Bangui.

 

Bangui.

di Suor Antonietta Papa, FdMM

12 Marzo, ore 7.12

Iniziano le manovre di atterraggio. Sotto di noi, uno sterminato campo profughi. Un immenso ammucchiarsi di tende. Una voce al microfono ci dà il benvenuto a Bangui e ci ricorda che è proibito scattare fotografie.

 

12 Marzo, ore 9.20

Ora siamo alla missione [a Bangui, ndr].

 

12 Marzo, ore 12.35

L’elettricità è disponibile solo per due ore al giorno. Ci sono 39 gradi di temperatura. La rete Internet non è accessibile.

 

13 Marzo, ore 00.45

Sparano ancora un po’, durante la notte. Per il resto, va. C’è un po’ di paura per la data del 15 Marzo, anniversario del colpo di Stato. Pregate. Ecco, stanno di nuovo sparando. Devo spegnere.

 

14 Marzo, ore 11.39

Questa notte i musulmani hanno sgozzato un nostro vicino. Gli anti-balaka sembrano organizzarsi. La gente è per strada. Ecco, ora stanno di nuovo sparando e si sentono urla vicine. Vengono lanciate granate. Noi stiamo in casa, ora. Paura. I militari burundesi sono incaricati di vigilare, ma non capiscono la lingua. Nel pomeriggio, ci sarà la Via Crucis. Unite la preghiera.

 

14 Marzo, ore 12.23

Sono a Bangui. Da quando siamo arrivate, il 10 marzo, hanno sparato ogni sera. La missione si trova in un quartiere a prevalenza musulmana.

 

14 Marzo, ore 20.39

L’elicottero dei sangaris (i militari francesi il cui nome è ripreso da quello di una farfalla africana) ha sorvolato la zona per buona parte del pomeriggio. Poi, sono iniziati gli spari. Ora tutto è di nuovo calmo. Troppo calmo, ed è un silenzio che contrasta in modo inquietante con la normalità che contraddistingue il chiassoso Centrafrica.

 

15 Marzo, ore 7.48

Grazie a Dio, abbiamo trascorso una notte tranquilla. Si temeva l’arrivo di Bozizè, durante la notte stessa. Commentando il Vangelo, alla messa del mattino, il sacerdote ha invitato i fedeli ad essere buoni come lo è il Padre celeste con tutti e con ciascuno.

 

15 Marzo, ore 8.56- 10.19

Nonostante la difficile situazione nella quale ci troviamo, sto partecipando ad un incontro dedicato alle donne. E’ stupendo!

Si sarebbe dovuto tenere l’8 marzo, ma non è stato possibile. Dopo l’accoglienza, ci sarà un momento di preghiera. Breve excursus per descrivere e raccontare la storia di una partecipazione coordinata delle donne cattoliche alla vita sociale: la collaborazione fra donne, vista e proposta come risolutiva del conflitto. Dibattito. Animazione. L’Adorazione precederà il pranzo. Nel pomeriggio: la giornata internazionale della donna, breve storia e suo significato. Verifica del percorso formativo e del grado di coesione sociale consapevole che ne potrebbe scaturire. Preghiera conclusiva. Sono un centinaio le donne che partecipano all’incontro, nella parrocchia in cui ci troviamo.

Ed ecco in estrema sintesi alcune delle linee guida lungo le quali si sono svolti la riflessione e l’incontro. Come la donna ha impedito la guerra? Come educare i figli al confronto? La donna deve educarsi a vivere serena durante le terribili vicende del conflitto. La sua capacità di trasmettere fiducia, può essere uno snodo decisivo nel risolverlo.

 

15 Marzo, ore 17.18

L’incontro è finito. Fra poco sarà buio, rimane solo il tempo per tornare a casa. Porto dentro me l’eco della giornata trascorsa. Impegno. Solidarietà. Speranza.

 

15 Marzo, ore 23.31

Dalle 21.00, l’eco di spari, distanti e vicini a casa. I cani abbaiano. In lontananza, si sente una folla urlare. Sta passando un carro armato. Ora è iniziata una tregua. Quanto durerà?

 

16 Marzo, ore 09.05

Oggi si terrà un incontro di tutti i religiosi di Bangui. Siamo più di un centinaio. Dopo la meditazione e la condivisione dell’esperienza, di questo momento storico, le religiose ed i religiosi si trovano per riflettere e per pregare. Ci guidano le parole del profeta Ezechiele, ed in particolare i capitoli 18, 36, 26. Quelli nei quali il profeta annuncia al popolo scoraggiato la Speranza, e lo invita a “formarsi un cuore nuovo”. Lo stesso compito al quale sono chiamati oggi le religiose ed i religiosi. Abbiamo ascoltato il racconto dell’uccisione del guardiano della missione delle Suore Benedettine. Abbiamo condiviso l’esperienza dei saccheggi e delle violenze, la narrazione di vicende tragiche dalla voce dei testimoni. Poi, guidati dalle parole del profeta Ezechiele, abbiamo riflettuto e pregato. Ringraziando infine Dio misericordioso.

 

Il corsivo è mio… [GM]

Naturalmente, quello di Antonietta non è un monologo a distanza. Di quando in quando, e pur con tutti i limiti di conoscenza personali, invio a mia volta un SMS con domande di chiarimento, con qualche precisazione, tentativi di orientamento nella lettura della sua testimonianza. Stamani, per esempio, le ho scritto così:

16 Marzo, ore 11,14

E’ molto bella quella Luce di speranza che sembra trasparire dal tuo diario nel contrappunto di una realtà terribile, tra spari, urla granate. La voce dell’Umano che respira.

 

16 Marzo, ore 21.02

Nel pomeriggio, ogni religioso ha raccontato l’esperienza della propria comunità. Il denominatore comune di fronte a difficoltà talvolta insormontabili, non è la forza umana (MISCA,Missione Internazionale di Sostegno al CA, Sangaris) più volte chiamata in aiuto e spesso arrivata troppo tardi, ma la Grazia del Dio misericordioso che ci ha salvato. La popolazione si è riversata nelle parrocchie e nelle comunità religiose. Un sacerdote ha raccontato che un giorno, mentre stava celebrando la messa, ha visto entrare in chiesa un numero sempre crescente di persone. Una partecipazione insolita. Si è chiesto allora cosa stesse succedendo. Proprio mentre tentava di formulare qualche risposta, ha sentito gli spari. Un fuoco sempre più intenso. Allora ha capito. Noi, è stata la sua considerazione conclusiva, non abbiamo mura che ci proteggano. Non abbiamo armi a nostra difesa. Eppure, la gente ha continuato ad affluire quel giorno. Ha letteralmente invaso la nostra casa, la scuola, ed è tuttora lì. Siamo insieme. La testimonianza del sacerdote non è unica. La sua non è un’esperienza isolata, ma è identica a tante altre vissute dai religiosi in RCA.

 

16 Marzo, ore 21.37

Iniziano di nuovo a sparare. Devo spegnere.

 

17 Marzo, ore 7.27

La notte è stata nel nostro quartiere più calma, rispetto alle precedenti. Abbiamo sentito solo qualche tiro sparso. Nella missione siamo in nove. Cinque suore e quattro giovani: un’aspirante originaria del Congo e tre postulanti Centrafricane. Tra loro parlano abitualmente in Sango, che è la lingua locale. Per rispetto verso l’ospite, però, si esprimono in Francese. Talvolta, per esempio a tavola, la discussione si accende: allora prevale la lingua materna, di cui intuisco alcune parole.

 

17 Marzo, ore 8.24

Ora scrivo dei nostri angeli custodi. La nostra casa confina con un terreno abbandonato, rifugio sicuro per ragazzi di strada. Sono piccoli amici, che da sempre invitiamo spesso alle nostre celebrazioni. Sono loro che ci informano di ciò che succede. Sono loro che ci proteggono.

