, e i clienti. Solo grazie al free software noi siamo in grado di creare una soluzione o di adattare una piattaforma complessa già esistente, preservando la libertà del cliente di potere, domani, modificare ed ampliare il prodotto, salvaguardandone l’investimento.

Io credo nel concetto estremamente democratico di poter modificare ogni aspetto del funzionamento di un PC, degli applicativi software che utilizzo quotidianamente. Anche qualora non ne avessi le competenze oggi, importante è per me sapere di avere sempre questa possibilità in futuro. Visto che con il software tutto ciò è possibile, perché rinunciarvi? Perché accontentarsi di un PC solo in virtù  (?) del fatto che è esteticamente accattivante? O preferirlo unicamente per il suo esser di moda, anche se poi risulta essere completamente chiuso a qualsiasi adattamento? Perché rinunciare ad importanti libertà garantite dal free software, come quelle per me non secondarie di capire come vengono gestiti i miei dati o come vengono trasmesse le mie informazioni in rete?  

Credo nell’intrinseco carattere ecologico  dello strumento informatico, nel suo essere fonte di risparmio energetico. Il potersi, per esempio, collegare  con il resto del mondo senza muoversi d’un passo. Oppure, il saper trasformare il proprio apparecchio televisivo in un contenitore di programmi veramente scelti da sè. Creando un palinsesto personale e selettivo, non preconfezionato da un network televisivo. Queste sono alcune tra le esperienze che ho potuto condurre personalmente.  Sono nate da letture sui blog, da notti insonni, da discussioni sui forum. Il mio lavoro ha ora ridotto significativamente  tali miei slanci creativi. Si devono spesso rispettare condizioni economiche e temporali piuttosto vincolanti, che limitano la libertà di realizzare tutte le potenzialità insite in un software.

Eppure, rimango e  sempre sarò uno “smanetta”. Non smetterò mai di aprire, conoscere, modificare ogni scatola che vedo,  soprattutto se digitale e quando si rischia di invalidarne la garanzia.

 

“Sono convinto che l’informatica abbia molto in comune con la fisica. Entrambe si occupano di come funziona il mondo a un livello abbastanza fondamentale. La differenza, naturalmente, è che mentre in fisica devi capire come è fatto il mondo, in informatica sei tu a crearlo. Dentro i confini del computer, sei tu il creatore. Controlli – almeno potenzialmente – tutto ciò che vi succede. Se sei abbastanza bravo, puoi essere un dio. Su piccola scala.”Linus Torvalds

 

Alle sorgenti del link.

Alle sorgenti del link.

Mi ha sempre affascinato la tecnologia. La sua sintassi pragmatica, ispirata alla ferma cosalità dell’oggetto in sé. Dello strumento. Del mezzo, infine. Dalla pratica artigiana elementare, fino alla sua sublimazione in una forma che dell’arte è sorella, più che ancella. Credo che possa essere fatale all’umano ignorarla. O relegarla con sufficienza o peggio sprezzo al limbo di una pratica ancillare sempre in attesa di legittimazione. Da parte, naturalmente, dei soli presunti detentori del potere, i teorici.

Credo che la tecnica sia essa stessa linguaggio, una sublimazione della prassi. Ogni prassi è debitrice di una sintassi teorica, per quanto nascosta, ed ogni teoria cela una sinopia pragmatica, nel suo farsi.

Perciò, quando ho sentito soffiare forte il vento della tecnologia informatica, fin dai primi anni Novanta, più che il timore per una minaccia alla mia professionalità giornalistica, mi ha animato la curiosità, tutta umana e non di rado anche poetica, verso quell’autentico stato nascente.

Ho scritto spesso, con accenti diversi ed in ambiti diversi, di tale relazione, per me essenziale, tra mezzi e contenuti. Tra La Vita. La Rete. Il Canto. Ho lasciato alcune tracce di un più vasto ed approfondito cammino, Qualche pensiero nomade…dal piombo fuso al bit.

Credo che vi sia, vi possa essere (vi debba?) un profondo allineamento interiore nello svolgimento di un cammino condiviso. Sia nella stabilità di una tradizione data, sia nell’evoluzione (nella rivoluzione?) di una prassi che attinge sintassi ignote al presente e respira il vento consapevole di qualche profezia.

