Giornalista per sempre [6] FPC/1

Giornalista per sempre [6] FPC/1

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Giornalista per sempre. 1

Giornalista per sempre. 2

Giornalista per sempre. 3

Giornalista per sempre. 4

Giornalista per sempre. 5 [Scritti a mano]

Da tempo coltivavo il proposito di scrivere in merito alla formazione professionale. Avrei voluto farlo a partire da una storia tutta data e trascorsa, sebbene, almeno nelle mie intenzioni, per nulla conclusa. Quella stessa che ho raccontato in parte nel primo dei post dedicati alla mia piccola, ed ormai lunga, vicenda professionale, e che ho talvolta ripreso, dovendovi inevitabilmente accennare nel contesto dei successivi dallo stesso titolo.

Poi, il fatto nuovo. Quello che per me era stato sempre un appassionato, e volontario, cammino di ricerca, di esplorazione della conoscenza, nelle pertinenze dell’universo professionale e spesso anche oltre i suoi confini condivisi, e di crescita umana, è diventato, a partire dal Gennaio di quest’anno, un itinerario obbligato. La Formazione Professionale Continua, si chiama così, è ora [anche] un adempimento di Legge.

Avrei voluto scrivere di alcuni paradossi. Non lo farò, però, almeno non qui e non ora. L’obbligo di legge ne ha infatti messi in luce altri. Li lascio tutti in sonno, i nuovi ed i lontani nel tempo, quelli che ho a lungo ruminato negli anni. Devo averlo già scritto da qualche parte: il Sessantotto fece di me un ribelle in sedicesimo, che abbandonò nelle vicende di quegli anni il ruolo di primo della classe. Di fatto, se non di nome, profitto, passione ed impegno alla mano. Non sono mai tornato su quel periodo dell’adolescenza, forte e delicata come tutte le esperienze di iniziazione, e ne ho lasciato lacerti sparsi in profili curricolari attestati, come qui, ed in altri più improbabili luoghi d’autobiografia spicciola. Dopo alcune capriole nel fango, a conclusione delle quali mi ritrovai ad abitare il punto zero dei margini esistenziali, sociali e culturali, rividi al fondo di me stesso il fuoco mai del tutto spento di una passione forte per la conoscenza. Le cui braci, alimentate dal vento di una instancabile curiosità, avevano continuato ad ardere, non soffocate mai sotto la dura pietra dei giorni. Tutto di me si volse a quell’enclave di sopravvivenza interiore, che aveva mirabilmente e per grazia resistito anche a me stesso, ed iniziai così un cammino persuaso di autodidatta per amore che mai più avrei abbandonato.

Un percorso ad intensità variabile, come è di tutte le esperienze della vita, talvolta istituzionalmente attestato, talvolta condotto nella più piena solitudine, secondo la coerente prassi che spesso affligge o esalta tutti i cammini di formazione self-made. Ho avuto maestri, rari, e nessuno tra loro caratterizzato da un profilo professionale squisitamente giornalistico. Ho scritto spesso di loro, singolarmente, e li ho talvolta citati su questo stesso blog. Uno, in particolare, Emo Marconi, che conobbi negli anni del mio esordio nel giornalismo, ha avuto un ruolo umanamente rilevante nel mio percorso lifelong learning. Allora, quando lo incontrai, non se ne parlava affatto ed esperienze formative come quella che ho vissuto con Emo Marconi, erano [ancora?] prossime alla sintassi umana della comunione, sebbene saldamente ancorate in profili di competenza, conoscenza, e, sì, fortemente ispirate ad un sapido orizzonte culturale.

Non citerò gli altri. Non voglio millantare crediti non attestati e che pertengono più spesso la misura discreta della confidenza, invece di quella più convenzionale della frequentazione pubblica e/o di una prassi istituzionale. A me va bene così, mi è andato molto bene fosse così e così soltanto. Il dono del dialogo, sia pure frammentario ed ora anche lontano nel tempo, [uno di loro è scomparso da decenni], è stato quello che più di tutto mi ha aiutato a crescere, a formarmi umanamente. Malgrado ciò che ne possono pensare altri, credo che non vi sia alcun professionista che sia degno di tale nome, se privo di una qualità umana idonea a sostenerlo.

Le loro tracce sono sparse con generosa imperizia, la mia, tra i post del blog. Posso dire che sono stati, oltre a Marconi, in tutto due.

