«Pare che la Vita…».

A F., a G.

A tutte le vite innocenti ferite e per sempre risorte

nel grembo di una Speranza senza requie e senza tempo.

 

«Pare che la Vita…».

Pare che la Vita inceda,

tremante a tratti, irresistibilmente

bella, sempre. Talvolta sotto coltri

di dolore costretta, inarcata

alla prova e di muto e sgomento

terrore sopita. La bella, la vita.

Eppure il suo sogno, il suo tratto

 

distinto e divino, l’orizzonte

bambino, la sua dolce visione,

adolescente e scontrosa, la rosa,

palpita ancora nel respiro d’attesa

e nel corpo già vecchio degli anni

rinviene. Nel suo farsi vaso dell’eco,

l’Anima canta e risorge nel per sempre

 

che spera, oltre la cruna d’ago dei tempi

che segnano resa. Io sto sulla soglia

e guardo l’ardente furore che sorge

nell’alba, l’aprirsi nel fianco d’eterno

infinito il suo canto d’amore.

Hai accolto la gioia fraterna

e rispetti il nascosto dolore;

 

ora tieni la vita che muore

nel silenzio profondo di te, di un estremo,

di un intatto, del tuo invitto, innocente

e maturo candore. Sii degno dell’Uomo

che onora le sue elette parole.

 

«Paul Celan»

«Paul Celan»

Filari di stelle e fiati di canti

mirabilmente aperti sul passo

degli erranti. “In hoc signo – tremante- vinces”.

C’è sempre un’ora in cui, perdutamente

arresa, l’epifania sorprende amore

vagabondo. Ferma, in rispetto alla

tua sete ardita, la folgore, una Voce

sommessamente chiama.

Nel centro, quel giorno fu cuore del mondo,

- e come potesti, poeta, avere un tuo

tempo? – cercasti il Suo varco, un pertugio,

l’estremo rifugio. Abbracciasti, io sento,

l’Omega ed insieme la Prima Parola.

Fosti il viatico aperto, onore alla nostra

perduta vergogna.

 

 

In Vigilie in esilio, Brescia, 1996

[Poi in Fessura di Silenzio, Brescia, 2001]

 

 

 

 

 

«Pornosoft»

08

02

’999

 

 

«Pornosoft»

Cattedrale di carta, nervature

solenni di bit, dalle icone evocanti,

invocate presenze sopra il mistico

altare, sopra il mitico desk. Overload

di notizie, di pecette gaudenti

sopra l’informazione. Muore nuda

in silenzio la comunicazione.

 

Da “Euforismi”, in «Luce d’Abissi», Brescia, 1999

«Dubito, ergo sum.»

«Dubito, ergo sum.»

«[…] je n’ai que des questions [...]»: ho creduto di poter raccogliere in tale sintesi, con un tweet, il testo che Isabelle Pariente-Butterlin ha pubblicato ieri, «Ruine (4)». Poco dopo averla letta, quasi subito, ho scritto “Dubito ergo sum”, in forma di tweet. Dire che è una potenziale risposta al suo testo, od anche semplicemente un tentativo, sarebbe presunzione. L’estensione e la profondità, il senso e la qualità delle sue domande, postulano altro impegno. E, del resto, non era nelle mie intenzioni rispondere ad alcuno. Il suo scritto mi ha però indotto a qualche riflessione ed ha suscitato qualche ricordo.