Sono stato a lungo accanto al bancone della tipografia, negli anni giovani del giornalismo di scuola, e tradizionale, perché la luce fulminante di una intuizione nel dare il titolo al compositore a mano, non mi è sembrata mai tanto lontana dalla poesia che scrivevo allora di notte, nei ritagli di mondo. Fermo sulla corsia d’emergenza in autostrada, lungo una sterrata in viaggio, seduto in treno o in pullman nella precarietà di una circostanza sempre minacciata dalla presenza al reale. Insieme ed al tempo stesso spesso solo, nel mondo.

Così mi è sembrato naturale, di una naturalezza talvolta problematica, se non drammatica, andare incontro a cuore e a viso aperti a quest’altra laboriosa e diversa sintassi creativa sul cui sentiero avrei posato le parola della scrittura. L’informatica, direi, in una parola sola. In un cammino condiviso.

Sono stato fortunato, nella temperie della interminabile disoccupazione, dapprima scelta con le dimissioni, e poi riscelta e di volta in volta o subita o scelta di nuovo per anni. In un interminabile transito durante il quale ho sempre ritenuto più importante condividere e capire, piuttosto che sopravvivere in un mondo al tramonto. A duro prezzo, certo, perché la vita è bellissima e terribile e non è dato l’uno, il terribile, senza l’altra, la bellissima (e viceversa).

Mentre cercavo di costruire tale profilo professionale condiviso, per me nuovo ed ignoto, ho incontrato quasi subito, dopo tre anni di accidentate marce fra le sorti magnifiche e progressive della sintassi digitale, il Tode, Carlo Todeschini.

Quando ho iniziato Agapé, quest’avventura dello spirito nel Convivio, ho pensato inevitabilmente a lui. Anche a lui. E gli ho chiesto se si sentisse di scrivere qui, con particolare riferimento a due temi essenziali ed ispiratori del suo impegno, e non solo in termini squisitamente professionali: gratuità e libertà.

Realizzare un programma è per me una forma d’arte”, scrive.  “Aprire la scatola digitale per capirne e carpirne segreti”, conoscenza, infine, non è per lui un semplice slogan o uno sterile artificio retorico. E’ uno stile di vita assunto e declinato in un profilo professionale che ha fatto dell’avvento del digitale una missione. Così che camminare insieme nella costruzione di senso e di sentieri condivisi possa significare una suggestiva esperienza di sapore umanista. Un convivio. L’agapé vissuta con altri mezzi ma con identici statuti interiori.

Perché Tode è sempre stato soprattutto e primariamente un ricercatore, uno sperimentatore ed il suo universo di riferimento è quello dei linguaggi. La cui flessione speculativa, più che economica, è di natura filosofica. Ha una fortuna (o una dote): riesce ad assumere in dosi omeopatiche e non letali anche alcune istanze di quel mondo che si muove tra economia, immagine e comunicazione, e questo gli permette di stare nei panni dell’account. Ma la vena poetica del nerd che fu, è sempre in agguato e prima o poi affiora.

 

Canti dal margine [Preghiere di frontiera]4

Canti dal margine [preghiere di frontiera]4

1.

Brusio d’un nuovo Tempo. L’alba

nel rivo silente fiorisce

al ciglio d’un altro canto. Giace

2.

la notte, finisce e geme, dentro

coltri di morenti brume. L’anima

tace, una luce freme, prega

3.

e s’accende, la coscienza sale.

L’orizzonte si perde, l’uomo solo

risplende e la vita sorge, nuda

4.

alla traccia, al presente ignota.

Tu vai, casta speranza sconosciuta,

nell’ora senza inverno e il seme

trema mentre incalza viva la storia.

E’primavera,sotto la neve, ancora.

Canti dal margine [Preghiere di frontiera] 3

Canti dal margine[preghiere di frontiera]3

1.

Quali lunghi, solitari sentieri

di polvere bianca la voce del canto

precorre nel casto silenzio di un tempo

che è ignoto al presente? Eppure

2.

il tuo dolce naufragio nell’ora furente

del tempo moderno fu lungo presagio

all’inferno dolente che ancora dimora

nel cuore randagio dell’uomo morente.

3.

E’ fiso nell’imo del mondo lo sguardo

del chiaro poeta. Che importa se duole

la voce sua sola confitta nell’ora

in cui giace e contempla sublime

     nel canto la vita che ignota già nasce?

 

Non avere paura, poeta. [L’identità di sé].

Non avere paura, Poeta. [l’identità di sé].

