SN [Ontologia e poetica della solitudine.]

SN [Ontologia e poetica della solitudine.]

Intorno all’abisso di fuoco dell’Es

profondo, come farfalle presso la fiamma,

danzano, timorosi della tua accesa

parola, solitudine.

 

Tendono la mano retrattile alla nota

interiore che dolcemente e con furore

si inabissa, attesa nella parola amante.

 

Fuggono al ritmo infernale dell’ossesso,

l’apparenza. Feriti dal silenzio

che abita l’assenza. La parola interiore

che danza.

 

Il monaco, monos, solo arde e canta

nel cielo fiorito della sua spoglia

stanza. L’uomo ferito si immola, nel canto,

 

il poeta, contempla la sua inutile, la sua mite

parola.

Canto estremo. [Se il nulla muore.]

Canto estremo. [Se il nulla muore.]

Ti chiamavo, innocente e fratello. Nulla ancora/

sapevo del tuo greve fardello, della mano/

nascosta che feroce celava la tua dura risposta.

 

Ti credevo compagno. Ti pensavo felice./

Non tradivi il tuo nulla profondo/

nella muta parola che ti vela e non dice.

 

Ti chiedevo il Silenzio che riflette le stelle,/

la Bellezza che salva nella Luce la notte./

Non sapevo del tuo senso perduto lungo ciniche/

rotte.

 

Ti abbracciavo ferito al ritorno nel tuo cuore/

che batte. Senza chiedere il canto alle membra/

corrotte.

 

Non sapevo che giacevi perduto negli incerti/

frammenti di trame interrotte. Che il tuo dono/

era sabbia dispersa lungo giorni di vento.

 

Non sapevo che celavi nel cuore già l’estremo/

silenzio. Che il destino era solo l’ultimo/

lembo del celeste suo grembo.

Spazio e linguaggio.

Spazio e linguaggio.

«[…] Ho scelto due interlocutori privilegiati: la cultura contemporanea e l’uomo. La cultura contemporanea, perché essa si trova intricata in una triade incommensurabile di conoscenze: l’infinitamente grande degli universi stellari, l’infinitamente piccolo degli universi sub-atomici, l’infinitamente complesso delle società post-industriali. L’uomo, perché gli interrogativi radicali si ripropongono oggi, a distanza di millenni, con una urgenza e con una contemporaneità convergente, mai prima sperimentate. Molti storceranno il naso etichettando di sincretismo intuizionista la trama del mio argomentare: riveleranno in questo modo di essere affetti da quell’antico morbo che va sotto il nome di accademismo, più o meno positivista.

Evidentemente, cercare di superare le barriere psicologiche e culturali che separano io e non-io, principio di oggettività e soggettività creatrice, analiticità logico-matematica e analogia immaginifica, costituisce una sfida e una provocazione come è d’uso dire.

Ma questa mia sfida contiene anche una lucida proposta, l’indicazione di una possibile linea di ricerca e di studio che esca dalle strade, battute a tappeto, della sperimentazione sistematica; e da aree settoriali e specialistiche, troppo rigorosamente delimitate.

Sono convinto che oggi il destino della ricerca e dell’evoluzione del sapere dell’uomo richieda una costante attività di smarginamento, di sconfinamento da un campo all’altro, da una disciplina all’altra.

È assolutamente necessario, per il superamento delle impasses conoscitive e progettuali in cui ci troviamo, eliminare il pudore-tabù che ci vieta di applicare contemporaneamente più metodologie, confrontando tra loro frammenti di conoscenze apparentemente — solo apparentemente — distanti e incomparabili. In questo libro vi sono accostamenti impensabili e usi davvero alternativi di metodi e di formalismi tratti dalle cosiddette scienze esatte.

In buona sostanza, mi sono sforzato di applicare all’oggetto di studio — lo spazio e il linguaggio — tre metodi di approccio, ma sempre contemporaneamente:

  • il metodo oggettivo — sperimentale di origine galileiana;
  • il metodo analogico che presiede all’elaborazione artistica;
  • il metodo rivelativo che ispira l’evoluzione spirituale e sviluppa
    l’intuizione umana.[...]».

 

Emo MarconiSpazio e Linguaggio», da “Prefazione (alla prima edizione)”, [Milano, IPL, 1990].

