Cinici angeli [Il tempo danza].

Cinici angeli[Il tempo danza].

 

Vinta nell’aria di silenzio intorno

tesa, la Terra madre ancora canta

la sua resa. La guerra cessa. Sussurra

la Speranza nell’ansa sparsa dell’umana

vita. La pietra sopra, nella Resurrezione

rivoltata.

 

Danza il tuo Tempo, nel libro grande

della Storia perso. L’istante segna

il giorno e l’universo. La vita che hai sognata

è all’orizzonte terso alle tue spalle.

L’amore traccia il fiume a monte e valle.

 

Memoria del congedo senza tempo,

la Luce che donasti in cielo aperto.

Sperasti un dio qualunque, il senza

nome, fratello sul confine e nella sera.

 

E gli angeli incontrasti, dal volto bianco

e levigato. I cinici celavano

nel cuore il buio nero di un segreto.

Eppure sei andato, poeta nato in grembo

a una promessa. Hai scritto la parola

a te dettata e nella vita amante l’hai creata.

Canti dal margine [Preghiere di frontiera]/11

 

Canti dal margine [preghiere di frontiera]/11

1.

Nell’ara dei congedi, mi sale ardente

dentro una preghiera. E la domanda

intona muta l’ora nella sera. Sei tu,

 

2.

la mia coscienza spoglia e nuda,

che soffia lenta e lieve al fondo

del suo tempo, nell’ora che resiste

 

3.

e niente chiede? Sei tu, malinconia,

o dolce amante nel giorno mio più triste,

che al canto della vita assente culla

 

4.

la storia del presente all’ombra

del suo nulla? L’ira che salsa

di lacrime scintilla, ha spento

 

5.

il sacro fuoco del silenzio. Tutto

s’inabissa e muore nell’imo del sorriso

estremo che l’alba della gioia eterna

chiede.

 

 

Limen.

 

Limen.

Gli anni non hanno spento il senso. Al confine salso del giorno, gli istanti innocenti dell’infanzia lontana, tracciano giochi di luce e di ombra. Fosti il bimbo inquieto nella traccia dell’uomo che sei. Nulla scampa i propri tempi. La chiamata ad essere vissuti come tali. Nessuno sfugge il proprio destino, nemmeno quando tenta di inventarsi un altro se stesso. Che tu abiti con ipocrisia una maschera o faccia il vuoto di te o dentro te stesso, è lo stesso, uomo. E più ti fuggi, e più sconfini nella perdizione e nel tradimento.

C’è un limen che è soglia. Oltre, la partita è aperta con Dio soltanto.

