«Magnificat».

«Magnificat».

Ogni tanto la nostra stessa vita sembra venirci incontro da spazi inusitati. Sembra che il noi stessi che fummo si faccia avanti a passi lenti ed ampi nel nostro silenzio indifeso, finalmente indifeso, che ha solo orecchie e tiene serrate le labbra. Anche quelle nascoste che si animano del solo non visto pensiero. Allora la Grazia ci scende dentro come un’estasi e abita, Lei sì grande e dignitosa di una Luce di cui non siamo spesso degni, lo spazio discreto del presente con la gioia inenarrabile del ricordo. E’ un miracolo che accade sulle soglie brulicanti del Mistero, presso le quali si schianta l’ininterrotto brusio delle voci di fondo. Quelle che imperiosamente vorrebbero imporsi nel mondo, sul mondo, al mondo. E dentro il mondo anche su noi stessi che lo abitiamo in un margine sconosciuto ai più, certamente ai tanti.

Talvolta quella vita che viene avanti e ci si dona aperta e feriale come l’alba o come lo sbocciare d’un fiore in un inverno di neve, avanza in forma di libro. Ci si depone tra le mani quasi per caso [ma davvero esiste il caso e non è forse il suo più preciso nome proprio Grazia, o Provvidenza?]. Allora le nostre mani nude e ferite che non sono più consapevoli della fermezza dei giusti e sono esitanti, ora che mai più la bellezza le libra come fece un tempo a proteggere la nostra ironia, a sostenere l’anima, a cantare l’amore, ora che le nostre mani si accingono a vivere desolatamente sole e mute, si aprono. In un ultimo estremo incantesimo. E come le nostre orecchie ancora odono, tentano di udire, così le nostre mani accolgono, tentano di accogliere. E si aprono al libro. E lo aprono. Sanno, esse lo sanno, le mani, che l’incantesimo del dono sta sbocciando dentro la loro rugosa durezza che più nulla sembra sapere delle nuda, della gioiosa, della morbida accoglienza che fu la loro giovane speranza. Eppure s’aprono e accolgono.

E’ stato così, è accaduto così anche nei giorni scorsi, quando, in prossimità dell’ormai vicino Natale la vita mi è venuta incontro nella forma di un libro. Uno dei tanti, quello giusto, però, per questo tempo di Natale e per questi tempi.

Forse dire libro è troppo ed è, ugualmente, troppo poco.

E’ un gioiellino nel contenuto nella forma e nel senso del dono. Me lo regalò il giorno di Natale di 11 anni fa la sorella di una carissima amica.

«Questo libretto è quasi un inedito. La prima volta, nel 1953, uscì “pro manuscritto”. La curia milanese l’aveva censurato… Erano gli anni difficili dell’intolleranza e dell’onnipotenza. Padre Turoldo doveva “viaggiare” e ricevere gli amici alla stazione centrale di Milano».

Sono le parole con cui l’editore e curatore, Rienzo Colla, presentò nel dicembre del 2003 la prima edizione de “Il nostro Natale”, di David Maria Turoldo, uscito per i tipi de La Locusta.

L’ho riletto e sfogliato a lungo, nel corso di quest’ultima settimana. Lasciando che il silenzio di me affiorasse, nel silenzio del mondo. Lasciando che un lacerto di memoria facesse luce, dentro e davanti. Aprendo il cuore all’ascolto e la mano ad accogliere l’inusitato, il dono della vita che in forma di libro di nuovo veniva avanti.

Di Davide Maria Turoldo, della sua opera poetica e dei suoi scritti, che ho amato entrambi, conservo tracce sparse, nella vita e dentro.

Un giorno, tanti anni fa, era la Primavera del 1980, lo incontrai e lo intervistai. La sua figura imponente conteneva a stento un’empatia irruente ed una umanità gioiosa. Avevo portato con me il suo «Laudario alla Vergine». Prima di congedarmi, mi concessi una delle rarissime licenze professionali che mi sono mai consentito profittando di un incontro e, per quanto modesto fosse il mio, di un ruolo. Gli porsi il libro: sorrise. Rimase un attimo pensieroso e dopo qualche istante si chinò a scrivere.

