Epistole. Epistolari. [Pubblico. Pubblicato].

Epistole. Epistolari. [Pubblico. Pubblicato].

E’ lo sguardo degli altri posato sulla nostra più profonda e vera soglia di rivelazione a noi stessi che ci rischiara dentro, ci aiuta a crescere e ci conforta nel cammino non sempre facile della Vita. Ed è uno sguardo raro, che di rado incontriamo e che spesso non sappiamo vedere, presi come siamo nel ripiegamento sul piccolo io che talvolta ci abita e ci conduce sino alla più povera sostanza del sé, l’ego. Quando abbiamo la Grazia di incontrane di tale natura, delicati, alti e profondi, non possiamo che ringraziare la Vita ed in lei coloro che essa ci ha donati, per averceli donati e per averci essi stessi aiutato ad immeritatamente accoglierli nella modesta prospettiva del nostro personale orizzonte.

Quando si apre il dialogo con loro, e posso dunque continuare nel cammino di riflessione condivisa, le mie non sono, non saranno mai, e mai hanno avuto la pretesa di essere, risposte complete ed esaustive, nel senso di risolutive rispetto alla profondità delle domande che gli interlocutori spesso postulano. Io stesso sento precisamente la intensità dei miei limiti personali: mi sento minuscolo davanti all’Infinità degli orizzonti che alcuni interrogativi aprono. Sono e so di essere talora ignorante di fronte alla vastità delle loro personali conoscenze. Dunque, quale dialogo, allora e perché tentarlo? e che cosa sono o che cosa possono significare gli scritti che nascono in me in eco alla vastità ed alla intensità dei loro stimoli, pur consapevole di non esserne talvolta all’altezza?

Il merito.

Cosa sono e che cosa possono [potrebbero] significare le mie risposte. Sono innanzitutto e prima di tutto il tentativo di esprimere gratitudine nei confronti della Vita e loro, dei miei interlocutori, per la bellezza di un dono ricevuto. L’offerta del dialogo, la proposta di condivisione di un pensiero nella reciprocità di una relazione, sono beni preziosi e rari. E come tali vanno considerati e, se possibile, vissuti. Tentando di esserne appunto all’altezza nel dialogo. Nel merito, sono e vorrebbero essere solo ed unicamente, per parte mia, espressione di una testimonianza. Non ho risposte: come spesso ho scritto, ho dentro me l’eco di tante umane sconfitte. Non ho nulla da proporre di esemplare, men che mai da insegnare. Ci mancherebbe che mi dichiarassi con presunzione atto a rispondere in qualche modo delle istanze alte che talvolta chi mi corrisponde pone. Ho però un bene prezioso, quello che evangelicamente si direbbe un talento [e non considerato tale nella laica visione di un giudizio di merito: so che non mi compete e non sarei mai tanto stupido da affidare a me stesso il giudizio su me stesso]. Di quello ho sempre sentito tutta la responsabilità. Nel rispettarlo, nel coltivarlo, nel donarlo, qualunque fosse l’entità ed il valore, che ignoro entrambi. Nell’onorarlo, prima di tutto davanti allo Spirito, che me lo ha posto dentro in origine, e davanti alla Vita che tanta gioia mi ha dato per suo conto ed in suo nome. Perciò, come una madre, l’ho tenuto in grembo, crescendolo e nutrendolo, sempre tentando di portarlo alla Luce e nella sua luce umanamente migliore, quella a me possibile, naturalmente. E’ di tale sostanza delle cose che sempre scrivo, solo di tale dono, ed unicamente di quello sono capace, se di qualcosa sono stato ed ancora sono capace. La mia parte nel dialogo con loro, se essi concedono e quando lo vogliono, si affida a quel fondamento: di vita, interiore, che ho tentato di tenere coerente nella testimonianza del sé alla luce dei giorni vissuti. E solo quello è, può essere e vuole essere, il mio dialogare con loro, il tentare di farlo. Senza limite nell’offerta del dono, perché tutto quel che siamo è dono ricevuto e nulla è nostro e nulla e mio. Le mie lettere elettroniche, gli scritti che ho indirizzato e che indirizzerò loro nel dialogo, sono, per quel che valgono, unicamente il distillato di tale orizzonte. Interiore. Di umana esperienza. Aperto sempre allo Spirito, all’umano, all’Infinito ed all’Eterno. In ascolto dell’alterità. Dell’altro di me e da me. Loro, qui, nel nostro dialogo, prima di tutti. E’ in eco ad essi che la mia vita “risponde” in forma di epistola. Con la sua nota interiore e certamente con la proprietà singolare di quella altrui che la ispira. Nella Luce della terzietà, sempre.

Il metodo.

Naturalmente è variato e potrà variare a secondo dei desideri di chi mi corrisponde e delle esigenze contingenti del dialogo stesso. Il dialogo nasce tuttora e da sempre nella sua forma per me ontologicamente eccellente, dia-logos [nella luce persistente di mythos, certamente]. Una persona scrive, un’altra legge e a sua volta scrive in eco alla prima, sino alla nascita, quando nasce, della terzietà di una relazione sublime nel testo. Quando l’eco interiore dell’una risuona al diapason di sé nel testo dell’altro. Accade di rado, però con coloro con cui inizio e proseguo una corrispondenza è accaduto e accade sempre. E quello è stato ed è il sintomo significativo di una relazione nel testo che ha per me spesso il carisma della comunione.