Se è quello che temi, stai nel secolo. Se è quello che cerchi, vai. Apri il varco. Lasciati tentare dall’ascolto del Silenzio. Lo sentirai dapprima come una brezza lieve, venire da una fessura. Poi sarà un vento caldo e pieno che farà della tua anima un ceppo ardente. La follia! Nulla è più folle che tentare di fuggire se stessi. L’impresa impossibile. Tra le braccia di Dio, se tu ti accomodi nel rito scontato e confortevole di una forma inconsapevole del rischio di amare, stai da incompiuto nel cammino di poeta. Se segui il ritmo folle della Sua continua chiamata e ricerca, v’è alcun pericolo. L’apparenza non è garanzia di alcunché, quando la vocazione è una convocazione al credo o alla parola del canto. I poeti, i profeti, i mistici, non trafficano metalli e non sono negoziatori impenitenti di evidenze. A vent’anni può essere difficile comprenderlo e durissimo accettarlo. Un poeta, però, come una madre, lo sente. Dentro sé. A sessanta, è una consolazione sapere, pur senza mai voltarsi, che alle spalle c’è un abisso di Luce vissuto e dentro il quale si è varcato il transito. Disseppellire i talenti, non è solo una risposta al monito evangelico. Non può essere certo un’orgogliosa esibizione di sé. La vanità non ha scampo lungo i cammini della Bellezza, spesso belli ed insieme terribili. Trafficare i talenti è la sola cosa che un poeta possa e sappia fare, senza mai alienarsi a se stesso o fuggire il principio di realtà. Il canto nasce da una relazione assidua e profonda. Il bimbo che contemplava per ore un ramo d’albero sapendosi guardato dalle gemme nascenti era già il poeta che tende la parola sull’abisso del reale, mentre il secolo pietrifica l’anima in un concerto muto e stordito di occupazioni vincenti, manu militari, di tutto lo spazio e di tutto il tempo vissuto qui ed ora, nella storia. La quotidianità profonda è il territorio dei veri resistenti, e quelli feriali sono i soli eroi in un tempo immolato sull’altare dell’inverosimile che alimenta la società della rappresentazione e dello spettacolo. Il situazionismo non salva nulla e nessuno: è solo una forma stilisticamente più astuta dell’opportunismo e, in qualche caso, di un sagace nascondimento che fa impallidire gli emuli di Ulisse. Comunque, i suoi epigoni nella modernità sfuggono il Ciclope della rappresentazione abbarbicati sotto il ventre inconsapevole delle greggi che pascolano gli eventi. Il talento dissepolto affronta la sferza dei tempi. Invoca ed evoca su di sé gli arcani. Nella cella monacale di una solitudine convocata al centro della vita vissuta, abita la nicchia di un tempo nascente e non visto. Tutto in lui e di lui è persuaso. L’atto in potenza che precede il gesto. Il pensiero che ispira l’atto. Il sentimento dell’Alterità originale che dimora nel pensiero. Oltre e prima. L’esercizio retorico della rappresentazione, anche di sé, soprattutto di se stesso, è un abito interiore che non gli appartiene e non lo caratterizza. E forse nulla gli appartiene davvero. Se non forse l’eco residuale di un io che sconfisse l’ego, postulato nella visione del canto e declinato con discrezione anche esistenziale nella parola poetica. Non serve evocare o annettersi origini primitive posticce, né sono necessarie cancellazioni della memoria per andare oltre. L’innocenza non risponde di una sintassi che ignora. Al contrario. Il respiro primordiale e di nuovo innocente nasce dentro ed al diapason della civiltà e della tradizione di cui siamo figli legittimi. Traversare il fiume tumultuoso della transizione epocale in atto portando in salvo sé e la risonanza interiore dei segni originali è un’impresa che chiede un allineamento sublime fra il sé ed il mondo. La mano tesa nella parola del canto forse sfiora dita d’altri tempi, d’altri luoghi, di epoche altre. Non qui ed ora andrà a dimora il seme dissepolto del talento. Sotto la neve del silenzio che ci ha ospitati, il pane di una storia cui altri daranno un nome ed un volto. Forse, anche un altro segmento di religio, di religazione fra la terra dei tempi ed i cieli del Tempo. Certo non sarà l’eco miserabile di uno stordito ripetersi del retorico ritornello che garantisce rendite di posizione a segnare la via del talento. Certo, non sarà l’evocazione retorica ed interessata di bellezza pretesa inimitabile a scandire il passo del canto che verrà. O a redimere nell’ascolto quello di chi varcò solitario in anni lontani il Limen. Scontando l’abisso.

Notte interiore.

Notte interiore.

Urge la nota, dentro. L’incantesimo che sorge dall’intatto Silenzio. Il tuo tempo, uomo, creatura cosciente del suo senso divino, scandisce la tua notte interiore. L’abisso di Luce cui attingi il senso.

Hai traversato l’orgia di cose, la feroce, la silente guerra, muto ed indifeso, a mani nude.

Hai pregato, contemplando, solo.

Raccolto sulla colonna a margine del giorno, stilita moderno.

Sei passato tremando mentre la vita intonava il suo superbo coro. Glabro, nel tuo inutile canto.

La carità delle mani ferite ha scampato il digiuno d’amore celeste. Non so se la parola, povera e spoglia, ha salvato altre vite.

Hai sentito l’ardore svanire nelle notti più intense, il coraggio tradire.

La decenza, un retaggio di epoche antiche, fu per te la scialuppa felice. Nel naufragio che non sente infiniti, tra gli scogli degli dei secolari, nei lacerti confitti alla gioia che abbandona gli eterni, hai trascorso i tuoi giorni d’inferno.

Hai sentito la notte farsi dolce cruna al destino: il chiarore di una luna ignota, compagna tenera al cammino. L’ira aspra che tenace frantuma l’io, nella sua polvere deserta, una distesa d’ego, ti ha serrato nella morsa un istante soltanto. Sei scampato al silenzio, alla solitudine, nella cella del canto, il tuo ignoto pertugio.

E mentre la storia flette nella sua utile finzione, tu, ribelle, hai dato ritmo, respiro e fiato all’inutile Bellezza, alla tua sublime, di sempre, alla tua sola tentazione.