Ho letto più e più volte quella sua breve dedica. A ventisei anni, tanti ne avevo allora, qualche residuo di vanità può scioccamente lusingarti: “A Giordano per cantare insieme il nostro Magnificat”. Sono tornato più volte su quelle sue parole, ogni volta con una diversa attitudine interiore e con altra consapevolezza. Ora so con esperienza certa che insieme al dono gioioso della condivisione, al dono del canto, ed alla convocazione ad un cantare gioioso, vi era anche e soprattutto l’affidamento di una responsabilità. L’invito ad intonare [insieme!] il Magnificat nell’armonia feriale, spesso così sapida di note dissonanti e dolorosamente lontane dal senso delle parole che vibrano mentre intoni, tenti di intonare, nel segno di Maria, la tua lode!

La parte che ho scelto, dopo non poche esitazioni, è quella che più riverbera in me e che più risuona, a me pare, in coerenza con il tempo della storia in cui vivo. Lo spirito è il suo, l’ineffabile carisma omiletico, poetico e prima ancora umano che pervade tutta la vita e tutta l’opera di padre Davide. Cito senza enfasi retorica e qui più che mai senza rimpianti. La luce dello Spirito è un filo tenace che resiste ai tempi e, oserei dire, alle mutazioni epocali. La fiammella dell’anima grande è una torcia che giganteggia nel vento avverso delle epoche oscure o al tramonto. Nulla è vivo se la sua eco non è viva in noi e non risuona al diapason di un’identità valoriale pur dissonante ed asimmmetrica della inevitabile, e bellissima, unicità dei singoli, dell’ognuno che noi siamo.

Non è guardando all’indietro che mi permetto di alimentare il presente e la speranza del futuro con op. cit. Padre Davide sorriderebbe degli esercizi retorici, che spazzerebbe con l’intensità della sua gioiosa testimonianza vitale di persuaso.

Natale è prossimo. Non so più chi possa ancor dire “nostro”, impegnando, in quella bellissima coralità dei singoli io che è il noi, tutto il carisma della propria testimonianza. C’è un’orfanezza che sconta la latitanza identitaria. Non quella armata ed impositiva. Quella umile e marginale che dal margine canta e resiste. Attratta dalla Luce dell’Innocenza. E viva in sé del suo solo respiro, infinitamente animato di Grazia: Magnificat!

La singolarità e l’unicità sono doni di Dio e nulla hanno a che vedere con l’individualismo e la centratura di uno sguardo ombelicale posato su se stessi, fondato nel e ispirato dal proprio ego.

Il noi è un raggiungimento nella comunione che si esplica si sublima e si compie solo a partire da una consapevole identità, l’unicità di sé ricevuta in dono da Dio. La Vita.

Ciascuno di noi entra nella stanza della vita con un cuore ed un’anima propri e singolari. Ognuno di noi abita il giorno secondo la diversa intelligenza che ha ricevuta in dono. Posiamo sguardi diversi su microcosmi identici. Ascoltiamo differenti note che giungono a noi in eco ad una musica uguale per tanti. Il nostro entrare nella vita, il nostro abitare il giorno, in nostro vedere il mondo, il nostro ascoltare il silenzio, anche quando per ventura siamo chiamati a vivere per infinitesimi tratti uno stesso spazio ed una stessa circostanza temporale, restituiscono una diversa narrazione di quell’identica enclave esistenziale che ci è stata data per breve o per lungo tempo in comune. Perchè nessuna delle narrazioni è identica ad un’altra?

Fanno sorridere e talvolta sembrano ispirati ad una vaga ipocrisia i tentativi di assimilazione dell’altro per osmosi. Esercizi che finiscono spesso nella tentazione di colonizzare l’anima dell’altro, abitandola fino al plagio. C’è chi dice noi e pensa all’io. Chi si afferma in modo subliminale e dissimulato negando, insieme al dono sublime della singolarità, anche la potenzialità sinfonica di un io intonato all’ascolto e pronto ad offrirsi affinchè nasca il noi in cui anche la sua eco risuona nel canto della comunione.