Nessuna tra le esperienze artistiche che ho condotto, al di fuori degli epistolari aventi per tema l’arte e/o la poesia più in particolare, si è spinta comunque alla condivisione nella scrittura. Ho vissuto sperimentazioni con artisti impegnati in ambiti diversi, mai con poeti, con scrittori, con filosofi, con persone insomma il cui talento fosse affidato alla parola, in primis, ed alla sola parola soprattutto. La parola è sempre stata il mio unico accento identitario strumentale denotativo in ciascuna di tali esperienze e comunque non sono mai voluto andare, nel vissuto, oltre l’incontro di talenti diversi tra loro. Forse proprio in virtù della capacità di dialogo nel profondo rispetto che i miei interlocutori hanno di volta in volta manifestato, che nasce non solo dalla diversità dei carismi intellettuali e o artistici impegnati, ma da una loro raffinata qualità interiore, mi sono sempre sentito a mio agio e privo di quei timori [ne ho tantissimi: nessuno sa quante e quali esitazioni umane mi diminuiscono nella vita, di poeta e feriale, che poi sono una, nella landa dei giorni inquieti...] che spesso mi fanno ingombrante compagnia.

Il rispetto dell’identità autoriale, e non solo nominale, è ed è sempre stato per me un fondamento della poetica. Ne ho scritto spesso. Perciò, anche e soprattutto nel dialogo, nemmeno le affinità più alte e più profonde che il testo rivela nell’eco della reciprocità motivano e giustificano l’assenza del distinguo. Se mai dal dialogo epistolare fosse nata un’opera, o un embrione legittimamente destinato a diventare tale, insomma, non vi sarebbero due nomi ed un testo, ma due testi distinti in uno ed a ciascuno il proprio nome.
Naturalmente, il metodo vale soprattutto se non solo per l’epistolario che nasce ed è nato per mantenere vivo il dialogo tra me e coloro con i quali è nato. La sua natura estemporanea e di bozza, per quanto ciascuno di noi rifletta o abbia riflettuto ad alta voce, come mi sembra e mi è sembrato sempre in modo quasi ultimativo anche negli scritti personali e comunque non destinati alla pubblicazione, ha fatto sì che, salvo diversa intenzione di ciascuno, esso non sia stato mai in alcun modo e in alcuna forma pubblicato. Fatte salve alcune rare eccezioni, legate a particolari contingenze e comunque tali da non violare mai e per nessun motivo il rispetto della riservatezza nei confronti di alcuno dei dialoganti. Essendo il merito, spesso se non sempre, quasi esclusivamente costituito da una flessione argomentativa ispirata da poesia e letteratura. Mai da qualcosa di squisitamente personale, in senso stretto e proprio, legato cioè al vissuto dei singoli soggetti che corrispondono.
Spesso, quasi sempre, è stata l’amicizia, il filo duro e tenace che ha tenuto, l’una all’altra unite in comunione, le epistole. La vita stessa, prima e certamente. Il filosofo direbbe il “sostrato”. La nota interiore che caratterizza pause e silenzi nella relazione digitale, come del resto in quella analogica, è ed è stata quella che ci ha resi e che ci rende l’uno all’altro riconoscibili, che ci espone [in senso celaniano] uno all’altro nella speranza di una comunione che l’esistenza postula e che l’epistola sigilla. Nella verità di sé, per quanto precario sia il cammino identitario, la disgiunzione dei sensi è letale.

Lo iato dell’inganno, quella ferina e feroce flessione dell’incoerenza che apre vulnus e ferite nel profondo di sé prima ancora che minacciare la relazione, apre incolmabili abissi. Non solo, però, tra l’io che scrive e l’io che vive. Tra i due soggetti della relazione epistolare, che, quando impegna parole alte, e amicizia certamente lo è, chiama anche l’ineffabile verità del proprio essere, e della propria esistenza, a testimonianza della sua essenza ontologica ed alla autenticità di sé. L’amicizia, anche quella digitale, impegna molto più di un like e chiede prima di tutto il fondamento di sé. Non si può rispettare nessuno, e senza rispetto non c’è alcuna amicizia, se non si rispetta prima di tutto se stessi. Qualunque cosa significasse “essere se stessi”, o “conoscere se stessi”.

Consapevoli sempre del fatto che lo statuto ontologico di un testo che, per esplicita intenzione dell’autore, attende l’accoglienza interiore e l’ascolto singolare dell’amicizia e null’altro che quelli, è l’impubblicabilità.

I testi che nascono nella fedeltà ad un destino di silenzio senza eco nell’anima altrui, posto che ve ne siano di siffatti in assoluto, amano la certezza, inquieta ma irrevocabile, dei cassetti in cui vengono riposti [in qualsiasi forma declinati]. Con la discreta mano autoriale, che distingue in origine un silenzio amante da un Ignoto il cui possibile destino è, nella temperie dei tempi, un silenzio inerte.

 

il 22 ed il 31 Agosto 2014

 

 

La nuova innocenza.

La nuova innocenza.

«Conosci te stesso», diceva il frontespizio del tempio di Delfi. La frase poteva venire solo da un Dio. L’imperativo suppone che chi parla sappia che l’uomo non si conosce.

Ma solo un Dio sa che il comandamento è impossibile. Nessuno può conoscersi completamente. Il conoscente diventerebbe conosciuto,come ho spiegato tante volte. Sarebbe la morte dell’uomo. L’auto-onniscienza rappresenterebbe la distruzione della condizione umana e la perdita dell’identità dell’uomo, proprio con se stesso.