Chi sa più quale sia l’istante che ti decide, quando la parola cessa ed il gesto accade?

Chi, nell’oblio, sente la gestazione spoglia del semplice che nella sua feriale gioia ancora ride?

Chi ti decide e cosa, uomo moderno, orfano d’Infinito, fuggiasco dell’Eterno?

L’eresia, lo sai, è un estremo canto d’amore. Forse il solo, persuaso, e più vero, che concilia l’Eterno ed il giorno, l’Infinito e lo spazio più angusto dentro il limite umano. E’ la porta del Cielo, la fessura silente in cui passa in un soffio la Luce del Vero.

Le composte verità della storia che ti è scorsa accanto, che ha pervaso ogni istante senza scenderti dentro, mostra faglie scomposte nella terra del Nulla che ti è stata contesto.

La tua sete è inevasa. La tua folle domanda di senso, la Sua opera rara, è rimasta dischiusa, posta al ciglio dei tempi, distesa e raccolta nell’amara ferita.

La tua croce un Golgota che scompiglia i destini.

Voi sapete quale soffio di vento porterà l’ultima foglia verso il suo compimento?

Voi sapete dove attinge l’amata parola il suo ritmo e il suo senso?

Voi sapete se Dio muove ancora nella traccia rarefatta del canto? Se il Suo nome è un diritto all’umano acquisito per sempre? Voi sapete perché un poeta cammina da solo anche in mezzo alla gente?

L’orizzonte ribolle di un fuoco futuro. La parola è un Mistero che trema nella luce vibrante dell’estremo orizzonte.

Voi sapete se la muta preghiera è un segreto che tutto dirime, nella vita e nel gesto del profeta sublime?

Sto, con la mano protesa sulla nuova parola che dal cuore mi affiora. Sto, mio Dio, per sempre in ascolto? E’ il Tuo volto quel fiore che sboccia inatteso, nell’infanzia del mio ignoto candore innocente?

Sulla nuda e deserta mia Terra in un sogno felice che profuma d’umano i fratelli che ho amato si sono dati la mano.

So che il tempo ha leggi crudeli. Che i fedeli chiedono pane ed insieme circensi e le regole certe tesi al dio secolare che li accoglie bambini senza alcuna innocenza dentro l’imo seccato del deserto interiore.

L’Amore che sento e che canto non ignora le soglie. Tutte insieme le accoglie come un grembo di madre in un tempo che ignaro non conosce del canto le doglie.

Solo, poeta, nella parola.

 

Solo, poeta, nella parola.

Hai scoperchiato il vaso di Pandora. Hai tentato di varcare le colonne d’Ercole. Hai volato, con Icaro, e, reso ebbro di te, sino al Sole sei giunto. La cera dei sogni hai scontato disciolta e all’estremo tentata. Hai sconfitto il ciclope con l’astuzia di Ulisse che si disse Nessuno. Hai sfidato i confini dello Spazio e del Tempo. Alle soglie sei giunto dell’eterno Silenzio.

Un mattino d’inverno di un giorno qualunque, nel presagio dell’alba che nasce alla vita, hai lasciato la notte interiore. Hai guardato di nuovo lontano, con un solo conforto, la tua piccola mano. La Fessura celeste che hai sentita fiorire, ti ha donato l’aurora risorta in un canto d’amore.

Hai compreso che l’eroica e dolente passione, la tua lunga ed intensa tenzone, non aveva destino. Che il cammino disgiunto della cosa reale e del ritmo sublime nelle amate parole, ricondotta all’origine intatta ed unita del solo Mistero, era tutta la vita. La Luce del vero. Che cercarla nell’abisso dei tempi vissuti e nell’imo di te era il solo pertugio, sortilegio di senso comune tra l’umano e il divino.

Hai ripreso, pellegrino moderno nell’anfratto incorrotto dei tempi, nella nicchia silente, il tuo lento cammino.

Fosti solo, quando un coro felice cantava senza ombra di pena la sua resa alla cosa. Il primato della forma apparente, contraltare sicuro all’incerta visione del senso, al tuo inutile canto.

Sei passato nella cruna dell’ago di un futuro smarrito. Nella luce e nell’ombra del passato smemorato e ferito.