 

17 Marzo, ore 21.11

Abbiamo incontrato oggi monsignor Nestor Nongo, il vescovo di Bossangoa. La nostra comunità di Bouca, con le Figlie di Maria Missionarie suor Angelina e Suor Myriam, si trova nella sua diocesi. “La vostra presenza,- ha detto tra l’altro monsignor Nongo,- ha permesso di salvare la vita di 4000 persone, che hanno trovato rifugio in convento”. Suor Angelina, ha ricevuto minacce. La realtà che lei ha vissuto, è simile alla nostra, ha detto ancora il vescovo. Le nostre parole sono sempre state vere, sia con i Seleka, sia con gli anti-balaka, ha sostenuto. Li abbiamo messi davanti alle proprie responsabilità. E quel barlume di umanità che tuttora resiste, ha impedito il massacro. I militari agiscono così: arrivano, circondano la missione e intimano ai missionari di far partire i rifugiati, minacciando di uccidere tutti se l’ordine non viene eseguito. I missionari hanno scelto di morire insieme ai rifugiati, piuttosto che costringerli a fuggire. La loro determinazione nel sostenere la decisione, ha significato la salvezza per tutti.

 

18 Marzo, ore 14.03

Stamani ho fatto una visita al quartiere. Ho conosciuto il nunzio apostolico, una persona disponibile all’ascolto. Da mezz’ora sparano. Non sappiamo chi sia a sparare e perché lo faccia. In strada non c’è nessuno. La paura prende ed attanaglia. Paralizza anche il pensiero. Ora stanno passando i militari. Forse arriveranno troppo tardi. Comunque, spareranno anche loro. Si sentono le sirene delle ambulanze. Penso tra me che domani sarà la giornata in cui si ricorda San Giuseppe. Un uomo giusto. Mi chiedo se aiuterà anche questi figli a crescere nella giustizia. Si continua a sparare. Le giovani della missione sono già corse giù, a rifugiarsi. Ora le raggiungo anch’io.

 

18 Marzo, ore 15.40

Ecco, finalmente hanno smesso di sparare. Fra poco, sapremo quanti hanno raggiunto la casa del Padre. Stamani, sono stati cinque, nel quartiere a cinque chilometri da noi, confinante con il nostro. Ora la gente timidamente si affaccia. Anche noi.

 

19 Marzo, ore 7.01

Oggi, ancora in viaggio. Andiamo a circa 400 chilometri verso Nord-Ovest, a Bossangoa. Giovedì, se Dio vuole, andremo a Bouca, da Angelina. Quindi, San Giuseppe avrà ancora la sua missione da compiere… Viaggiamo suor Fiorenza ed io, con l’autista che il vescovo ha messo a disposizione.

 

20 Marzo, ore 10.11

Eccoci finalmente arrivate a Bouca da Angelina e Myriam che ci hanno accolte a braccia spalancate!

 

20 Marzo, ore 15.07

Ottimo viaggio. Durante la sosta a Bossangoa, il vicario generale della diocesi ci ha detto che ad un certo punto gli sfollati presenti erano 42.000. Ora, ha aggiunto, sono 500. A me la situazione è sembrata insostenibile già così… Durante la notte, abbiamo dormito nel centro di accoglienza.

 

21 Marzo 2014, ore 7.33

Il Centro nel quale abbiamo dormito accoglie un centinaio di famiglie di sfollati. E’ stata, la nostra, una notte insolita, che abbiamo trascorso insieme a tantissimi bimbetti e molte persone adulte. Ho potuto parlare con una donna che lavora con la coopi. Da due mesi si trova al Centro di accoglienza e viene da Bozoum. Ha spiegato che il suo compito è quello di ascoltare le vittime di violenze. Le assiste prima singolarmente, poi suddivise in gruppi, a seconda del tipo di violenza che hanno subito. I gruppi costituiti sono dieci. La collaboratrice di coopi (Cooperazione Internazionale) lavora insieme ad altre persone, come lei precedentemente formate all’ascolto dalla stessa coopi.

 

21 Marzo 2014, ore 14.13

Ieri, in viaggio da Bossangoa a Bouca, circa cento chilometri. Siamo partite alle 6 del mattino e siamo giunte a destinazione alle 10,30. Una strada in condizioni difficili da immaginare, lungo la quale abbiamo trovato numerosi alberi caduti, che hanno significato altrettante deviazioni nella brousse. Uno tra questi, rovinato a terra da poco, ci ha costretti a tornare indietro per cercare aiuto presso il primo villaggio incontrato. Cinque uomini armati di machete hanno liberato la strada. Credo che in luoghi come quelli che abbiamo attraversato, con ponti in condizioni precarie e spaventose, anche se non sapessi nemmeno pregare, sentiresti crescere dentro te la fede.

 

22 Marzo 2014, ore 10.34

Sono andata con Fiorenza [suor Fiorenza Amato, la superiora delle FdiMM] a fare un giro nel villaggio [Bouca] : una vera desolazione. Interi quartieri sono stati bruciati. Il tetto delle case, completamente andate in fumo, è di paglia. Quindi, è stato facile. Secondo quanto raccontano gli abitanti del villaggio, sarebbero stati i ragazzi a bruciare interi isolati: sarebbero state date loro alcune torce fatte con la stessa paglia dei tetti, ed essi sarebbero passati ad appiccare il fuoco.

Ci sono però anche segni di ricostruzione, piccoli cenni di speranza. Soprattutto c’è tanta, tanta riconoscenza nei confronti delle suore, gratitudine per la loro presenza. Molti tra gli abitanti del villaggio, hanno detto: “Senza suor Angelina, sarei già cadavere.”. Grazie alla preghiera di tanti ed alla tenacia di suor Angelina, molte vite umane sono state risparmiate e si può continuare a credere nella presenza di Dio che salva.

 

24 Marzo 2014, ore 15.10

Siamo arrivati a circa 100 chilometri da Bangui, sulla via del ritorno da Bouca, e il vescovo ci ha avvisate di non entrare in città. Sparano ovunque e non è chiaro quali siano le forze che si contrappongono in questo frangente.

 

24 Marzo 2014, ore 15.17

Eccoci in una parrocchia, accolti dal parroco. Siamo in quattro suore, un sacerdote e l’autista. Sì, riceverete la vita eterna, ma anche, «già ora, in questo tempo, cento volte tanto» (Mc 10, 30). Riceverete il centuplo quaggiù! In effetti, non ci conosciamo e… siamo già a casa! Sicurezza e rifugio solo in Dio. Speriamo. Sembra si stiano affrontando militari MISCA ed anti-balaka. Suor Angelina e suor Myriam stanno tornando da Bouca insieme a noi per partecipare all’assemblea.

 

24 Marzo 2014, ore 16.23

Hanno iniziato a sparare anche qui. I piccoli bimbi che frequentano la scuola cattolica sono corsi a rifugiarsi da noi. Ci sono i militari proprio vicino ed il parroco ha detto che danno sicurezza.

 

24 Marzo 2014, ore 17.04

La situazione si è calmata. I genitori stanno venendo a riprendere i piccoli. Un anno fa, proprio oggi, è stato deposto Bozize, dunque si tratta di una ricorrenza storica.

 

24 Marzo 2014, ore 18.01

Hanno ripreso a sparare. Usano granate e si riconoscono i colpi della mitraglietta. Sono proprio dietro alla casa parrocchiale. Noi siamo corse tutte dentro, insieme a noi altri parrocchiani hanno cercato rifugio. C’è con noi un bimbo bloccato dalla paura. Non riesce più a parlare. Lo scoppio di una granata lo ha terrorizzato e fatto piangere. Fiorenza lo ha preso in braccio per prima. Ora è con me. Il piccolo sussulta ad ogni sparo. Ed io sento nascere dentro me la domanda di sempre: perché tutto questo?