Se io sapessi tutto di me, se fossi trasparente a me stesso, se fossi come un angelo, se nessun motivo delle mie azioni mi fosse sconosciuto, se nulla di ciò che sono mi fosse oscuro, la mia vita non avrebbe rischio, non ci sarebbe nulla che mi sorprenderebbe, nulla che mi avvincerebbe, e che mi colmerebbe di stupore. Conoscendomi per quello che sono, avendo il mio essere nella mia mente, sapendo tutto quello che mi appartiene, né il futuro mi rivelerebbe nulla, né la vita mi mostrerebbe qualcosa di nuovo. Non avrei libertà.

Questa ignoranza però è feconda, come dai tempi del Tao-te-ching e delle upanisad si va ripetendo, apprezzando la “dotta ignoranza”, la “nuvola della non-conoscenza”, il «toda ciencia transcendiendo», ecc. Questa ignoranza è la porta per la nuova innocenza.

In effetti, se so che non mi posso conoscere pienamente, se ho riconosciuto il ruolo corrosivo dell’intelligenza senza amore, se so che ci sono interrogativi e ombre nella mia vita, se so che non ho né posso avere la certezza assoluta in nessuna cosa, allora incomincio a essere uomo e non angelo; incomincio a scoprire che mi devo fidare di qualcosa o di qualcuno che non sono io; incomincio a scoprirmi come una relazione costitutiva; incomincio a capire che, senza fede,moriremmo o non potremmo vivere, come già disse Isaia (7, 9) e la Gita (17, 3). Allora scopriamo che il lògos, anche il più potente e infinito, non è tutto, che c’è di più nelle nostre vite che solo razionalità e volontà, che il mistero divino è più del lògos.

 

Raimon PanikkarLa nuova innocenza», “3° vol., Lampi azzurri.”, [Sotto il Monte, Servitium editrice, 1996].

 

Twitter. [Sinopie di relazione].

Twitter. [Sinopie di relazione].

Lo spazio dei tweet è spesso troppo esiguo per gli interrogativi che IBP [@BordsDesMondes] pone e propone e non ho la presunzione di saper dare risposte alla profondità delle sue domande ed all’ampiezza degli orizzonti che esse quasi sempre dischiudono. Però, lo stimolo della riflessione che inducono è vivissimo e l’invito a riprenderla, pur nella consapevolezza dei propri limiti, irresistibile.

Credo di potere credere che Isabelle Pariente-Butterlin non sottovaluti il senso potenzialmente sotteso all’intenzionalità della condivisione, quando scrive: «En tout cas, la sociabilité n’est plus dans le dialogue: au lieu de se parler, on RT, à quoi l’autre répond en faisant un RT du RT…».

Talvolta, capisco non accada sempre, l’azione compiuta con un semplice RT, può tenere in sé la felicità pulsante di una profondità condivisa [o il sentimento di una profonda condivisione]. Talvolta, l’empatia del gesto spezza una profonda solitudine creativa ed intellettuale. Un semplice gesto, il “far segno” nell’infinito mare dei segni, è segnavia di passo, bussola interiore, sublime conforto. Al diapason svelato in sé dell’intuizione, la comunione è forse la stessa mano nella mano celaniana, una stretta che offre nel senso e nei significati l’approdo più profondo di un sentimento vitale. Giova dirlo? E’ necessario saperlo? Quanto l’infinita sequenza dei RT potrebbe essere un preludio allo spegnimento di quella sete d’Infinito che abita l’uomo, non solo leopardiano? C’è qualcosa di poetico che possiamo scorgere in quel semplice gesto? Oppure la meccanica dei gesti affligge i corpi celesti su cui si muove la traiettoria amante del sogno? Possiamo esplorare l’affabilità dei segni, rischiando, certo: il canto e la parola sono anche se non solo assunzione responsabile di un rischio relazionale? O tutto finisce e si spegne nel perfezionamento della tecnicalità, nei galatei digitali che sembrano avere reinventato l’etichetta, quando ognuno sa benissimo che ogni umano cammino, in alto ed in avanti, è segnato prima di tutto da un passo innanzi di natura interiore?

Certo, la flessione argomentativa, rivela [può rivelare], quando apre al dialogo ed alla condivisione di senso, anche una generosità di sé. Immagino che IPB si riferisse primariamente, se non unicamente, a quella, o alla sua assenza, alla povertà del dono di sé sottesa ad una pratica iterativa spinta fino al gesto compulsivo, che quasi invoca una partecipazione nominale o declinata semplicemente nella forza dei numeri. I multipli d’autore [si fa per dire] cercati, conquistati [il linguaggio militare, una sintassi che non mi appartiene in nulla dentro ma che si rileva qui del tutto indispensabile] e poi esibiti quale trofeo sulla scena mediatica di network che assai poco, direi alcun carattere, hanno a quel punto più della “socievolezza”.

Naturalmente si pongono qui anche questioni di merito, i contenuti, e di metodo: la semplice riproposizione del tweet originale o una replica argomentata, che ne sottolinei la condivisione o prenda posizione in dissenso? L’informazione nuda assunta in sé o una sua riformulazione critica [critica intesa nella sua accezione classica di visione altra rispetto all' originale: dunque critica quale apprezzamento o critica in dissenso]? Si può avvertire l’intensità della bellezza anche in dimensioni creative di alta sensibilità delle quali pure non si condivide il fondamento. L’idea di un’arte, di una comunicazione, di un’informazione vissute quali militanza apologetica e/o appartenenza escludente non mi sono proprie.