Forza della solitudine.

Forza della solitudine.

“Una vita che non conosca un luogo di solitudine, una vita, cioè, priva di un centro quieto, facilmente diventa preda di dinamiche distruttive. Quando ci aggrappiamo ai risultati delle nostre azioni facendone il nostro unico mezzo d’auto-identificazione, diventiamo possessivi, inclini a tenerci sulla difensiva, a considerare il nostro prossimo più come un nemico da tenere a distanza che come un amico con cui condividere i doni della vita. In solitudine, gradatamente acquisiamo invece la capacità di smascherare la natura illusoria della nostra possessività, e di scoprire, nel profondo del nostro essere, che noi non siamo ciò che possiamo conquistare, bensì ciò che ci è dato. In solitudine possiamo ascoltare la voce di colui che ci parlò prima che noi potessimo proferire una sola parola, che ci sanò prima che noi potessimo fare un solo gesto in aiuto degli altri, che ci liberò assai prima che noi fossimo in grado di liberare altri e che ci amò assai prima che noi potessimo amare chiunque altro. È in questa solitudine che scopriamo che essere è più importante che avere, e che il nostro valore risiede in qualcosa di maggiore dei meri risultati dei nostri sforzi. In solitudine, noi scopriamo che la nostra vita non è un possesso da difendere, ma un dono da condividere. È in essa che ci rendiamo conto che le parole benefiche che pronunciamo non scaturiscono da noi, ma piuttosto ci vengono date; che l’amore che riusciamo ad esprimere è parte di un amore più grande; e che la vita nuova che generiamo non è una proprietà gelosa a cui aggrapparsi, ma un dono da ricevere. In solitudine, noi maturiamo la consapevolezza che il nostro valore non coincide con la nostra utilità.”

HENRI J.M. NOUWEN, “Forza della solitudine” [Brescia, Queriniana, 1998].

Cantico spirituale. [A SJdC, mistico poeta]

Cantico spirituale. [A SJdC, mistico poeta]

Fra perdizione e senso non sola salva la nuda cosa in sé. Teso t’innalza e solitario il respiro dell’Infinito sparso nell’Immenso.

L’occhio fermo nella quietudine del reale visibile segna la feriale apoteosi di ogni inconsapevole perdizione. A futura e tardiva memoria.

Poeti. Resistere nel tempo di un’ancor ignota resurrezione. Vivi nel gesto. Salvi, nella parola.

Nel pertugio dell’istante, l’occhio distende l’azzurrità dell’essere nell’infinità della Relazione possibile. Uno all’Altra rivelati.

L’Assoluto del silenzio, in ascolto dell’imo teso di sé. In attesa della nota d’infinito che calma e composta risuoni di luce.

Il Mistero dischiude il labbro lento in un sussurro che si posa lieve al margine del mondo. Il Mistico respira all’unisono…

A passo lento, fuori dal tuo tempo. Scrutando alle spalle i giorni inabissarsi, al tramonto dell’evo, mentre il sole trema sulla nuda mano.

E sotto l’ala tesa dell’epoca che muore, la domanda estrema del monaco che chiede l’unità interiore dell’innocenza alla sorgente.

Dove un giorno passò altero di gloria sul luminoso sentiero del tramonto un fratello fiero del passato e del futuro ignaro.

La storia non conosce scarti e l’uomo è solo nella fessura che detta luce dentro sotto la stella ignota di una coerente identità singolare.

Nel libro sacro dei giorni la vita come una preghiera, ignota ai molti e cara ai rari, fragile e ferita nell’interminabile silenzio del mondo.

Addio, rapsodo di sogni.