Nei precedenti post dal titolo Giornalista per sempre, ho solo fugacemente accennato ed in circostanze diverse all’esperienza formativa che, negli anni Novanta, mi ha portato in giro per l’Italia. Ero alla ricerca di un profilo professionale di confine, più adeguato a dialogare con le diverse figure di prossimità, attive sulla scena di un tumultuoso transito [epocale, e non solo e primariamente nell'ambito della comunicazione e del giornalismo] tuttora in atto. Nel tentativo di acquisire competenze ormai irrinunciabili, un minimo comune denominatore necessario per tentare, almeno tentare di essere parte attiva del cambiamento, e non detrito di una deriva senza fine, o, peggio, risentito militante nell’usbergo armato che combatte ogni cambiamento in atto, sfruttando fino al parossismo della dissipazione, ogni rendita, pur minima che fosse, di posizione.

Non ho mai scritto invece di quest’ultima esperienza formativa, un altro approdo tardivo della mia piccola storia professionale. Da quando, nel 2009, riuscii a parteciparvi una prima volta, ho mancato uno solo dei Seminari. Il perché lo scrissi l’anno scorso, come meglio più non saprei fare.

Fra i diversi appuntamenti formativi ai quali ho partecipato quest’anno nell’ambito della FPC, ve n’è stato uno, l’ultimo al quale ho preso parte, che mi ha convinto ad accantonare le perplessità. Mi ha spinto a scrivere subito, qui ed ora, della Formazione Professionale Continua. Non nei termini ampi e generali ai quali ho accennato all’inizio. Con la puntualità dell’esperienza in fieri. Non cronaca. Sintesi sincopata di tratti salienti dell’incontro e dell’apprendimento.

Comincerò dunque da quell’ultimo e lo farò credo presto, scrivendone qui.

Prima di iniziare, ho voluto tentare di offrire tono e senso di quella lunga esperienza d’apprendimento, di formazione che è stata, forse e almeno secondo la mia visione, la vita stessa. Intera e tutta [lifelong learning?].

“Gran parte di ciò che conosco della vita l’ho appreso da qualcuno o da qualcosa e tutti e tutto mi hanno insegnato. Anche da una semplice foglia ho potuto sapere della bellezza e, al momento del suo distacco, della caducità o di un altro nuovo destino di ogni forma”, sosteneva Emo Marconi.

Ho avuto dunque non tre soli maestri, ma infiniti, talvolta anonimi e sconosciuti a se stessi nelle proprie intenzioni. E non ho mai cessato di apprendere e di formarmi in ogni istante della vita. Anche dall’errore e dal dolore ho appreso. Soprattutto, nell’errore e nel dolore mi sono formato. Come uomo ho certamente tentato sempre di farlo. Credo che anche l’irrevocabile curiosità del giornalista abbia le sue radici qui e qui alberghi la sua anima più coerente e più vera.

 

Prose basiche. 5

Prose basiche. 5.

29 Settembre 2014.
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«Tenerezza». La mano, rugosa di fatica di dolore di carezze e d’anni, stringe nell’ ombra del tempo alla deriva un sogno.

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«Infiniti». Sento tremare l’eco di remoti canti nell’orizzonte eterno che si apre muto, davanti.  

24 Ottobre 2014.
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Nella fucina interiore, l’io, al calor bianco del vero. L’ipocrita replicante, nascosto dietro un velo.  

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Indugiare fra predatori che si fingono colombe. Stolta ignoranza, beata ingenuità o santa innocenza?  

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«A mani giunte». Foste vite. Ora siete mute dentro carpette colorate. Stringerete mani, nel tempo bianco delle eternità future.
 
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«Eroi quotidiani». Ci abita una feroce pazienza orante.  

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«Anima e Corpo». Getti il tuo sasso muto nel tempo e la parola danza in eterno.  

25 Ottobre 2014.
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«Utopia_1». Il sogno che in nessun luogo si compie. L’attesa feriale senza fissa dimora. La vita che solo in Te si placa.

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«Utopia_2». Nel Tuo silenzio, il mio vivo e contemplante. Nel quotidiano ascolto, muto il cammino degli amanti.

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«Utopia_3». Libero, nel vento, lo sguardo umano d’una speranza senza tempo. Vivo nell’alba e nel tramonto.

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«Contemplare». Nella clessidra del mio tempo, rimane solo il silenzio. L’unico conforto. L’estremo memento.

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«Buridano». L’asino nella Modernità, tra Essere e Nulla.  

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«Epica». La narrazione, che fu etica, ha ceduto il passo alla libido dell’apparizione, l’estetica di un simulacro del reale.  