 

24 Marzo 2014, ore 19.26

Piccola tregua? Da dieci muniti hanno smesso di sparare. Aspettiamo il parroco che è uscito per parlamentare. Xavier Arnoldo Fagba è stato ordinato da poco, il 22 settembre 2013. Sembra riesca a parlare con i militari e con gli anti-balaka.

 

24 Marzo 2014, ore 19.41

Nella rapida successione degli eventi, ho dimenticato di dire che è stato il vicario della diocesi di Bossangoa, don Frederic [Tonfio], ad accompagnarci, guidando l’auto fino a Bouca, dove è rimasto insieme a noi. Fortissima l’omelia di domenica, commento al Vangelo della Samaritana. “Se un nemico vi chiedesse da bere”? è stata la domanda che ha ispirato la riflessione. Questa mattina di nuovo il vicario alla guida dell’auto messa a disposizione dal vescovo, nel viaggio di ritorno da Bouca alla sede vescovile di Bossangoa.

 

24 Marzo 2014, ore 19.52

Il parroco è rientrato. I militari hanno ripreso il controllo della situazione. La notte si annuncia tranquilla. Domani, dovremmo rientrare a Bangui.

 

25 Marzo 2014, ore 8.45

Oggi è l’Annunciazione. Dopo la messa, abbiamo ripreso la strada e stiamo tentando ora di entrare a Bangui. Pare che ci siano stati diversi morti. Ieri sera abbiamo saputo che un giovane è stato ucciso anche a Boali, da dove siamo ripartite stamani, e che ci sono stati diversi feriti. Temo che oggi si conteranno i morti.

 

25 Marzo 2014, ore 9.43

Siamo arrivate a casa! Ora siamo in undici. Ed è FESTA!

 

25 Marzo 2014, ore 21.00

Oggi è stata una giornata calma. Solo qualche colpo sporadico, sparato qua e là. Certo, si vive sempre in apprensione e ci si chiede quando inizierà il prossimo scontro. Abbiamo celebrato solennemente i Vespri dell’Annunciazione ed abbiamo ringraziato Maria per la giornata trascorsa. Domani partiremo per Mbaïki, dove si terrà l’assemblea. Là ci aspettano altre due suore e Paola, una laica che è con noi in Repubblica Centrafricana da quasi un anno, ormai.

 

26 Marzo 2014, ore 10.03

Andando a messa, questa mattina, abbiamo percorso una strada completamente deserta, che non lasciava presagire nulla di buono. Non un veicolo, in circolazione. Durante la celebrazione della messa, abbiamo udito alcuni spari. Al nostro ritorno, abbiamo trovato i militari. Ora sappiamo che nel quartiere ci sono stati 16 morti.

 

26 Marzo 2014, ore 11.32

Una pioggia torrenziale sembra avere calmato gli animi. Non si sentono più spari, ma la tensione permane. Molto forte.

 

27 Marzo 2014, ore 17.59

Ora siamo in assemblea. Qui a Mbaïki tutto sembra più tranquillo. Tradizionalmente, il territorio di Lobaye non è mai stato obiettivo dai ribelli, poiché gli scontri avvengono soprattutto a Bangui, e lì si fermano senza raggiungere la Prefettura confinante.

 

Il corsivo è mio… [GM]

Da oggi, 29 Marzo, e per alcuni giorni, temo non mi sarà possibile aggiornare il blog. Tenterò di pubblicare comunque le notizie che suor Antonietta mi invierà, ma non so se riuscirò a farlo puntualmente ed assiduamente e non so nemmeno quando e come. Vorrei tranquillizzare chi l’ha seguita e letta fin qui sull’eventuale silenzio. Grazie.

 

29 Marzo 2014, ore 9.33

Siate miracolo di gioia in mezzo alle difficoltà della vita, diceva nell’Ottocento il fondatore. Oggi,riunite in assemblea, ci chiediamo come essere testimoni di un Dio amore se tutto intorno vi sono violenza, vendetta e odio.

 

1 Aprile 2014, ore 21.22

Di ritorno a Bangui e di nuovo si sentono spari. Nel vicino quartiere, i militari non sono riusciti a disarmare i ribelli. Una granata si compra nella zona con estrema facilità e a meno di un Euro. Andiamo incontro ad una notte un po’ difficile.

 

1 Aprile 2014, ore 22.07

Speriamo di poter partecipare alla Messa, domani mattina alle 6.00, quando finirà il coprifuoco.

 

2 Aprile 2014, ore 11.22

Gli anti-balaka hanno scambiato tiri con la MISCA fino alle 4.00 di stamane. Timidamente, siamo uscite di casa ed abbiamo visto gente lungo la strada. Quindi, abbiamo deciso di andare a Messa, in parrocchia. Ci sono venuti incontro bimbi a frotte, accorsi per salutarci stendendo le loro manine verso noi. Commuovono infinitamente quegli esserini che ti toccano e cercano la tua mano, rimanendo lì con i loro occhioni spalancati a fissarti e le labbra dischiuse in un sorriso. La Messa ha un altro sapore…

 

3 Aprile 2014, ore 11.04

Questa mattina, un padre comboniano, Moise, è andato in aiuto di una ragazza che gli anti-balaka stavano picchiando e tentando di pugnalare. Il religioso è stato colpito ad una coscia. La ferita è profonda, ma non ha raggiunto il tendine e l’arteria.

 

4 Aprile 2014, ore 6.40

Finalmente nel pomeriggio abbiamo saputo qualcosa di più sull’episodio descritto ieri. Il segretario del Nunzio ci ha detto che la ragazza aggredita è andata a fare una ricarica per il cellulare. Il gestore dell’esercizio al quale si è rivolta, scorrendo la rubrica ha letto numerosi nomi musulmani. La cosa ha scatenato la sua furia e lo ha spinto a tentare di usare violenza alla ragazza ed a pugnalarla. E’ intervenuto il padre comboniano, che i ribelli (anti-balaka) hanno ferito. Hanno quindi catturato la ragazza ed ora i militari (MISCA) la stanno cercando.

 

5 Aprile 2014, ore 22.21

Oggi pomeriggio abbiamo ricevuto la visita del Segretario generale dell’ONU, che è passato proprio davanti a casa per raggiungere il vicino quartiere, a cinque chilometri da qui, in cui si trova la moschea. Non conosciamo l’esito dell’incontro, ma speriamo tanto che possa essere foriero di pace.

 

7 Aprile 2014, ore 13.28

Oggi pomeriggio, ho conosciuto l’Arcivescovo. E’ venuto a casa. Ha ringraziato molto tutte le suore per la loro presenza nelle rispettive parrocchie.

 

7 Aprile 2014, ore 22.45

Domani dovremmo partire. Faremo una sosta in Camerun. Mercoledì mattina saremo a Parigi. Proseguiremo per Roma, dove arriveremo verso mezzogiorno. Torneremo in Italia solo noi due, suor Fiorenza, la Superiora, ed io. Tutte le altre sorelle hanno deciso di rimanere nelle rispettive comunità. Nel pomeriggio, nel nostro quartiere è stato ucciso un altro giovane. I ragazzini giocano a far la guerra, costruendo finti fucili in legno.

 

8 Aprile 2014, ore 13.28

Durante quest’ultima notte ci sono stati alcuni scambi di tiri proprio vicino a casa. Un giovane è stato ucciso. Probabilmente, si è trattato di vendetta. Mi chiedo e chiedo al Signore quando tutto questo finirà. Intanto, stamani, qui, la vita ha ripreso il suo corso.