Il 2 Giugno ho partecipato ai funerali del papà, morto il giorno prima. Alcune ore dopo averlo saputo, ho scritto di getto le poche righe che pubblico ora, ispirate a lui con il titolo di una frase dedicatoria che tempo prima avevo pensato. Le ho tenute in sonno, o forse in grembo, come in una lunga gestazione del dolore, attesa di una sua ultima ed ultimativa composizione dentro l’orizzonte della Pace e dell’Eternità in cui egli ora abita, dal primo istante del congedo, credo. Di mio padre e su mio padre ho scritto tantissimo in questi decenni. A lui, ho scritto, forse ancor più frequentemente. Pochissime righe tra quelle che gli ho dedicato, in circostanze diverse, alcune, due, credo, in apertura di miei lavori, sono divenute pubbliche. La gran parte sono riposte nelle mie carpette, chiuse nei testi originali conclusi, dentro qualche taccuino, in fogli sparsi di lettere iniziate e forse spesso anche terminate e mai inviate. Abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto fino al compimento dei miei dieci anni, forse meno. Oggi sono prossimo a compierne sessantuno. Mi è mancato molto, mio padre, negli anni durissimi della crescita. Mi è mancata la persona. L’uomo. Il padre. Mi è mancato in molti modi. Ma quella traccia interiore inestimabile che è la poesia, mi ha aiutato a costruire ponti sopra abissi di perdizione affacciati talvolta su paesaggi tempestosi, storicamente ed individualmente. Un ponte prediletto è stato gettato anche con lui, dopo l’adolescenza e la prima giovinezza trascorse. La nostra corrispondenza negli anni più vivi e più belli mi ha dato consolazioni inenarrabili. Quando qualcuno sproloquia della virtualità delle relazioni, io mi raccolgo come in preghiera sul grembo di quell’ insuperabile canto di affetti teso nella luce del valore condiviso e sorrido. Talvolta con dolore. Talvolta ironicamente. Talvolta per sconsolata insipienza del merito delle cose. Sempre con la certezza che l’astrazione del pensiero e la pienezza del sentimento, anche quando vissuti da lontano, non sono mai se veri surrogato della vita. Spesso sono la vita stessa sola e tutta intera. Così è stato. E’ stato a lungo tra me e mio papà. Certo, quelle che seguono non sono tra le cose più belle che ho scritto di lui ed a lui e non le più significative. Sono però le mie parole vere ispirate a lui nell’ora del congedo.

 

Addio, rapsodo di sogni.

Stamani, intorno alle 9.00, se n’è andato mio padre, Savino. Aveva compiuto 90 anni l’11 Aprile scorso. Era nato a Campolieto, in Molise, nel 1924. Da quarant’anni viveva poco lontano da Roma.

Il titolo di questo breve ricordo è parte di un pensiero a lui ispirato che scrissi tanti anni fa, e che ho negli anni quasi imparato a memoria. “Addio, rapsodo di sogni, spesso incompiuti, abbandonati mai”. Lo dedicai a mio padre in un attimo di folgorazione e di sintesi che mi colse credo sulla piazza antistante la Chiesa del paese in cui abito, a metà degli anni Novanta. Lo fermai sulla carta quel giorno stesso e poi nel tempo lo rielaborai più volte trascrivendolo su tanti e diversi quaderni nomadi che hanno accompagnato il mio pellegrinaggio interiore in questi decenni.

Non ho avuto bisogno di cercarlo. E’ fissato per sempre nel mio cuore e nella mia mente da tempo.

Posso dire che ho sentito morire il papà stamani. Una strana malinconia mi ha accompagnato fin dal risveglio. Qualcosa di inspiegabile che ha più volte tentato di farsi pianto. Commozione prima davanti allo specchio in bagno mentre mi facevo la barba. Poi sempre più precisa e dolorosa consapevolezza del tempo e degli affetti. In sala, nella luce del mattino, dentro l’aria fresca di un’estate incipiente, bella ma non ancora calda, mi sono calmato in me stesso.

