L’arte. La poesia. La mistica.


L’arte. La poesia. La mistica.

À Élaine, poète

Nella stagione storica della pienezza, dell’opulenza, di una bulimia antropologica esercitata senza dignità né remissione per decenni, suscitata e stimolata dall’idolatria dei consumi, la rinuncia e la spoliazione sono state dimensioni esistenziali quasi del tutto scomparse dall’esercizio di un atto volontario. Invisibili nello scenario dell’Occidente in corsa e quasi assenti persino nella loro flessione retorica. Nell’esercizio della nominazione. L’unica vera bestemmia, nella parossistica ebrezza areligiosa che ha guidato i destini di almeno due generazioni. Eppure la sola forma di leggerezza, il poeta direbbe meglio di levità, possibile e sostenibile nella verità del canto, quando la parola attinge la sorgente spirituale che rischiara l’umano, è quella della sottrazione. Persino la memoria è divenuta sede di uno stoccaggio compulsivo che non restituisce quasi nulla quando al dato congelato dalla storia si chiede di tornare ad essere senso nel presente vivo. Un’infinita teoria di archivi smemorati giace dimenticata ed inattingibile. Regesto di un’epoca afasica, seppure forse mai così satura di messaggi.

Il sentiero quasi impraticabile di una spoglia levità è il solo che possa restituire oggi il filo di una continuità interiore, lievito di un futuro possibile. La parola che lo anima, attinge l’estrema povertà del Silenzio. Vive del respiro che lieve come un vento d’annuncio solo si offre e si dona, accolto, all’udito innocente dell’arte. La croda mistica di un tempo nuovo è il sito in cui la poesia attinge ancora e di nuovo la parola estrema.

E’ il sentiero lungo il quale, sin dalla mia prima giovinezza, mi sono inoltrato. Chiamato dal Signore di tutti e di ciascuno, incurante del Suo Nome: l’avrei ascoltato ed amato anche se fosse stato Nessuno. E’ la chiamata alla quale ho risposto nel canto. La storia che ho accolto ed accettato, abbracciato nella vita. Scartando ogni frontiera, prima fra tutte la sola forse veramente tale, quella interiore. Escludendo così ogni profilo di appartenenza che rimandasse all’esperienza dell’orto concluso. Avendo quale unico, solo vero confine, l’ultimo, quello che attinge la stessa sorgente e che una volta incontrato si apre, ed apre il poeta, per sempre, infinito ed eterno. Preludio di vita alla Vita. Lo stesso che abita l’uomo, l’artista, nello stato nascente.

«Qualunque sia il significato del termine mistica nell’antico vocabolario cristiano o dei suoi usi correnti, dal XVII secolo in poi esso indica in verità una ricerca molto precedente. Si tratta del desiderio e dell‘esperienza, nella preghiera, di un’unione d’amore con Dio al di là delle parole, dei concetti, delle immagini e dei sentimenti, il che implica dunque uno spogliamento radicale della preghiera, persino dell’intera esistenza. Questo itinerario spirituale è nato, tanto nel cristianesimo che nel giudaismo e nell’islam, da un incrocio tra la fede monoteista e le religioni neoplatoniche, mediante alcune inflessioni imposte a queste ultime. Per mezzo di queste, essa può essere avvicinata a esperienze unitive presenti in altre religioni. Non è, dunque, sorprendente il fatto che alcuni attribuiscano alla vita spirituale un significato antropologico, o che si affermino la sua presenza e il suo carattere estatico al di fuori di ogni credenza religiosa. Mistica agnostica, in questo caso, ma che comporta ancora una trascendenza o piuttosto un atto del trascendere, foss’anche semplicemente dell’aprirsi all’«altro» in se stesso o ad un assoluto che non risplenderebbe se non nel qui e ora della bellezza.[...]», Jean-Pierre Jossua,«Forme di linguaggio mistico nella poesia», 2002.

 

Forme d’addio. [Memoria digitale].


Forme d’addio. [Memoria digitale].

Dopo il congedo, nella finestra che avevo previsto tra l’addio e la dead line dell’account Twitter, da me collocata, nemmeno troppo vagamente, al Primo di ottobre, cinque anni esatti dopo l’apertura del profilo, ho continuato ad interrogarmi riguardo alla forma in cui avrei dato corpo alla cessazione dell’attività.

Non mi riferisco ad una modalità di mera gestione della piattaforma o a qualche aspetto di legittimità da accreditare in punto di norma.
Penso invece ad un problema al quale ho già accennato, e solo accennato, nel lungo
post d’addio.

Perchè scegliere una modalità invece di un’altra per porre in atto una decisione, lasciare il SN, che è comunque presa ed è irrevocabile?

Non sembri una domanda oziosa o un alibi per mantenere aperta un’opzione praticabile all’insidia del dubbio, sempre in agguato.

Si tratta di questo. Per chiudere definitivamente il mio profilo, sarebbe stato sufficiente un click [mera gestione] su una delle voci relative alle Impostazioni ed il mio account sarebbe scomparso per sempre. Inaccessibile alla frequentazione di tutti ed anche alla mia.

Per me, personalmente, intendo, sarebbe stata la soluzione più praticabile, più facile, più comoda e definitiva.

Sin da quando però ho accarezzato tale ipotesi, mi sono posto alcune domande.

Non riguardano lo “storico” della mia presenza sul SN, della mia scrittura intendo: per quella, per quanto poco importi e poco essa possa valere, c’è l’archivio messo a disposizione da Twitter stesso.

