Canti dal margine [Preghiere di frontiera]/17

Canti dal margine[preghiere di frontiera]/17

1.

Nell’aria tesa della sera, sboccia/

il ricordo e sale fresco un vento/

di memoria. La storia impera. L’epica/

 

2.

intona una feriale resa. L’ira cinica/

canta un’osanna di menzogna e boria/

e asperge il tempo della sua ferale/

gloria.

Canti dal margine [Preghiere di frontiera]/16

Canti dal margine[preghiere di frontiera]/16

 

1.
Nella notte e nel silenzio si spegne lento/
di questa storia il Tempo. Ma tu dolce/
speranza, tieni la luce ferma al canto/
dell’Assenza.

2.
Volava alto il sogno ebbro e intatto il giorno/
cantava vera la presenza. Tu già tremavi/
all’irta soglia giunto del desiderio infranto.

3.
E frale e spenta un’alba senza vento/
stendeva una promessa nell’erta spoglia/
e desolata, la messe presto colta,/
l’ara deserta dell’esilio.

4.
L’Era che muore fu sorella alle giovani/
sere. La stella incompiuta ed incolta/
tramonta. Nel sole che fermo scintilla/

5.
alla fine del secolo vinto, attinge/
la vita, un canto d’eterno smarrito/
la sete dell’uomo che sente la nota,/
suo destino infinito.

Aporia. [La minuscola nota di una speranza senza requie].

Aporia. [La minuscola nota di una speranza senza requie].

La cruda essenzialità del gesto, l’atto che snuda l’incertezza vaga del pensiero che lo tiene in grembo in potenza e dirime la vita. Genera il fatto ed in esso il reale. Se non la stessa verità, che mette ali alla narrazione, al canto, alla rappresentazione. Il cerchio si chiude.

L’orizzonte decisivo non è necessariamente cruento, sebbene si riveli spesso determinato e determinante senza margine né scampo per chi sceglie di stare al margine della sua virulenta pienezza che campisce la scena, quasi la cancella.

Il sofisma interiore che precede il fatto o l’indulgenza dubbiosa che lo interpreta in seguito, non hanno campo. Il nodo gordiano è sciolto, la storia muove.

L’enigma perfetto, l’aporia, sembra oziosa perifrasi dell’anima. L’incalzare dell’accadere ha una sua necessità ontologica cogente. La domanda, il dubbio, spazzati via. Anche l’essenza poetica del reale, cui spesso l’occhio mistico attinge, si sfalda nell’urgenza secolare che non conosce la sintassi del divino. La performance domina la scena.

Gli interrogativi che hanno impegnato generazioni, e che forse pertengono un arco di tempo amplissimo, la sequela tutta dell’umano?, sfumano nella smagata contingenza di ciò che appare. La rappresentazione è tutto. E non importa se spesso è solo un surrogato cabriolet dell’esistente, accuratamente svuotato di ogni traccia dell’Essente. Gli imperativi dell’epoca che, nell’Occidente europeo, è già oltre il tramonto, sono tiranni. La povertà e l’urgenza si placano solo nella consumazione senza requie dei fatti sussunti nella loro istanza minore, la rappresentazione comunicata con eccellenza. L’eccellenza della comunicazione è il magistero dell’essere performativo.

La sete di Infinito. La tensione all’Assoluto. Il viatico dell’Eterno. Si accartocciano nella istanza minoritaria della necessità. Talvolta svolazzano, foglie di fico su indegne pudenda, a coprire l’ipocrisia, ad aiutare i moralismi di circostanza e di maniera. Spesso surrogano la più alta apologetica e vengono impugnati per difendere l’estremo baluardo dell’apparenza. La cosa in sé. Il potere. Non quello maiuscolo, che sarebbe una manifestazione dell’arte di vivere, sublime al suo diapason. Quello d’accatto, che serve a conservare il privilegio evidente, di piccolo o grande cabotaggio. Allora non è la tensione al Vero, antropologicamente attestata nell’ontologia dell’umano, a subire lo scacco di un relativismo comunque eccellente quando si spinge fino alle vette della consapevolezza di sé [e di se stessi in chi lo abita]. E’ la minorità degli attori assetati di nuovo purchessia, che cercano attestazione e garanzie nel consenso a colpi di numero. Incuranti del senso, del prima e del dopo, del dubbio, delle domande che invitano l’anima alla radicalità della risposta: non perché presenti al reale. Perché disposti ad abbracciare e a favorire qualsiasi flessione dell’esistente, fino a seguire la deriva dei luoghi comuni, se genera placet. Una prassi diffusa che non attinge alcun relativismo storico, ma si ubriaca nell’indulgere ad una evidenza qualsiasi, purché legittimi se stessa nella forma del consenso, uno qualsiasi.

La domanda [le domande?] sospesa sugli abissi di Luce dell’Infinito e dell’Eterno, non interessa quasi più nessuno. Se non poche, rare, solitarie e sole, marginali creature spirituali. La domanda [le domande?] non hanno alcun appeal mediatico nel corpo [letteralmente parlando] della rappresentazione. Della spettacolarizzazione di massa dove il Senso si riduce esso stesso a senso [dunque, prossimo al luogo comune]. Nel territorio della comunicazione efficace, dove l’efficienza ha mutuato stilemi vincenti ereditandoli dalla leggenda mediatica broadcasting. Una sostanza antropologica dalla quale è difficile liberarsi, posto che i protagonisti, legittimanti e legittimati, se ne vogliano davvero liberare.