La povertà, l’altro polo di luce che insieme al noi risuona nel “Nostro Natale” di padre Turoldo.

C’è qualcosa che tiene, nel corpo delle parole, al mutare della scena e dello stesso loro senso interno. Ciò che tiene è flessione della Luce che le irrora e che esse irradiano.

C’è, mi sembra, nelle parole di Davide Maria Turoldo la scintilla di tale Luce, un accento spirituale in esse, che riverbera nel tempo, a partire dai tempi in cui si sono fondate.

La povertà! Una rinuncia virtuosa nella tregenda epocale che ha investito l’Occidente durante i sessant’anni che separano l’oggi dallo scritto di Turoldo? Il plastico incedere [talvolta squisitamente mediatico] dei diversi downshifter, che non di rado sazi abdicano alla virtù della frugalità [alla virtù?], abbracciando la “semplicità volontaria”, dopo avere magari toccato i punti apicali di una bulimia esistenziale, ha qualcosa a che vedere con lo spirito e con la lettera della rinuncia evengelica? E in che rapporto sta, o potrebbe stare, quest’ultima, la rinuncia, con una scelta originaria ed originale di povertà? E di quale povertà? Quella imposta dalla contingenza? Quella virtuosa della rinuncia? E quale virtù è possibile esercitare nella povertà?

Il sentiero tra l’io ed il noi, fra un Natale sfavillante di luci per pochi, ed un Natale colmo di Luce promessa, escatologica, per tutti, è stretto, e passa anche dentro tali domande.

L’orizzonte di un mondo sfinito dai devastanti bagliori prodotti dall’esercizio dell’ego. Il corpo della parola, della parola di Turoldo, ha sensi vivi che sono memoria di una Luce innocente e nativa. L’io che nasce nel grembo di Maria [Magnificat!] è pronto a morire per la grazia del noi. Perciò il Suo Natale è così Nostro, fin dall’origine perchè ci dice che solo la rinuncia, che è fondamento del dono [il vero: non l'accento residuale del superfluo che costa nulla al se stesso che lo compie], è viatico del noi. Lì, su quel confine, riposa la frontiera dell’ego. Il Potere ne vuole censire esistenza in vita, identità anagrafica, entità e terrena misura. La Grazia, che è l’ombra di Luce del divino, la stessa che si posa su Maria e la copre, ci feconda di uno spirito vivo e ci apre alla verità obaltiva. La sola che salva dalla deriva e conduce all’approdo del noi. Ed i poveri che coltivano assiduamente la speranza cogliendone la Luce anche nella apparente insignificanza della marginalità [la culla di Luce è in una grotta povera e nascosta: Magnificat!] lo sanno. Il Natale dei Poveri è la via per il Nostro Natale. Il Natale di tutti.

Op. Cit. Davide Maria Turoldo: «Nostro Natale». Lettera agli amici poveri.

«Nostro Natale». Lettera agli amici poveri.

«Nostro Natale».
Lettera agli amici poveri.
[Intro, «Magnificat]».

di Davide Maria Turoldo

«Miei cari, prima ancora che ai miei familiari, prima di pensare agli amici e ai benefattori, voglio scrivere a voi, in questo Natale, che forse è uno dei più tristi tra quanti ho trascorso finora.

E sarà triste proprio perché è il primo Natale in cui vivo lontano da tutti. Non dimentico mai la nostra vigilia, così serena e cordiale, quando voi venivate, gli altri anni, a ricevere il pacco, che non voleva essere soltanto «il solito pacco natalizio», spesso umiliante e offensivo verso la miseria che invece è di tutto l’anno, di tutto l’inverno, di tutta l’estate, di tutti i giorni.