Riguarda il profilo Twitter nel suo insieme, quella particolare, unica ed irripetibile storia, piccola, oh, certamente, piccola, marginale e feriale, eppur viva, che si è andata creando dentro ed intorno all’account da me aperto e curato. Una narrazione quotidiana di cui sono stato certamente artefice, come ciascuno lo è naturalmente del proprio account, ma che vive, è vissuta [e forse vivrà... questo è il punto] del corollario non insignificante di tutti coloro che l’hanno condivisa con me. A diverso titolo ed in modo differente, certamente. Dunque, mi sono chiesto sin da subito, che diritto ho di cancellare tutto, compresi gli istanti di condivisione persuasa, di attenzione [umanesimo digitale?] che altri con generosità mi hanno dedicato? Certo, ciascuno dà alle esperienze che vive il valore che crede, e ciascuno le vive dunque secondo un proprio universo di valori di riferimento. Poniamo che ora rinnovassi tale domanda alla luce di un assunto per me fondativo dell’esperienza vissuta sul SN, essere autore di quasi tutti i miei tweet in poesia o in prosa poetica [salvo naturalmente quelli citati e correttamente indicati come tali]. Anche secondo tale prospettiva, la domanda dovrebbe porsi, e forse lo dovrebbe ancor più. La mia scrittura in fieri ed in contesto è stata, è e sarà sempre anche la storia della condivisione da parte di chi ha letto ed interloquito, sia pur in modo e a titolo diverso. Che diritto ho, che diritto avrei avuto, in punto di giustizia interiore, di cancellare tutto? Non è tutto l’account con la sua modesta storia autoriale [la mia] e la sua piccola vicenda feriale [la mia], con le letture e le condivisioni di coloro che ne hanno lasciato segno, a modo suo un’opera data e compiuta [per quanto poco si possa considerare, nell'orizzonte non solo temporale che ci è dato, conclusa un'opera] e completa in sé e solo così compiuta e completa nel quadro delle relazioni vissute e rese esplicite? Testimoniate, potrei dire? O comunque narrate e certamente rappresentate per mezzo di quella particolare forma di comunicazione digitale ascritta all’universo dei SN e definita come microblogging.

Certo, il libro, ecco, potrei scrivere il libro… L’ho già quasi concluso e l’ho scritto, “Poesia in forma di tweet“. Sono però tra coloro che non credono alla possibilità di replicare la vicenda vissuta in Rete semplicemente facendone un’anastatica analogica. Un libro, per quanto fedele nella riproduzione, o meglio nella riproposizione complessiva di un senso e del possibile significato di un’avventura, non è e non sarà mai la copia conforme e identica del sito, del SN, dell’esperienza di scrittura in rete. Nemmeno se editato in forma digitale, sulla stessa Rete o come ebook. In punto funzionale ed esperienziale, questa l’evidenza ontologica fondativa, identico. Il libro, successivo all’esperienza vissuta in Rete come altrove, è un’altra opera, un’altra declinazione formale dell’ontologia spirituale, che ha ali ampie e forti, sostenute dal vento di inesauste metafore di senso. L’opera è ciò che è, data in se stessa, e che dura nel Tempo, alla luce del significato e del Senso fondativo. Quello che attinge la coscienza del poeta e che la rende, nello statuirla unitariamente, testo concluso [ma non conchiuso: quest’ultimo suo carattere nasce, ben prima e ben oltre l'elementare funzionalità dei mezzi, nel cuore del messaggio, nel profilo etico dell’autore, nella sua attenzione umana e nella sua intenzione creativa].

Certo, lasciare aperto così com’era il profilo, avrebbe comportato alcuni problemi. Non ultimo quello di una difficile comprensione di una scelta annunciata e poi sempre lasciata in qualche modo in sospeso [posto che qualcuno, dopo qualche settimana, incappasse ancora nel mio profilo ormai in sonno, per non dire della memoria, così come si manifesta quasi sempre nella sua declinazione digitale attiva...].

Sarebbero rimaste due alternative, che avrebbero lasciato salvi gli interrogativi di cui sopra [che ho solo abbozzato, naturalmente...].

Rendere privato il profilo. L’account con il lucchetto sarebbe rimasto integro ed intatto. Disponibile nella sua interezza, lo storico della scrittura e delle relazioni.

Rendere privato l’account o lasciarlo aperto modificando però il profilo: cambiando per esempio il nome, e dunque anche l’account stesso visibile, e la piccola icona [la fotografia] che lo presenta, pubblicando una PIC insignificante ed anonima. In tal modo, vi sarebbe sato almeno un segno di discontinuità percepita da tutti ed inoltre il profilo in sonno sarebbe andato ancor più e piano piano a scomparire da sé, almeno come profilo identitario riconosciuto. Rimanendo però vivo come segno storico, nell’accezione minima di cui ho scritto.

Qualche giorno fa ho preso una decisione: ho scelto di lasciar vivere il profilo nella sua forma privata. L’integrità dell’esperienza digitale, almeno nella sua forma data di rappresentazione di un tempo vissuto e condiviso in Rete, è in tal modo mantenuta. Lo stato dell’arte, per quel che riguarda le relazioni, è congelato nella fotografia dell’istante in cui ho scelto di abbandonare il SN. Almeno per quanto pertiene la mia volontà. Il rispetto dei tempi interiori di altri che fino a qui mi hanno seguito e/o che vorranno in futuro esercitarla diversamente è garantito, consentendo loro di agire sul corpo vivo di un’esperienza secondo il proprio ritmo esistenziale e non subendo passivamente l’arbitrio di una mia decisione. Rispetto, naturalmente, a quella minuscola parte di relazione condivisa, che è stata e che nella sua rappresentazione è rimasta fino al momento dell’addio in atto.

La memoria, invece, un accento squisitamente umano, qui non ha campo nè vanto. Essa è una declinazione dell’anima che non è in alcun modo derivata della forma in cui l’addio si è compiuto o si manifesta. Se non rimani nella mente e nel cuore di coloro con i quali hai condiviso un’esperienza, nessuna forma d’addio potrà rinfocolare la vita viva della relazione. Rimarrà, lo status, un retorico surrogato dell’esistenza che un giorno fu. Come un piccolo monumento in disfacimento sotto il peso dell’oblio. Che è la sostanza della nientità che può animare le relazioni nel presente storico loro contemporaneo ed il contrario del futuro che potrebbe essero loro donato.


Sessanta mesi su Twitter. [Exit].


Sessanta mesi su Twitter. [Exit].