 

16 Aprile 2014.

Il corsivo è mio… [GM]

Il 9 Aprile Suor Antonietta è rientrata a Roma. Il suo racconto sul blog, dunque, finisce così. Qui, chi vorrà potrà leggere e vedere, dopo averlo scaricato, il powerpoint che suor Antonietta ha realizzato nei giorni scorsi per documentare il mese trascorso in missione nella Repubblica Centrafricana.

Le ho proposto, nel frattempo, di pensare ad un possibile post di sintesi e commento dell’esperienza, un saluto ed un congedo per quanti le hanno scritto e dai tanti che l’hanno letta e seguita. Quando Antonietta potrà e vorrà, sarò ben contento di pubblicare un suo nuovo scritto relativo alla missione in RCA. Per parte mia, non posso che ringraziarla di nuovo per avere accettato di essere ospite dell’«Agapé», con la sua preziosa testimonianza. Grazie a tutti coloro che hanno visitato, durante questo mese, «extemporalitas», leggendo e commentando “Bangui”.

 

16 Aprile 2014, ore 21.25

Mi hanno appena telefonato dalla RCA. Hanno preso in ostaggio monsignor Nestor Nongo, il vescovo di Bossangoa. Insieme a lui, tre abbè [tre padri, ndr], uno dei quali ha viaggiato con noi verso Bangui [Diario, 24 Marzo 2014, ore 15.17, cfr, sopra]. Al momento non sappiamo nulla di più preciso, né come si siano svolti i fatti.

 

16 Aprile, ore 22.15

Ho saputo che il vescovo è andato a celebrare in un villaggio vicino a Batangafo ed i Seleka hanno preso la guida della sua macchina verso destinazione sconosciuta.

 

17 Aprile 2014, ore 13.31

Il vescovo é stato liberato e sta andando verso Bossangoa scortato dai militari della MISCA.

 

Amare, una missione possibile.

Amare. Una missione possibile.

Ho conosciuto Suor Antonietta Papa nell’autunno del 1994. Le nostre strade si sono incontrate una prima volta a Roma. Antonietta era appena rientrata alla Casa madre delle Figlie di Maria Missionarie dal Brasile, dove aveva trascorso un lungo periodo in missione, gran parte tra gli Xerente. Io stavo vivendo i primi mesi di una interminabile disoccupazione, dopo aver dato le dimissioni dal giornale nel quale avevo lavorato per oltre 16 anni. Il primo approdo era stato per me un corso di aggiornamento professionale, uno dei tanti che avrei poi frequentato. Si teneva a Roma. Avevo cercato una sistemazione economicamente sostenibile per poterlo frequentare durante cinque mesi e l’avevo trovata presso il pensionato delle suore FdMM.

Entrambi, Antonietta ed io, ci trovavamo nei pressi di un passaggio significativo ed impegnativo delle nostre rispettive esistenze. Il dialogo tra noi è nato fin da subito intenso, sincero e duraturo. Non si è mai interrotto durante questi vent’anni. Prima dal vivo, a Roma, poi epistolare. Poi, ancora di persona, di nuovo a Roma, a Milano, a Casalmaggiore, dove talvolta ci siamo incontrati…

L’11 Marzo suor Antonietta è partita per Bangui, nella Repubblica Centrafricana, dove le Suore FdMM sono presenti dal 1980. Una realtà che Antonietta conosce bene. Sul suo blog si possono leggere diversi post dedicati alla missione, a visite, a viaggi, a lettere di testimonianza e di appello ricevute dalla RCA ed a servizi sulla RCA stessa.

Non è partita all’improvviso. Il viaggio era all’orizzonte da tempo. Eppure, la notizia ricevuta nell’ imminenza, lascia sempre un retrogusto di sorpresa. Non appena ho saputo con certezza che sarebbe andata, ho pensato che, nello spirito del Convivio, avrei invitato suor Antonietta all’Agapé. E così ho fatto.

Ho intervistato Antonietta nel 2010. L’intervista è uscita sul settimanale diocesano della mia città. E’ un testo che ripropongo qui nella sua versione estesa: “Amare. Una missione possibile”.

Poco prima della sua partenza, ho chiesto cosa ne pensasse. Scrivere di ciò che accade nella quotidianità della RCA, mi ha detto Antonietta, è un modo per conoscere un dramma di cui poco si sa ed ancor meno si racconta. Abbiamo deciso il cosa ed il come pubblicare. E’ stato un accordo piuttosto rapido e frugale. Nel contesto in cui si trova e con il carico di incombenze che credo abbia, immaginare una corrispondenza puntuale e ben strutturata è un’insensatezza umana. Gli accenti drammatici che traspaiono sin dai suoi primi SMS, non offrono uno scenario geopolitico. La sua narrazione, Bangui, estemporanea rispetta l’angustia della condizione in cui si trova ed i tempi del possibile. Sono frammenti e non pretendono di significare nella parte il tutto. Non sono lanci d’agenzia e nemmeno schegge d’autobiografia. Dicono però di un dramma in cui la vita stessa è la prima condizione di feriale precarietà.

Ho invitato Antonietta nello spirito del Convivio e secondo il canone interiore dell’Agapé e con tale passo interiore l’accolgo.

 

Intervista a Suor Antonietta Papa.[i]

Amare, una missione possibile.

E’ nata in Calabria a metà degli anni Cinquanta. Ha studiato ed è cresciuta tra la Sicilia del Belice e la Parigi del Sessantotto. Ha compiuto l’aspirandato ed ha emesso la prima professione di fede a Roma nel pieno della stagione post-conciliare. E’ stata missionaria in Brasile per dieci anni, dal 1982 al 1992, due dei quali trascorsi con gli indios Xerente, nella Foresta Amazzonica. Segretaria del SUAM (Segretariato Unitario di Animazione Missionaria) dal 1995, è oggi membro della presidenza di Missio, l’organismo pastorale della Chiesa in Italia costituito dalla CEI nel 2005 a sostegno della missionarietà ecclesiale. Segretaria generale, archivista e postulatrice per la sua Congregazione, Figlie di Maria Missionarie, si occupa tra l’altro degli scritti del suo fondatore, don Giacinto Bianchi, dichiarato venerabile nel 2008.

Ha vissuto dunque in prima persona la stagione post-conciliare. Ha preso i voti proprio quando la Chiesa e l’intera società, non solo quella cristiana, vivevano un particolare momento, ricco di fermenti, di speranze anche storicamente attestate, di aspettative di grande cambiamento. Ha portato la parola di Dio in tre continenti e ai confini tra due epoche, in una fase di grande trasformazione.

 

Suor Antonietta Papa, hai di nuovo l’età della tua vocazione. Stai decidendo la tua vita. Scegli di consacrarla. In particolare, alla evangelizzazione missionaria. Quando? Come? Perché?