Il nostro incontro era semplicemente una maggior carica d’amore, uno sforzo particolare della Messa della Carità, che ormai vorrebbe addirittura fare miracoli, pur di vedervi nella grazia di Dio, nella pazienza del vostro stato e nella fraternità di tutta la vostra piccola comunità, dove benefattori e beneficati devono sentirsi egualmente poveri, egualmente fratelli: perché il Signore rinasca in ogni casa e prenda corpo nella nostra modesta porzione di fedeli, che si amano nel nome di Dio e per amore della più grande Chiesa, la quale è lo stesso Gesù realizzato dentro il dramma degli egoismi, delle ingiustizie e degli interessi del mondo.

A voi, dunque, prima che a qualsiasi altro il mio augurio, dettatomi da una carità che addirittura mi fa soffrire; a voi, prima che agli altri, perché voi siete mio padre e mia madre, i miei fratelli, i miei amici, i miei padroni. Perché il sacerdote non deve avere altra amicizia e altra parentela che non siano quelle cristiane. Ora voi siete gli amici di Gesù, i figli della prima beatitudine: «beati i poveri, perché di essi e il regno di Dio».

Dunque, voi siete i nostri amici e fratelli. E questo non solo rispetto a me, ma anche al padre prevosto, che ora ha preso il posto della mia fatica, rispetto ai giovani, alle sorelle, che tutte le settimane e tutto l’anno pensano come meglio aiutarvi; e lavorano e faticano perché la nostra carità non vi offenda e le loro visite siano come di amici che si incontrano e si scambiano le proprie sofferenze.

Questo ritrovarci a Natale non è che la gioia di tutte le visite, la quale si fa più grande e sacra nell’imminenza della venuta del Signore, che per sé sceglie una stalla e vuol nascere da una donna più povera di tutti noi, in una famiglia che manca di tutto e dove, per vivere e crescere, lo stesso Signore avrà bisogno di lavorare con quelle sue mani che pure hanno creato il mondo.

Gli altri anni, quando vi parlavo, vi dicevo di come dovete amare la vostra povertà, la quale – appunto se amata – è il dono più grande di qualsiasi ricchezza, un dono che il Signore concede solo ai privilegiati, a quelli che egli destina figli del cielo, fratelli suoi sulla terra, in tutto simili a lui, il più grande povero che sia mai esistito!

Era questo il tema su cui sempre insistevo, perché è difficile capire cosa vuol dire essere poveri e sopra tutto amare la propria povertà, quando tutto manca in casa e i figli sono malati, e il marito non lavora; oppure, anche quel poco che avete, qualche volta viene sprecato, e i ragazzi hanno tante esigenze, e il marito, perché disperato, si butta al bere e la moglie non ha saputo risparmiare anche quel poco che aveva.

Come vi capisco! e come mi sembra di ricordare ancora tutti i vostri contrasti, le vostre lacrime, le pene che alle volte non volevate manifestare alla sorella e volevate invece parlare con me, e io, magari, vi maltrattavo perché fingevo di non avere tempo, anch’io colmo di pene come le vostre facce.

Come vi capisco e vi amo! E ogni vostra casa mi fa pensare alla mia famiglia, forse più povera di quella di alcuni di voi; ma avevo la fortuna di avere una mamma santa, parsimoniosa, che non si lamentava mai e teneva la casa pulita, benché fossimo in nove figli. E a noi, pur non avendo nemmeno il necessario per sfamarci, sembrava di vivere come in una reggia, perché la mamma era così buona e ci insegnava a pregare e, anzi, pure poverissima, andava qualche volta in chiesa a deporre una elemosina nella cassetta di S. Giuseppe, il Santo della Provvidenza. Ecco, io vi auguro che la vostra casa sia come quella di mia madre: di volervi bene così, di risparmiare e di credere nel Signore.

Vi dicevo anche, qualche volta, di non invidiare mai i ricchi, sopra tutto di non odiarli, perché nel senso spirituale sono più poveri di noi. Essi, per esempio, non hanno mai gustato il sapore del pane perché hanno tutto e sono troppo sazi; non hanno mai gustato il sapore dell’acqua – così buona, così rinfrescante e non fa mai male -, il sapore di un po’ di polenta e formaggio, sopra tutto quando è così poca rispetto alla nostra fame. Non invidiate e non odiate nessuno: lasciate al Signore fare giustizia, anche se è nostro dovere ricorrere a tutti i mezzi leciti per migliorare la propria condizione e ridurre gli stenti e le sofferenze dei figlioli.

