«Time Line, sismografo dell’anima».

«Time Line, sismografo dell’anima».

«Time Line. Panta rei_?_», il testo con il quale Isabelle Pariente-Butterlin torna e reca il prezioso dono di una sua riflessione nello spirito dell’”Agapé”, mi sembra una riproposizione ben argomentata ed ampia di un suo tweet che io stesso adottai quale spunto per la scrittura di “Twitter. [Sinopie di relazione].”

Nel suo testo, IPB considera, tra l’altro, due universi critici della contemporaneità. È quasi inevitabile che accada, quando si scrive in merito ad un ambito di relazione quale è [o dovrebbe essere] un SN. Mi riferisco a politica [e ad una sua particolare declinazione vissuta, la democrazia] e comunicazione. Isabelle Pariente introduce entrambi attraverso l’assunzione di alcuni stilemi costituenti che sono loro propri nella contemporaneità. Come affiorano e sembrano manifestarsi sempre più spesso e sempre più diffusamente nella società della rappresentazione di massa. Quella in cui colui che non si rappresenta [e dunque non appare] sembra non esistere, non essere.

In almeno uno dei due casi, IPB disegna uno scenario sommario, un abbozzo, però esaustivo e ficcante, impegnando i caratteri primari che lo costituiscono e caratterizzano nel presente storico che viviamo. Certamente un post non è un saggio ed io condivido con Isabelle Pariente, da sempre, l’idea che la Rete, anche i social network dunque, non sia un mondo a parte. Che l’esito finale di un’analisi di scenario in Rete, di un SN per esempio, possa, ed anzi quasi necessariamente debba, essere quindi quello di una discreta sovrapposizione delle due narrazioni possibili e/o reali.

“On ne se parle pas..”, sostiene IPB, sintetizzando in un’osservazione comune ad entrambi gli universi considerati uno statuto di chiara derivazione interiore. Quindi, una flessione antropologica diffusa. Una narrazione che ben conosciamo, quella politico/democratica declinata nell’universo della comunicazione, e l’altra, forse meno praticata ed evidente, ma altrettanto reale, quella di una speranza coltivata, talvolta in modo parossistico, con l’avvento della Rete, ed in gran parte disattesa o incompiuta. Due narrazioni non giustapposte. Non solo confrontate. Sovrapponibili. La prima ben nota nel suo essere tale [“On ne se parle pas..”]. La seconda, sempre più a dimora negli stilemi praticati, dopo la stagione dell’intensa speranza [illusione]: “On ne se parle pas..” Quanto agli esiti, IPB li calcina nell’amara considerazione: “On a attendu d’Internet qu’il soit le renouveau de la démocratie…”.

Forse i portatori sani di ideali, hanno dovuto lasciare presto il passo, in parte se non del tutto, ai pervasivi nocchieri di interessi. Costituiti, o nuovi, fa poca differenza se l’ontologia della prassi coltivata in Rete fu, almeno nel suo stato nascente, la gratuità. E non mi riferisco tanto e soprattutto agli aspetti economici. Ci sono numerosi modi di lucrare ed ambiti diversi per farlo con strumenti diversi dal denaro stesso.

Che cosa dunque manca o è insufficiente [o è mancato] in tale transizione infinita fra universi vissuti in modo analogico e la promessa digitale[l'attesa? forse dipende dal punto di vista da cui ci si trovò a guardare la nascente navigazione...], affinché le speranze potessero essere, se non proprio almeno in parte compiute, non del tutto disattese?
Mi è piaciuto intitolare lo scritto di Isabelle Pariente-Butterlin “Panta rei”, attingendo il suo testo, perché la lettura ne mette in luce, sotto uno sguardo attento e lungo, una flessione al tempo stesso ironica e in un certo senso anche, purtroppo, sarcasticamente veritiera, almeno se si considera un’inclinazione diffusa [prevalente?] alla rappresentazione continua, vanesia, certamente effimera, dei diversi sé messi ad arte [si fa per dire...] in scena.

Secondo una visione personalissima, temo che una possibile risposta si annidi, abbastanza inespressa e dunque nascosta, in una prassi desueta e dagli esiti spesso disastrosi per i rari che la mettono in atto. Quella di chi vive nella luce di una singolare riflessione su quanto scrive, una sorta di piccola validazione della coerenza che ognuno dovrebbe accampare fra parola critica e comportamenti in atto. Vissuta sotto l’angolo di incidenza della coscienza in atto. Sprezzando la superficie, l’apparenza, l’appartenenza, e tentando, una volta almeno, di andare al seguito del sé più vero, in profondità. In solitudine, anche, per trovare e ritrovare la gioia composta dei ritorni in un essere insieme. Sotto il cielo della condivisione di sé prima di tutto, nella sconfinata dimensione celeste di un ideale [che coltiva e pratica e ama qualcosa che non c'è: da costruire, ancora, eventualmente insieme...] invece che nell’orizzonte angusto di un interesse, visibile e certo nel suo rendimento. Nel suo godimento da toccare con mano, qui ed ora, pago anche di infinitesime frazioni della legge, del do ut des. Meglio ancora se dissimulato, nell’intenzione primaria che lo muove e che ispira chi lo abita. Piccolo o grande, non importa: l’obolo della vedova, almeno per me, è un paradigma etico. Lontano dalla scena. Dove uno sguardo laterale può offrire scorci inusitati e/o smarriti anche di sé.