L’esperienza è finita. Il cammino, durato 5 anni, esattamente sessanta mesi, si conclude qui. Addio. O, forse, arrivederci: nulla è più definitivo del dubbio, nel corso della vita terrena. Forse, la decisione è partita da lontano: era già in embrione ed in nuce  qui,e l’ho ruminata a lungo dentro me stesso. Interiormente, sono un diesel. Non ho rimpianti. Non albergano in me risentimenti. Non vi è alcuna circostanza contingente e particolare che mi abbia spinto a dare corpo a tale scelta, dopo averla a lungo meditata.

Il sentiero è stato bello, a tratti duro, qualche volta durissimo, nella affollata solitudine che contraddistingue spesso l’esperienza vissuta su di un social network. Almeno la mia. Aspro, nel senso di una declinazione competitiva o, peggio, conflittuale, mai. E’ stato il canone comunicativo che ho assunto all’origine di tale esperienza, coerente con uno statuto interiore e con la poetica di sempre, e, almeno questo, credo di essere riuscito a tenere nella linea di una piena continuità.

In qualche modo, mi dispiace. Come si addice ad ogni congedo, ad ogni sincero commiato, qualche nota di malinconia campisce lo sfondo, la scena in cui muovo questo passo d’addio. Dunque, perché chiudere [o smettere di frequentare, che sarebbe il suo equivalente rispettoso dell'intatta memoria del cammino] il profilo Twitter, che aprii nell’Ottobre del 2010, se tali sono i sentimenti che ancora nutro verso quella umana vicenda? Non voglio e non posso esprimerne qui, in modo approfondito ed esteso, l’intero e compiuto significato. Quello che le ho attribuito, che ho tentato di vivere, che sono riuscito a vivere. Non voglio e non posso farlo in questo breve post, che avrebbe la sola minuscola ambizione di essere segno di gratitudine e cenno di saluto verso coloro che hanno condiviso il mio profilo. Ne ho già ampiamente scritto altrove, in un lavoro iniziato qui  e che solo un paio di mesi fa ritenevo concluso, per come e per quanto possa mai esserlo un testo. Oggi so che rimetterò mano allo scritto: l’ho già fatto, nella stesura in bozza. Lì, l’ininterrotto sentiero creativo che ho tentato di tracciare durante cinque anni, è ripreso nella sua forma originale [la poesia e la prosa poetica che per 5 anni ho pubblicato sul profilo] e posto nella luce del fuoco interiore più vivo. E’ passato al calor bianco dell’empatia, tutta quella che mi è stato possibile tentare di vivere e di condividere, nelle relazioni e nei dialoghi che si sono accampati e sono fioriti nel tempo.

Voglio solo aggiungere che, per quanto mi riguarda, ogni esperienza è viva unicamente se vera, se dunque attinge e al tempo stesso crea, informando di sé la storia, anche quella piccola feriale, e non solo quindi rappresentandola, o narrandola, un senso. Vorrei dire il Senso. Mi riferisco naturalmente qui ad un’esperienza generale [non generica], e non alle singole e diverse relazioni che possono costituire un accento eretico rispetto ad essa, e perciò spesso salvifico, nel contesto ampio di cui si tratta. Il Senso vive unicamente se attinge valore. Fino a quando tali presupposti, indicati in modo sommario ma non approssimativo qui, sono vivi, postulano l’essere vivo dell’organismo che ispirano o ai quali esso si ispira. Quando una di tali condizioni fondative viene meno, l’organismo lentamente decade ed infine si spegne [Ontologia dell'essere, dunque, nella coerenza, una risonanza piena in un'Ontologia della prassi]. Nella particolare circostanza, intendo riferirmi anche, ma non solo, alla persuasione ed alla retorica [Carlo Michelstaedter, un fondamento di visione per tutti gli eventualmente omessi…], nella loro declinazione poetica [di una poetica: evidentemente, la mia], esercitata con la flessione formale della parola, il canto. Dunque, una parola persuasa [la parola vera, celaniana…], che in nulla indulge alla retorica. A 62 anni, posso dire che devo qualcosa anche a me stesso, oltre che ai rari indimenticati ed indimenticabili maestri che ho incontrato. Nella vita e nel testo, nella vita o nel testo. Fatta salva la consapevolezza originaria ed estrema che la Vita tutta è un dono ricevuto nel solco della gratuità, il seme attinto del Divino, qualunque fosse il Suo nome, anche Nessuno.

Quando il limen, la soglia interiore, viene minacciata da un esercizio privo [da una prassi] del fondamento ontologico, si avvicina l’ora degli addii. Del congedo. Devo necessariamente e di nuovo precisare ora che tutto ciò riguarda solo ed esclusivamente me stesso. Non le persone con le quali sono entrato in relazione, non il SN nella sua vastità e visto secondo i suoi caratteri primari: sarei presuntuoso se pensassi di poter rispondere di altri che di me, in un così precario contesto comunicativo, in divenire, ed in una approssimazione così forte di gran parte [non tutti: questo credo sia il punto epico ed apicale, dal quale prende anima e corpo questa sintesi...] dei profili identitari presenti ed incontrati. Ho sperimentato sul social network, durante cinque anni, sino al limite estremo di me stesso, e sino al limite delle mie potenzialità creative, la sintassi interiore dell’essere persona e la visione poetica che anima la parola creatrice secondo la mia poetica. Esse sono una, una sola cosa ed un’unica visione in me. Lo sono per vocazione e per scelta. Essendo per me la vita stessa il canto ed il canto la vita. E’ dunque di uno stato esistenziale e di uno statuto creativo personali, che scrivo, qui ed ora. Ad essi e ad essi soltanto mi riferisco. Di essi sostengo limiti e visione. Se il mio essere su Twitter non ha più alcun senso, se l’esperienza non attinge il Senso, non lo attinge più, significa che nel mio sguardo interiore non è più dato, rispetto naturalmente a tale cammino, l’orizzonte di valore che mi ha animato e che dettava l’essere presente ed in relazione, nella parola e con la parola, sul SN.

Rimane una scelta, tuttora aperta, riguardo al destino del profilo. Per qualche tempo ancora, dopo la pubblicazione di queste righe di congedo, lo lascerò sicuramente attivo ed aperto. E’ tutto quello che so e che posso dire in proposito, ora.