Anche quest’anno, dunque, benché non sia presente personalmente, io sono con voi come nulla fosse successo. Prima con voi che con gli altri. E sappiate, anche se avevo così poco tempo per parlarvi, che tutta la mia vita era dedicata non alla vostra ricchezza (è un terribile augurio, questo, di desiderare che un uomo diventi ricco, è quasi un augurio certo di maledizione), ma alla vostra gioia, alla vostra concordia familiare.

Pensatemi così, sempre vicino e viviamo insieme il nostro Natale: io continuerò a ricordare, uno ad uno, i piccoli o grandi drammi di ciascuno. Cerchiamo dì essere poveri buoni, cristiani poveri, perché se c’è un Natale nel mondo, se cioè il Signore è venuto sulla terra, è solo per annunciare la lieta novella dei poveri.

Siamo, dunque, tutti insieme, benefattori e beneficati, i figli della lieta novella.»

 

Davide Maria Turoldo, «Nostro Natale», [Edizioni La Locusta, Vicenza, 2003]

Windows. [Sguardi latenti dal pertugio].

Windows. [Sguardi latenti dal pertugio].

Stamani mi sono affacciato, dal minuscolo pertugio dell’io, il mio sguardo sul mondo. Ho una piccola finestra, la mia TL di Twitter, forse un orizzonte estremo e sensibilmente limitato.

Ed ho iniziato io stesso a twittare. So come accade. So cosa mi succede dentro. Lo so per lunga esperienza. Quando il silenzio ribolle di pensieri che non tendono all’estasi del Silenzio, quando le parole non cercano la compostezza contemplante. Quando l’abisso interiore manda lampi, e non solo di luce che fa chiaro dentro e davanti, o non sono fuochi che scaldano il cuore, significa che la civitas estesa e senza quasi apparenti confini [di spazio? di tempo? di senso?], la vita che scorre e che passa sotto la mia finestra, ha echi e risonanze forti in me. Non placate dentro. Non composte nell’armonia di un senso compiuto o dato. Non giunte al porto sacro di una comunione attesa, forse da me soltanto.

Allora scrivo. Come già feci un tempo sui taccuini. Come negli anni dentro quaderni o su fogli sparsi. Scrivo. In forma di appunto, quasi, o di lacerto di senso e di me. Mi è accaduto già, più di una volta. Non penso che ciò che scrivo possa avere in sé qualche significato armonico o finito, se mai un’opera, in qualsiasi forma data, potesse darsi compiuta in sé.

Ora dispongo anche di una finestra, alla quale mi affaccio, come se fossi davanti ad una piazza o in mezzo ad una strada. Come spesso feci in passato, scrivendo su fogli di fortuna, appoggiato ad un muro, nel frastuono di una città sconosciuta, nel mezzanino di un metro. Appeso allo scampolo di vita che mi aveva ferito dentro o che mi aveva commosso, o, semplicemente, incuriosito. O aveva suscitato in me qualcosa di profondo e di remoto che affiorava, in forma di pensiero argomentato o di canto. “Luce d’Abissi”, un libro di poesia che ho pubblicato nel 1999, nacque in gran parte così. Soprattutto gli “Euforismi”, brevi sintagmi poetici, antesignani per me dei tweet.

Non tutto ciò che scrivo mi nasce scientemente e consapevolmente dentro in risonanza allo sguardo o in eco a ciò che leggo. Talvolta vi sono sincopi interiori, qualcosa che, lo scrivo con l’umiltà dell’analfabeta musicale, mi fa sentire sulla pelle il brivido della modernità performativa, degli improvvisi, come se scrivessi jazz e il mondo intorno suonasse con me, ciascuno la propria nota interiore, e tutti insieme in un eterno assolo che sempre attende e sempre spera l’incontro, il dialogo, la comunione. Quando la tromba struggente dell’io ripete ossessiva una nota che è incantesimo di Dio e che nessuno ascolta. Come quando al rullare smagato della batteria l’urlo gioioso del suono dice l’infinità verita di un sé che canta e di un pezzo di mondo. Fra sincopi estreme, sfioramenti di suono, sublimi incontri al diapason della musica amante…