In sostanza: chi sono davvero io sul SN, come lo vivo, con quali intenzioni primarie e con quanta coerenza riguardo alle tesi, non tutte critiche, che vi espongo? Perché posso sostenere limpidamente di essere la persona nella quale mi rappresento? Che cosa lega l’uno all’altro, l’io che davvero sono e l’io nel quale presumo, più o meno in buona fede, di rappresentarmi? In quali contraddizioni patenti, quelle che io solo non vedo [già, la pagliuzza e la trave] cado quasi ad ogni passo? Quante volte punto il dito verso la colpa altrui, e dimentico le piccole, talvolta le meschine, strategie con le quali tento di lucrare un modesto consenso, qualche visibilità? Che creatura sono, non tanto e non solo davanti alla tastiera, ma soprattutto davanti a me stesso? La levità del gesto, la brevità del click, la facilità dell’azione e della reazione, quanto concedono a me stesso e quanto indulgono verso i miei fondamenti identitari e di senso?

Ognuno sta in Rete come meglio crede, come può e come sa [e chi è senza peccato, scagli la prima pietra]. Certo, ognuno è a casa, e spesso nel giusto secondo i componenti della propria tribù. Certo, la citazione, spesso artatamente iterativa, non è un reato e nemmeno, più modestamente, una colpa. Ma una comunità, matura ed evoluta, fonda le relazioni su principi condivisi e su valori testimoniati, non sul regime consolatorio dell’appartenenza o sull’autogratificazione di chi rischia il delirio di onnipotenza perché [in apparenza] vincente. Le rivoluzioni possono sfruttare i mezzi [non abusarne: altrimenti si chiamano più precisamente in un altro modo, conservazioni]: ma nascono molto prima dei mezzi stessi e in un altrove che attinge sorgenti di senso visionarie, non prevalentemente o meramente funzionali. Il primo sintomo di ogni vera rivoluzione, che inizia sempre in interiore homini, è il cambiamento di se stessi ispirato ad un’elevazione di sé coerentemente data in un profilo di valore, prima creduto e praticato in sé, poi condiviso. La rivoluzione, o anche semplicemente un profondo mutamento di stato, non vive di un arroccamento identitario in difesa di un interesse.

“On polit son moi social”, scrive ad un certo punto IPB, accendendo la spia che segnala l’incalzare di numerosi sottesi interrogativi. Alcuni li ho posti io stesso, qui sopra, altri ve ne sono certamente in attesa di essere formulati.

Quanto alle risposte, a questi come alle domande precedenti, attingono universi di riferimento che vanno oltre i mezzi, oltre la scena sulla quale essi vengono impegnati, e sono prima degli stessi messaggi.

«Mezzi e messaggi». La natura dei mezzi non è taumaturga dell’anima dei messaggeri. [Prose basiche]. Un modo per significare una volta di più ed ancora che cambiare mezzo non cambia nulla se non è la coscienza dell’uomo, l’uomo stesso in sé, a cambiare dentro. Ci sono vecchi media abitati con una certa dignità interiore da uomini mutati dentro. E ci sono nuovi media afflitti da comportamenti veterotestamentari, anche sui nuovissimi SN. L’anima e la coscienza sono il messaggio. Oserei dire, ripetendo quanto teorizzai vent’anni orsono nel mio piccolo [“Alfabeto degli infiniti”, 1996], che la relazione è il messaggio.

Dunque, in un mondo che si è acceso con virulenza e violenza di luci sinistre che di nuovo sembrano non avere nulla, anche se sanno usare cinicamente e con espertissima spregiudicatezza gli stessi nuovissimi media [e non mi riferisco agli aspetti strumentali e funzionali], non citerò una volta di più [come feci la prima volta qui] ed ancora la parabola che vede indissolubilmente legati, nella storia, per una questione di mezzi e messaggi, Johann Gutenberg e Martin Lutero.

Mi limito ad aggiungere che il tema considerato da Isabelle Pariente-Butterlin [grazie infinite per la sua generosa partecipazione al mio minuscolo blog], in un ambito piuttosto ampio, per la verità, meriterebbe una profonda analisi dell’esistente.

Dopo anni di quasi totale esilio mediatico,vissuto in gran parte solo qui e da mendicante di ascolto, nel 2010 ho riaperto una piccola finestra sul mondo, un profilo Twitter. Nella speranza, spes contra spem, di tentare un dialogo. E non di esercitare una solipsistica e stucchevole performance. O, peggio ancora, in preda a fumi di un narcisismo latente e senile, tentare una comunicazione alla quale mai mi ero in precedenza affidato, impositiva, a colpi di RT, di Fws, di Fv, e di tutti gli altri accidenti, quando sono volti unicamente a proliferare in favore di statistica e a sigillare e garantire la visibilità. Il pensiero dominante [e certamente non in origine e non solo sui SN].

Probabilmente i miei limiti umani e la mia scarsa condiscendenza non mi rendono idoneo a troppe ed entusiaste partecipate avventure comunicative. Che sono, a mio modesto avviso, prima di tutto umane. Mea culpa. Però, sulla TL del mio profilo, che considero un sismografo dell’anima [almeno per me che ho tentato di vivere da persuaso e non da retore ogni mio atto esistenziale e non solo comunicativo]fin da quasi subito sono comparsi miei segnali eloquenti. O che almeno conosco bene quali indicatori di personale disagio interiore da una vita intera. Da molto prima dell’avvento del digitale e certamente dei SN. Se il cammino sia stato afflitto da un problema solo mio o sia stato un minuscolo segno di contraddizione, piccolissimo, certamente, un andare controvento sulla scena feriale dei giorni che ho vissuto, lo dirà un tempo senza tempo, che ancora non è. La coscienza di un’altra Storia. La sola indispensabile per cambiare i messaggi, prima che siano i mezzi a dominarne, come accade, la quasi totalità del Senso.