R. Credo che la vocazione alla vita consacrata sia nata per me in seguito a due precisi avvenimenti, il terremoto del 1968 e la morte di mia madre qualche anno prima. Ero in Sicilia quando ci fu il terremoto  del Belice. Mi trovavo là perché mio padre voleva che io ricevessi un’educazione un po’ diversa da quella parigina. In quei giorni ero ammalata. Quando mi svegliai,  dopo la scossa più forte, vidi che già non c’era più nessuno accanto a me. Era tutto crollato. Qualche anno prima, avevo perso mia madre. Credo che quelle esperienze, così forti e ravvicinate, avessero fatto nascere in me una consapevolezza e aiutato a maturare una scelta: “La realtà umana, le cose, persino i legami più cari, è precaria, ora c’è, ora non c’è … L’unica certezza è veramente Dio”. Con quel pensiero tornai a Parigi, dai miei che vivevano là, e qui terminai le scuole medie, dopo averne frequentato una parte in Italia. Era il ’68, il Sessantotto di Parigi. Andavo a scuola nel centro della città, dove si svolgevano sempre le manifestazioni degli studenti. Lì incontrai una persona molto impegnata, un ragazzo, che mi disse tra l’altro: “Se vuoi fare davvero la rivoluzione, sappi che non è questa. La rivoluzione vera è quella che tu riesci a fare con te stessa, dentro di te stessa”. Quella frase mi accompagnò e mi guidò. Nel ‘69, conclusa la terza media, decisi. Andai dalle uniche suore che conoscevo, quelle della Sicilia, le Figlie di Maria Missionarie. Quindi arrivai a Roma, nel ’69. Compii i 15 anni in convento, e da là iniziò questa avventura. Perché la missione? Un’altra frase che ha sempre accompagnato la mia vita, è quella che trovi nel Vangelo e che dice: “…ogni volta che avrete fatto questo al più piccolo dei miei fratelli, lo avrete fatto a me”. La relazione con Dio è complessa e così la risposta che dai alla chiamata. I fratelli sono importanti. Sono l’ “altro”, con il quale tu ti misuri e nel quale c’è Dio. Un esempio banalissimo. A volte, soprattutto in Brasile, ma succede anche in Italia, verso le 3, le 4 del mattino, qualcuno bussa alla porta. In genere si è inclini a dire: “ Cosa vogliono a quest’ora?”. Invece, il primo pensiero è: “Ma se fosse Gesù Cristo…?”. Che significa:  “E’ un tuo fratello, alzati!” E tu dunque vai, senza esitazioni.

 

La Foresta Amazzonica prima. In anni più recenti, Costa d’Avorio, poi la Repubblica Centrale Africana. Puoi raccontare la  tua esperienza missionaria?

R. Ho vissuto in Brasile, 10 anni. Quella è stata la mia esperienza missionaria vera e propria. Arrivai là nell’82. Avevo già frequentato la scuola teologica e seguito la formazione necessaria. Nella mia parrocchia, la Trasfigurazione di Roma, mi chiedevano: “Perché parti?”. Era l’epoca, a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta, in cui ci si interrogava sul senso della missione. Erano anni in cui si parlava prima di tutto di rispetto dell’altro. Vado non per annunciare, si diceva in sostanza, ma per condividere. Insieme, indigeni e missionari, ciascuno con la propria esperienza, camminiamo sulla stessa strada. Arrivai a San Paolo ed ebbi dapprima la responsabilità della piccola catechesi. Un giorno mi chiamò la Superiora e mi disse: “Guarda, in Rondonia, la regione pre – amazzonica, c’è bisogno di un parroco… Se te la senti…”. Andai. Pimenta Bueno è stata la mia prima parrocchia. Aveva un’estensione di 12.477  chilometri quadrati (pari a metà Lombardia, nda.). Oggi è divisa in 4 parrocchie, ma a quell’epoca era unica. Eravamo in tre suore, due più giovani ed una più anziana, e avevamo due parrocchie da seguire. Amministravamo i battesimi, il culto, la liturgia della parola, preparavamo le omelie.

Là mi resi conto che tu puoi manipolare l’altro, perché sei “quella che sa”. La gente dipende da te. L’istruzione religiosa dipende interamente da te. Mi riferisco al Brasile degli anni Ottanta. Oggi certamente la situazione è totalmente cambiata. Ma in quegli anni  il parroco, il medico erano le persone istruite, le figure di riferimento: “Questo l’ha detto la suora”. Ben presto, però, compresi, soprattutto commentando la Bibbia,  che non potevo non dire la verità, ma nello stesso tempo non potevo scandalizzare. Ci voleva una diversa preparazione, e lì incontrai, per mia fortuna, Carlos Mesters, col CEBI (Centro Ecumenico di Studi Biblici di Belo Horizonte, di cui il carmelitano olandese Mesters è stato fondatore, nda), con la sua proposta di lettura della Bibbia, che è estremamente sincera, e nello stesso tempo molto adatta a loro. Perché la gente, là, non è come noi, non ha varie strutture mentali che filtrano i messaggi. Per loro “Dio ha detto” equivale a “Dio ha fatto”. Questo, all’inizio, mi aveva spaventata. Era fede pura.

 

Da un certo punto di vista, un arricchimento enorme…

 

R. Enorme. Rimasi un anno e mezzo in comunità, in parrocchia. Nel frattempo, il Vescovo mi chiamò a coordinare di tutte le pastorali della diocesi. Quindi, andai in diocesi. In quel periodo, uccisero Ezechiele Ramin, un sacerdote comboniano di Padova. Aveva 33 anni. Era il 1985. Condividevamo le riflessioni sulla preghiera. Lui era coordinatore vocazionale. Avevamo parecchie attività insieme. Quando arrivò la polizia, ci portarono per il riconoscimento. Lo riconobbero il vescovo ed i comboniani. Era crivellato di pallottole. Fu per me una esperienza difficile. Anche dal punto di vista della fede. Quando tornai nella mia parrocchia, anch’io, come lui aveva fatto, assunsi poi la CPT, che è la commissione pastorale della terra, ed il SIMI, che è la commissione indigenista missionaria, della quale fui coordinatrice per un anno a Porto Velho, capitale della Rondonia. In Rondonia ci sono tuttora 23 popoli indigeni. Padre Ezechiele aveva capito la strategia messa in atto dai latifondisti. I fazendeiros chiamavano i posseiros, cioè i più piccoli, per potere disboscare, e poi mettevano gli indios contro i posseiros, gli uni contro gli altri, i poveri contro i poveri.  Così i fazendeiros avevano il campo  libero. Iniziammo dunque a fare incontri fra CPT e Commissione indigenista, per lo meno una volta all’anno. In modo da ritrovarsi insieme. Perché i problemi erano simili e tutti riguardavano la terra. Mi appassionai alle vicende degli indios e rimasi con loro, gli Xerente, altri due anni. Eravamo andate fra loro perché i vescovi avevano chiesto di rispondere all’appello che riguardava educazione e salute. E dunque partimmo, io che facevo scuola, e l’altra suora, che era infermiera. Andammo proprio nell’aldeia (il villaggio) per stare con loro. Ci diedero un loro nome indigeno…

 

Non hai mai avuto alcun problema con le tue convinzioni, nell’ accettare così totalmente, così radicalmente l’altro?

 

R. No. Mi riferisco sempre agli anni Ottanta, quando la Commissione missionaria indigenista aveva quale idea principale quella di entrare nelle aldeie non solo per convertire, ma soprattutto per condividere. L’aldeia in cui stavo era costituita da 142 persone, Xerente. Uno dei capi mi chiese: “Ma tu, perché sei qui?”. Intanto, non avevamo un uomo. Il che voleva dire moltissimo, in una società in cui la donna da sola non esiste. Tentammo di rispondere: “Noi siamo donne di Dio”.  L’unica risposta è:  “Perché vi vogliamo bene, perché…Dio vuole bene a noi e noi umanamente vogliamo condividere questo bene con voi”. Anche se difficile da spiegare, il fatto di essere là, con loro, voleva dire quello. Noi non possedevamo nulla. Loro avevano costruito la nostra casa. Quindi vivevamo tra loro proprio “come loro”. C’era un libro, in quegli anni, di Voillaume dal titolo: “Come loro” (Padre René Voillaume, “Come loro”. Il libro uscì in Francia nel 1950 e venne tradotto in Italia nel 1963, nda). Era quella l’idea: condividere, fino in fondo. Eri proprio, in quel momento, come loro. Il che non vuol dire non annunciare. Vuol dire annunciare con la tua presenza, che è una testimonianza. Essere annuncio di quello in cui tu credi. E quindi il rispetto è in questo. Lasciare che l’altro possa avvicinarti e dire: “Ecco, io faccio così… perché credo in questo”. Senza nulla imporre. Questo è stata la missionarietà in Brasile. Questo era, credo, anche nell’aria che si respirava in quegli anni.