La vita chiede. La domanda radente incalza il presente senza più conforto. Chi è il poeta? Cos’è la poesia? E la parola, quel minuscolo accento di Luce in cui la vita si accende di memoria e speranza, di tensione e ricordo, di presenza e di amore, la parola, cos’è, infine? E tu, poeta, sei davvero tutto in essa ed è essa tutta in te, e sei in lei un sintagma di solitudine assoluta? Un frammento di Infinito che ancora e di nuovo sa narrare visioni e dunque dare unità e senso alla Storia? Un lembo di tempo Eterno in cui lo sgomento d’essere e di saper essere se stessi qui ed ora e per sempre sigilla in unità e dunque ristora la paura? O sei un lacerto d’Occidente, anche tu alla deriva, una funzione, una derivata, un orpello della cosificazione performante e sei dunque esotericamente inutile? Inutile davvero e non un testimone della nobile inutilità del canto, la sua chiara e luminosa afflizione di sempre?

Lo so, stenti a rispondere. Una atavica ruggine secolare ha corroso l’Origine. Quel pertugio d’Innocenza reso pervio poeta dalla tua testimonianza nell’unità coerente di parola e vita è occluso dai sedimenti dell’ego, che, a lungo incurante, hai lasciati posare là, dove la parola attingeva canto.

Sei povero e vai nudo, più della filosofia che tuttora osa interrogare la Vita, il Senso, la Storia. Sei spoglio e solo nel Cosmo. Il Caos ti alberga e tu resisti unicamente in lievi scarti di apparenza e astuti. Ulisse ha ceduto all’incantesimo delle sirene e tu, fragile figlio del tuo tempo, sei andato con lui.

Abbarbicato al legno del tuo sublime naufragio nella vastità moderna dell’Infinito declinato secondo l’ontologia dei tempi, hai spogliato l’anima deserta all’osso di sé e reso alla parola tutto il fiato del tuo respiro interiore. Sei stato un folle amante nell’estenuata decadenza che ha fatto dei sogni una semplice essenza di conforto nei segni. Lo stile. La smagata performatività esistenziale. Tutto, tutto, nella modernità, ha congiurato contro l’essenza del canto, contro la verità di te, poeta. L’etica ha scavato una nicchia di sopravvivenza nell’esercizio del suo contrario, l’abilità retorica degli spacciatori di verità in similpelle.

Vorrei parlarti ancora nelle parole che ho amato, nei segni veri e vivi del tuo schianto. Ma è tempo, lo so, di andare. Verso nuovi Cieli e Terre nuove. Verso una profondità dell’io ancora ignota, forse, in cui la notte canta e l’estremità del Caos di nuovo si compone nell’armonia di Cosmos. Dove il canto strozzato nell’afasia di senso apre le ali sulla tolda del reale e tu, poeta, di nuovo ed ancora dispieghi le tue, superbe, della parola in un volo senza spazio e senza tempo. Qui ed ora, nell’Infinito spazio e nel tempo Eterno.

 

 

 

Vento nelle ali.

 

vento nelle ali.

La Bellezza ha un vento lieve nelle ali. La sua memoria, un fragile sussurro della storia. I suoi colori, un canto di vigilia e Primavera. L’uomo, al tramonto, si commuove nel tenero sguardo del disincanto. Piccole foglie d’autunno volteggiano nel grembo del ricordo. La malinconia, che fu compagna al giorno intero, indugia nella Luce del vero.

 

Tu, Signore, hai dettato parole per sempre, nei lacerti del Tempo che muore. Le ho scolpite nel canto, mattutino di gioia e tremore. Le ho cantate dolenti nella gioia e nei tratti del cammino segnati da passi d’Amore.

 

Ora un Volto sincero s’intona. Paradossi. Note scosse. Una fuga celeste e solenne tra colonne petrose, mentre il ritmo del cuore tradisce la soglia innocente del suo primo ardore.

 

Al passo lento del tempo interiore, la tua notte disperdi nella cenere bianca. Una mano si stende verso l’imo di te. La fessura celeste da cui spira il Silenzio è la porta del tempio che attendi. La deriva pagana delle ore e dei giorni hai scontato, l’ineffabile meta di troppi ritorni.

 

Alla gloria del passo terreno hai offerto servigi. Ai celesti prodigi scampato, tu, l’astuto, innervato da sapienti malie secolari, ora innalzi il tuo urlo silente. L’impotenza non sarà tua virtù e la voce profonda che hai taciuto a te stesso nelle ore tue vili non concede più soste.