Allora il mondo che colgo dal piccolo pertugio dell’io affacciato sulla finestra della TL è lontano, remoto a me stesso. E unicamente la profondità del sé, a viso a viso con Dio, o con l’Infinito e l’Eterno, la grazia della loro eco in me, canta solitaria, in un solipsismo che solo la comunione attesa nel divino spezza e talvolta esulta nel grembo espanso del Mistero. Non sono mai solo, quando mi lascio andare allo sguardo ed all’ascolto.

Quando tutto finisce, io lo sento dentro, io so che finisce e come finisce e quando finisce, raccolgo metaforicamente tutto. Potrei scrivere, se non millantassi un talento che non ho, che al pari del pittore chiudo la tavolozza e depongo i pennelli. Tolgo i cavalletti, non ho astanti curiosi, e mi incammino, appagato dell’opera. Di nuovo, chi sa se finita, certo non compiuta in sé.

Ho con me una sinopia di sguardi, forse irrelati. Oppure una partitura, non certo una sinfonia, di note dissonanti che attendono che io vi metta mano, ora sono un musicista, per renderle armoniche in un brano eseguibile. Che intervenga sullo spartito e faccia di un accozzaglia informe di suoni un’opera dignitosa. Il cantabile piano e discreto di un’eco feriale.

Oppure sono il sarto che cuce la trama del silenzio e l’ordito di parole e ne trae l’abito, o l’artista del ricamo che orna la trina di un disegno di senso.

E se fossi il cronista, che giustappone i fatti ai commenti, l’accaduto osservato e l’improvviso di pensieri ardenti per narrare la storia di qualche istante trascorso alla finestra digitale aperta sul mondo? Per raccontare la succinta trama dei fatti ed annettere argomentando i pensieri alla loro origine, la scaturigine osservante dell’io che guarda e che ascolta.

Invece sono solo il poeta, che stava alla finestra, e non ho che l’ermetismo dell’intuizione, per mettere l’uno accanto all’altro i pensieri. Potrei dare la nota, se fossi musico, il colore, se pittore, il racconto se fossi un cronista. Argomentare la vita se fossi l’osservatore esperto di alcunchè. Invece sono solo un marginale poeta, raccolto nel grembo del Mistero, come un bimbo nella gestazione, o come l’innocenza ferita ai margini della barbarie che incalza. E non ho che parole per tentare di connettere i pensieri sparsi che lo stare un’ora alla finestra ha suscitato in me. Che cos’è l’intuizione? Che cosa quel qualcosa che detta dentro, che non è nota, che non è colore, che non è fatto, che non è argomento, ma è solo voce, parola pura, eco d’eterno e d’infinito? Che cosa quel Qualcosa che si tenta in te nella maiuscola di una coscienza aperta ed in volo?

Certo, ho visto una parte di mondo, l’ho guardato venire avanti nella luce della finestra, l’ho ascoltato salirmi dentro. E quel prima, l’incantesimo addolorato di quella coscienza del Tempo che non mi offre tregua interiore nei tempi, come si chiama? Perchè vibra così forte l’eco del disagio al solo sfiorare delle parole che narrano fatti? Cosa e perchè ribolle al fondo di me? La musica? La pittura? La cronaca? La storia? O non è forse la voce di Dio e del Mistero soltanto che mi detta dentro, cui tutto si tiene, a cui tutto si riconduce in un’orma lieve ed incantata di senso?

Allora prendo i miei lacerti, i miei tweet, così nudi ed apparentemente avulsi come sono nati. Non sono musica. Non saprei farlo. Non sono sinopia di un quadro d’insieme. Non ne ho talento. Non sono la narrazione in cronaca di un giorno pur ricco di eventi. Non sono il saggio breve che profila il mondo in un’ipotesi di senso.