 

Nella tua lunga esperienza missionaria sei andata anche in Costa d’Avorio e nella Repubblica Centrale Africana.

 

R. Sono andata in Costa D’Avorio, in Repubblica Centro Africana rimanendo ogni volta per periodi diversi: due mesi, sei mesi. Si è trattato di visite. La congregazione mi manda a condividere con le sorelle di un’altra nazione ora gli scritti del fondatore, ora le costituzioni, a riflettere con loro sul cammino compiuto, a costruire itinerari di ricerca condivisa. 

La tua vocazione missionaria ti vede ora impegnata in un’identica chiamata, con un diverso ruolo. Puoi dire cos’è Missio e che cosa ci fai tu là, precisamente?

R. Missio è nata nel 2005. E’ una realtà ecclesiale ed è un organo della CEI, la Conferenza Episcopale Italiana. E’ l’ombrello sotto il quale vanno tutte le realtà missionarie esistenti in Italia. Sono entrata in Missio perché ero segretaria del SUAM, il Segretariato Unitario di Animazione Missionaria, dove convergono gli istituti missionari. Sono stata nominata dalla CEI membro della presidenza. Missio è una cosa che…mi sorpassa. Tutte le volte che vado a Missio sono meravigliata. La realtà italiana, dalla Valle D’Aosta alla Sicilia, passando per la Sardegna, è un puzzle. In una regione si fa il 90%, nell’altra regione l’1%. Allora ci si chiede come riuscire a promuovere realtà tanto diverse tra loro. Un impegno che sento in modo particolare, che mi piace, è l’appuntamento con il CUM (Centro Unitario Missionario: l’organismo della CEI che si cura della formazione dei missionari italiani. Ha sede a Verona, nda), che fa parte di Missio. Quando vado al CUM, incontro i missionari che ritornano ed è stupendo. Li vedo tornare dalla missione nel momento in cui si reinseriscono nella realtà italiana. Ad aggiornare i missionari è don Maurilio Guasco (sacerdote, docente di Storia contemporanea in diverse Università italiane, nda) che presenta la realtà italiana attuale a missionari che chiedono, talvolta: “Questa è l’Italia?”. Sono coloro che si ritrovano una situazione del tutto diversa da quella che avevano lasciato.

 

All’inizio di quest’anno, hai trascorso più di un mese in Brasile: cosa è cambiato? Con quale mandato missionario lo hai visto?

R. Sono stata in gennaio. Sono andata per questioni interne alla mia Congregazione: si è tenuta infatti l’annuale assemblea che vede riunite tutte le suore. In Brasile è  cambiata la liturgia, tantissimo. Mentre prima, negli anni Ottanta intendo, i canti, per esempio, rispecchiavano tutti la realtà che la gente stava vivendo, ora sono diventati estremamente spirituali. Quello che voglio dire è questo. Mentre in un primo tempo il cammino del Brasile si svolgeva ad un livello davvero molto sociale, oggi si sta riscoprendo l’aspetto carismatico.

 

Una componente spirituale…

 

R. L’uomo ha bisogno certamente di una dimensione spirituale. E questo arriverà giustamente quando la pancia sarà piena. Negli anni Ottanta si affacciava in Brasile il PT, il partito dei lavoratori (Partido dos Trabalhadores, nda), che nasceva dalle comunità di base. Il PT è  nato, è vissuto, è cresciuto, si è consolidato è stato organizzato dalle comunità di base. Di questo ho conoscenza sicura, per lo meno in Rondonia. Il PT era il cambiamento, significava la rottura. Adesso, probabilmente, c’è questo secondo passo da compiere.

 

Durante quel mese ti sei occupata prevalentemente della vostra realtà missionaria …

 

R. Noi abbiamo in Brasile sette comunità. Tre al Nord, dove le suore si occupano soprattutto della pastorale, e abbiamo solo un’opera strutturata che è l’educandario San Josè, in San Anastacio, a 600 chilometri da San Paolo. Lì vengono accolti adolescenti, con alcuni progetti che la prefettura mantiene e che la beneficenza dell’Italia sostiene. Le suore seguono quei ragazzi, che altrimenti avrebbero la strada quale destino. Sono ospiti fissi della comunità, crescono con noi. Le suore li educano, li crescono. Nella CEBASP, a San Paolo, 380 bambini, vi sono cinque unità. Poi c’è “Gesù adolescente”, con una falegnameria, per insegnare agli adolescenti ad essere bravi falegnami. I ragazzi ospiti qui provengono tutti delle periferie della grande San Paolo. E quindi sono i figli di gente che ha molte difficoltà. C’è la CRESC, che ospita bambini che vengono da situazioni difficili. La Polizia li porta la sera, la notte, vengono con ogni situazione alle spalle. Infine c’è l’altra unità, dove sono ospitati i bambini orfani, o con mamme in difficoltà.  Là ci sono le mamme di adozione, una di giorno, una di notte ogni cinque, sei bambini.  Sono case famiglia. Le mamme fanno volontariato e vengono qui con i propri figli. Sono più di 200 volontarie….

 

Giacinto Bianchi è stato un cristiano inquieto …”. Inizia così la prima riga della prima pagina di presentazione della biografia del tuo fondatore.

R. Un uomo davvero inquieto, che non ha mai voluto essere parroco. Non gli interessavano le parrocchie, nel senso di doversi sedere in un ufficio, ma è andato sempre predicando. Soprattutto, ha avuto una visione avanzata del ruolo della donna. Certamente: nell’Ottocento, quasi tutti ne furono consapevoli, perché si diffondeva l’industrializzazione. Iniziavano dunque a manifestarsi tutti i problemi legati al lavoro della donna. Ed egli diceva una cosa molto interessante: “Dall’intelligenza della donna dipende la felicità dei popoli”. Una rivoluzione.

 

Don Primo Mazzolari, commentando il cammino del vostro fondatore, scrive: “Non carte di fondazioni; non regole ma un impeto di grazia e di spontaneità che resiste al tempo e agli uomini, alle opposizioni ed agli insuccessi di ogni genere…”. Cosa resiste di tale grazia nei tempi che viviamo, improntati ad una certa secolarizzazione, alla quale non è estranea la volontà  di organizzazione assoluta di tutte le cose.

 

R. Proprio ieri ci siamo incontrate con le suore di questa regione (Lombardia, nda) e abbiamo cercato di capire come aggiornare le nostre proposizioni. Proprio perché c’è, si rivela quella tensione fra le strutture ed il carisma. Come muoverci in questa ricerca di equilibrio tra strutture e carisma, sapendo che per mantenere un carisma ci vuole una struttura?  Che possa però anche essere flessibile. Nello stesso tempo,  si deve andare controcorrente.  Si devono considerare gli stili di vita oggi diffusi. Stiamo attente  a non accumulare, per esempio. Certo,  così si diventa più fragili: però si diventa più vere.

 

Incontri uno spirito originale. Ha vent’anni. Gli parli. Con quale sogno lo inviti?

R. E’ successo proprio quest’estate. Più che persuadere, è un dire: “Vieni e vedi come viviamo, cosa possiamo offrirti”. Quest’estate c’è stata una bellissima esperienza, con una ragazza di 26 anni. Siamo andati in Sicilia e abbiamo vissuto un periodo con le sorelle, per  vedere un po’, per scambiarci idea. Ha tentato di capire cosa muove il cuore delle persone. Tuttora continuiamo il dialogo. Quello che credo sia difficile, ma questo lo diventa perché lo è nella società, è il “per sempre”. E’ il fare il passo dove tu dici: “Guarda, se ti impegni…”. Molti, per esempio, si impegnano per un mese, per sei mesi, per un anno. Sì, un’esperienza missionaria, è avvincente, vale la pena. Vedi gli occhi che brillano quando racconti. Ultimamente sono stata con 10, 12 ragazze. Loro immediatamente  sentono a pelle che la cosa le attrae. Però il passo che non viene è quello che significa “il per sempre”.