L’eccellenza del numero è un imperativo dirimente. Il numero di scuola eccellente che sancisce il primato in scena è tutto. La virtù dell’eccellenza, quello scarto di senso che si manifesta prima nelle pieghe del silenzio e della solitudine, e che non è e non può essere funzione di alcuna forza indotta, men che meno di quella dei numeri, per approdare poi, se e quando vi giunge, alla consacrazione del merito, è nella propria origine connaturata all’evidenza solitaria dell’uno, la sorgente in cui nasce e cui attinge. Solo poi, per lievi scarti di inclusione, che nell’accentuazione sublime del cammino si dicono comunione, il suo fiato diviene respiro incluso e condiviso.

La poetica ribellione dell’uno è una via mistica e rivoluzionaria. Il suo sentiero si inerpica lungo il crinale che separa due abissi, tra la Modernità alle spalle ed un tempo futuro nascente ancora senza nome e senza volto.

L’essere autodidatti o intellettuali ortodossi legittimati dall’accademia. L’essere eretici o affiliati alla organizzazione legittima incarnazione di un credo. L’essere persone civili prima ed oltre la legge o l’essere militanti esemplari di un’istituzione di governo. L’essere creature solidali per vocazione o l’essere appartenenti ad enti il cui statuto norma le pulsioni caritative.

L’essere al margine, il muoversi nel cuore dell’aporia per tentare il varco in cui le apparenti contraddizioni tendono a cedere, divengono impercettibili forme di esistenza, e ancor più di resistenza, quando la dirompente evidenza del reale reclama la rappresentazione dei fatti così come sono. Quando gli interpreti puri dei caratteri performativi non conoscono esitazioni.

L’essere e lo stare sulla soglia nella temperie dei tempi, fra la forza dirimente di un relativismo affidato all’opinione garantita dalla forza dei numeri e la sete di assoluto che è nell’ontos dell’umano, è una vocazione ed insieme una chiamata. Un destino e al tempo stesso una grazia. Una scelta laica in affidamento al dubbio o un atto di fede nel mistero.

Non c’è una Troia da espugnare e non vi sono guerre da combattere e/o da vincere purchessia quando l’orizzonte da raggiungere o cui almeno tendere è l’Infinito. Non serve e non giova l’astuzia di Ulisse quando la navigazione ha quale approdo cercato ed atteso l’Eterno.

L’uomo è questo. L’uomo è anche questo.

La sua Solitudine è gioia immensa di singolarità: perché anche in tale consapevolezza, in tale sua declinazione dell’attesa senza requie ci sono la speranza senza tempo dell’incontro e la certezza dell’abbraccio.

Non vi sono [unicamente] risposte nell’orizzonte della storia. Vi sono [anche] domande che tentano di interrogarne il senso oltre il suo [ed il nostro] sguardo.

La contraddizione non nasce fra flessione relativista del secolo e sete d’assoluto del religioso. Nasce nel limite antropologico che ripiega, anche laicamente, su se stesso e crede e pensa e vive come se la forza dell’istante fosse legittimazione della verità del Tutto. Ci sono sempre un varco aperto, un’alterità, un’altra verità, un altro da me, un altro di me, un altro che [mi?] attende. Io ho sete d’Infinito e se il grido della Modernità è stato di angoscia ed incline alla disperazione, coniugato in un orrore informe fino alla mutezza, il grido di uno stato nascente non può che essere sia pure sussurrato la nota minuscola di una speranza senza requie.

Quando il pensiero trema nel vento di tempi altri e la coscienza si stende dentro il limite angusto dell’evidenza per respirare attraverso una fessura di Luce la sete di Assoluto, allora è giunto il tempo di mettersi in cammino. Verso un altrove di Senso che ancora non c’è. Con l’umile pazienza del pellegrino che ha per sola casa l’imo del cuore abitato dall’ininterrotto canto della vita nascente. Felice di tutto. Nel desiderio di niente.

 

Osanna [L'io che trema di innocenza e d'ardore.]

Osanna [L'io che trema di innocenza e d'ardore.]

 

Ti colma d’ebbrezza l’istante senza senso

in cui dissipi te stesso. Ti stordisce

di Hýbris e d’effimero canto. Un giorno,

in vetta all’estremo suo pianto, rivivrai

nel silenzio incantato del cosmo

il tuo stigma più vero. Ed in alto all’abisso

di Luce che varcasti da solo, coglierai

l’ardente stella viva solamente nel dono.

 

Fiorirà nel deserto interiore sbocciato

sopra l’ara più dura del perdono in eterno

il tuo sapido credo, il tuo amore fraterno.

Migrerai anche tu dall’usbergo dell’ego

chiuso e cupo sulle orme dell’inverno

dei tempi verso altri occidenti.

Avrai nuda la mano, disarmato

il tuo cuore. Ergerai la sua tenda nell’inferno

che muore. Canterai il tuo osanna impietrito

dentro l’alba che nasce. L’io che trema

di innocenza e d’ardore. E sarai uomo nuovo.

Mendicante di ascolto di senso e di tenero

ardire nei primordi del Tempo.