Credo che vi sia anche qualche eco leopardiana nell’immensità, il Mistero, di cui risuona [vorrebbe...] il mio minuscolo incipit in forma di tweet. Credo però che solo la verticalità della Luce, l’ascesi, scampi l’umano dal naufragio cui sembra condannato nella poetica della modernità al tramonto, sia pure nel mare che si apre dolcemente all’Infinito. Non abbiamo risposte. Abbiamo infinite domande. Non abbiamo certezze. Solo lacerti e frammenti. La composizione della narrazione in un affresco privo di sinopia interiore è orfano di fondamenti, senza una visione. Nessuna visione è possibile se si rinuncia alla sete di assoluto. Nessuno ha né può avere il bandolo del filo che conduce all’Eternità, nel qui ed ora che ci è contemporaneo. Nessuno ha l’acqua sorgiva che spegne l’umana sete d’infinito. Abbiamo solo domande… Ed una inesausta sete di Assoluto, quello maiuscolo, sì, che ci abita come un cromosoma divino, o come uno stigma fenotipico. Proprio mentre la ferocia dell’assolutismo secolare urla nel presente storico la sua chiamata impositiva alla negazione di qualsiasi altro da sé, nell’esercizio del terrore e del cinismo spinti entrambi ad una prassi assolutistica, l’esercizio del dubbio, praticato fino alla sua estenuata evidenza, la domanda all’Assoluto, apre una via salvifica. Non esiste alcuna umana affermazione che rinterzata alla prova del silenzio interiore non rimandi l’eco di un più alto e più vasto Silenzio. Il Mistero. Lo sanno i Mistici. Lo dovrebbero sapere i poeti. In quella soglia, all’irta della Luce, si affacciano tutte le nostre risposte, che proprio lì, insieme alle nostre certezze, si fanno di nuovo domande. Restituendoci di nuovo a noi stessi innocenti, o laicamente, alla primordialità di noi. Che è diversa dalla primitività. All’umiltà: che non è un indecente orpello per impotenti, ma una nobile attitudine a fare spazio alla propria consapevolezza del limite. Dentro di noi. In noi stessi. Il nostro limite. Non quello delle siepe leopardiana all’orizzonte. Quello dell’umano davanti e dentro il Mistero. Fra tante tentazioni di assolutismo, che sono tutte la degenerazione secolare della legittima sete di assoluto che abita l’umano, una sola è la via dell’Assoluto. E inizia proprio lì, dove le nostre certezze e le nostre risposte si aprono come fiori di loto alla soglia del Mistero. Dove la vita, curiosa ed amante e non solo di sé, di nuovo si dischiude e sboccia. Per questo il futuro o sarà dei mistici, e di tutti i generosi cercatori di Assoluto, o non sarà.

 

Non conoscevo Sant’Agostino, quando lo scrissi una prima volta. La mia superba ignoranza, frutto della temperie sessantottesca, che aveva lambito, o forse colpito in pieno anche me, uccidendo in culla la promessa borghese che albergava nella mia breve esperienza di vita, ed in essa anche il sapere di cui si riteneva ormai illegittima erede, mi aveva impedito di accedere alle fonti. Una violenza che avrei scontato duramente ed a lungo nella vita. Senza memoria non c’è speranza. Fra tante orfanezze che un transito epocale non mai concluso mi aveva imposto, quella culturale non fu certo tra le marginali e meno significative. La tabula rasa e la crisi hanno i propri punti di forza da offrire all’intelligenza del cuore che vuole, può e sa farne ancore nella deriva. L’irata cesura imposta dagli eventi, pur amata ed accolta con sintonico spirito ribelle, è altro dalla mutazione anche profonda nella continuità Questa tiene viva in alto e nella Luce dell’amore tutta la conoscenza esperita. La violenza, che non è solo fisica, della cancellazione impone esercizi di approssimazione a se stessi talvolta impossibili. Chi sa quale Dio davvero tiene nelle Sue mani alate la nostra piccola, povera, minuscola storia quando la vela si apre al vento di una deriva che sembra a noi senza scampo e che certamente sarebbe tale senza il Suo abbraccio!.