Lunghe apnee di Silenzio. Solo il respiro di Dio, sommesso, alita nel canto. Al ritmo di un tempo infinito ed immenso. Solitario e solo, il destino del segno e della parola. L’anima indugia e riposa. Tu dici allora che l’io ed il mondo sono una cosa sola. Eppure nessun compagno si incammina con te, in quella dolce e deserta ora. Ed è giusto sia. Tu ti attardi nel tempo, distendi l’orizzonte all’infinito. Solo così la cosa prende nella mente e nel cuore il suo pieno profilo, dice il suo senso.

Ti seduce la casta nominazione, la rivelazione della cosa nel nome. Tu vedi la nuda cosa rivelarsi nel tuo sguardo innocente, o poeta. La sua forma farsi presente all’occhio interiore. Il dio del nulla che abita il secolo, la contemporaneità dei moderni, ti ha cacciato dal suo paradiso onnipervasivo. Sei straniero alla terra. La tua è quella di nessuno. Sei in esilio dal suo confortevole paradigma. Il cielo in cui il bene è divenuto per lievi ed inesorabili scarti di senso benessere. Sei nessuno, senza nemmeno la consolazione del paradigma degli ulissidi. Uno stratagemma che il tuo io persuaso non vuole abitare sin dall’origine. Il mantello sacro dei retori, il loro cavallo in legno, con cui espugnare le coscienza dell’Occidente. La terra dei padri, come una Troia contemporanea, al ferro ed al fuoco dei metalli metafisici. La finanza. Il teatro in armi, il mercato. I feroci conquistatori, paladini del consumo e delle sofisticate iperboli finanziarie. Metafore perfette della contemporaneità.

L’intuizione verrà poi. Sarà grazia ed insieme ineluttabile dono dell’esperienza. Il sé coerente diverrà il testimone. La parola e la cosa, aperta alla terzietà della relazione. Dal tuo minuscolo pertugio di luce. Abitato da una divinità silente il cui fiato ti giunge da una Fessura. La tua coscienza sarà un accento lieve di canto.

Sulle pianure gelate da anni di corruzione fiorirà non visto il senso. Una corolla semplice, a margine dei campi, lungo rivi incolti. L’asperità del rito come una religio. Fra terra e cielo. Fra te, il Cielo, la Terra. Un petalo d’infinità e d’eternità nel canto.

L’Innocenza ti ride nel cuore e fa chiaro il volto. Non avere, o poeta, paura. La tua ombra è calcinata sul muro dei tempi dal fuoco barbaro della consumazione di ogni esoterismo della prassi. Non temere, il tuo cuore è vivo e la sua luce ardente è più intensa della fiamma che ha riarso memoria e speranza. Bruciate insieme nel crogiolo in cui gli apprendisti stregoni dell’ego hanno buttato i metalli. L’Oro della parola attinge altre sorgenti e non si spegne e non distrugge. La sua fiamma è povera nell’essoterismo dei giorni. Sublime e luminosa sull’orizzonte degli infiniti e degli eterni. La sua pietra focaia è l’Essente.

Tu stai in un silenzio di neve, lontano da orme risapute ed al riparo dalle fiere. Il fuoco sacro non si estingue e la sua fiamma distingue.

La pianura respira. Non è giunta se mai sarà la sua ora.

E tu sei in lei, nel suo grembo ancora fertile di domani, Parola intatta ed innocente.

La mano tesa al tuo sussurro non ha forse ancora volto o si accomoda dolcemente accolta dai rari.

Il suo destino è stato ed è a lungo fuori. Nella tempesta di vento e di silenzio che hai traversato. Al riparo da presagi oscuri.

Sotto la neve bianca solo.

Ora il tuo tempo ha incontrato il suo eterno volo.

Non avere paura poeta.

Vai, nella tua nuda e solitaria parola.

Vai ed ancora e per sempre, nel Silenzio di un Dio senza modernità e senza nome, vola.

***

Il contesto è [anche? Solo?] sfondo di relazione, sempre. Ancor più lo è lungo i pellegrinaggi che hanno sete di Assoluto. I tuoi, per esempio, poeta. I vostri, monaci e mistici. Tutti prossimi, come nell’ontologia dell’umano, alle soglie del Mistero. Qualunque fosse il suo nome. L’essenza del suo essere [Essere? Sì], tale. Tu ne senti vibrare nel segno l’eco. La vena malinconica del dolorosissimo transito, muta la tua parola, eco interiore di te, al mutare della scena. E non è identico l’orizzonte del senso se l’afflato stempera Bellezza come un distillato di prossimità al virgulto dell’Innocenza o è la rapinosa idiozia di un barbaro dedito al furto di sogni con destrezza. Il tuo dolore, poeta, è. Ed è qualcosa nel Qualcosa. Anche l’idioma laico [ma non necessariamente tale] del romanticismo non è un accento di maniera su vite rovinosamente perse. Se vibra, l’eco, e quando vibra, intona magnificat ed incipit stremati alle soglie del turbamento. Tu che mi leggi, angelo dell’ascolto, lo senti. Lo so. Lo sentirai. Altrimenti è altro. Altro da me che fui. Altro da te, poeta. Altro dalla parola.