I saluti e le gratitudini. La mia vita sul social network non è stata quantitativamente molto affollata e numericamente rilevante. Posso dunque permettermi di ricordare, oltre a porgere un saluto ed un grazie a tutti e a ciascuno dei non tantissimi che ho incontrato sia pure, alcuni, fugacemente e sporadicamente lungo il cammino, qualcuna tra le persone che più di altre, o più di tutte, mi hanno fatto dono di una relazione intensa, talvolta prossima all’empatia della comunione. Secondo una visione comunicativa che, al diapason di sé, incarna e suscita una prossimità forte con la poetica che ha animato l’intero vissuto di poeta. Prima e dopo l’avvento della Rete. Non distinguerò in nulla tra una presunta vita reale e l‘altra detta virtuale. Per me esiste ed è sempre esistita unicamente la vita [la Vita], la cui verità è vissuta da ciascuno secondo visioni diverse e la cui declinazione narrativa ha conosciuto sempre nuove e sempre diverse forme espositive e mezzi nuovi di diffusione: prima, quando il formato analogico invitava a dialogare nel testo anche con anime i cui corpi erano scomparsi alla vista, stabilendo con loro relazioni spirituali  non del tutto dissimili, anzi a mio avviso fondatamente identiche, da quelle nate ed intrattenute dopo, quando la sintassi digitale ha consentito, e forse in qualche modo incoraggiato, un dialogo più serrato ed intenso tra lontani, ma spesso non identitariamente sconosciuti gli uni agli altri.

Il primo ad iniziare a seguirmi, subito ricambiato, è stato Tode, Carlo Todeschini, il fondatore di metarete, che ho conosciuto nel 1997, al quale devo un significativo tratto di alfabetizzazione digitale, compiuto sul finire degli anni Novanta. Il dialogo fra noi è continuato, dura ormai da quasi vent’anni, ed ha conosciuto forme e momenti diversi, come per esempio, tra i tantissimi altri, questo. Quando il mio profilo sul SN non era che un tremulo e fragile virgulto, nel vento incerto degli esordi, ho visto fissarsi per prima l’immagine di Tode, tra quelle dei follower.

Antonino Trimarchi è comparso sull’orizzonte del mio giorno in un bellissimo chiostro, a Rubiera. Eravamo entrambi ospiti di un’artista, invitati a partecipare ad un suo seminario di formazione. Sono trascorsi, credo, circa dieci anni da quel nostro primo incontro. Si può dire che Twitter è stato un minuscolo accento nel ben altrimenti più intenso dialogo nato e proseguito fra noi.

Ho incontrato Linda Losi sul treno che ci portava, credo fosse per tutti e due la prima volta, ad uno dei seminari di formazione per giornalisti che si svolgono ogni anno, dal 1994, presso la Comunità di Capodarco, a Fermo, organizzati da Redattore Sociale. Era, mi pare, il 2009. Mi affliggeva uno di quei piccoli dilemmi che, se non fugati in origine, ti trascinano nell’incertezza ogni volta che si ripresentano. Ero esitante riguardo alla scelta della fermata alla quale scendere, anche se il mio biglietto parlava piuttosto chiaro. Linda, che allora non conoscevo ancora, era salita a Bologna, ed insieme avevamo assistito alle evoluzioni, con qualche importante e pantagruelica digressione, di alcuni giovanissimi ed imponenti giocatori di pallacanestro scesi poi ad Ancona. Nello scompartimento, i cui occupanti si erano nel frattempo alternati, con la nostra sola fissa presenza, avevo chiesto se qualcuno sapesse indicarmi la successione corretta delle fermate. Linda, che non conosceva la mia meta, mi aveva mostrato l’orario ferroviario. Lei sarebbe scesa a Porto Sant’Elpidio, io a Civitanova Marche. Pur avendo, all’insaputa l’una dell’altro, un’identica destinazione. Abbiamo riso quando, dopo poco più di due ore, una volta giunti alla meta, nella grande sala ancora quasi vuota in cui si tiene ogni anno l’incontro di apertura dei seminari, ci siamo riconosciuti a distanza… E’ nato così un rapporto che dura e che Twitter ha in qualche particolare frangente sostenuto, quando, da lontano, abbiamo ravvivato l’eco di una memoria condivisa, in assenza di altri e diversi possibili segni di relazione.

L’ho già scritto: non è questo lo spazio degli approfondimenti di senso o dei sia pure inevitabilmente sommari accenni alla profondità, che sinceramente è stata, ed in qualche caso è tuttora, delle singole relazioni. Qui mi preme tenere una nota lieve e forse didascalica dei rispettivi cammini e del loro intersecarsi. So che verso tutti, e verso ciascuno singolarmente, coloro che mi hanno fatto il dono di seguirmi, sono debitore di una gratitudine: quella dovuta all’attenzione che mi hanno dedicato. Ancor più lo sono, evidentemente, nei confronti di quelle persone che ho deciso di seguire: numerose tra loro hanno reso più profonda ed accurata la mia consapevolezza in ambiti in cui sono un assoluto dilettante. Quasi tutti mi hanno gratificato con accenti umani che vorrei definire con un aggettivo semplice, ma insuperato, belli. Le omissioni sono da parte mia comunque inevitabili, ben oltre gli ineluttabili lapsus, e le presenze, in questo estremo cenno di riconoscenza, sono state distillate nel loro fondamento di verità interiore, sono state presenze vere. Non oso dire, in una luce steineriana [George Steiner], vere presenze. Certamente interiormente allineate con il reale, almeno per quanto mi riguarda e per quel che ho tentato di vivere in un profilo coerente tra essere e canto, tra vita e poesia, con quel che ho cercato di esprimere nelle premesse. Nulla, comunque, che ne potesse turbare il fondamento etico: se mai, sono state tutte, ciascuna a modo proprio, note sempre dedite, o vicine, a sostenerne l’armonico compiersi.