Twitter, un sommario di notizie, o una sequenza di microsaggi e i RT, una semplice replica affidata all’eloquenza del numero, o uno scenario il cui esito sintetico scaturisce solo dalla visione della complessità che i minuscoli atti comunicativi, singolarmente considerati, compongono? Una teoria di numeri da cui evincere significati o una polifonia di sensi in cui intuire una [la?] potenzialità armonica? Un repertorio di repliche o una sinfonia di singole verità argomentate?

Che cosa significa [potrebbe o può significare] precisamente retwittare? Qualcuno, preventivamente preoccupato dell’accezione che il suo gesto potrebbe assumere contestualmente e nella lettura di altri, introduce preventivamente nel proprio profilo un “disclaimer”, una dichiarazione di esclusione di responsabilità. Altri sottendono, potrebbero sottendere all’atto, un’implicita e tacita affermazione di condivisione e/o di complicità. Chi sa, chi può sapere quale significato ogni singolo retweet assuma o possa assumere nelle intenzioni dell’autore del gesto, nel contesto ed in relazione ai possibili e/o potenziali destinatari, il primo dei quali si suppone o si presume sia l’autore stesso del tweet originale retwittato? Un esercizio di condivisione? Una prassi relazionale intesa a coltivare l’armonia [o il suo contrario, fino allo scatenamento del conflitto]? E non sono forse quelli qui sommariamente posti alcuni tra gli interrogativi pertinenti ogni atto comunicativo posto in essere, qualunque fosse la forma con cui si tenta di esercitarlo, e qualsivoglia il mezzo scelto per tentare di portarlo a compimento?

Forse Isabelle Pariente-Butterlin intendeva riferirsi soprattutto alla sterile compulsività di un gesto privo di un corollario argomentativo e soprattutto ai gesti ripiegati su di sé che non aprono ad alcuna prospettiva inclusiva di merito, l’informazione, o di relazione empatica, il senso della comunicazione condivisa.

Twitter è la sinopia di un’opera di relazione che può essere nata e si può compiere altrove e che soprattutto denota o può denotare la verità profonda di un altrove e di un’alterità che attingono senso prima ed oltre la semplice evidenza in atto. Come forse accade in tutta la comunicazione il contesto, la scena mediatica, aiuta [o può aiutare], ma l’intuizione [una sua declinazione più raffinata ed evoluta], una scaturigine interiore che è di chi scrive [twitta] ed anche e soprattutto di chi “riscrive” [retwitta], è decisiva. Anche la menzogna e l’esercizio retorico dell’iterazione infinita esprimono una propria verità. Leggere i tweet ed i retweet è un esercizio [anche] interiore per tentare di comporre, a partire dalla sinopia, l’opera. Una sua possibile lettura. Una sua lettura possibile.

Canti d’Arcadia/2.

Canti d’Arcadia/2.

L’Aedo ora dice la falce di luce dell’aspra luna, l’intera Bellezza nel suo lembo acre. L’illimite che a tutto conduce.

α

Ora sparge il suo canto, l’Aedo ribelle, nel cielo di storia matura. L’estate si accende di stelle nel tempo che dura.

α

L’Aedo ti dice che in fondo la vita ti cinge, abisso di Luce infinita nel cuore dei giorni ti stringe.

α

Cercò, mendicante d’amore di senso e di canto, l’Aedo, la Terra promessa di un ultimo cielo. L’estremo suo credo.

α

Cercò con lo sguardo suo fiso all’eterno orizzonte, l’Aedo, la nota del canto sublime che intonasse dolcisssimo il Niente.

α

La luce estenuata di neve sui campi d’inverno cantava. Le Pievi deserte e incantate. Piangeva in silenzio, l’Aedo.

α

Tremava la vita di vento e di canto al colmo del giusto infinito silenzio. Cercava, l’Aedo, la nota precisa ai suoi tempi.

α

Sentiva, l’Aedo, il dolore ferirgli di acuti sussurri la tenera pelle. Sentiva i suoi tempi piegare la vita ribelle.

α

Le rive deserte dei fiumi brinate di voci d’infanzia innocenti cantava l’Aedo. L’amore il suo solo credo.

α

Sull’ara della vita dura e sacra per sempre, l’Aedo stende dolce la mite parola, l’amica che il tempo insieme fedele t’impetra.

Aedo

Dia-logos. [Un'armonia di note interiori].

Dia-logos.[Un'armonia di note interiori].

Il dialogo in Agapé era iniziato, almeno con lei, così e in tale spirito. Ma il dialogo, analogamente a quanto accade nell’esecuzione musicale [il dialogo può essere anche un'esecuzione del pensiero], prosegue tra parola [nota] e silenzio. E, talvolta, nel silenzio stesso si conclude, forse per sempre. Talaltra, però, le lunghe pause ispirano domande e chiedono la modulazione o la rimodulazione della nota interiore dell’uno o dell’altro, di entrambi, o di tutti coloro che vi sono coinvolti. Oppure suggeriscono di trovare, o di cercare, o di ritrovare una nuova armonia. Di ricomporre quella perduta.

Non ricordo chi per primo tra noi abbia posto all’altro una precisa domanda in tal senso, dopo una pausa di quasi otto mesi. Non so, e credo non sia importante saperlo qui, se sia stata Isabelle Pariente-Butterlin, e con quali parole lo abbia fatto, a chiedere luce sullo spartito, chiarezza sul merito e sul metodo, o se sia stato io a farlo. Certamente ho rinnovato ad Agosto il mio primo invito e in quello stesso frangente il dialogo si è aperto ed è ripreso tra noi, con un incalzare di reciproche domande e risposte.