Allora, seduto davanti alla finestra di sempre, mentre il verde stemperava il canto dolce degli uccelli e una brezza annunciava il giorno, ho pianto. Qualcosa si è fatto largo in me in modo sempre più deciso. Un sentimento complesso, la cui natura ho faticato a decifrare e la cui origine ho stentato a riconoscere. Subito però si è fatta avanti una memoria, ed è lì, credo, che il papà mi ha salutato. Ho rivisto una sera di tanti anni fa, lucida e chiara nascere in me. Oggi, come allora, stavo seduto davanti alla finestra. Era un’estate di fine anni Ottanta. Stavo concludendo la stesura di “Exsultet”. Per una serie di motivi che non voglio ricordare qui, in quelle sere d’estate, vigilia di vacanza, sedevo a lungo, ore intere, fino all’incalzare del sonno, a godere il fresco. Spalancavo entrambe le finestre, quella della sala e quella dello studio alle mie spalle. Mettevo musica classica ad un volume accettabile e poi iniziavo a viaggiare, dentro me, soprattutto, ed insieme nello spazio e nel tempo. Ricordo che talvolta rivedevo come in una vertigine gli apici esistenziali, belli o dolorosi, della mia adolescenza, il rapporto con mio padre. La Poesia. La Vita. L’Amore. Gli Affetti. Tutto, tutto, tutto, passava come un turbine dentro e mi lasciava placato e felice alla fine della musica e della serata, quando la notte era ormai giunta, con il cuore e le mani piene di canto. Talvolta era come se le intuizioni si sfiorassero tra loro e si componessero lontano, in una vita non mia, forse quella di mio padre. Andò così fino a quando ai primi di Agosto partii per la montagna, dove raggiunsi Elena che era già là insieme ai suoi. Exsultet, il mio poema più significativo, quello al quale avevo dedicato quasi quattro degli anni più intensi della vita e sacrificato tanto, era quasi ultimato e la rivista Madre chiudeva per le vacanze estive.

L’anno successivo pubblicai Exsultet . Qualche tempo dopo, mio padre mi regalò l’ultima sua fatica poetica, “Sinfonia cosmica”, un piccolo libro dalla copertina in un colore azzurro con venature bianche, che ho riposto dentro il comodino, dove tuttora è.

Pensavo a tutte queste circostanze, stamani, davanti alla finestra, in una solitudine più composta e meno tesa di allora, presente al reale che è il qui ed ora di questi anni.

Ero commosso ed ho pianto.

Non avrei mai immaginato che proprio in quegli stessi istanti mio padre stesse morendo.

L’ho saputo più tardi.

Ora so che mi stava salutando, con la puntualità di sempre.

Così, come stamani, infatti, non l’avevo più vissuto né in casa né altrove. Mai più avevo ricordato con tanta precisione e presenza quelle notti d’estate, di vita e di canto.

Addio, papà, rapsodo di sogni spesso incompiuti, abbandonati mai. Tra i quali, forse, sono stato anch’io.

1 Giugno 2014, ore 12,15

 

Canto d’amore. [A Occidente dell'ego].

Canto d’amore. [A Occidente dell'ego].

 

Sale la nota e si spande dallo spartito/

feriale, fantasia d’infiniti, embrione/

d’eterni. Geme d’istanti riflessi, lieve,/

un canto d’amore. Prega gli dei genuflessi/

il viandante sazio d’ogni gioia e dolore./

Teme gli occhi dei pavidi inferni, le scintille/

di luce remote pure e accese nella notte/

interiore. Sparse nel buio immacolato/

d’un tempo che a se stesso oggi muore.

…et lux perpetua luceat…

 

…et lux perpetua luceat…

 

