«Altamira».

«Altamira».

Si sfila lenta a passo di danza

l’insensata pazienza. L’incantesimo

senza alcun fondamento si cancella

e si perde, se stesso, lontano, una eco

silente di vento. Muore dentro, la notte

interiore soffocata nell’Assenza

del canto. L’eco muta del volto

rimane e nuda sussurra di sé

in qualche remoto lacerto, memoria

dal fondo d’abisso in un giorno ormai

spento. Dove ebbe il suo volto l’ipocrita

per sempre scolpito su pietra nel suo io

già disperso, primordiale il suo segno,

e nel male del Cosmo il terrore fu infisso.

Rimane sulla croda innocente dell’Evo

che muore la speranza nella mite

sorgente che nasce e rimbalza fra rocce

d’eterno, l’infinito tuo suono, mio Amore.

 

«Mistici. Terroristi. Cinici».

«Mistici. Terroristi. Cinici».

Questa volta non ho lasciato che le parole mi trovassero. Che l’io profondo si presentasse all’appuntamento nella sua forma aperta di sempre. Non che abbia opposto alcuna resistenza all’epifania del compiersi del testo. Semplicemente, la vita, la feriale intera, coscienza, corpo, memoria e speranza, è stata a lungo un minuscolo lacerto di luce librato sull’onda di una notte in tempesta. Talvolta in balia di emozioni empatiche. Talaltra incapace di cogliere il punto profondo delle verità in essere, di renderlo nella luce alta della consapevolezza. In qualche istante vacillando, quando la coscienza sembrava smarrirsi dentro i paradigmi esistenziali di una narrazione ignota. Epifenomeno nella continuità di un dramma storicamente già in gran parte dato. La dissoluzione e la nascita non sono più ormai da tempo, nel qui ed ora che mi è stato dato di vivere, ispirate alla profezia e fondate in una visione che aggetta ponti sul domani. La Storia che si sta compiendo, qui ed ora, era già nei prodromi di un’angoscia che da lunga data ha sospinto la mia esistenza al margine. Posto che un centro davvero esista, nell’Occidente interiore che ho amato, ed al cui diapason vidi la luce adulta, nella temperie di un’infinita transizione.

Ieri sera la fortuita [?] mano della Grazia mi ha ricordato che oggi, il 15 Gennaio, sarebbe stato l’anniversario della morte di uno dei rari maestri che ho incontrato, e dei quali ho tentato, certo indegnamente, e forse invano, di seguire la testimonianza, don Zeno Saltini.

Da giorni cercavo in me tracce fedeli e profonde di Raimondo Panikkar. Uno dei passi più significativi di una delle sue opere per me più profeticamente ispirate, mi incalzava. Non so più quante volte ed in quali diverse occasioni la sua visione, ontologicamente fondata in tre diverse declinazioni [“...mistico, terrorista, cinico...”, cit] dell’umano sentiero lungo il futuro della contemporaneità, mi ha sostenuto ed aiutato a comprendere.

Ho preso dalla libreria i tre volumi de «La Nuova Innocenza». Piluccando. Compulsando. Riflettendo. Ho scritto un breve testo in cui, insieme a don Zeno e a Raimondo Panikkar, c’era anche l’altro, forse il più propriamente tale tra i miei maestri, Emo Marconi. Tra le righe, ma nemmeno troppo, Emanuele Severino, la cui opera ha avuto, pur nella mia grande ignoranza, parte non irrilevante nel mio cammino adulto, tra gli Anni Ottanta e Novanta. L’ho intitolato: “Tecnica. Un assoluto. Ontologia della Modernità”. L’ho letto. L’ho riletto. L’ho posato. Ho saputo fin da subito che non l’avrei pubblicato sul blog.

Stamani, per riporlo dentro la carpetta dedicata, ho dovuto affrontare le dune cartacee che affliggono quel che resta del mio presunto studio. Un ambiente affollato a dismisura da cumuli di portaprogetti, di giornali, di raccoglitori, sempre più alti ed imponenti. Mi circondano ed hanno un che di insopportabile per uno che mal si adatta al disordine e paiono persino minacciosi nella precarietà dell’equilibrio instabile che sempre più l’accumulo rende evidente. Alla fine ho trovato la carpetta blu. Dentro, c’era anche lo scritto che segue. E’ del 28 Maggio 2008. L’ho letto, incuriosito, e smemorato del contenuto. Ho subito deciso che l’avrei pubblicato. Non credo di averlo pensato con particolare riferimento alla ricorrenza. Eppure, singolarmente, il 28 Maggio è l’anniversario della strage di Piazza della Loggia.

Dentro il testo non ci sono tutti i miei maestri.

C’è però tutto il o gran parte del vento che ha soffiato sulla mia epoca, o almeno tutto quello che mi ha mosso dentro e mi ha dettato poesia, anche in quest’ultima settimana. E tutto, credo, si tiene. Non solo nell’anima e nella coscienza. Nel corpo vivo. Nella carne dei giorni che, nella parola, nel segno, nel gesto, ha cercato lungo una vita di farsi Senso.