Solo un minimo indizio, due tweet: il resto [ed i restanti in linea con la citazione] è tutto là, nei quattro anni di TL. Due tweet scritti nell’ottobre del 2010, ancor subito, già agli esordi. Eccoli:

Un piccolo accenno ed un minuscolo accento della mia poetica. Ne tengono dentro vivi alcuni fondamenti, causa, la coscienza, ed effetto, il vissuto. Inseparabili sempre. Nel mio piccolissimo,in quattro anni di SN, ho cercato di rispettarli entrambi, fino in fondo. Chiedendo a me stesso e a nessun altro tale rispetto. E questo sì, davanti al mio sguardo interiore, è importante. E questo sì, potendo, amerei condividere.

 @ «Time Line. Panta rei_?_»

 

 

«Time Line [Panta rei _ ?_]».

«Time line [Panta rei _ ?_]».

par Isabelle Pariente-Butterlin

L’espace. Intérieur et extérieur. Tout est question d’espace, et les métaphores spatiales, que Bergson a si souvent critiquées, nous traversent, nous n’y pouvons rien. L’espace de la représentation, de la présentation de soi, s’ouvre sur la Time Line, en dépit de son défilement temporel. On voudrait la penser dans la temporalité du panta rei, mais il est difficile de ne pas la voir comme un espace social, ouvert, plus ou moins, comme le sont tous les espaces sociaux.

La question est: à quoi sert cet espace social? S’il s’agit d’une mise en scène de soi, nous n’avons pas grand chose à y gagner, ni à en attendre, sinon des gratifications narcissiques, qui ne viendront jamais et nous conduiront à toujours plus de mise en scène de soi. Le jeu me paraît un peu vain, pour tout dire.

Cet espace n’aurait de sens que dans la discussion des opinions et les conversations et les échanges. On a attendu d’Internet qu’il soit le renouveau de la démocratie mais on sait bien que la démocratie passe par le débat et le dialogue dont je ne peux que constater que nous sommes incapables. Sans doute est-ce spécifiquement lié à mon pays, mais toute critique négative est comprise comme une agression, et le symptôme en est que tout débat un peu polémique se résume en général à un échange d’insultes. Tous les débats de société que nous aurions dû avoir ces derniers temps, et qui auraient pu être importants, faire avancer notre conception de la vie sociale, et de ce vers quoi nous allons, n’ont été que des invectives. Ils n’avaient aucun intérêt, et j’ai renoncé à les suivre.

Il ne suffit pas de l’emporter pour avoir raison. Il ne suffit pas d’avoir raison pour avoir le droit d’insulter son adversaire et inversement, perdre ne veut pas dire qu’on a raison seul contre tous, et ne donne pas non plus le droit d’invectiver. Tout cela ne tient pas compte d’une chose : nous ne savons pas ce qui est juste. Nous pouvons avoir des convictions, avoir envie de faire avancer notre conception du monde, mais fondamentalement ce n’est pas là une science exacte, et nous pouvons tous nous tromper.

Je crois que nous faisons tous erreurs sur le sens du débat politique. Il ne s’agit pas de se heurter les uns aux autres en durcissant nos positions et en aiguisant les insultes, mais de chercher en commun ce vers quoi nous pourrions aller. En fait, il n’y a plus de nous. Il n’y a que des affrontements individuels et des lignes de ruptures qui se dessinent, qui deviennent des frontières, qui se hérissent d’invectives et qui font qu’on ne se parle plus si on est en désaccord. J’ai souvent renoncé à poser les questions que j’aurais voulu poser, à apporter les nuances que j’aurais voulu apporter, exposer mes doutes ou mes incertitudes. Il n’y a pas de place pour les faire entendre dans le débat public qui n’est qu’une caricature de débat. Il suffit d’hurler plus fort et celui qui hurle le plus fort a raison. Il n’a aucun intérêt.

De cette incompréhension du politique, et de cette trahison de ce qu’est la démocratie qui est née du dialogue, nous voyons les traces sur la TL qui est une émanation de notre corps social. On ne se parle pas. On redit sous une autre forme ce que les autres ont dit. On n’échange pas. On ne pose pas de questions. On n’échange pas. Surtout on n’échange pas.

Je n’ai pas l’intention de changer le monde. Je constate ce qu’il est. Je préfère me retirer dans ma vie intérieure parce que ce que nous aurions pu faire d’internet, pour le moment nous ne l’avons pas fait. J’avoue que je suis très pessimiste. Nous avions un espace d’échanges possibles, d’effervescence, de discussion, de partage et nous en faisons un espace d’autopublicité. Entendons nous bien : je ne critique pas Internet. Je suis déçue par ce que nous sommes en train d’en faire, qui n’a aucun intérêt dans les lieux d’échanges qui pourraient être, c’est-à-dire les réseaux sociaux.