Quando scrissi dunque, una prima volta, un testo e lo intitolai «Dubito, ergo sum.»1, non conoscevo quasi nulla di Sant’Agostino [al quale viene attribuita una formulazione argomentativa in tal senso, non so se anche e quanto letteralmente attestata, nel testo originale di riferimento: “De civitate Dei”. Non è questa la sede, e non sarei del resto all'altezza del compito, per compiere una ricognizione sull'originale e svolgere un'esegesi: «Si enim fallor sum. Nam qui non est, utique nec falli potest, ac per hoc sum si fallor»: così, comunque, l'immenso Agostino, De civitate Dei, Liber 11, 26]. Avevo quasi venticinque anni, ne erano trascorsi dieci dalle vicende sessantottine. Stavo piano piano e lentamente uscendo dalla superba ignoranza nella quale mi ero arroccato, in gran parte assecondando una forma di reazione che all’epoca malintesi quale rivoluzione e/o ribellione, per approdare ad una più rassicurante ignoranza consapevole di sé. Da pochi mesi, forse poco più di un anno, lavoravo nella redazione del giornale in cui ne avrei trascorsi 16 della mia vita. Ero pieno di gioia, di entusiasmo, di curiosità. Disordinatamente onnivoro, nella mia sete di conoscenza, e generosamente improbabile nell’esercizio del dono di me. Così, l’ebrezza di una ritrovata confidenza con quella cultura dalla quale mi ero da me stesso strappato, non risparmiava niente e nessuno. A Natale di quell’anno, tra i tanti auguri che avevo scritto, ricordo in particolare quelli pensati per il direttore di allora. Un sacerdote singolare, la cui vicenda post-conciliare ed il cui talento giornalistico costituivano, e forse tuttora sono nei lacerti della storia locale, una leggenda, di quelle che solo la Provincia è in grado di generare e che solo lei dunque conosce. C’era forse anche qualche accento d’ironia nello scritto, uno strumento di difesa, il solo che abbia sempre esercitato attivamente durante la vita, ed in quegli anni in particolare. Una forma di resistenza all’incalzare di una stagione a suo modo impositiva ed in certa misura reazionaria, che culminò nell’antropologia, per me devastante, degli Anni Ottanta [al tramonto, inteso come diapason epocale, non c'è mai, non c'è mai stata fine: sorprende talvolta la non so quanto ingenua ed autentica sorpresa di qualcuno davanti all'inarrestabile deriva dei tempi presenti]. «Dubito, ergo sum.», che non era in alcun modo per quanto ne sapevo tributaria di alcunché verso Agostino, [ma era, nella mia intenzione incolta, una semplice parafrasi da orecchiante: credevo di citare a modo mio, parafrasandolo appunto, Cartesio], fu, è stata, ed è la mia minuscola nota interiore, l’accento di una resistenza che presagivo senza fine, e così è stato. Resistenza a cosa? All’epoca, all’incipiente ed incalzante arroganza di un potere [minuscolo, nella sua essenza] che non dubitava di nulla, a partire da se stesso, non per virtù di conoscenza. Non dubitava, semplicemente perché non poteva più farlo. Non credendo più a nulla. Se non alla prepotenza di sé, nell’accumulo e nell’esercizio di un potere privo di qualunque visione storica, ma ben deciso a mantenersi, fine a se stesso, e ad accrescersi. Il potere come fine ultimo e supremo e mai come strumento di servizio per un fine più alto. E’ una storia vecchia. Almeno per chi ha sessanta e più anni come me.

Il direttore era un uomo intelligente e dotato di una sensibilità particolare, un’intuitività rara. Sapevo che non c’era molto campo, nemmeno presso di lui, sebbene fosse estremamente cólto, e a suo modo, per i tempi e per il contesto, estremamente aperto, per gli esercizi spirituali di un giovane poeta esordiente nel giornalismo. Allora le gerarchie erano dure e chiare e la fatica dell’apprendistato era qualcosa che non ammetteva deroghe né ribellioni gratuite. L’ho scritto: fui a lungo [forse sempre] assai improbabile nei miei comportamenti. Chiusi la porta della direzione alle mie spalle e gli consegnai la busta con il testo di “Dubito ergo sum”. Egli finse sorpresa, mentre ascoltava le mie poche parole di augurio, che gli consegnavo frugalmente insieme alla copia di un libro [Ricordo perfettamente anche il titolo: ma non è il caso qui…]. Mi congedò svelto e quasi bruscamente, come era nel suo stile, e come soprattutto faceva quando non voleva lasciar trasparire sentimenti. Come tutti i timidi. Anche se nessuno, o pochi, credo, l’avrebbero mai sostenuto a proposito di lui.