Sono lacerti di me, vivi nella mia storia piccola, nella mia carne d’uomo, nell’epica feriale e consapevole del mondo. Sono sbocciati in me, questo almeno sì, anche se fiori di dolore a tratti, in un’ora di sole alla finestra luminosa che ho aperto stamani sul mondo. Li metto qui, nel vaso della forma, come faccio con quelli bradi e spontanei di prato che amo tanto. L’imperfezione, lo so, è cara a Dio e il suo talento nel dono della gratuità è il seme che più tento, indegnamente, di mettere a dimora. Anche in questa forma di parole.

Non ho nulla da aggiungere. L’intuizione è un’ala sospesa sopra e dentro la sequenza dei tweet.

Li leggo, in successione e a mazzo li lascio sul desk della vita. Dati per sempre nella forma in cui sono nati e so che non sfiorirannno fin quando altri sguardi daranno loro nuova vita e nuova luce e nuovo senso. Nell’eterno, infinito, divino ed umano racconto.

—————-

1.

Un Paese ripiegato su se stesso, certo. Talvolta, però, costretto in un’etica marginalità da corruzione ed immoralità diffuse.

2.

Vi fu un tempo in cui risparmiare fu virtù consapevole del proprio limite. [#Etica: il limite del lecito, la tentazione del possibile].

3.

Talvolta, il solipsismo è il correlativo interiore del silenzio che abita chi ascolta.

4.

Talvolta chi sprezza il dialogo con il proprio assiduo silenzio, è abitato dalla contraddizione con cui denuncia gli assolo in 140 caratteri.

5.

In filigrana, sempre, la sinopia dell’umana creatura. Limite e dono. Talento e meschinità. L’uomo [l'Eterno in lui] è il solo vero messaggio.

6.

Lo sgomento e l’impotenza nella denuncia quando sai che le stesse guardie sono i ladri raffinatamente dissimulanti.

7.

I più pericolosi, sono gli ipocriti inconsapevoli, che avanzano indice in resta nell’accusa, sprofondati in un vuoto di coscienza.

8.

La smemoratezza può essere balsamo per il singolo che soffre, ma è una minaccia per la costruzione di senso condiviso.

9.

Ah, la «verità» cabriolet dell’ego, così impudicamente offerta allo sguardo dei surfer! Nell’estremo godimento dell’effimero vano.

10.

Godot non arriva mai per i persuasi innocenti. Coloro che tentano il linguaggio interiore nella comunione.

11.

Solo le relazioni dallo sguardo ombelicale hanno un destino nel tempo del cinismo, in cui la profondità è solo assenza ed attesa.

12.

Vi furono forse un tempo ed un luogo [il qui ed ora dell'Eden?] in cui il villaggio potè vivere la gioia del Sabato…

13.

Ora il delirante orgasmo di una perenne domenica desiderante [festa secolare e feriale] ha sepolto la Bellezza.

14.

Non illuderti, ciò che vedi dal pertugio del tuo sguardo interiore, è sempre e solo il tuo mondo. Essendo il Mondo assai più vasto.

15.

La nota che ascolti, teso nell’anima alla Fessura del Silenzio, è la sola che sa espandere la coscienza nell’Armonia celeste.

16.

Il dialogo! Questo miraggio atteso, stordito spesso da loquacissimi mutismi urlanti.

 

Prose basiche. 6

Prose basiche. 6.

18 Novembre 2014.

ς

«Armonie in equilibrio». Tieni nell’impervio futuro che nasce il filo d’oro di un passato felice. Il fascino vivo della sua linfa tenace.

ς

«Transiti epocali». Caos creativo. Angoscia esistenziale. Frugalità dei margini. Un futuro che rischia nel suo presente.

21 Novembre 2014.

ς

«If». Qualcuno riesce a trarre profitto da ogni alleanza. Altri sanno solo tutto perdere nell’infinità del sogno condiviso.

ς

«Nostalgia». Sfiorarsi da lontano, in una danza discreta di parole. La sola vera vita accesa in fondo al cuore.