On poste ce qu’on a fait. On polit son moi social. On est dans un solipsisme égocentrique. On fait suivre ce que les autres ont fait pour qu’ils fassent suivre ce que nous avons fait. C’est circulaire et sans intérêt. On ne discute de rien. On juxtapose des présences, à peu près aussi chaleureusement que dans le métro. Et puis il y a les anonymes qui insultent, et qui pour moi sont le symbole de la lâcheté. C’est une des raisons pour lesquelles je réponds très peu aux profils anonymes, car il est inutile de discuter avec quelqu’un qui, s’il n’est pas d’accord, passera aux insultes sans avoir à assumer dans le champ social sa grossièreté.

Restent heureusement les espaces plus personnels que nous pouvons ouvrir, qui fonctionnent comme des espaces d’accueil et d’interactions enrichissantes.

@ Convivio

Prose basiche. 3.

Prose basiche. 3.

25 Settembre 2014.

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«Fondamenta». Il lampo di un istante accende la distanza. Il tempo brucia al fuoco dell’assenza. L’infondatezza arde la vita tutta.

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«Contraddizioni». Poeti punto com. Anime allo specchio.

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«Speranza». La perla nascosta tra le non dette. Nel silenzio, urlata tra parole sfatte. L’utopia giace e non vista sogna.

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«Amicizia rara». Così vicini, ad un solo click dalla confidenza e dal dono del silenzio. Così lontani, rattrappiti, dentro.

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«Zibaldoncino digitale.». Solitudine infinita. Nello spleen affollato di interazioni e povero di relazioni. Parce Domine.

 

26 Settembre 2014.

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«Fiori smemorati». I fiori di un oblio insipiente sbocciano presto e a mazzi nel parco brado della banalità contemporanea.

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«Rendite». L’arte del copia incolla con destrezza e dell’emulazione dissimulata lucra indistinta in rendite di posizione.

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«Cambiare dentro». Il mainstream lillipuziano delle tribù digitali.

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«Mezzi e messaggi». La natura dei mezzi non è taumaturga dell’anima dei messaggeri.

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«Creativi». Ridere? Sorridere? Forse piangere… Lo spietato cinismo di intellettuali a piede libero.

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«Selezione». Un silenzio senza apparenti intenzioni. Dissimulazione ipnotica.

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«Intoccabili». Dalla turris eburnea ai domatori piccoli e grandi di suk mediatici, poco è mutato.

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«Festival [s?]». All’infinita pletora dei festival, forse ne manca uno dedicato ai luoghi comuni. [O forse no…].

Prose basiche. 2.

Prose basiche. 2.

22 Settembre 2014.

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«Feriale». La dolorosa selce traccia il solco vivo. Dentro. Così, in eterno. La gioia del tuo sguardo amante e poi il silenzio.

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«Coerenza.» La sacralità dell’arte [Certo] Il valore iniziatico del canto [Certo] Il primo segno? Il costo dell’abbonamento!

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«Etica ed etichetta.» La traccia coerente di noi esiste e resiste nella vita e nell’opera, intatta e silente. L’etichetta cancella.

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«Breviario feriale.» Tra cinismo e terrore, tenere le fila di un mistico amore. Cantare. Ogni minimo gesto sentire.

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«Tu». Tu non sai nulla dell’intenso dolore che giace e freme nel silenzio del mondo e vai nella nuda notte del tuo cinico assolo.

23 Settembre 2014.

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«Tarde profezie». L’elzeviro dei retori è un tardo e fulminante a posteriori. Rivolto alla precoce profezia intuitiva dei persuasi.

 

Prose basiche. 1.

Prose basiche. 1.

20 Settembre 2014.

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“Regesto digitale”. La citazione avvince. Intorno, la tribù, ipse dixit, in estasi si stringe.

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“Solitudine”. Lontano, sull’orizzonte del proprio tempo. Nel silenzio. Pòstero di sé.

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“Coerenza”. L’idea trema nella parola in atto. L’estremo mistero avvince il corpo e il senso. Coscienza chiara del tempo.

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“Canti del tramonto”. Stessa stella ribelle. L’anacoreta, il poeta, il mistico. Sola resiste al canto la notte interiore.

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“Minuetto dei narcisi.” Frali legami. Murati vivi nella torre. Fessure, per taciti servili respiri. Solo ai sodali, dedicati sorrisi.

21 Settembre 2014.

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«Urbe». L’anonimo sedeva al margine. Fiore d’asfalto. Nella fessura dura del silenzio. Stava muto, dentro. Fu moderno.

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“Ribelle”. Sopra, solo un nudo canto di stelle. Dentro, tracce d’un sogno infranto. Nella mano, la sua. Solo e dolce vanto.

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“Mite”. L’accento ferito. La parola terrore andò deserta, sempre. Resistere, voce del verbo lottare coniugato al presente.

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“Identità”. Tautologia di un cammino. Origine e fine del solo destino. Teneramente adagiato in un grembo divino.

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“Ipocrisia”. La nuda distanza di una falsa presenza. Colma di un silenzio teso. La verità nella sua resa.

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“Amicizia”. Teneramente reso alla tua vita. Nella fiducia. Saper che nulla in te di me si spreca.

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“Poeti”. Non fummo noi gli autori del tuo canto. Solo i custodi vivi. La teca aperta di una parola in eterno accolta.

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“Tempus fugit”. Nell’istante, tutto il potere del tuo tempo [Memento...]. Quindi, sarai per sempre polvere nel vento.

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“Orazione laica”. La cella del monaco, nel cuore moderno. La sua parola batte il rintocco al senza tempo.

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“Teofania”. L’amante è solo al colmo dell’abisso, in volo. La Luce fende il suo silenzio. Tutto di lui è teso al vero.

 

Panel et circenses. [Appaio, ergo sum].

