Essere letti. [Forse essere amati...]./1

Il testo che segue era forse solo nella mente di Dio, certamente nel grembo dei miei pensieri da giorni. Avevo già preparato il file e scritto il titolo. Mi aveva indotto a farlo, forse sarebbe meglio dire che me ne aveva ispirato la scrittura, un breve ma intenso scambio che avevo avuto con lei, @larosaturca, nei giorni scorsi. Poi, tra ieri l’altro e ieri, @dipiunonchiedo ha destinato una preziosa ed assidua attenzione ad alcuni miei testi. Stamani avrei voluto ringraziarla con un semplice tweet. Come spesso mi accade, ho sentito subito che uno solo [e nemmeno una fluviale sequenza di DM, come talvolta mi accade...] non sarebbe stato sufficiente. Allora ho capito che avrei dovuto iniziare a scrivere. [Del resto, lo posi in esergo al blog: "Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento."]. Ecco, ora nel segno di una gratitudine non più contenibile, sento che devo. Almeno un incipit di un più esteso grazie e del suo senso. Che attinge il qui ed ora delle contingenze, gli incontri cui ho accennato, e si fonda nell’estensione di una poetica, dall’Alfa all’ormai suo prossimo Omega.

Essere letti. [Forse essere amati...]./1

Essere letti è una tra le umane esperienze più significative e belle. Sentire lo sguardo altro che si posa sulla parola ormai staccata per sempre dal grembo più profondo di sé. Liberata dalla notte interiore, talvolta. Risalita dall’abisso di Luce che genera speranza e attesa di comunione.

Un’avventura incantevole, essere letti. Non per lusinga alla propria vanità, ormai residuale dopo avere ascoltato l’invito del poeta [«[...] Strappa da te la vanità,/ ti dico strappala. [...]», Ezra Pound, in “Canti Pisani”]. Se mai resistesse traccia di un giovanile orgoglio, sfuggito alla dura maglia degli anni, dei decenni, sarebbe solo un filamento esile e disperso, nell’anima fatta terra di comunione, scampata all’arsura del deserto, o palmo a palmo risorta dopo esercizi di durevole e sfinita contemplazione. L’acqua carsica dei sogni emersa tra profonde forre di silenzio, superstite al bradisismo petroso della realtà che scuote minaccia ed insieme ispira, nella giustapposizione resistente, il Sogno del poeta ed il Reale.

La parola poetica, quel minuscolo accento di Luce che una divinità benigna ancora sparge nella notte dei tempi, passata allo staccio del Tempo, l’umana coscienza!, nell’anima cava ed accogliente del poeta fatta ascolto. Nell’uomo temprato alla prova di testimone.

Proprio come il tuo, mio sororale fratello amante, lettore, all’altro capo di me, della parola che nasce in me e come un figlio abbraccia, ed è abbracciata da, il suo proprio destino altro. Talvolta lontano, spesso ignorato. Quasi sempre ignoto all’origine e nel poeta, se non nello sguardo benevolente del Dio dagli infiniti nomi e sublimato e vero in uno soltanto, Amore. Non mai mia, la parola [“I vostri figli non sono figli vostri.”, ancora con il poeta...,Kahlil Gibran, "Il Profeta"], ma solo ospite lungo il tratto sublime del suo concepimento e del suo venire alla luce del mondo.

La parola poetica, quel delicato e consapevole esercizio di resistenza, in un tempo sconvolto e segnato da un sempre più pervasivo cinismo ed afflitto dal terrore.

La parola poetica, un arco teso di senso, mai antagonista [“la poesia non si impone più, essa di espone”] e sempre amante.

La poesia non si espone più, essa si ostende. Come un’ostia esposta nel canto, in attesa del tuo sguardo, lettore, della tua Attenzione [una precisa vocazione al Dio lento, tenero e silente nella nascente contemporaneità], preludio di compimento nella comunione.

Non sono l’angelo scaltro, un ossimoro della modernità, che esercita la retorica di una gratuità fatta di ipocrisia e di apparenza. Sono un uomo teso alla stretta di mano nella sua parola [Paul Celan].

La gioia che provo nell’essere letto, la pace dell’anima scambiata nel rituale vero di una profondità più che amicale: di sororale comunione.

Non spendo l’esercizio ormai stucchevole della citazione manzoniana, tanto iterata e così inflazionata nel senso. Forse i miei lettori sono stati nell’arco di una vita più di venticinque [o forse meno].

E’ il cesello del loro sguardo amante dentro gli spazi bianchi del Silenzio che sento incedere e farsi largo davanti. Come una promessa di domani e di Speranza ancora, non ancor mio e già non più mio.

Nella parola poetica resisto, e tu con me, lettore amante, nel suo presente e nel domani, entrambi dal destino ignoto.