Il distillato della vita. Di una vita. La mia. Sono cose che si possono dire [confidare?] dopo averle per una vita intera confidate [scritte?].

Gli scherani verranno a prenderti una volta ancora [ancora una volta?] nei pressi dell’ultimo, estremo confine. Il dolce limite della mia sera. Cosa potranno offrire mai [più] le mie nude mani, le stesse [nell’identica nudità] della mia giovinezza, che già non hanno dato [detto?]?

Tu stai [ancora di nuovo?] rannicchiato nella tua parola, poeta. Non più come lo fosti nell’origine innocente, alle sorgenti [in grembo alla lingua madre?]. Ti disponi così con flessione senile. E come gli occhi dell’infanzia lambivano il futuro con inenarrabile curiosità di destini, così la fessura dei tuoi occhi è ora accesa di un passato memorabile che infuoca lo sguardo. Nostalgia e speranza, sorelle omozigoti anch’esse, abitano la tua anima. Insieme e contemporaneamente. In esse sei tu che vive, uomo e poeta, identico a te stesso da un’Eternità indicibile che forse nemmeno tu sai.

Perché la relazione tra l’io osteso nella parola ed i tempi è quasi del tutto consumata e la prossimità della Soglia convoca l’abisso di te alla Sua Luce. Sei quasi giunto e come Simeone nel suo canto inizi a pronunciare il tuo “ed ora lascia…”. Lo fai da tempo con animo persuaso.

Il vento dei giorni ti scuote ed è ancor bello il sole delle aurore. Lo è più il mare che hai amato ed il suo segno d’immensità, un irrequieto stigma d’onde, ancora ti chiama talvolta. Ma tu poeta t’incammini a spalle mute e cieche all’orizzonte, mentre vai verso l’estremo nonsodove. E la risacca che t’insegue ha note di nostalgia e di lieve incantesimo mentre narra la favola bella del tempo che fu e che sarà. Mentre tu intoni un canto a labbra mute ed il suo ritmo tende la corda del Silenzio fino all’abisso dell’ascolto. Mentre tu inizi il tuo ritorno. L’Eterno.

Démos [sine cràtos].

démos [sine cràtos]

Si recita a soggetto. Ognuno/
ha il suo spezzone di diritto./
Un ego compulsivo segna tratti,/
segmenti d’esistenze parallele/
non tese all’infinito, ma all’ombelico/
arrese. Prigione d’impazienze/
è la tua vita, o uomo senza ascolto./
 
Sei solo, in grembo ad una folla solitaria./
Invochi nudo il ruolo in voce senza/
senso. Sei morto dentro, vanesio/
abbarbicato all’edera dei media,/
che narra e insieme vela il mondo,/
nascosto all’imo del tuo volto vero./
Una tragedia. Nella parola muta,/
a specchio del tuo nulla prendi il volo.

Canti dal margine [Preghiere di frontiera] 2

Canti dal margine[preghiere di frontiera]2

1.

L’inconsolabile ferita, aperta

nel sole dolce dell’aurora.

Tutto, nel tuo profondo dura.

La luce dell’abisso, muta, rischiara.

2.

Il sacro tempo nell’ora della pietra

spegne l’ira. Il fiore lemma di perdono.

Il rito canta, intona a rara voce.

3.

L’erba sta verde e flessa sotto presagi

di futuro. Il cuore preme l’orizzonte.

Leggenda di confine fra terra e pianto

e tiene al cielo l’uomo avvinto, speranza   

4.

nell’era chiara e tersa del volto

senza vanto.

L’innocenza dell’acqua.

L’innocenza DELL’ACQUA.

„Urkraft der Schöpfung

gebändigt

in Brunnen.

 Keiner wäscht seine Hände in Unschuld.

Nur das Wasser bleibt

unschuldig“.

 Rose MeierHofer, “Brunnen  in Regensburg”, Regensburg, 2001

 

  “Forza originaria dell’Universo

domata

nella fontana.

 Nessuno lava le sue mani nell’innocenza.

Solo l’acqua rimane

innocente”.