«Sarebbe molto bello se riuscissi a tenere il suo passo e [...] potessi dialogare con lei. Si tratta almeno per me di trovare la giusta forma, il corretto modo, ed il ritmo interiore sostenibile ed adeguato»,le ho scritto.

«[...]je pense que nous pourrions essayer. Et pourquoi pas d’ailleurs sous la forme d’un dialogue, en effet ? C’est une forme très belle, et que j’aimerais investir, [...]

Dites-moi, [...], ce que vous en pensez et comment vous voyez les choses. [...]», è stata la risposta di IPB.

E’ iniziata qui una sequenza delle mie fluviali epistole digitali, alle quali Isabelle Pariente-Butterlin ha la pazienza di prestare attenzione ed ascolto e la generosità di rispondere.

«Il metodo.

[…]Il dialogo potrebbe essere nella sua forma per me tuttora ontologicamente eccellente, dia-logos [nella luce persistente di mythos, certamente]. Una persona scrive, un’altra legge e a sua volta scrive in eco alla prima, sino alla nascita, quando nasce, della terzietà di una relazione sublime nel testo. Quando l’eco interiore dell’una risuona al diapason di sé nel testo dell’altro.

[…] Il rispetto dell’identità autoriale, e non solo nominale, è per me un fondamento della poetica. [...] Perciò, anche e soprattutto nel dialogo, nemmeno le affinità più alte e più profonde che il testo rivela nell’eco della reciprocità motivano e giustificano l’assenza del distinguo. Se dal dialogo nascesse un’opera, insomma, non vi sarebbero due nomi ed un testo, ma due testi distinti in uno ed a ciascuno il proprio nome.

[...] L’amicizia, la nota interiore che caratterizza pause e silenzi nella relazione digitale e ci rende l’una all’altro riconoscibili: sono temi fondativi di cui lei ha scritto con generosa esposizione [in senso celaniano]. Se vuole e se può, continui, la prego Isabelle, ad inviarmi suoi lavori per “Agapé”.», sono alcuni dei passi più significativi, credo, almeno in relazione a questo contesto, che ho tratto da una delle mie epistole digitali.

Nelle more di uno scambio intenso, Isabelle Pariente-Buttlerin mi ha scritto infine, in modo per me esaustivo e decisivo, così:
«Je ne sais pas dans quelle mesure il est possible d’écrire à deux mains, mais l’écriture est si proche de la musique. Je crois qu’il est possible d’apporter chacun son point de vue sur le monde. Je crois qu’il est possible de jouer chacun notre partition et de trouver des modulations de ces lignes mélodiques.

Je réagis à un mot de votre courrier, essentiel,[...]».

Accepter”, il bellissimo testo che Isabelle ha unito alla sua risposta, è nato così, in tale spirito. Nell’eco di una parola che si è espansa e diffusa nell’ampiezza risonante delle sue parole.

 

Accepter.

Accepter.

par Isabelle Pariente-Butterlin

Ce qu’il faut de souplesse et de mouvement en soi et de compréhension de ce qu’est la vie, pour accepter. Accepter d’être. Vivre n’est rien d’autre qu’accepter d’être, être, c’est-à-dire: être limité.

Si Dieu est l’être tel que rien de plus grand ne se peut concevoir, et si, le concevant, je ne peux pas le concevoir comme n’existant pas, je dois accepter d’être limité, incertain, et contingent. Et de cette acceptation première, essentielle —tout ce que je suis est inessentiel— il découle toute notre capacité d’être.

Je suis un être qui pourrait n’être pas. Et d’une vibration électrique de mon cœur ou de mon cerveau je pourrais n’être pas. Cesser d’être. Il se pourrait que je cesse d’être, sans que j’y sois pour rien, sans qu’aucun mouvement ne vienne de moi, sans que je me débatte.

Je suis si inessentiel que rien suffira à m’effacer.

Accepter. Est la seule force que mon être inessentiel puisse manifester, s’il se peut qu’il en manifeste une.

Accepter. D’être et de pouvoir ne pas être.

Accepter. D’être si inessentiel que notre disparition ne causera pas une onde, simplement une onde, un froissement dans les feuilles des arbres, notre disparition de la surface du monde —nous sommes si inessentiels— ne ridera pas la surface des eaux et ne provoquera rien d’autre qu’elle-même. Nous sommes, de nous-mêmes la cause de notre disparition.

Nous sommes de nous-mêmes la limite de ce que nous sommes. Et cela nous renvoie dans les replis et les froissements de l’être. Et à toute la difficulté qui est la nôtre à être en n’étant presque pas. Presque rien. Je ne suis presque rien.

Et il faut s’en tenir de toutes ses forces, au-dessus de l’abîme, à ce presque qui n’est presque rien. Qui nous tient au-dessus de l’abîme. Nous n’avons que cela: (n’)être (presque pas) dans l’espace infime de temps qui nous est donné et que nous ne connaissons pas.

L’être que nous sommes se déchire comme un pétale trop fragile qui ne supporte pas la pluie. Voilà cela seulement que nous sommes: un pétale fragile que le vent déchiquète.

Accepter. De n’être que cela. Que nous sommes. Qui se déchire et se détruit et cessera bientôt d’être.

Cela seul, qui dans le regard que dans sa bienveillance un autre pose sur nous, nous ne sommes plus.