Anne-Françoise Kavauvea  Sotto il segno di Celan. Ho conosciuto Anne-Françoise in rete più di quattro anni fa. E’ stata la prima fra le persone incontrate, grazie alle quali la mia presenza sul SN si è sempre più orientata, in modo decisivo, verso l’essenza di me stesso, la poesia. Ricordo tuttora la viva emozione con cui ho letto le sue prime righe, sospinto verso il suo blog, del quale ignoravo fino a quel giorno l’esistenza, da un tweett.

Non nego che ad indurmi ancor più nella tentazione della lettura sia stato anche il titolo da lei scelto per il suo spazio di scrittura in rete, “De seuil en seuil”. Bellissimi, e per me oltremodo significativi, un viatico, i versi [in “Zwiegestalt”] che, tratti dalla stessa raccolta di Paul Celan da lei prediletta per il titolo, Anne-Françoise aveva posti quasi ad introito nel sottotitolo.

Ce n’era abbastanza, oltre all’ispirata vocazione del tweett, per iniziare a leggere senza remissione il suo testo. Una promessa mantenuta, che si è rivelata per me ancor più invitante della stessa chiamata.

Allora ero poco più che un esordiente sul SN e non avevo ancora iniziato a scrivere extemporalitas. Anne-Françoise, invece, sembrava essere piuttosto assidua sul SN e soprattutto curava il suo blog con una profondità di riflessione ed uno stile di scrittura accattivanti. Ho iniziato a seguirla, a commentare brevemente alcuni suoi post, a scriverle con posta elettronica.

E’ stato subito chiaro ad entrambi che la stella fissa, la prima almeno, seguendo la quale ci siamo incontrati ed alla luce della quale avremmo trovato sin da subito una sintonia viva di risonanze interiori e del pensiero, era Paul Celan.

Dopo un anno di corrispondenza, le nostre strade epistolari si sono allontanate, fino quasi ad interrompersi, fatto salvo qualche frammento di sentiero riaperto nel dialogo.

Marco Stancati Ho conosciuto Marco Stancati esattamente cinque anni fa, qui. Abbiamo partecipato, se non ricordo male, ad uno stesso workshop il secondo giorno del Seminario.

Ci siamo incontrati in un luogo di confronto e di crescita umana in cui non è stato difficile nemmeno ad un orso sessantenne e piuttosto socialmente bradipo come me stringere ed accettare la mano tesa e dialogante di un soggetto empatico per eccellenza quale Marco Stancati è.

Ricordo perfettamente la sera in cui, sulla navetta che dalla Comunità dove si svolgono abitualmente i lavori ci avrebbe accompagnati ai rispettivi alberghi, mi sentii chiamare. Era Marco, che mi voleva mostrare qualcosa. Teneva in mano il BlackBerry e scorreva rapidamente il suo profilo Twitter. “Ecco, ti ho messo tra le persone che seguo”, mi disse, mostrandomi l’immagine del mio account. Poiché non disponevo allora di un dispositivo mobile con cui collegarmi in Rete, solo una volta giunto a casa, due giorni dopo, potei ricambiare il follow. Poche settimane prima, avevo aperto un mio profilo. Contavo qualche follower, poco più di dieci, credo. Marco fu dunque tra i primi.

Negli anni successivi, ci siamo incontrati di nuovo ai seminari organizzati dal Redattore Sociale, dove abbiamo approfondito la reciproca conoscenza. Di quando in quando, Marco fa capolino nella mia vita, ora in formato analogico, in carne ed ossa, come accade appunto a Capodarco, o su carta, come quando mi ha gentilmente inviato due numeri di una rivista che dirige, “Next”. Ora in formato digitale, con inviti a scoprire ed a partecipare ad un mondo in cui egli si muove non solo da ospite, ma da protagonista esperto. Come questo, dove mi ha convocato con un DM [“c'è pane per i tuoi denti”, mi scrisse] e dove sono stato per qualche giorno, ed in momenti diversi, gratificato da una messe per me insolita di favoriti e di retweett. O mi coinvolge nella contemplazione di immagini spesso assai belle che mostrano i frutti del suo amore per la natura e per la cultura, o per entrambe insieme.

Roberte Romère Roberte è stata credo la prima persona che mi ha fatto il dono di tradurre qualche mio testo, poesia e prosa poetica, pubblicato sul profilo Twitter. Ne è nato un dialogo epistolare serrato ed intenso, seppur breve. Dello stesso tono e con lo stesso stile che ho imparato a conoscere di lei sul SN. Era, credo, il 2013. In quegli stessi mesi, in cui iniziamo a seguirci reciprocamente, abbiamo scambiato alcune riflessioni sulla TL. E’ stato, lo ricordo bene, un confronto gradevolissimo ed arricchente, almeno per me. Poi, è sceso il silenzio: per un anno e forse più, Roberte non ha frequentato, almeno attivamente, il SN. Devo ad un dialogo nato con lei il proposito di scrivere “Poesia in forma di tweet”.

Françoise Gérard Per tentare di dire di lei, di una reciprocità assidua nella lettura dei rispettivi testi e di uno scambio non di rado ispirato da una profonda sintonia,dovrei attingere la sacra discrezione della posta elettronica, una corrispondenza esigua e frugale, o i messaggi diretti. Non posso e non voglio fare né l’una né l’altra cosa. Françoise ha una sensibilità attenta e profonda: non le sfugge lo spirito dolente e non lo respinge mai. E’ in punta di tale delicatezza che, pur da lontano, mi sono scoperto e sentito spesso a lei vicino durante tutta l’avventura condivisa sul SN.

Élain Audet Tutto è iniziato, tra Élaine Audet e me, con un primo embrione di dialogo sulla TL. Era settembre del 2014, quando, con lieta sorpresa, ho trovato un mio tweet tradotto da Élaine. Ci seguivamo reciprocamente da tempo, su Twitter. Stimavo molto, e stimo tuttora, il suo lungo ed appassionato impegno, che avevo imparato un poco a conoscere qui. Soprattutto amavo ed amo, il verbo è giusto, la squisita qualità poetica di Élaine, che avevo la gioia di leggere spesso sulla TL.