 Traduzione dal tedesco di EM

 

Op. Cit.

Op. Cit.

L’intelligenza generosa (open source?) di Isabelle Pariente-Butterlin continua ad offrire, quotidianamente, acuti scenari di riflessione, aux bords des mondes. Talvolta lascio modesti incisi a commento del suo pensiero, scandito spesso dal metronomo di un passo interiore profondo ed insieme lieve che apre orizzonti. Non di rado animati da una luce poetica che rischiara la sinopia dell’opera e splende nelle volte ritmate di un’architettura infine composta con rigore argomentativo e flessione lirica.

Spesso, le sue parole suscitano in me il riverbero di un’eco: una sapida condivisione, ecco, scandita da una silente riconoscenza. Talvolta, evocano suggestive aperture del cammino, affacciate verso nuove mete della ricerca. Qualche altra, mi tentano alla prova del fuoco di una citazione, la cui eleganza è minacciata dall’autoreferenzialità o, pur legittima, dal sempre delicato esercizio della citazione.

Mi è successo recentemente, in almeno due diverse occasioni.

Isabelle Pariente-Butterlin sta conducendo un bellissimo seminario digitale sul tema dell’identità. Circoscrivo lo svolgimento della sua ricerca in tale lemma, consapevole della sua limitatezza ed anche della sua insufficienza nel delineare con precisione e giusta visione l’intero orizzonte del suo lavoro. Una risposta data dalla stessa Isabelle ad un commento pubblicato su aux bords des mondes, in particolare, mi ha fatto ricordare di un testo prezioso ed intenso scritto dal filosofo Emanuele Severino, “TAUTÓTĒS”, Adelphi, 1995. Avrei voluto iniziare Op. Cit., il nuovo sentiero di senso che ho aperto il 29 gennaio, con una citazione tratta dal volume stesso.

Ho indugiato: l’estensione e la profondità del lavoro di Isabelle, la complessità del tema, mi hanno indotto a desistere.

Certo, una citazione priva di un commento, di una relazione critica argomentata con il testo stesso e con la fonte di ispirazione, non avrebbero impegnato me, che non sono un filosofo, lungo imbarazzanti spirali di pensiero. E la natura di Op. Cit. qualunque fosse il merito dell’opera scelta, vorrebbe essere, nelle mie intenzioni, proprio fedele a tale prassi: la riproposizione cruda del testo originale. Priva di riferimenti alla suggestione che ne ha ispirata la pubblicazione, e priva di commento.

Ho invece scelto di iniziare con Maria Zambrano. E devo sempre ad Isabelle, la seconda occasione, tale evenienza. Un mio commento, una sua risposta, ed ecco farsi avanti in me, limpida e superba, la figura di una filosofa che ho amato, Maria Zambrano. Nel cuore del tema che ha animato il nostro brevissimo dialogo in rete, quello tra Isabelle e me, si è fatta avanti la memoria spontanea e sorgiva di un libro che ho da poco terminato di leggere. Con quello ha esordito Op.Cit.

Certo, avrei voluto commentare più diffusamente, aprire la riflessione e proseguirla. Ho preferito tenermi per ora al testo solo ed integro di Maria Zambrano. Del resto, tutta la mia esperienza di poeta si è svolta al confine, se mai uno ve ne fosse stato nella post-modernità che ho abitato, tra poesia e filosofia. Inutile forse citare qui Giacomo Leopardi, che della Modernità, quella epocale e maiuscola e già tramontata, è stato padre. Spesso più citato che seguito e compreso nel cuore del pensiero. Certo, non sarà un autodidatta dilettante come me a mettere in discussione i fondamenti platonici di tale relazione, tra poesia e filosofia. Qualcosa però nella nostra epoca ha scosso alle fondamenta la struttura archetipale della conoscenza. Io non so bene cosa sia e come lo abbia potuto fare. So che nessuna inimicizia [Separazione? Frontiera? Confine?] ha mai abitato la relazione che ho personalmente vissuto tra filosofia e poesia. Tentando di farlo e di darne testimonianza nella vita e nell’opera, pur consapevole di tutti i miei limiti. Forse il passo estremo, l’ultima sintesi che in cima al mio cammino dovrei e vorrei svolgere attinge proprio tale relazione, quella per me apicale ed ineluttabile tra poesia e filosofia. L’ultima. Se mai dovessi tentare di vivere il passo estremo, nella sua sintassi teoretica, oltre e dopo la prassi poetica ed esistenziale, potrei partire [anche] da qui.