Convivio

Canti d’Arcadia/1.

Canti d’Arcadia/1.

L’Aedo solitario sul colle cantava. Una capra soltanto in risposta, felice, belava.

α

Fendeva il silenzio col suo verbo incantato. Ridevano folli e lontane cicale nell’ebrezza del prato.

α

Posava, l’Aedo, in grembo alla notte che nuda friniva il suo sogno d’Eterno.

α

Intonava la cetra il flauto e la lira seguendo la nota interiore con sublimi parole.

α

Nell’orrida notte in tempesta ascoltava tremante l’Aedo le voci dell’Ade spargendo in silenzio suoi semi di vita e di canto.

α

Sentiva salire da valle il cupo rimbombo dei tristi martelli e lievi intonava i suoi versi più belli.

α

Scorgeva lontana la pietra murata dei cinici cuori da tempo stranieri all’ardore e mite sonava la sua nota d’amore, l’Aedo.

α

Ascoltava del tempo nei fatti scomposte parole. Nell’ora del Kaos il Kosmo attingeva del futuro la prole.

α

Spargeva nel vento la nota innocente del canto, l’Aedo. La terra fremeva battuta dal ferro, piegata dal pianto.

α

Stendeva il suo velo di senso, l’Aedo, sotto un cielo artefatto. Nel cuore del mondo vibrava silente il dolore dell’uomo.

 

Aedo.

Aedo.

Aedo.

Tutto si muove in questo tempo di infinito transito fra soglie e confini. Anche personali. Interiori soprattutto. L’urgenza d’essere, più ancora che quella inutilmente enfatizzata dalla contemporaneità d’essere presenti, incalza l’umano lungo sentieri stretti al limite della praticabilità. La tecnologia preme e spinge con un’infinita teoria di sempre apparentemente nuove invenzioni. Anche se i fondamenti ed il paradigma creativo sono quasi sempre da tempo identici a se stessi, le varianti pragmatiche e le variabili di scenario, sembrano postulare, soprattutto per il profano tra i quali certamente anch’io, necessità inderogabili e novità invitanti. Per non dire della scienza, un imperativo per chi volesse allungare il collo verso l’orizzonte del futuro. La poesia e la letteratura sembrano invece stentare. Paralizzate sulla soglia o calcinate sul confine. Gli sperimentalismi funzionali e le infinite varianti e variabili performative, che i mezzi non solo invitano a tentare, si affastellano e si cancellano l’una l’altra in una successione senza profondità possibile e dunque senza quasi storia. La contaminazione dei generi e più ancora la prossimità delle contingenze, l’utilizzo dei mezzi e l’oltranza dell’ispirazione, quando il dono permane e l’avvento del canto è ancora e come sempre urgenza di una parola e di un pensiero che nascono in noi, “dettati dentro”, possono generare nuove improvvise sorgive scaturigini. Una nuova consapevolezza su tratti di cammino già compiuti o un cambio di passo. Formale e/o solo strumentale. O tutte le cose insieme e ad un tempo.

Può succedere che un mattino la lunga ruminazione di una prassi da tempo esperita si manifesti in uno scarto di intenzionalità, forse di metodo, se non proprio di coscienza e di merito. Nascono allora piccole cose, come il gesto di uno scalpellino che piega la pietra ad una forma nuova ed indulgendo ed indugiando nel gesto, con tutta l’umiltà dell’anonimo, traccia un’ancóra inconsapevole sintassi della forma. Una traccia, una scintilla , “sfulingo”, direbbe il poeta. Un accento d’eternità. O forse un’epochè, nell’instancabile diuturna fatica del poeta. Forse un preludio ed una premessa. Certo, non ancóra una consapevole promessa. Perché gli scarti ontologici, le mutazioni antropologiche, pur debitrici spesso di tante anonime infinitesime epifanie di senso, non vanno a dimora in un punto certo del tempo e dello spazio, erette a sistema nel solo semplice gesto dell’artista o del pensatore intuitivo ed asistemico.

E’ successo anche a me stamani, a me che come talvolta ho accennato, l’ultima qui, sono nato nell’editoria del piombo fuso ed ho a lungo coltivato la frequentazione con la linotype per l’edizione e la stampa dei miei libri di poesia. A me che ho iniziato ad occuparmi della Rete dalla metà degli anni Novanta e a scriverci sul finire degli stessi. Mi è successo perché da tempo i miei piccoli quaderni di viaggio sono stati affiancati dalla scrittura in formato digitale. Mi è successo perché ad un certo punto ho rotto gli indugi e la poesia, sì, proprio la mia, quella delle edizioni in 100 esemplari ed in gran parte inedita e riposta fra carpette e quadernetti, ha iniziato a scriversi in Rete. Non solo ad essere pubblicata lì. Soprattutto sul SN. Mi è successo perché la gestazione creativa ha tempi lunghissimi, profonde esitazioni. Ruminazioni interiori senza tempo, come i monaci bene sapevano e sperimentavano. Scarti fulminei dell’intuizione. Mi è successo perché progetto e metafora seguono sempre l’abisso di Luce della Sorgente interiore che ispira il primato, ma io preferirei dire la primizia, di un nuovo frutto. Mi è successo perché da tempo tengo in sonno un’intenzione che ho solo accennato qui.

E che credo abbia molto a che vedere, nel merito, più che nel metodo, a quanto mi è successo stamani.