Panel et circenses. [Appaio, ergo sum].

Pochi, [o nessuno], hanno oggi il coraggio, o più banalmente la forza o la possibilità, di esistere al di fuori della rappresentazione mediatica di sé, comunque attuata.

Perché vivere (tentare di vivere) in tal modo, lontani cioè dalla scena, significa dover rinunciare in gran parte alle modalità con le quali si cerca, e spesso se non solo così oggi non di rado la si ottiene, la giustizia, nelle minime e private vicende feriali, così come nelle pubbliche e rilevanti questioni che ineriscono la vita civile, sociale ed istituzionale. Solo così si ottiene riconoscenza rispetto a quanto si è civilmente dato. Solo così si ottiene riconoscibilità rispetto all’essenza di sé, o di quella che si vuole accreditare come tale, l’identità: vera, presunta, rispecchiata, clonata che sia. Solo così si ottiene (e si accresce ampliandone i fondamenti quantitativi pur senza estenderne gli orizzonti qualitativi) legittimità rispetto all’autorialità delle proprie opere (d’arte o di vita: originalità/ originarietà). L’evidenza performativa è anche una forma di autenticazione. L’animazione di un panel, o la semplice partecipazione ad, rende più di mille fatiche consumate sulle sudate carte alla ricerca dell’opera compiuta in sé [se una ne esiste di tale natura, nell'epoca della riproducibilità infinita e dell'eterno ritocco].

Pochi o nessuno si assumono intero l’onere di una scelta e meditata assenza dalla scena, che dona, spesso, l’onore della libertà, l’essere uomini liberi. Che forse sono sempre stati rari, in ogni tempo, in relazione ai criteri ed ai canoni della dominanza vigente nell’epoca loro contemporanea. Essendo la visibilità e l’apparenza quelli legittimanti nel nostro, più del denaro, più del sapere, è con riguardo alle relazioni con esse statuite, che si delinea la qualità dell’uomo contemporaneo libero. L’apparenza, sorella omozigote dell’appartenenza, è un lasciapassare quasi incondizionato, nella società dei multipli di massa e dei replicanti a gettone.

Ciò che infine viene minacciato, fino allo schiacciamento sui confini, ai margini dell’afasia personale e del silenzio sociale, fin quasi a mancare, è il diritto all’esistenza in vita. Al nome, alla dicibilità di un pensiero proprio (che venga riconosciuto come tale, cioè pensato in proprio) che non venga pronunciato con la legittimità conferita dall’agone ed in esso soltanto costruita. Fino al paradosso estremo: chi non appare, non è (con tutte le apposizioni esistenziali e/o di valore che la condizione di essere può postulare, a partire da quelle considerate all’inizio). Appaio, ergo sum.

Ciò contribuisce a spiegare perché tutti siano coatti alla legge imperante della visibilità, alla dominanza dell’apparenza in scena, che costituisce appunto la prassi dell’assunto teorico postulante, la necessità di apparire per essere. Un’esigenza primaria di rappresentarsi per dichiarare la propria esistenza in vita che piega [quasi] tutti, dall’uomo politico (la dichiarazione), agli artisti, scrittori e filosofi (la performance, i festival), fino ai teologi ed ai rappresentanti delle diverse confessioni religiose. Tutti accomunati dalla necessità di esporre (ex-porre) prima di tutto nei media la verità, qualunque essa fosse che intendono imporre.

Ciò contribuisce a spiegare perché il dio minore di youtube e la piazza telematica, a vario titolo ed in varie forme presidiata, occupata, affollata, stia diventando sempre più, come già lo sono ormai da tempo tutti i vecchi (è solo una connotazione temporale. Ontologicamente anche molti nuove forme di occupazione e di utilizzo dei media sono nate vecchie), quasi senza eccezione alcuna, ed ivi compresi gran parte dei testi pubblicati dall’editoria libraria, l’approdo necessario e ultimo di ogni istante della vita. Che sembra non consistere più nella sua essenza di interiorità, ma solo ex-sistere quando conquista l’approdo di una propria rappresentazione. Dal più intimo, modello reality, al più indispensabile per la democrazia, il confronto civile (si fa per dire). La dittatura del mezzo (la possibile rappresentabilità di sé nell’epoca della infinita riproducibilità di massa e delle innumerevoli offerte tecnologiche atte al compito) ha annichilito ogni messaggio.

Non tutto ciò che è possibile, è anche lecito. Ma quando tutto è reso facilmente possibile, i limiti del lecito devono trovare sorgenti etiche persuase in grado di rimodulare, prima di tutto dentro se stessi, i confini della liceità. Quando l’io però è deserto o spento da una irrevocabile malattia che condanna alla estroflessione, alla funzionalità purchessia, alla rappresentazione di sé quale quasi unica possibilità di sopravvivenza, anche fisica, è difficile abitare un io in grado di riflettere su se stesso e sul proprio umano limite. Trionfano i moralismi retorici ed impostivi che con l’uso e l’abuso dei mezzi vanno a nozze. Le guardie e i ladri non ascoltano che se stessi e immaginano che non esista altra alternativa che conquistare il più presto possibile, il più possibile l’agorà mediatica in cui la rappresentazione conferisce legittimità e consenso. Il potere. Che non è più né il quarto, né il quinto. E’ l’assoluto.