È iniziato uno scambio, dapprima essenziale fino alla frugalità come accade sul SN, che si è aperto, e raramente succede, poi in un dialogo più ampio ed intenso, in gran parte condotto sulla TL, prima di sfociare nella diversa e più ampia forma dell’epistola elettronica. Serbo un ricordo bello e forte di quel periodo di lavoro, di reciprocità esperita sul filo vivo della parola, nel cuore intatto della poesia. Nutro per Élaine una gratitudine viva: le sue traduzioni, un dono per me prezioso, sono custodite in una carpetta azzurra, e mi apro in un sorriso, misto di nostalgia e di contentezza, quando, scorrendo le cartelle all’interno di “extemporalitas”, sull’HD, leggo: “Quaderno di traduzioni in lavorazione”. Tutto il prezioso dono di Élaine è serbato lì, nel suo formato digitale, insieme alle sudate carte che testimoniano di uno scambio serrato, di un lavoro appassionante, il suo. Dell’eccellenza della gratuità, quella che ho assaporato nella sua forma più decisiva, almeno per me, anche nella relazione spirituale  con Élaine.

Isabelle Pariente-Butterlin Di Isabelle Pariente-Butterlin ho scritto spesso e con accenti di sincera gratitudine ed ammirazione. L’ho fatto un po’ dovunque, sulla TL, su questo stesso blog, ogni volta che ho sentito nascere veri in me tali sentimenti. E non sono state rare le occasioni in cui mi è accaduto. Se vi è una persona alla quale potrei, e certamente dovrei, dedicare lo spazio più ampio e tutte le mie migliori attenzioni umane, nell’ambito di questo congedo, quella è Isabelle. Non ci scriviamo da mesi. Non ho mai incontrato fisicamente Isabelle. Fino a qualche mese fa, non l’avevo nemmeno mai vista in fotografia, forse unicamente nella forma minima di un’icona sul suo profilo. Devo a lei la continuità di una presenza sul SN, una conferma sotto il peso della quale ho spesso vacillato. Ho con lei un debito di riconoscenza inestinguibile ed inestimabile per gli accenti umani e poetici con i quali ha accolto sin dal nostro primo scambio sulla TL le mie riflessioni. Sul suo blog, sulla sua TL stessa. Quando ho deciso di aprire il mio blog ad uno spirito conviviale ispirato all’Agapé sororale e fraterna, ho pensato a lei per prima e l’ho invitata. Isabelle, generosa come sempre, mi ha fatto dono della sua squisita sensibilità, tutta esposta nel primo scritto che mi ha inviato e che ho pubblicato il 1° Gennaio del 2014, dischiudendo con le sue parole extemporalitas al nuovo inizio.

Corine Marbeuf Abbiamo iniziato a seguirci reciprocamente, Corine ed io, sul finire dell’estate 2014. Sin da subito, mi è sembrato di cogliere nella sua scrittura note discrete di un dettato interiore che suscitava in me vive risonanze. Così, quasi senza rendermene conto, e certamente senza alcuna intenzione progettuale, ho iniziato a leggere con sempre maggiore frequenza i testi che Corine pubblicava sul suo blog, au bord de mon chemin.

Ho punteggiato la lettura con tweet dedicati, traendo dagli scritti di Corine una frase, una citazione, l’icastica scintilla che, almeno a me, sembra rischiarare ed in qualche modo sintetizzare nella sua significazione apicale tutto il testo letto.

Non è trascorso molto tempo, da quando ho iniziato a leggerla. Non ho nemmeno considerato con quale frequenza, casuale, mi pare, Corine scriva. Però mi sono reso conto presto che le citazioni sembrano piccole perle di una preziosa collana, segnavia dei giorni, che stanno bene insieme. Una accanto all’altra in una sequenza che traccia un sentiero ininterrotto.

Ho provato a disporle in successione, interrogandomi sul significato possibile di quella sensazione. I testi di Corine sono un viatico orante nella temperie dei giorni. Sono prose, spesso sommesse, sempre delicate. Si accendono nel silenzio della ferialità con la compostezza di una preghiera ed hanno la sapidezza dell’esperienza. Sono l’icona orante di un vissuto che accompagna ed insieme scandisce il fluire dei giorni. Come un breviario laico.

Huê Lan Lan Un andamento rapsodico ha contraddistinto il mio rapporto con lei. Una frequentazione dei suoi testi nata, almeno per me, ben prima che iniziassimo a seguirci reciprocamente nell’estate del 2014. Potrei dire che un incantato ermetismo è la cifra distintiva di una poetica che mi ha sin da subito affascinato. Un enigma, un canto impenetrabile?, che è stato sale della curiosità e rimane come un’eco distinta di lei nel sentiero interrotto della nostra relazione spirituale. Credo che molto, e comunque il fondamento, sia detto lì, negli scritti di cui Huê mi ha fatto dono ed in quello che le ho dedicato sul blog.

Marina De Rose A Marina devo istanti bellissimi di condivisione della poesia e qualcosa di prezioso riguardo alla conoscenza poetica. Grazie a lei ho fatto alcune scoperte, ne ho confermate ed approfondite altre, tutte stimolanti e per me importanti, che lei ha incoraggiato ed alimentato con la delicatezza che la distingue nel porgere un sapere vasto, privo di iperboli celebrative e di vertici retorici. La sua presenza, la più assidua e viva nella lettura, nel presente storico di questo lungo addio, mi ha indotto in molte perplessità e ha suscitato una reticenza forte a compiere un gesto di congedo. Sapere che lei è là, sulla TL, così aperta sempre all’ascolto, così accogliente verso i sentimenti tesi alla speranza, così precisa e puntuale nel cogliere ciò che del canto significa e tempestiva nella generosità della risposta, è un viatico dolente, mentre decido di lasciare. Le devo anche il dono di un’incantevole traduzione di un mio tweet, dall’italiano in spagnolo, una lingua che non conosco, che solo intuisco, ma che infinitamente amo nella sua per me particolarissima musicalità: “Te abrió un doloroso viento sin memoria… Nació de allí el canto ardiente”. Così Marina ha tradotto, tempo fa, parte del mio tweet:«ɑ». Ti aprì un doloroso vento smemorato. L’età incipiente spazzò la tolda e la speranza in fuga morì così. Ne nacque il canto ardente. [PB]