Quando ho sentito incalzare il canto, ho scelto, contrariamente a quel che spesso mi accade, lo strumento digitale. La prima intuizione è stato un mantra interiore. Avrei potuto dire più propriamente un “hashtag”, ed anzi subito coerentemente trasformarlo in tale. Ma io sono un uomo all’antica, anzi sono un uomo arcaico. Forse più che un poeta moderno, mi sono sempre sentito un aedo, un cantore tentato da Kosmos, prossimo, con tutta l’umiltà che devo, allo spirito che tale incarnazione evoca.

Il primo fra i tweet, è sfuggito alla solita ed ancor tenacemente resistente tentazione della carta. Il mio quaderno è rimasto a riposo, ed ho acceso lo smartphone. Canti d’Arcadia, le prime parole nate dentro. Poi, c’è stato solo da ascoltare, come spesso accade, il fluire del dettato.

Intanto, però, insieme al minimo spunto creativo, il pensiero che ne denota natura e senso, e tenta anche di dirmi il perché di un gesto continuativo nel senso ed ermetico nel merito, si è fatto avanti. Sono stati e sono tweet distinti, rispetto alla poesia. Li riporto di seguito, per esteso, in sequenza, come sono venuti e come li ho pubblicati. Senza un commento. So che ciascuno di essi potrebbe benissimo costituire il titolo di un capitolo di approfondimento e, almeno per quanto mi riguarda, meriterebbe un diverso ed argomentato svolgimento. Non so se mai accadrà.

1.Nel tempo dell’Artificiale, l’Arcadia è binaria e la face to face society del performer [l'Aedo digitale] è il SN.

2.L’oralità della scrittura estemporanea. [Aedo].

3.Calepini. Quaderni monocromi. Brogliacci. Scampoli di carta. Biglietti volanti. Supporti di fortuna. Vi amo e vi ho amati… [Aedo].

4.Continuiamo insieme, vnp! Ora da tempo anche qui. [Aedo].

5.La forma e la natura degli strumenti sono accidenti della…Grazia. Il canto è divina sostanza [Aedo].

 

On se rencontre une seule fois.

On se rencontre une seule fois.

par Isabelle Pariente-Butterlin

 

Un étudiant, après une longue soutenance de thèse, qui est un rituel toujours épuisant, me dit, pendant que je lui serre la main et que j’énonce assez banalement que je suis contente de l’avoir rencontré : “vous savez, chez moi, on a un dicton: on dit qu’on rencontre les gens une seule fois, après, ça y est, on les connaît”. Et soudain la vérité de cette phrase me saisit. Je lui disais une banalité qui faisait à peine sens, et au-delà de ces mots vides de sens, il répondait à l’essentiel.

Il y a parfois des éclats de sagesse qui éclairent immédiatement celui qui les reçoit.

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Je m’en tiens à cette bribe de sagesse : “on se rencontre une seule fois”.

Sans doute faut-il être infiniment attentif à l’instant de la rencontre. Mais précisément il échappe, on ne sait jamais si on va revoir les silhouettes qu’on croise, ou si elles vont apparaître et disparaître, alors on ne fait pas attention, et ce moment essentiel où l’autre se dévoile un instant dans sa vérité nous échappe presque à chaque fois.

*

Je me demande si les êtres ont une certaine façon de déplacer l’air autour d’eux qui immédiatement nous convient ou nous disconvient. J’ai fini par admettre qu’il y a souvent une vérité de l’intuition des êtres et de leur vérité. Mais qu’est-ce que la vérité d’un être ? Est-ce qu’on ne passe son temps à tenter d’exister, à tenter de trouver des possibles pour dessiner son existence ? Alors qu’est-ce que la vérité d’un être que les autres perçoivent alors que lui ne la sait pas ? Je n’ai pas vraiment d’hypothèse mais seules les questions sont en partage, n’est-ce pas ?

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Avons-nous, sur Internet, une certaine façon de scinder le silence pour commencer à parler que les autres entendent dans notre façon de commencer à écrire ?

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Et cette étrange façon qui est la nôtre de tenir à notre moi, alors que certainement, pour partie, nous ne pouvons pas faire autrement que le haïr. C’est un des aspects auxquels je ne parviens pas à souscrire dans le monde contemporain dans lequel, que nous le voulions ou non, nous nous trouvons plongés (il n’y a pas de moyen de lui échapper).

J’en suis restée à cette affirmation de Pascal : le moi est haïssable. Je ne vois aucune raison de penser qu’il prévaut, qu’il importe, qu’il a du sens. Seules les rencontres donnent du sens à cela simplement: être ce que nous sommes.

*

Impression. Ce mot de peintre, au-delà de la rationalité. Il me semble que les autres, leur présence, nous impressionne. Que nous sommes sensibles à l’air qu’ils déplacent, à leur manière de scinder le silence, de le laisser revenir, quand ils ont fini de parler. Comme si nous leur portions une attention photographique. Nous nous laissons impressionnés par eux. Et quelque infime part de leur vérité nous atteint alors, sans que nous y portions attention, indépendamment de nos efforts, de nos distractions, de nos attentes, et de nos déceptions.

*

Je m’en tiens à ces mots : impression, intuition des autres et de leur présence. On se rencontre une seule fois.

@ Convivio

Incontrasi nell’anima [o nel profondo di sé].

Incontrasi nell’anima [o nel profondo di sé].

Il nuovo testo con il quale Isabelle Pariente-Butterlin torna qui, dopo avermi fatto il bellissimo dono di accettare l’invito ad iniziare Agapé con un suo scritto, apre orizzonti sterminati. E’ certamente vivo dello spirito del Convivio. E sarebbe bellissimo tentare, almeno tentare!, di rispondere, nell’eco del vento interiore che le sue domande e sue riflessioni aperte levano.