Si comportò come sempre: per restituire a quell’eccesso di confidenza, gradito, lo so e lo sapevo nel cuore, il suo giusto ambito relazionale, approfittò dell’occasione a suo modo giusta, giusta per lui, per ringraziarmi. Con quell’ironia che talvolta sconfinava nel sarcasmo e che gli era propria, quando voleva dissimulare un sentimento che sembrava non volersi permettere, o non potersi permettere davanti al giovane che io ero, qualche giorno dopo approfittò della circostanza. Mi trovavo nel suo studio, ammesso non so più per quale circostanza di lavoro. Davanti a lui sedeva non ricordo quale eminenza, non credo locale, con la quale il direttore era in rapporto di estrema confidenza, amicale. Era lì per lo scambio degli auguri, e gli avrebbe fatto compagnia fino al pranzo, al quale il mio direttore lo aveva certamente invitato. Dopo avere risolto il problema di lavoro per cui mi trovavo davanti a lui, estrasse da un cassetto i miei foglietti: “Dubito ergo sum”, il mio testo. Con quel tono di cui solo lui era capace, vagamente irrisorio nei confronti del potere, e mai offensivo, si rivolse all’amico. Dopo averne elencate gran parte delle autorevolissime cariche , lo apostrofò dicendo: “Dimmi se a te succede mai di ricevere auguri in forma di poesia…”. Rideva ed ora sconfinava in una retorica volutamente ampollosa, mentre, per sminuire l’evidenza, decantava le mie virtù di poeta. L’amico dovette ammettere che si trattava di una circostanza singolare, e che no, non c’erano poeti intorno a lui che affidassero alla virtù del dubbio un lirismo benaugurale. Forse è a causa di quello scambio di cui fui involontario protagonista che non mi sono dimenticato mai di “Dubito ergo sum”. All’epoca non esisteva il parossismo archivistico, forse indotto e/o facilitato dagli strumenti digitali, che sostiene, e talvolta affligge nella sua dismisura, il presente. Credo di avere però da qualche parte riposta la bozza del canto ispirato alla virtù del dubbio. Avevo, ed ho, all’atto della prima stesura, una scrittura impossibile anche per me. L’urgenza del dettato ha sempre fatto premio in me su ogni altra necessità, compresa quella di leggere. E dunque sono sempre stato costretto a stendere almeno un’altra versione presentabile, anche graficamente, dopo la prima. Andò certamente così anche quella volta, e, dunque, in qualche cartelletta, riposa un lacerto di memoria.

 

 

1Nel 1996, quasi vent’anni dopo, fu una persona estremamente colta, alla quale avevo affidato la revisione del testo in bozze proprio per evitarmi penosi strafalcioni relativi a lingua latina e citazioni, che mi trasse dall’ignoranza. Quando passai a ritirare il testo, scambiammo qualche considerazione. In “Vigilie in esilio”, quello il titolo del libro in corso di pubblicazione, avevo inserito tre canti, che costituivano il cuore del lavoro e lo snodo di senso. “Dubito ergo sum”, “Dubito ergo sum II”, “Dubito ergo sum III”. Quando sfogliando giungemmo a quelle pagine, alzò il viso dal lavoro, mi sorrise: “Sant’Agostino…”, disse. Allora le chiesi, e lei, preoccupata e scrupolosa, verificò di nuovo [e chi sa quante altre volte lo avrà fatto e quanti testi avrà compulsato, lei, frequentatrice di “Certamen” ed appassionata e scrupolosissima insegnante di Latino e di Greco], dubitò [lei! Dubito, ergo sum…], argomentò, precisò… natura letteraria e sostanza del pensiero e dei riferimenti. Quando pochi mesi dopo pubblicai, la prima persona che ringraziai, nelle pagine dedicate, fu naturalmente lei.