 

15 anni fa, tu eri da poco rientrata dal Brasile. Ricordo che dicesti: “Credo sia più difficile evangelizzare Roma che non le popolazioni dell’Amazzonia”. Che cosa intendevi dire, precisamente?

 

R. Intendevo forse dire che la gente, in Brasile e in Africa, è semplice. Quindi tu ti trovi a tuo agio. Lì, hai l’immediatezza della cosa. Evangelizzare vuol dire annunciare che “tu sei importante per me, che ti voglio bene”, senza problemi. Qui, ed è indicativo, per esempio, a Roma, se esci per strada e dici anche soltanto buongiorno ad una qualsiasi persona, ti  risponde: “Scusi, ma ci conosciamo?”. Mentre in Brasile questo “buongiorno, come sta?” è premessa per continuare il dialogo.

 

Siamo gravemente malati…

 

R. Siamo gravemente malati. “Scusi, ci conosciamo?”. Ho subito replicato: “Bisogna conoscersi per salutarsi?”. Per fortuna che il signore cui mi riferisco si è subito ripreso e mi ha detto: “Ma lei…”. Ho risposto: “Io sono missionaria”, prima che lui rivelasse: “L’avevo capito”. Bisogna avere un abito per poter dire. La gente ha bisogno delle maschere per poter parlare. Mentre là, in Brasile, la cosa è immediata. Questa è la difficoltà dell’evangelizzazione. Però vedo, che anche a Roma, se noi missionari evangelizziamo, e questo sarebbe interessante poterlo fare tutti, se cioè ci poniamo nello stesso modo in cui ci si pone quando siamo in missione…allora si cambia. E la gente cambia. Ne ho esperienza. Sono piccole cose, piccolissime, ma credo significative di ciò che intendo sostenere. Ho fatto, per esempio, un incontro stupendo in metropolitana,  con una ragazza che sembrava una punk. Ero vestita proprio da suora. Mi sono messa vicina, di proposito. E le ho chiesto: “Scusi, sa a che ora passa il treno?”. Prendo tutti i giorni quel treno…. Mi guarda un po’ così, poi dice: “Beh, suora, passa alla tal ora”. “Ma lei è una suora…?”. “Sì, sono una suora. Una missionaria…Sono stata in Brasile. Sono stata tra gli indios.”. E abbiamo parlato di questo. Si è congedata dicendo: “Starei con lei a parlare tutto il tempo…”. Bisogna andare al di là degli abiti, dell’apparenza. Ed è un’altra storia, veramente un’altra storia. Ecco, l’altra cosa che padre Giacinto diceva, è che per essere missionari bisogna uscire da se stessi. Conoscere se stessi e uscire prima di tutto da se stessi. Conoscere se stessi già è interessante. E poi, una volta conosciuti, uscire da se stessi…e non c’è bisogno di andare, partire…Si può fare qui.

 

In anni recenti hai frequentato un corso di postulatrice presso la Congregazione dei santi, forse per seguire la causa di Padre Giacinto Bianchi, un sacerdote che fondò alla fine dell’Ottocento la Congregazione alla quale appartieni.

R. Il fondatore diceva: “La santità dipende dal modo in cui fai le cose, non dalle cose in sé”. Certo, i santi, oggi, bisognerebbe anche saperli conoscere, magari. Perché ci passi accanto e nemmeno ti accorgi che quella persona … Perché che cos’è la santità? E’ quando tu sei te stesso fino in fondo: però, lo ripeto, fino in fondo. Quando non hai una doppiezza. E’ l’essere riconciliati con se stessi, con gli altri, con Dio. E fare quello che devi fare adesso, e non domani.

 

Padre Marie Dominique Chenu, il teologo dei “segni dei tempi” che ricoprì il ruolo di perito durante il Concilio Vaticano II, auspicava il superamento della “cristianità costantiniana”. Credi che da qualche parte, qui o altrove, la Parola abbia ispirato un mondo nuovo, lo stia invitando a nascere…

R. A me sta molto a cuore questo andare oltre… e la mia speranza era il Brasile, a dire il vero. Voglio dirti questo: don Moacyr Grechi, che è il vescovo di Porto Velho, oggi, ha aperto l’incontro delle comunità di base dicendo loro: siete gente semplice, povera, che operando in contesti poco importanti, poveri, ottiene però grandi cambiamenti. Ed è fondamentalmente vero. E’ quello che io credo: la chiesa è come quelle piccole comunità che si radunano. E c’è in ogni continente. Come il fiume carsico, che mi fa pensare alle cose non viste, che però si muovono e che poi riaffiorano…, riemergono per farti capire che c’è, che lo puoi intravedere, che al di là dell’apparenza quel mondo esiste. Forse la fede non te lo fa toccare sempre con mano, subito. Non con la chiarezza immediata. Esistono però queste comunità che ripropongono perfettamente l’ideale cristiano. Senza sovrastrutture. C’è una chiesa dei poveri, una chiesa che cammina con la gente, che non ha voglia di mostrarsi. Sì, questo esiste.

 

Raimondo Panikkar, il sacerdote e monaco spagnolo, sostiene che il terzo millennio sarà dai mistici.

R. Sì. E’ in quella luce che io dicevo del Brasile. E’ esattamente in quella chiave. Il misticismo è quella dimensione che ti fa essere e operare all’unisono. La spinta interiore nella quale tu riconosci vere le cose, che ti fa comprendere ed accettare la verità delle cose anche quando esse ti sembrano scomode, che ti spinge oltre l’apparenza. E non sai farlo senza preparazione spirituale, senza preghiera, che per noi è tale, per un induista potrà essere meditazione, per un buddista anche. Una dimensione dell’anima che offre la profondità con la quale tu puoi vedere le cose.

 

In missione hai incontrato persone di cultura diversa, di lingua diversa, di religione diversa. C’è in loro uno sguardo, un segno, che possa denotare una qualità condivisa dell’animo umano comune a tutte le creature? C’è qualcosa che rimanda l’eco di Qualcuno di più grande? Ha un nome, ti sentiresti di darne uno…

R. Sì, c’è. Credo che sia soltanto l’Amore. Credo che sia la parola più giusta. Capire l’altro fino in fondo, che cosa lo muove. Comprendere perché dice quella cosa e non un’altra, perché ti guarda in quel modo e non in un altro.  Senza l’Amore, davvero, non si può far nulla.

 

Giordano Mariani

 

 

 

 




[i]     Articolo pubblicato su “La voce del popolo”, 23 Aprile 2010

Canti dal margine [Preghiere di frontiera]/10

Canti dal margine [preghiere di frontiera]/10

1.

La tenerezza del tuo canto, uomo,

persona viva, mentre tenevi il capo

stretto tra le mani, gli istanti lievi

       

2.

che la gioia lasciava in serbo e in dono

alla malinconia dei giorni, senza riposo.

Un dio qualunque, un credo solo, che al volto

 

3.

e alla parola mai facesse velo.

Opposto al gelo che abitava il tempo

intero. Nessuno più scioglieva il rovo

 

4.

ardente del domani. Così pregavi,

sul ciglio solitario dei destini.

Amante in sogno, fratello dei cammini.

Canti dal margine [Preghiere di frontiera]/9

Canti dal margine[preghiere di frontiera]/9

1.

Non verrai. Tu più non verrai con passi

di luce nel silenzio d’inferno e di neve.

Più nulla saprò della tua dolce mano,

2.

del tuo vento lieve. Del tuo canto umano.

Dove hai perduta sorella speranza

la vivida voce, vinta agli stenti

3.

nel tempo superbo, tuo breve? In quale

oscura promessa hai lasciata la bella

e solenne carezza dal tratto innocente?