Ora che ho quasi concluso di porgere saluti ed esprimere gratitudini, mi rendo conto di quanto la mia narrazione sia parziale ed incompleta, rispetto agli anni che ho vissuto sul SN. Una sintesi che predilige e si fonda quasi esclusivamente nell’ambito della poesia. Avrebbe, mi chiedo, potuto essere diversamente? Il mio profilo ha accolto durante questi sessanta mesi gran parte della mia scrittura poetica e di prosa poetica. Le relazioni che si sono andate aprendo ed approfondendo sono state sempre più, e quindi quasi unicamente con il passare dei mesi, ispirate a tale condizione esistenziale primaria. Non è però stato sempre così. Non è stato solo così. Il mio essere stato giornalista[il mio essere?] mi ha indotto ad utilizzare inizialmente e per lungo tempo il profilo secondo l’attitudine professionale maturata in un’esperienza durata quasi tre decenni. Le mia indole incline ad un impegno civile ispirato a principi, orfano per scelta sempre di appartenenze ed alieno alla militanza, ha trovato a lungo la finestra innocente. Per almeno tre anni la mia vita, partecipazione attiva ad esperienze di impegno civile a vario titolo vissute, ha trovato sostegno, eco e risonanza nei dialoghi, nelle relazioni, nella scrittura sul SN. Di tali due flessioni esistenziali rimangono ampie tracce sulla TL. Mi piace ricordare alcuni, tra quelli che più intensamente ho seguito ed ai quali va ora il mio grazie: @liberiegiusti; @valigiablu; @journalismfest; @libera_annclm; @RedattoreSocial; @comitato13feb. Ci sono tra loro, oltre ad organizzazioni ed associazioni, alcune singole persone, ma non vorrei millantare crediti di confidenza privi dei titoli interiori e di esperienza che li sostengano. Certamente avrò dimenticato qualcuno ed avrò fatto torto ad altri: me ne scuso.

E’, questo, un approccio assai sommario, lo riconosco e lo ripeto, che certamente non rende giustizia di quel tanto ed altro che ho appreso e che devo ad alcuni di coloro che ho seguito o alle letture ispirate o suggerite da persone che non mi seguono e che non seguo. Che sicuramente, e per certi aspetti giustamente, non dice tutto della qualità e della profondità delle relazioni, della generosità intensa e particolare di ciascuno. Tale incompletezza è uno dei motivi, forse uno dei due fondamentali, per cui ho accarezzato a lungo l’ipotesi di lasciare il profilo aperto e vivo, concluso in sé sulla soglia del giorno scelto per il congedo, ma non estinto. Come fosse una testimonianza completa e compiuta in sé, che nulla cancella ed elimina del mio impegno, perché è abbastanza chiaro che nella cura assidua e prolungata del mio profilo ho impegnato me stesso prima di tutto, e nulla togliesse della generosità di altri che nel tempo lo hanno sostenuto, hanno contribuito ad arricchirlo, a costruirlo. E’ però il solo metodo che posso assumere per fare sì che questo congedo non sia un apparato critico di commento ad un’esperienza e nemmeno un’istantanea del reale. Sia, invece, quello che vorrei fosse, un accento di senso, come il lampo dell’intuizione, a sigillo di un’esperienza ed in esso, l’accento, la nota profonda e continua della inestinguibile gratitudine. Quella dovuta ad una visione rispettosa della relazione, secondo la quale ciò che è stato vero dura. Ciò che è stato è per sempre.

Ho un profondo rispetto per le avventure dell’anima e della mente che sono nate, sono cresciute, sono state vissute nel segno di un fondamento interiore. Il più possibile prossimo al diapason ciascuno di sé nella relazione. Potrei dire su, fino al cielo cercato e raramente raggiunto, nella vita e nella parola, della comunione. Ho una sacra consapevolezza della loro potenziale finitudine. Dunque, per me, i vissuti che si sono distinti in tali caratteri primari sono vivi per sempre, anche quando sono o sembrano storicamente conclusi nella finitezza delle cose del mondo. Vi è un’infinità di esempi possibili, nella storia dell’umano, minuscoli o grandi [ma significa poi qualcosa, qui, distinguere?] che rimandano l’eco persuasa di tale esperienza. A sostegno di tale visione. Perciò non ne farò neanche uno.

Addio, dunque, miei fratelli lettori, sinceramente amati nella parola del canto, ed infinitamente grazie a voi che avete restituito e donato vita alla parola della poesia. O, certamente, arrivederci per sempre nella memoria di ciò che è stato, nella speranza di ciò che eternamente è. I sentieri interrotti nel qui ed ora della storia, sono tenuti da un filo di Luce interiore amante che non si spezza mai. Ciò che è stato vero, eternamente dura nella verità persuasa che lo ha sostenuto. Non so concepire l’ipocrisia quale elemento costitutivo della vita. Non potrei mai, dunque, nemmeno pensare il tu della relazione, di qualunque natura fosse, come ipocrita lettore. Piuttosto, l’ho sempre cercato e sentito come angelo della comunicazione [comunione]. Per la parte che dipende da me, l’io testimone che vibra e trema nella sua parola poetica, che è più dell’eco viva della vita e più della sua rappresentazione, ho tentato di essere sempre abitato dal Qualcosa che tutto precede e che tutti ispira. Rispondendo sempre con un sì accogliente alla Sua presenza ed alla Sua vocazione e grato al dono ricevuto del canto. Abitando una parola persuasa, attento che mai indulgesse, sospinta dall’ego, orgoglio e vanità, fino alle soglie varcate della retorica.