26 Ottobre 2014.
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«Superficialità». Parossismo della riproducibilità. Vuoto per pieno. Il senso. Il rispetto. Il profondo. Un tempo alieno.

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«Animebelle in similpelle». Stilla nel silenzio il veleno del non detto. La verità taciuta alla Bellezza.

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«Parole vere». Sublimi. Nessuno nega il loro valore. Rari le colmano con la verità di un’esperienza. Nella testimonianza.  

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«Parole vere». Una lingua forbita non redime una testimonianza eticamente claudicante.  

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«Clessidra». La clessidra dei poeti non strozza nel tempo i sogni. La rena sale senza rovesci nel cuore e s’apre al cielo.  

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«Dolore». L’altrui dolore è materia ardente che ho pudore e rispetto a toccare con parole. Solo il mio è testo incandescente.

27 Ottobre 2014.
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«Nemesi». Una feroce nemesi è in agguato, venduta l’anima al dio senza domani dei soli numeri.

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«Nostos». Un canto di sirene secolari nel tuo naufragio. L’Itaca che fu, piega la vela ai sogni, l’innocenza è vento senza ali.

30 Ottobre 2014.
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«Mistica aporia». Non abbiamo avuto che parole per dire il taciuto silenzio, vissuto contemplando l’amato.  

31 Ottobre 2014.
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«L’audacia della parola vera». Sussurri pudici tra dialoganti esibizioni testuali fra rispecchianti.

1 Novembre 2014.
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«Retori nudi e senz’ali». La via mistica del canto è un sentiero irto, di spoliazione reale ed interiore, prima che lessicale.

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«Brucia Troia». La cenere, che fu fuoco nella parola ardente, è quel che rimane del nostro cinico, sprezzante disincanto.

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«Futuro inverso». La storia piange a Occidente sulle spalle di Enea, il padre Anchise fatto niente.

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«Vili al tramonto». Ettore muore infinite volte trafitto, in un tempo orfano di eroi e saturo delle divinità feriali.
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«Luce». Canta sotto un lembo d’ali, morente, Orfeo. L’amante che invano un tessitor di nuova Luce attende.

4 Novembre 2014.
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«Libertà va cercando». La retorica del nuovismo è l’abito mentale dei reazionari e la prigione degli ingenui.

5 Novembre 2014.
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«Volti veri». L’eterno confronto fra verità e menzogna, si forgia nella forma dei tempi e si ripropone nei suoi nuovi volti.

7 Novembre 2014.
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«Zenit». Lo sguardo nell’orizzonte fiso. Al suo omebilco di narciso.  

9 Novembre 2014.
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«Vento». Vibra il Tuo canto estremo nella foglia d’autunno, che ebbra di luce danza nel preludio di neve.

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«Animus». L’amore in agguato ad ogni svolta d’istante e tu, uomo cieco, afflitto da un cuore perdente.

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«Anima». China su di me, genio del cuore, ombra di gioia feriale, di eterno canto, d’infinito ardore.

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«Caino moderno». Stai con finta indiferrenza, lesto nel silenzio, pronto, fratello, all’inganno.

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«[...] nel paese di Nod ad oriente dell’Eden [...]». Abele, sono senza pianto nè rimorso. La tua innocenza, un torto?

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«Generazione». Pur vivendo allo stremo, non siamo andati oltre la consapevolezza della fine di un’Epoca.

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«Oriente». Il solo Oriente era qui, al confine dell’io. Nato e non visto, sepolto sotto coltri di sogni smarriti.  

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«Ossessi». Dentro la sola soglia vana. L’ossessione del nome. L’etichetta che cancella e ci addita. La cifra.  

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«Solitudine». Tu non sai come duole il coro degli amanti, mentre vai solo in grembo a istanti ignoti.

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«Oh my sweet/rugged TL!». Fiume carsico? Rivo disseccato che lento muore? Un corso d’acqua che non sa dove sarà il suo mare?
11 Novembre 2014.
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«Entropia del cosmo». Il sarcasmo dei risentiti si spegne nella carità degli innocenti.

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«Tempo interiore». L’ala bianca del tuo silente respiro tesse l’eterno, umile filo.

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«Eterni». Danzano, presi nella stretta del Silenzio, gli amanti. Persi e lontani, nell’abbraccio del tempo.

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«Mistici». Dentro la fessura silente. Tesi amanti in ascolto. Vuoti dentro. Vivi in eterno del solo proprio niente.

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«La norma. Il genio». Tenere il punto fermo, l’orizzonte della norma. Sentir vibrare il genio, dentro il suo estremo teso.