I mezzi, la tecnologia, hanno corso più forte dell’uomo, seminando la sua anima, la sua capacità di attingervi per pregare, riflettere, narrarsi, nel silenzio. La sua naturale inclinazione a rappresentarsi, a narrare di sé, ad esprimersi nei segni, viva già ad Altamira come nelle incisioni rupestri, è sfuggita di mano. Con estrema violenza, da docile strumento, si è fatta irata e furente guida. A se stessa? No. Per mano e nel cuore dell’uomo stesso, senza il quale nessun mezzo è in grado di significare alcun messaggio.

Il primato della bellezza corporea spinge ad affermarlo comunque e dovunque, tramite la rappresentazione, appunto. E nessuno vuole essere secondo a nessuno. Così per le convinzioni personali. E per l’arte persino. La via impositiva ha serrato le redini dei mezzi di comunicazione di massa. Chi entra lo fa per imporsi. Rari si espongono (non di rado nella speranza di imporsi presto). Nessuno nell’agorà mediatica si ostende più: e chi vi entra da agnello sacrificale, innocente o meno che sia e quasi mai lo è, pretende fra le clausole sacrificali una immediata risurrezione. Che sia il più possibile mediaticamente visibile. Cioè contemporaneamente a se stesso vigente. Vincente, infine.

 

L’obolo della vedova. [Un paradigma etico].

L’OBOLO DELLA VEDOVA. [UN PARADIGMA ETICO].

Lo sguardo di carità che vorremmo dedicare agli ultimi si trasforma, consapevolmente ma non di rado involontariamente nei portatori sani di flessioni interiori innocenti, in una possibile complicità con il cinismo dei primi. Dove gli ultimi ed i primi non hanno declinazione evangelica (almeno non solo, non primariamente, non necessariamente tale), ma sono (vorrebbero essere) secondo una nuova antropologia distintiva, classi eticamente fondate nella storia contemporanea. Nuova, o meglio di nuovo in movimento, in relazione a canoni etici arcaici. Forse gli unici veri e possibili all’uomo (umanamente possibili), e sempre in cerca di resurrezione nella storia stessa. Come? Con la testimonianza personale e coerente, prima di tutto. Che, spesso, non scampa però l’eterogenesi dei fini. Ciascuna coscienza civilmente, o anche religiosamente, ispirata cerca di sottrarvisi con cammini storicamente fondati. Ciascuno ne cerca nel proprio tempo di veri, di leali, di adeguati. O almeno intraprende quelli che egli ritiene essere tali, pur nella consapevolezza della relatività di ogni scelta. Ciascuno ha diritto –dovere?– di credere fino in fondo nell’assoluto di una propria visione singolare: tale convinzione è l’inizio, lo stato nascente di ogni vero dialogo, con se stessi e con gli altri.

La propria verità, quella creduta tale, non esclude mai l’altrui: anzi, non di rado l’abbraccia o stimola chi vi crede a farlo. Si comincia a combattere quando si finisce di credere in qualche verità interiormente fondata, quando la propria visione, interiore, è sopraffatta da qualche ambizione, esteriore. Quando si è del tutto sconosciuti a se stessi e, come ciechi all’umano che è in noi, si brandisce la clava dell’ego (l’arma primaria è sempre uguale, da millenni), invece di affidarsi all’io. La fede, anche quella laica nell’uomo, non ha necessità di alcun istinto di sopraffazione per affermare se stessa: al contrario, ogni offesa all’altro suona, per chi crede nell’uomo, come una diminuzione di sé. Perciò è così arduo per i miti difendere se stessi: non per una presunzione di superiorità che si fondi in mente dei, bensì per una necessità esistenziale che attinge la storia personale.

Il genius loci del brain è nel cuore, il luogo spiritualmente più tempestoso, singolare, vero?, ma anche il meno culturalmente incline al combattimento inteso come scontro con finalità impositive. Un’inclinazione che potrebbe forse apparire naif agli sguardi contemporanei afflitti da materialismo storico o da secolarismo religioso, o più semplicemente smagati a tutto. Distinguere è un atto d’amore, non l’inizio di un conflitto. Non è impossibile, ancor oggi, comprendere quale differenza vi sia tra un uomo che difende un ideale ed un altro che persegue un interesse. Gli ideali valgono e sono veri per quel che costano (di sé), gli interessi sono tali per quel che rendono (lucrato all’altrui). A partire dal microcosmo feriale che ciascuno abita e di cui è anche artefice. Scegliendo tanti piccoli no in luogo di molti interessati smarcamenti interiori da se stessi, che tutti, e quelli di tutti insieme, costituiscono il grande smottamento spirituale di ogni organizzazione viva e vitale. Pronunciati, i no, soprattutto quando ci si trova di fronte ad un ideale (stato di coscienza profondamente creduto in sé) che confligge con l’interesse personale. Succede spesso e ad ognuno di noi. Perché l’obolo della vedova è, nel senso della rinuncia e non solo in quello dell’offerta, il fondamento di ogni paradigma etico. La cui tensione è un fatto personale e singolare che chiede, prima di tutto, una risposta a se stessi. L’etica è irrescindibile dalla testimonianza. I pronunciamenti che corrono svincolati dall’anima, al pari di una volatile finanza priva di consistenza socialmente e legittimamente fondata anche nel rispetto delle leggi non scritte di una convivenza matura, sono vibratili moralismi. Urlanti e vincenti, forse, in scena, certamente inutili dove ciascuno è chiamato a tracciare un consuntivo del giorno (e della vita). Forse tale bilancio interiore e relazionale, che ognuno dovrebbe essere in grado di fare, in coscienza, non sistemerà il PIL. Certamente aiuterà a comporre senza demagogia, e almeno nella parte imperfetta che compete storicamente l’uomo, le questioni morali che affliggono il Paese. Le annose, dalla corruzione che si apre all’associazione a delinquere, alla pratica clientelare, e le nuove, che ancora, spesso, non sappiamo vedere, riconoscere, alle quali non possiamo dare un nome, ma che già sono vive in noi e tra noi.