Quando cediamo, di schianto a causa di un dolore o per stanchezza dopo una strenua resistenza, alla parte peggiore di noi, diveniamo spesso stranieri a Dio ed all’Umano che ci abitano ed ispirano.
Allora confondiamo nella notte che ci sfianca persino tutti i profili luminosi di coloro che abbiamo amato e seguito.
In un’unica desolata sintesi apriamo le braccia ad un cinismo altrimenti sconosciuto in noi.
Respingiamo la mano tesa.
Rispondiamo o non rispondiamo per nulla e con scetticismo alla bella voce amante che ci chiama e la sfidiamo, alteri vuoti di noi e presuntuosi, come se fosse una provocazione.
E l’Amore è forse sempre tale per i pavidi o per coloro che stanno pigramente cedendo alla disfatta di sé. Dell’Umano dal volto di Luce nella creatura.
L’oltranza della prova e della notte dentro e fuori di noi talvolta ci sfianca e piega.
La nostra notte interiore è un delirio muto in cui misconosciamo i profili più alti che pure ancora camminano al nostro fianco.
Siamo sordi al richiamo della Carità ed insensibili alla Pietas. Ogni gesto, anche l’eroicamente amante che si stende e si tende con levità e discrezione nella nostra vita, ci è straniero e nemico.
E talvolta è tanto più facile cedere all’evidenza delle cose in sé che alimentare con la nostra piccola fiammella interiore, un accento di Luce nel cosmo, la speranza. Una Speranza senza tempo. Il solo viatico dell’uomo compiuto in cammino.
Quando raccogliersi su se stessi sembra impossibile e strappare da sé la vanità è un urlo doloroso e senza apparente senso, quando la Bellezza interiore che salverà il mondo ci appare un’ipotesi vaga per sognatori persi e non l’ipostasi del Cielo che sempre è ed è per sempre, allora solo un Angelo può dischiudere al calor bianco della sua dolcezza la nostra corolla abbarbicata a sé e rivelarsi nei trasognati colori dei giorni di una vita possibile, ancora. Di una Vita. Solo se siamo vuoti di noi stessi, allora, disabitati anche e soprattutto da quella che riteniamo essere una invincibile corazza, possiamo accoglierne il viatico.
L’erta più dura inizia sempre con un passo d’orgoglio e di vanità. La perdonabilissima stanchezza dei cuori vinti, così cara ai santi di ogni religione e tempo, cede il passo solo se l’imperdonabile di noi abdica a se stesso. In noi stessi. La Luce si affida ad una religio che è antropologia esercitata della mitezza. Il passo rude ed armato non ha destino davanti alla grazia armonica che come un petalo d’Eterno si dischiude in noi e ci dischiude a corolla nella comunione della Speranza.

Giornalista per sempre. [5] Scritti a mano.

Post precedenti:

Giornalista per sempre. 1

Giornalista per sempre. 2

Giornalista per sempre. 3

Giornalista per sempre. 4

 

Scritti a mano.