12 Novembre 2014.
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«Stagioni/Estate». Frinisce il sole nell’infinita piana, la vita piena arde  nel tremulo presagio, futuro all’orizzonte.

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«Stagioni/Autunno». Il canto estenua e il giorno vibra nell’oro del tramonto acceso nel memento dei colori.

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«Cammino». Come se ancora dovessi andare lontano. Ma non c’è più strada davanti. Solo Tu, che mi prendi per mano…  

13 Novembre 2014.
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«Distanze interiori». Vivere il disagio dell’innocenza nell’inferno di un’ipocrita danza.

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«Stagioni/Inverno». Solo, in un sublime silenzio di neve e ricordo.

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«Stagioni/Primavera». La vita fiorisce di promesse il tempo del domani che già odora d’essenze sconosciute.

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«Omero». Cieco e senza nome, cantar gesta di tempi intorno. Ascoltando salire dentro il silenzio del tuo karma moderno.

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«Lo spirito e la legge». Essere una vocazione coerente, prima di diventare una rappresentazione della necessità.  

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«Poeti a comando». La messa in scena di un se stesso d’occasione. Come se la vita vera già non fosse canzone.  

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«Soli». I cinici hanno una riserva di ragionevoli ragioni per uccidere i sogni. I sognatori, solo se stessi per sostenerli.

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«Potere». Non c’è salvezza per i virtuosi per scelta, gli innocenti. Erode, il potere, li teme ed è un archetipo eterno.

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«Memoria». L’eco dei giorni mette al riparo dalla menzogna e dai servi, nei giorni indifesi dell’ineluttabile impotenza

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«Tace». L’indifferenza è la sola forma di ipocrita rispetto che viene spesso riservata ad una scomoda verità

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«Per sempre». Morire ai margini e nel silenzio. L’eletto destino dei liberi, dei giusti, dei miti, degli umili per vocazione.

14 Novembre 2014.
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«Lirica feriale». Vita in nulla memorabile. Solo un umile silenzio, che detta con passione affetti e sogni dentro.

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«Il troppo». [A]. Nulla di più penosamente feroce, in una vita, dello spaesamento consapevolmente esperito.

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«Il troppo». [B]. L’essere in esilio dal conformismo dei tempi. L’essere lontani dalla norma per eccesso di virtù.  

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«Il troppo». [C]. L’essere in anticipo sull’avvento dei tempi… e viverne in ritardo il compimento.  

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«Il troppo». [D]. Quella squisita forma d’impotenza che è la solitudine dei profeti, trova conforto in un Dio sconosciuto ai più.

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«Armonie». La contemporanietà cronologica è una illusione strumentale. La coscienza è il prisma armonico della Storia.

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«Appartenenze». Mini arche tribali nel naufragio della contemporaneità. L’etica vincente dell’autoreferenzialità.

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Le ancelle del canone digitale [ontologicamente inesistente] celano spesso una deriva intenzionale nel business model.

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«SN». TL Rette parallele che si incontrano all’infinito… [forse...].

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«Infanzie prossime e remote». Il sogno del poeta è l’eternità dell’innocenza. Non un’adultità infantile.

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«Stone and bit».Lo sciamano graffiva il Silenzio con la nuda selce. Così il poeta, con la sua lieve traccia di luce scolpita.

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«Canone Occidentale». Per lungo tempo di memorabile vi fu solo il silenzio.

15 Novembre 2014.
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«ɑ». Nella terra di nessuno della profezia, costruire diritti condivisi e rinunciare a privilegi singolari è vocazione da apatridi.

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«Riletture profonde». Nel grembo del tempo, la memoria attesta il senso, non ferma il vento del futuro.

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«Confido». Chi spera e crede non è mai solo. Almeno un Dio gli è sempre compagno ed amante nell’esilio.

Devenir terreau d’une autre langue.

«Devenir terreau d’une autre langue.».

par Huê Lan Lan

 Lettre 1.

Merci de votre réponse venue de cette écoute de l’intérieur.

Il y a sans doute un seuil, une limite. Limitès dit le latin est le chemin qui borde un champ. Si tel est le cas, elle signe un dedans et un dehors du champ. Le premier m’évoque l’intérieur du symptôme inscrit dans une histoire singulière. Et le second, la vie bouillonnante du langage quand la gangue du symptôme a pu se lever. Mais la levée du symptôme n’est pas toujours définitive. Et lorsqu’elle s’est levée au moins une fois, elle permet même quand il revient, un décalage, une distanciation. Un humour sur ce qui revient ainsi… Vieilles squames devenues lettres mortes.