4.

Dimmi! Prendimi ancora! Alzami al Cielo!

Fammi parola del mondo che viene,

strappami il Velo! Rendimi l’ultima speme

5.

tradita nel cuore del vero. Fammi,

ti prego, del mio giorno estremo la nota

infinita. Fai che io sia di nuovo

e per sempre la Vita nel dono che ho amata.

Canti dal margine [Preghiere di frontiera] /8

Canti dal margine[preghiere di frontiera]/8

1.

Aprile è qui, nel grembo dell’infanzia

che ti avvinse e che non muore. Nell’ora

innamorata di chi crede. Io so,

2.

che il vento ha scompigliato i sogni

belli. Che il tempo ha cancellato le orme

chiare tue ribelli. Che il tutto e il nulla

3.

sono le terre arse del confine.

Io so che guardi cieca e fisa all’orizzonte

la rotta del tuo tempo alla deriva.

4.

Ad ogni canto che lento s’alza in volo

porgi le mani stanche e il fianco eletto

dell’amore che rese dolci le tue aurore

5.

carezzi e tremi nella vita con ardore.

Sotto la neve è un seme dolce e di terrore.

La tua speranza in seno al cielo.

La crosta del silenzio,un dio interiore.

Maura se n’è andata.

Maura se n’è andata.

Maura se n’è andata. Non mi piacciono le parole di circostanza ed i millantati crediti di occasione. Mai. E, soprattutto ed in particolare, non mi piacciono quando le circostanze sono queste. Dunque, dirò subito che non ci incontravamo da anni, dal 2002. Che non ho potuto, saputo, voluto coltivare, e così proseguire, un rapporto che pure è stato per me e nella mia esperienza di poeta decisivo e bellissimo.  Maura Benvenuti fu, ed è rimasta, tra le prime e rarissime persone che hanno portato in scena miei lavori, che hanno dato corpo, voce, vita al mio canto.

Fu lei che, una sera di Giugno del 2001, intonò con accenti vibrati, e per me indimenticabili, il filo poetico del testo che, ospite di Scena Sintetica, presentai  in San Desiderio: “La parola di Adamo. La parola Innocente”.

Non voglio ora e non mi interessa narrare la genesi di quell’incontro, le istanze, tutte limpidamente persuase, che portarono lei ad essere voce guida e testimone viva di una tonalità spirituale che le era propria dentro le parole del canto.

Se chiudo gli occhi, riascolto Maura e nell’eco di uno degli incipit di quel lavoro: “Fatti sacri anche i gesti, ed i corpi/ infiniti lacerti nel silenzio di Dio […]”, la rivedo, composta nella lirica unità del corpo e della voce. Nell’infinito tendersi del senso fino alla corde ignote del Mistero. Dove il respiro del poeta trova destino, ancora, se l’attore, l’interprete, conduce al diapason di sé la luce che anima di senso la parola ed il gesto. Maura, quella sera e sempre nelle esperienze in cui la vidi in scena, lo fece. Lo seppe fare.

Avevo esordito in pubblico in nome e per conto della poesia, la mia sola, a 45 anni e poco più. Due anni prima. C’era anche Maura quella sera, naturalmente, in San Desiderio. Ma non in scena.

La vidi per l’ultima volta una sera di Giugno del 2002, di nuovo ospite di Scena Sintetica. Maura  diede anche in quell’occasione luce interiore e voce  ai miei Canti primordiali, l’embrione di un libro che avrei pubblicato tre anni dopo.

Ho saputo poco fa, leggendo un quotidiano, che il suo viaggio terreno si è concluso, ieri mattina, domenica.

Ho cercato tracce  di Maura tra fra i miei testi, i ricordi, le carte di quei giorni, di quei mesi, di quegli anni. L’ho subito e prima trovata, però, dentro me. Nel passo discreto del nostro incontro. Nella luce di quell’esperienza. Certe persone non se ne vanno mai dal tuo cuore. Il tempo che scorre. Lo spazio che divide. I sentieri diversi. Le esperienze lontane. Nulla cancella le verità decisive di noi, quando, al diapason di noi stessi, accettiamo di viverle nella pienezza.

Per quanto brevi, per quanto sporadiche, per quanto lontane nel tempo, le storie così vissute rimangono indelebili e scritte nella traccia della mente, nel silenzio contemplante del cuore. Nei pressi del Cielo e più vicini alla soglia del Mistero, finalmente e per sempre svelato.

Dove ora, credo, riposi anche tu, Maura, compagna del cammino più bello per un poeta e, penso, per un’attrice come tu sei stata, quello che si compie nella parola (nella Parola?). Vissuta come una stretta di mano (la celaniana, sì). Una mano che infinitamente si apre al dono e all’accoglienza. E non si chiude mai, se non per stringere in un abbraccio immemore, che tanto somiglia alla promessa d’Eterno, secondo il ritmo ed il respiro dell’Amore, la Vita che non muore mai.

Il tuo passo ora muove, sento, lungo i presagi d’Innocenza e la tua voce, tesa fra soglie di silenzio e canto, fra luce e abisso, come là, in scena, tutti ci accompagna. Negli orizzonti chiari di un’infanzia che dentro l’Arte, come una religio di corpo e voce, non muore mai. Verso l’aperto per sempre sipario del Cielo.   

Canti dal margine [Preghiere di frontiera]/7

Canti dal margine [preghiere di frontiera]/7

1.

L’infanzia trema, muta corolla al cielo

del ricordo abbarbicata e l’innocenza,

il volto vero che consola dei tuoi giorni

2.

la ferita, dipinge cori nel vento aperto

di pensieri miti. Si alzano silenti

gli aquiloni, danzano lievi. Domani,

3.

lo sapevi, fu presto ieri. La mani amiche

che tracciavano sentieri, si sono chiuse

e nella spuma secca di speranza,

4.

cancellano promesse e desideri.

Viandante strano, la Luna tesa e nuda

al suo profilo nero, rischiara

5.

e scalda le voci intatte dell’umano.

Al fuoco dei primordi ti raccogli

e il passo stanco cedi al bosco che ti

6.

guarda e ti sorride da lontano.

L’Epoca muore. La stella prega e detta

nuove aurore. Avanti il Tempo, traccia

7.

il profilo a storie ignote. Invano è stato

il canto, il tuo diluvio di parole,

seccato in grembo al sole dei profeti.

8.

Gli umani vivono di stacchi lesti

    a tutti sconosciuti.

Canti dal margine [Preghiere di frontiera]/6

Canti dal margine [preghiere di frontiera]/6

1.

Il fiato eterno del Silenzio, detta

parole estreme, dentro. Sogna i suoi

giorni al canto ardente. La nuda terra

2.

chiama il cielo. Ha sete, il fiore,del suo

vero. Il monaco contempla i tempi

e il gelo. Il gelso rompe l’orizzonte.

3.

Sei tu, fratello, l’uomo stanco che porge

al senso vuoto il fianco? Preghi, nell’ora

del tramonto e dell’aurora. Il riso

4.

e il pianto respirano nel rivo chiuso

della gola. Il sole muore. Se tu che tremi

e nulla più nel cuore ti consola?

5.

La viola stende al prato il suo profumo.

La vita, ancora, tesa vola. Domani

ha un volto casto ed innocente ed innamora

6.

i nomi. Di stelle accese in grembo al tutto

e al niente. Sei tu, blasfemo, che uccidi

la parola, al dio feroce delle cose

7.

immoli la speranza, il fiordaliso,

la spina umana delle rose? Il sole

intanto vinto a tutti muore. Signore

8.

delle infanzie sconosciute, intoni

nel ricordo uno struggente suono.

Chiami l’umano a Te, a labbra mute.