«Vincere, perdere, vivere.

(né servi né padroni)».

Spesso confortano e salvano le vie di una vita e di una narrazione della stessa, di un canto esteso ad essa affidato. Fidi compagni del racconto esistenziale sono il grottesco, l’ironia, il sarcasmo; o forse è meglio dire erano, pensando ai giorni in cui la loro aria fine non era ancora stata contaminata dal tossico miasma della rappresentazione mediatica, in cui ogni barlume di verità sotteso al fenotipo diviene clone di una menzogna interiore sapientemente orchestrata per l’inconfessabile fine dell’imposizione di sè. Talvolta è (era?) il basso sublime che ci accompagna nella nota feriale, nella sua prosa di fatica, di rassegnazione, di sorda ribellione spinta fino ai confini di una violenza che rapisce l’io a se stesso, stremandolo nella fuga da sé; una nota che invita e che stempera il vero nella vena ispirata e dolente del popolare grottesco. Un sorriso venato di pianto che copre le pudende dell’orgoglio ferito. Oppure ci inerpica (inerpicava?) il civile incantamento dell’ironia, che ci trae da qualche impervio dirupo del reale. O, ancora, lo scarto del sarcasmo denota (denotava?) il margine dell’eccellenza e scosta in alto le intelligenze dei suoi portatori sani; quelli che vivono senza particolare interesse per le conseguenze dei propri gesti, intimamente preoccupati di porre in essere e di preservare il vantaggio dell’acume, un talento anch’esso, certo.

Pochi scollinano (scollinavano: il dramma è qui, e la forma dubitativa patisce l’eco della cancellazione. Il dramma è qui: scollinano, dunque…) la vetta impervia data ai rari, il dramma. Stanno sopra ed oltre il suo orizzonte, inesplicabilmente uniti e sigillati dal Mistero, dannati dal Destino o incantati dalla Grazia. Per questo i Santi e i Maledetti si guardano con frequenza, e non di rado con frequentazioni nella storia, che paiono essere all’occhio inesperto dell’uomo feriale ambigue contaminazioni. Invece, secondo la cifra più alta dicibile dalla filosofia che ha anticipato il nuovo evo non ancora nato, sono al di là del bene e del male (Friedrich Nietzsche). O sono, nella visione religiosa del più profetico fra i teologi della modernità (Raimondo Panikkar), mistici che salveranno il mondo, unici a salvare se stessi fra cinici e terroristi che infestano il presente ed hanno da tempo ipotecato un futuro frutto di una rappresentazione senza apparente scampo, senza vie d’uscita. Senza alternative. Oppure, ancora, saranno, dentro la declinazione antropologica, ma non secolarizzata, di un santo contemporaneo (Don Zeno Saltini), né servi né padroni.

L’arte, la poesia in particolare, quella del domani, sta lì. Oltre il grottesco, abitata talvolta dall’ironia, scampata alla tentazione letale dell’intelligenza che si apre un varco col fiele della sprezzatura, il labbro piegato nella forza irridente, abbracciata, sì!, la poesia, al dramma, ora risolto nella Luce, che l’ha tratta dall’Abisso. Una flessione mistica abitata dalla luce che ha frequentato l’abisso del margine storico. Nel dolore, ha conosciuto il dramma. Lo ha vissuto e accolto e stemperato. Ha sempre cercato di vincere la battaglia condotta contro il proprio signore interiore, l’ego, ha talvolta amaramente sorriso velata di malinconica ironia, ha saputo consapevolmente perdere tutte le guerre che le sono state dichiarate dalla verità della realtà, l’ora quotidiana del potere, del successo, della ricchezza, della centralità mediatica, della rappresentazione vincente di sé. Ha tentato di vivere. Ed è viva nelle parole del canto che hanno il sapido fervore del domani e il mistico raccoglimento di se stessa. Della cifra interiore che è uno stilema della necessità e della sufficienza di sé, unite in simbiosi nella gratuità dell’oblazione, senza lucrare mai e senza remissione. Solitaria, forse e talvolta, quasi sempre, nel corpo. Riunita nel coro armonico di vicinanze invisibili e di comunioni insospettabili, all’occhio speculativo del cinico ed a quello impaziente del terrorista. Fondata nell’io osteso del poeta, ieri, nella memoria, oggi, nel presente feriale, domani, nella speranza della nascita. Organismo vibratile vivo e vitale, senza necessità esteriori a se stesso, esotericamente colmo del pane dell’interiorità di sé. Quel corpo gruppale e mistico che sarà domani organizzazione, una volta giunto al diapason del proprio compimento (Organismo e organizzazione, Raimondo Panikkar). Quando la profezia del canto, fondata nell’impeto valoriale di un’intuizione che è stata manna nella traversata del secolo e nell’ esilio, incontaminata ed invitta malgrado le scaltrezze dei mercanti e le aggressioni dei violenti, sarà viva forma nella storia, il poeta sarà giunto. Con lui, riverbero dei giorni ed eco dei sentimenti, le voci e le storie del coro degli amanti. Dati per sempre, insieme ed in eterno. Vivi.

28 Maggio 2008