 

Maestri d’amore. [Testimoni coerenti].

Nella mia accidentata vicenda personale, credo di poter dire, ed ho sempre sostenuto, di avere avuto pochi maestri. Almeno se con tale definizione si identificano coloro che, al di fuori dell’ambito strettamente familiare e di prossimità, anche scolastica, talvolta, si considerano figure decisive nel proprio cammino di crescita, di maturazione e di formazione. Se invece, come io credo sia giusto, l’orizzonte maieutico si apre ad una visione più alta e si fa più vasto, allora vale quanto sosteneva, come scriverò fra poco, Emo Marconi.

Per quanto poco rilevi la mia storia personale anche in tal senso, devo dire che tutti i riferimenti educativi si sono per me eclissati presto e forse è anche per quello che posso sostenere di avere incontrati pochi maestri, in senso canonico.

La mia famiglia è andata in frantumi all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso. Ero un bambino. Tra le figure che hanno avuto un ruolo non residuale e duraturo, e che certamente è stata per me maestra di vita, ricordo mia nonna materna, classe 1896, semianalfabeta, come non era raro accadesse tra i suoi coetanei. A scuola, sono stato un primo della classe fino al terzo anno delle scuole superiori, all’inizio dei Settanta, con corredo di borse di studio per merito. Sono naufragato, e forse mi sono salvato come persona, poco dopo l’avvento del Sessantotto e soprattutto con i postumi di tale piccola rivoluzione, cooptata in origine dal Potere, e perciò in gran parte reazionaria nella sua essenza più vera all’epoca e più affermata nei decenni successivi.

Ma non di questo, né della famiglia né della scuola, voglio scrivere qui. Piuttosto dei soli veri maestri, che ho incontrato tardi, nella vita adulta. Del senso del loro essere tali,

Emo Marconi, soprattutto, del quale ho scritto spesso ed al quale ho testimoniato quando ancora era in vita il senso ed il merito di tale mia consapevolezza.

Nella temperie dei decenni scorsi e fino ai nostri giorni, forse ancor più, il compito degli educatori ed il profilo dei formatori hanno subito spesso fieri assalti. La tempesta di un tempo al tramonto ha divelto sicuri e conosciuti approdi. Ha indugiato spesso nella deriva, con la speranza che fosse infine la terra promessa di un altro senso nuovo ad accogliere quale porto sicuro. Non poteva che essere così. Un’epoca di transito non offre certezze, e, se mai l’uomo ne avesse di definitive e di assolute, non sarebbe certamente questa la condizione più favorevole per cercarne ed attestarne i fondamenti.

Qualche anno fa, nel 2004, il Centro Studi Erickson propose di scrivere alcune personali riflessioni sul tema dell’educazione. I contributi di coloro che risposero, vennero pubblicati sul sito della Erickson, dove rimasero disponibili per qualche tempo. L’anno successivo, il 2005, vennero raccolti in un volume dal titolo “Dalla parte dell’Educazione”.

Fu in quell’occasione che scrissi “Maestri d’amore. [Testimoni coerenti]”, il testo che pubblico di seguito, dopo un lieve editing, e che ora torna anch’esso a casa.

Maestri d’amore. [Testimoni coerenti].

Diceva il mio indimenticato maestro Emo Marconi, docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo e di Tecnica dell’Informazione, all’Università Cattolica di Brescia fino agli anni Ottanta: “Gran parte di ciò che conosco della vita l’ho appreso da qualcuno o da qualcosa e tutti e tutto mi hanno insegnato. Anche da una semplice foglia ho potuto sapere della bellezza e, al momento del suo distacco, della caducità o di un altro nuovo destino di ogni forma”.

Quando parliamo di educazione, prima che su merito e su metodo, non dovremmo forse porre l’accento sul senso dell’apprendere, su quello spirito sapienziale che informa di sé, o che dovrebbe informare di sé, ognuno e ogni cosa a partire da una profonda consapevolezza interiore? Forse dall’anima stessa, quella fonte sorgiva di attesa e di incontro dentro cui si forma la scaturigine della conoscenza, il desiderio di comprendere. Davanti ad ogni persona, ad ogni cosa, ad ogni evento della vita, ad ogni foglia che prima si mostra ferma nella solare lucentezza dei giorni e poi danza nel vento e cadendo ci indica destino e tramonto, è l’anima che si pone in ascolto ed in attesa. Lì nasce, o lì soltanto può nascere, uno spirito [sapienziale?] che genera conoscenza prima e quindi relazione. O, al diapason del suo compimento, una conoscenza che è essa stessa relazione. Uno stato dell’essere che, pur partendo da chi educa, dovrebbe correre libero nelle vene di educatore e allievo, su fino all’indistinto, in cui entrambi crescono secondo l’unica legge fondamentale dell’apprendimento: si apprende davvero solo ciò che si ama, si può insegnare solo ciò che si ama ed amando.