Una sera d’estate, quasi dieci orsono, la malinconia mi aveva pervaso, come solo lei sa fare, salendo piano in ogni fibra dell’anima. Compagna dolce e silente, che stenti dapprima a sentire, poi una volta avvertita dentro te, a riconoscere nella sua vera identità di coscienza. Nella sua propria natura.
Talvolta sconfina o si presenta insieme e con il volto della sorella omozigote, la nostalgia. Prima ancora che tu possa comprendere se sia l’una o l’altra che avanza, che ti sfiora e accarezza sulla mente e nel cuore, ti prende, ti abbraccia e ti serra. Fino a quando le cedi e finalmente sai chi lei davvero sia, quella linea di sottile confine che ti divarica dentro, tra memoria e speranza, tra passato e futuro, abitando il tuo mite e indifeso presente.
Era una sera così, quell’estate di otto anni fa. Mentre lasciavo che il tempo trascorso parlasse in me, sempre più comprendevo da dove venisse. Se fosse, come in un primo tempo sembrava essere, malinconia, o come presto si mostrò, indulgere lento alla nostalgia. O se non fosse né l’una né l’altra, o, piano, il sentimento originario ch’era insieme un poco dell’una e un poco dell’altra, si stemperasse o nascesse in qualcosa d’altro di rinnovato ed al tempo stesso radicato nella memoria della vita vissuta. Un’intenzione, per esempio.
Affiorò allora il proposito denso che coltivavo da tempo, un progetto, se così si può dire, al quale mai avevo messo mano, e che si inscriveva a buon diritto nella metafora esistenziale, a me cara ed essenziale, del transito.
Erano trascorsi più di dieci anni da quando avevo smesso di praticare giornalismo attivo nella sua forma [allora, ma forse ancor oggi in qualche frangia non residuale dell'universo mediatico] ortodossa [più ortodossa]. Avevo lasciato per mia volontà Madre, la rivista mensile nella quale avevo esordito ed in cui avevo lavorato come giornalista per più di sedici anni. Ci sono vicende per metabolizzare [non dimenticare: quello è per alcune esperienza fondative e fondamentali della propria vita impossibile] le quali sono necessari anni. Uscire dal dolore, anche quando sei stato tu stesso a scegliere la via, la più dura, non è facile. Mai. Talvolta rasenti nel cammino abissi che sfiorano il non senso assoluto rispetto ai luoghi comuni, ed anche a qualche pur ragionevolissima e fondata evidenza del reale. Ci sono solitudini la cui radice è prima di tutto una sorgente interiore. La coscienza è la sola madre del più impervio tra gli esili. Anche quando non adotti strategie particolari di difesa e la tua sola immunità è garantita dall’andare tu come un folle verso un tuo possibile futuro, sordo e cieco a tutto il tuo passato, che pure hai amato senza remissione interiore,tutto di te tacita la memoria di quei giorni, di quel tempo umanamente e professionalmente felice.
La malinconia e la nostalgia sono dunque sintomi di guarigione, un balsamo rispetto alla durezza di quell’impietrito silenzio sopra il quale tutto scivola, la memoria intera e con essa la speranza, che nasce solo ed unicamente nel solco di una continuità possibile.
Stavo lentamente guarendo. Stavo uscendo. Me lo dicevano appunto la commossa malinconia e la velata nostalgia con la quale mi accostavo al mio passato. Altri segni avevo avuto. Altri desideri, che non si erano opposti, come mi era a lungo accaduto, anche alla dignità del ricordo ed alla stessa necessità.
Tutto l’archivio dei miei scritti, quelli relativi alla mia prima vita da giornalista, a grandi linee dai venti ai quarant’anni, era stato a lungo sepolto. Originali scritti a mano o a macchina. Bozze. Copie delle pubblicazioni che avevano ospitato i miei articoli. Corrispondenza di lavoro. Tutto sepolto, in un porto senza sbocchi sul mare della vita vissuta. Tutto in sonno, nel limbo di un passato all’apparenza, ed anche in realtà spesso, senza futuro e senza destino più.
Eppure da qualche mese erano accaduti fatti nuovi. Il muro di solitudine e di silenzio che mi aveva separato dalla mia vita precedente, la lunga fuga verso un futuro sempre in procinto di nascere e mai dato se non nel suo embrione di stato nascente, aveva mostrato qualche breccia. Nella forma di un incontro, non rifiutato, se non proprio cercato. Avevo riaperto qualche carpetta d’archivio. Con esitazione. Poi, con maggior convinzione, ero tornato fra le mie carte. In un’occasione, non avevo più rifiutato il passato e la necessità aveva fatto premio, per la prima volta. Avevo fotocopiato quasi per intero l’archivio degli articoli pubblicati, perché servivano per una candidatura.
Stavo guarendo.
Non più solo il giornalismo di formazione, di sperimentazione, di ricerca, in gran parte digitale, che dal 1994 in poi era stato la mia seconda vita. Stavo ritrovando confidenza con l’uomo e con il professionista che ero stato. E il dolore che un tempo avrei provato in quell’incontro un poco solipsistico si stava aprendo ad altro. Aprendo. Ecco.
Fu così che quella sera d’estate, proprio nell’anno in cui avevo registrato il dominio del blog che avrei aperto sette anni dopo,rivalutai tutta l’essenza dell’esperienza. Avrei scansionato alcuni degli scritti pubblicati, per riproporli un giorno, chi sa se, chi sa mai, chi sa quando, in formato digitale. Iniziai, quella sera stessa, da alcuni tra quelli che ritenevo più significativi. Tra quelli a me più cari.
Nei giorni scorsi, sono tornato ad aprire quella cartella, che riposa da anni sull’HD. “Scritti a mano”, l’avevo intitolata. Ed alcuni tra quei testi furono davvero scritti così, a mano, da me, che avevo iniziato la professione nel 1978, vedendo uscire le righe del mio lavoro dal magazzino di caratteri della linotype.
La sacralità dell’origine, così intatta nella dolorosa memoria di malinconia e di nostalgia, sembra spandersi con identico profumo nell’essenza creativa di sé. Nell’infinito transito che senza requie mi abita e mi occupa in stretta relazione con il tempo che ho vissuto, la parola di carta è la stessa parola digitale che ora proporrò qui nei mesi futuri. Testi, infine. Una testimonianza. Umana. Professionale. Una narrazione del vissuto all’ombra di un secolo che conosce la vocazione all’eterno e riconosce il suo effimero limite raccolto nella storia. Anche nel segno, dunque, che della storia è talvolta accento lieve e fragile, non di rado sintesi sublime dei tempi coniugati lungo la spirale del Tempo.

Giornalista per sempre [6]