ς

«Empatia». L’empatia si è subito sciolta. Neve al sole nell’inferno dei giorni. Lontananza, nel deserto e senza ritorni.

22 Novembre 2014.

ς

«Addii». Abbarbicati al potere. Compiaciuti di grette certezze. Sguardi ombelicali. Ai vertici dell’ego, tronfi al tramonto, morire.

ς

«Tu». Il Silenzio è colmo dell’eco flottante di parole amanti. La verità benevolente che da lontano e muta ci accarezza in eterno.

ς

«Lei.» Il tempo che ti diede è andato in fuga. Lontano è l’urlo e senza eco. Ma la parola nata è qui, viva in eterno, dentro.

ς

«Noi». Tieni il filo conciso del senso nella mano tremante di canto. La parola che inonda di luce il grembo del mondo.

23 Novembre 2014.

ς

«L’urlo del poeta». La sensazione strana di parlar spesso soli. Come un tempo i folli nelle piazze deserte. Viso a viso con Dio.

ς

«Afasia dei canti». La mendicanza d’ascolto in un assolo senza tempo e senza volto.

ς

«Comunione errante». Nella Babele dei messaggi, l’incantesimo pentecostale di un’intuizione solitaria che ci abbracci.

ς

«Sussurro di Dio». Poi, la dolce amata sera in quest’inferno di silenzi e di caduche parole ch’è stata, poeta, la tua vita intera.

ς

«Oh!». Pose a dimora forte il seme nel Silenzio. E piano e lento sussurrò il suo canto inginocchiato in grembo al cosmo.

ς

«Silenzi». Dolce il silenzio dei divini amanti. Crudele quello in cui muovono avvoltoi gaudenti.

ς

«Insieme». Lievi falde amanti disseccate, minuscole parole, in un solo istante di gelo o di sole. Eterna danza in cuore muta la Speranza.

2 Dicembre 2014.

ς

«Musica dal Silenzio». L’epica feriale è un’aspra sinfonia di Luce di cui il dolore spesso s’innamora.

ς

«Vigilie feriali». Il viaggio è un’attesa e un abbraccio che apre l’istante all’eterno in cammino. La mano dischiusa al divino.

ς

«Prega». Nell’anima tesa che prega la luce distesa del canto risuona di un’umile resa. La Vita che dolce dispiega il suo volto nel vento.

ς

«Sento». Angelo, al diapason del muto incontro, tutto è innocente. Anche il dolore cieco e sordo del rimpianto.

ς

«Tremo». L’occhio ferisce il punto aspro dell’avvento. Tu non sei più innocente, ora. Tu non sei più luce furente dell’Aurora.

ς

«Fiat Lux». L’intensa solidificazione di una desolazione epocale, spezza il filo del canto e tutto è sincope e umano frammento.

ς

«Spem». Vivi l’ultima infanzia di sogni degna, senza il trastullo dell’eco cara ai tempi. L’Eterno è solo luce davanti.

ς

«Esule». Amnesia disabitata di sè. Lo sguardo teso al nudo vuoto intorno. Il sole canta e muore in qualche ignoto altrove.

ς

«Posterità». Nell’affollata selva di rappresentazioni narranti [selfie?], di memorabile rimase solo il silenzio.

ς

«Storia». L’ansa ribolle d’incompiute. La spuma urla sulla rena dolce. Trema il futuro, dentro. All’orizzonte il nulla.

ς

«Epos». Spoglio e feriale, il tuo destino glabro. Sulla parete nuda il tempo disegna di rapina un arabesco e tace.

ς

«Osmosi». Fisiologia dell’inclusione. Comunione, intuizione dell’anima consapevole. Veglia la coscienza alle soglie.

ς

«Be&bit». Un abisso separa le parole e le cose. Il dire ed il fare. L’apparire e l’essere. Lo scarto digitale è un’opzione residuale.

ς

«Ipocriti». Cupio dissolvi… [l'innocenza crocifissa al Silenzio].

3 Dicembre 2014.

ς

«Se». La solitudine dei vinti è un’enclave dolorosamente resistente e felice, se intorno la terra è folla corrotta e criminale.