E’ stupefacente vedere talvolta come una persona dotata di scarsa istruzione, ma che abita con coerenza il proprio spazio interiore, risulti capace di comunicare, di entrare in sintonia empatica e profonda con il proprio interlocutore, trasferendogli insieme all’informazione anche una nozione arcana della cosa in sé. Vorrei dire istruendola. Ciò accade, sempre più di rado purtroppo, con alcune creature anziane che narrano di sé e del proprio mondo. Ed è altrettanto stupefacente vedere come alcune persone ricche di personale talento e di strumenti di conoscenza vari, stimati e riconosciuti, non siano in grado di trasferire che poche, fragili nozioni al proprio interlocutore. E quel che è peggio, durante un dialogo, non sappiano cogliere se non in modo sommario e parziale, attraverso una ricognizione unicamente strumentale, e dunque esteriore, l’essenza più vera, la visione trasparente dell’uomo e del suo messaggio, vorrei dire del suo mondo. So che qualcuno potrebbe voler sintetizzare tutto ciò in un’unica parola trappola, esperienza. Vorrei invece osare il senso più alto di tale condizione, definendola conoscenza o, meglio ancora, sapienza. Perché non vedere che in ogni forma di comprensione autentica permane viva una sospensione di senso e di significato che, senza togliere nulla alla compiutezza del percorso formativo in atto, lascia sullo sfondo l’inconfondibile traccia di un non detto? Dell’Indicibile? Dell’Indecidibile, forse? E perché non lasciare che sia il germinare dell’intuizione a flettersi su quell’abisso di silenzio per tentare, almeno tentare, di saldare la distanza, di abitare il crepaccio dell’ignoto con la dignità di una forma interiormente statuita, nata appunto nel ponte d’amore che si tende fra maestro ed allievo [e fra allievo e maestro] nel compimento del cammino?

Non intendo però indulgere in favore dell’una, la sapienza, per annullare l’altra, la conoscenza. Intendo dire che a fondamento di un cammino di conoscenza si pone (si dovrebbe secondo me porre) l’una piuttosto che l’altra. Solo un maturo allineamento interiore consente la sintesi sublime dell’una e dell’altra.

Il miracolo che brilla negli occhi dell’uno, il suo tacito “ho capito”, è un dono di reciprocità, non l’attestazione di una solitudine. Ogni comprensione, e dunque ogni conoscenza trasferita dall’uno all’altro, è una reciprocità. Una relazione. Un miracolo d’amore. Anche nella sua forma più indicibile, la relazione di prossimità con il divino, l’essere creativo, che cerca, e che trova!, nella sua esperienza di vas spirituale della forma, è un allievo. Forse il prediletto. Forse l’artista è l’allievo imperfetto di un Dio che gli canta dentro l’inno di una perfezione impossibile a dirsi nei limiti dell’umano. Eppure, detta, per un atto d’amore che salda lo iato.

Chiunque sia impegnato nel compito di educare, dovrebbe essere, al pari di quella foglia, un segnavia di senso, un indicatore di piccole o grandi verità non importa, purché vive della speranza feriale che davvero innerva i suoi giorni. Ponendosi così quale testimone di una conoscenza fondata nell’essenza di sé, prima di tutto. Non v’è che un modo, infatti, di indicare la via, trasmettendo conoscenza o sapere: essere il più coerentemente possibile un’unità indivisa fondata in un valore. Non per praticare l’assoluto dell’intolleranza: per offrire un segno che indichi valichi e/o confini, uno fra tanti, non integralista, ma integro, che attinga alle fondamenta dell’uomo la credibilità delle verità proposte. Affinché l’unità fra le parole dette e le cose fatte trovi la via aperta dalla personale coerenza di chi si propone. Affinché il senso delle cose, chiaro nel distinguo, sia aperto con occhi di pietas e di carità: la sapienza (il sapere?) le chiedono entrambe.

L’occhio attento di chi ascolta e sta crescendo perdona molte cose, ma soffre il disincanto di parole sospese sul vuoto pneumatico dell’assenza di un sé che le abbia vissute. La bulimia oggi praticata dei premi, delle gratificazioni, qualunque esse fossero, non sazia la fame d’amore e di sogno che abita l’uomo. Raggiungere con fatica la vetta, insieme o dietro ad una mano salda che ci guidi, almeno fin dove toccherà a noi, è gioia infinitamente più grande che avere tutto e tutto subito. Forse si potrebbe tornare ad insegnarlo (a testimoniarlo?) con l’esempio personale prima di tutto. La coscienza di sé, anche nella sconfitta, è più fondativa del sapere rispetto ad un’idea vincente e cabriolet buona per tutte le occasioni, quasi che l’anima fosse anch’essa ridotta ad un supermercato da rifornire senza posa e senza alcuna consapevolezza interiore.

La disciplina (materia) e il metodo (visione pedagogica), quando verranno, e dopo certamente verranno e forse insieme nei casi sublimi e più pieni di Grazia, troveranno il fertile terreno di un’empatia sapienziale dove ogni seme andrà a dimora, ogni fiore verrà colto, con le sue spine certo, ed ogni foglia sarà virgulto o annuncio di nuovi frutti sull’albero della sapienza. Imperdonabile in chi si pone a guida dei cammini non è infatti l’errore, ma l’assenza di speranza, la sola che strozza sul nascere ogni vita che si apre all’orizzonte del domani, ne spegne la maturazione e ne rende angusta la visione interiore. E nulla più dell’assenza di una testimonianza, che sia viatico e limite insieme, uccide, nell’ipocrisia e nella menzogna, la Speranza e suo fratello il Sogno.