 

Sei costretto ad andare. A partire. A scandire ogni atto del giorno nell’agone apparente. Un teatro senza scena né fine. La funzione è l’altare del gesto, dove l’orma del saggio tracciò in un tempo interiore a te ignoto il suo solco d’ardore. La tua ara che crolla incalzata dal mondo che geme è una quinta sgomenta. Sei deserto di note. Sei privato di soglie coscienti. Sei la nuda e già spoglia stagione. E nemmeno la neve ti copre coi suoi petali bianchi di incantesimi muti. Sei finito. La tua ora hai trovato nel deserto moderno che hai passato con baldanza insipiente. Prigioniero di nihil, sacerdote del niente.

 

All’ira dura del reale che sconti, nessuna tua presenza ha saputo e voluto dare un tempo sublimi accenti. Ti sei accasciato nella litania orante dell’utile, che hai intonato nella diuturna fatica di una speculazione senza requie. Sei stato sacerdote del profitto e cinico officiante dell’ego. L’inutile preghiera, che ancora risuona nella memoria sublime dei chiostri che visiti con l’indolenza onnivora di chi tutto s’appropria e consuma, non è mai stato accento sulla tua vita. L’hybris dell’istante ti ha sepolto sotto una coltre di gesti in sequenza. Hai vissuto hic et nunc. Non hai voluto avere un passato. Non hai pensato ad alcun futuro. Il presente, con il baricentro del tuo io ipertrofico, è stato il cuore della sola storia che hai voluto conoscere. Che hai saputo ricordare. Che hai potuto esperire.

 

L’astrazione non ti appartiene dentro. Un surrogato del reale. Troppo inutile per la tua declinazione di un tempo senza umanità e cui la carità è ignota. L’infinitesimo d’eterno che saresti stato è un fardello troppo inquietante per la tua tonalità percettiva. Se la vita avesse avuto per te qualche sfumatura cognitiva, essa avrebbe delineato la fisionomia di una crosta. Nata crespa e già avvizzita. L’orizzonte che traccia e disegna la storia, il senso, dunque, è troppo esteso e profondo per la fatica del tuo sguardo. Tutto compiuto e compunto nell’angolo visuale ad obiettivo fisso che copre lo spazio che va da te stesso ad un’altra declinazione di te. Nulla esiste, fuori da tale funzionalità lineare. Sei una derivata del punto che vedi. Lo scarto interiore ha in te un profilo piatto.

 

Il canto estremo della comunione, che nella parola trova lievito, è una remota eco. Dove sia iniziata la sua deriva è un mistero secolare la cui sola nominazione terrorizza la contemporaneità. Non un’ipostasi del cielo, pane dei mistici. Non un’oltranza mistica. Una semplice perdizione dell’uomo nella storia. Passo dopo passo, per lievi scarti di senso, sei passato di soglia in soglia e la stretta del canto si è strozzata nell’afasia.

 

L’albatros è inchiodato da tempo immemore alla tavola della Modernità. Il Poeta. L’Occidente. Il Tramonto. La coniugazione delle tre parole luce dei tempi, o una loro coniugazione armonica, tracciano per la contemporaneità un sentiero impervio. A tratti, al limite dell’impossibile. Il logos offre, quasi fosse una beffarda sintassi dell’ultima tentazione, la consolazione storica della coerenza. In quel tratto di vita, di esperienza, di testimonianza, la via sarebbe forse pervia e salvo il canto. Tentare. Quando il vento della Bellezza si leva, si deve tentare. Si deve tentare di vivere.

 

L’armonia sta un rigo sopra il logos. E’ una sfida di complessità più intensa. Chiede la tensione vibrante dell’intuizione. La parola, ed in essa il poeta, o passa e vive o cade e muore. Solo il Tempo, che è coscienza, dirà chi passò, chi visse. E di lui rimarrà nella parola del canto l’orma armonica del testimone. O la testimonianza di una sfida compiuta nell’armonia.

 

Il Poeta canta al margine della storia e del mondo. L’Occidente non è centro e non è più confine. Il Tramonto o è alla spalle o vive dentro. La lingua e l’essere sono composti in una sintassi nota. L’Armonia che nasce è una lallazione. O un rintocco sublime nell’Alba che nasce dentro l’eco degli arcani.

 

Datevi, datevi, uomini e poeti, datevi tutte le vostre innocenti mani.