- “Mais qu’est-ce que la vérité d’un être ?”, scrive tra l’altro IPB.

Una domanda bellissima e terribile. Che ci conduce lontano, nel profondo di noi stessi, e forse nei pressi del Mistero. Che ci sconvolge con il suo denso farsi storia, anche personale, testimonianza, nell’eco di noi stessi, dell’io che siamo, che siamo stati, che saremo.

- “Seules les rencontres donnent du sens à cela simplement :…”.

Quale io senza un tu [Celan?]? Un io, e non un ego, certamente. Una denotazione identitaria interiore, e non unicamente e soprattutto una flessione declinata da fondamenti etici. Però, dove si pone la soglia del distinguo, se una ve n’è? La qualità morale dell’essere, e dell’essere se stessi, è solo un minuscolo accento sulla verità del sé? Una persona nel senso di unità singolare, certo, creaturale, eppure tale in quanto relazione… Il cristico dono della vita ricevuta che, nell’incantesimo della comunione, il dire se stessi nell’innocenza, conduce fino al sublime “io sono colui che sono” [“être ce que nous sommes.”]? E, del resto, quale comunione senza l’incantamento di una vita aperta al dono di sé [di un sé: di nuovo, la persona, unità creaturale senza alcuna apposizione distintiva...].

-”Avons-nous, sur Internet, une certaine façon de scinder le silence pour commencer à parler que les autres entendent dans notre façon de commencer à écrire ?”.

Una domanda che credo sia fondativa di gran parte della comunicazione e dunque delle relazioni, pubbliche, ma forse non solo tali, del nostro tempo. Naturalmente, la Rete non è un mondo a parte, al contrario. E dunque i fondamenti relazionali sono debitori di visioni che poco o nulla hanno a che vedere con i paradigmi funzionali e i distinguo relativi a sintassi e correlazione tra fini e mezzi. Persino la verità dei messaggi si scompone davanti ad una riflessione che non consideri i fondamenti identitari, l’essere di chi comunica, e ponga il primato nella natura dei mezzi. La domanda che Isabelle Pariente-Butterlin pone, apre uno scenario immenso. L’intuizione: già, quali sentieri percorre l’intuizione quando dalla relazione di prossimità e di conoscenza dirette ci si sposta nell’orizzonte della frequentazione in rete? Che è viva e vera, anche nel suo nascondimento [la menzogna, per esempio, vive la verità del suo essere tale, una menzogna, appunto]. A tale domanda, che dal tempo del mio esordio in Rete mi assale, quasi ogni volta ancor oggi, ho potuto offrire solo il mio sgangherato profilo di poeta, la mia modesta esperienza di giornalista, per quanto lunga nel tempo, e l’orecchio interiore di un uomo esercitato dalla vita al dolore… Mi piacerebbe però che altri esplorassero la particolare natura del silenzio di cui Isabelle Pariente-Buttlerin scrive. La sua qualità ontologica a partire dalla persona e non dal mezzo e/o dalla funzione. Mi sembra l’inizio di un affascinante viaggio dentro universi forse ancora in gran parte sconosciuti. Se non con la luce, modesta ed insufficiente, di opzioni strumentali e funzionali. In una infinita collazione o giustapposizione di diverse unità che definiscono uno sterminato catalogo combinatorio, ma poco dicono della profonda natura del senso e della relazione, di come essa si possa accampare [anche] in Rete. Della natura e della qualità dell’ascolto necessari e, sì, d’“une certaine façon de scinder le silence pour commencer à parler”. Analisi prive spesso di quell’orecchio interiore che unico sa ascoltare ed intendere la voce dell’anima. La sola che sappia dire qualcosa [Qualcosa?] del Silenzio … e della parola che lo interrompe [o che lo espande, lo interpreta, lo vive].

E, forse, in tal senso il breve testo di Isabelle Pariente-Butterlin è solo un inizio. Un inizio quasi perfetto…

“On se rencontre une seule fois.”
E’ proprio così. Forse non so nulla davvero del me stesso che sono e forse dunque nulla posso sapere di Isabelle Pariente-Butterlin, di lei come di altri interlocutori [sulla Rete e nella vita, naturalmente: il tema identitario nella sua essenza non è peculiare del mezzo]. Però, di lei, ricordo con intatta precisione l’istante in cui l’ho incontrata in Rete. Ricordo “une [la] certaine façon de déplacer l’air autour d’eux”, la sua. Ed è a quel lieve soffio di luce interiore, a quella scaturigine d’incontro, che ancora si appella la mia persona quando dialogo con lei. Certamente non posso sapere come e se lei sia cambiata e forse non lo so di me stesso nemmeno. So però perché lo sento che ad ispirarmi è tuttora ed ancora la lieve brezza che avvertii allora, quel lievito di vento prezioso che animò sin da subito la nostra reciproca riflessione. L’intatto senso dell’intuizione prima, mi guida la mano mentre le rispondo, ora come allora. Vi sono invarianti ontologiche dell’essere che fanno di ciascuno un’unità singolare. Se tentiamo di tenerci a quelle, confidando più nell’intuizione che non nella statistica, ed affidandoci più all’ascolto profondo che non al surfing relazionale, forse qualcosa di noi e del Mistero che ci abita possiamo scoprire. Nella Vita, dentro e fuori la Rete.