Anche il silenzio rimane scolpito nella dura pietra del tempo. E la sua eco risuona in eterno quando l’infinità dell’orizzonte interiore è una mano tesa nella parola [Celan], oltre l’angusto varco del piccolo ego. Nessuno si salva da solo. Anche se il canto nasce spesso nel Dolore. Talvolta nella Solitudine. Certamente, sempre nel Silenzio. Grazie, grazie infinite, dunque, di tutto l’ascolto, di tutta l’attenzione, di tutto il tempo. Della vita che nella parola del canto risorta al vostro sguardo mi avete donata.

Aggiornamento: 30 Settembre 2015: «Forme d’addio. [Memoria digitale].»

Presente storico.


Presente storico.

Un giorno ti accorgi all’improvviso che la vita che hai vissuto è troppo estesa, o troppo duratura, per essere contenuta nello sguardo interiore del tuo presente. Che l’orizzonte del vissuto è sempre troppo qualcosa rispetto al qui ed ora che vivi. La presenza al reale, un canone esistenziale che ha dettato quasi ogni istante consapevole del tuo giorno, almeno fino a quando l’ebrezza della gioia non ti ha ubriacato di sé, o il peso del dolore non ha schiantato ogni sopportabile resistenza nella lucidità, non ti abbandona. Eppure, forse è un portato dell’età, dell’orizzonte storico personale che sembra chiudersi naturaliter, la tua vita, il tuo presente, non ti contiene più. Singolare.

La declinazione esistenziale si appella alla coerenza estrema. Non usciresti dal dettato di te stesso, e dalla coniugazione etica del vissuto, per una forma di rispetto al tuo passato. Non fosse altro perché l’averlo fortemente voluto così come l’hai vissuto ti ha causato prove dolorose, talvolta al limite della sopportabilità. La stessa età non depone in favore di eventuali vie di fuga. Ma questa sarebbe la flessione minoritaria della scelta. Un insulto alla vita, alla tua, così come hai tentato di viverla, resistendo alla suggestione di imboccare più comode strade invece degli angusti sentieri su cui incammina spesso la coerenza.

Non hai eredi. Né d’anagrafe né di alcuna altra natura. La continuità generazionale ha iniziato a subire sincopi letali sin dall’affacciarsi della tua stessa generazione alla storia. Il transito epocale, la bufera dentro la quale tu stesso sei nato alla vita adulta, era solo agli inizi. Le voci della interiorità che stabilizza nel profondo i tempi, si sono fatte sempre più fievoli. Più lontani i crinali dai quali reciprocamente ci si affaccia. La temperie più vasta e più forte. Malgrado le apparenze, le cose sono peggiorate. I segni di una confidenza cabriolet e di superficie non riescono a dissimulare la distanza, che si propaga e dilaga sempre più fino all’assenza di relazione. Con infarti relazionali che spesso sorprendono chi si era illuso che la profondità abitasse la superficie. Non è vero. Non è così. Nell’essere umano la verità di sé abita la creatura e chi si ferma alla sua rappresentazione finisce inevitabilmente per perdere contatto. E voce. Non posso dunque sperare, o illudermi più se mai l’ho fatto, di distendere il passo degli anni dentro altre vite, in reciprocità e compagnia. La solitudine di coscienza con cui ho abitato i tempi che ho vissuto, è linfa vitale e forse proprio per quello ora si manifesta in continuità con se stessa. Un continuum d’esperienza e di senso che non permette soste.

L’urgenza che incalza sempre l’ora dei congedi, ha forse qualche vanto sul sentimento che sembra pervadermi. Non mi è nuovo. Altre volte, in prossimità di appuntamenti significativi con il canto che detta dentro, vicino a dar vita ad un’opera compiuta, l’ho provato. Di pari intensità, della stessa natura. Il tracimare della vita che preme dentro, però, mi sembra non avere lo stesso segno. Qui c’è qualcosa di ultimativo che è identico ad allora. C’è però la consapevolezza della memoria che incalza e che chiede conto del suo essere stata testimone di sé nella vita. Nella tua. Certo, potresti lasciar fluire la serenità della quietudine, di chi ha fatto tutto quello che è stato chiamato a fare, secondo la vocazione e nel talento. La coscienza, che contempla anche la consapevolezza del proprio limite.

Nemmeno la posterità colma intero lo spazio di questa ultima e nuova suggestione. Da anni, forse da sempre, hai pensato ed in qualche modo, hai saputo, che il tuo tempo non sarebbe mai venuto, nei tempi che hai vissuti. E che se qualcuno un giorno ti avesse mai incontrato nell’opera, curioso di te e con benevolenza di sguardo attento e di profondo ascolto, quel qualcuno sarebbe venuto dopo, in tua assenza. Dunque, non di questo, qui ed ora.

I rari che con tenacia intellettuale e generosità di sé ti hanno offerto ascolto nella vita e nel canto ed aiuto, conoscono la necessità ontologica di tale solitudine di coscienza. Di questa distanza. Di questa storia sempre incompiuta all’atto della riconoscenza. Dell’essere ri-conosciuti nella verità di sé. Dell’essere incompiuti. Nelle relazioni. Non tanto dentro. Nell’asimmetria. Non tanto fra le attese ed il compimento. Quanto fra l’essere stati coloro che si venne chiamati ad essere ed il senso che a tale vocazione si è riusciti a dare nella risposta.

Non si tratta di incomprensione. Sebbene in origine ed a fondamento interiore dell’opus di pace almeno tentato vi sia spesso un abisso distillato dall’impotenza a capire. Piuttosto, si tratta di giustizia e di riconoscibilità nella Babele convulsa delle infinite repliche e degli ottusi a se stessi replicanti. Dell’apparenza che lucra consenso. Dell’appartenenza che distende la legge tribale dell’essere di uno stesso ceppo fino allo sberleffo dei principi. Una ipotesi teorica insopportabile per chi ha detto addio alla fatica della comunità riguadagnando l’essenza del corpo primordiale. Se non vincente sempre certo meno impegnativa nell’estatica predilezione contemplante il proprio ombelico.

Vita e destino, infine.

Non sono risentito né mi sento al colmo del rimpianto per la distanza che pure è esistita tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere.

L’anima è calma l’orizzonte sereno. Non è questo. Sono persino felice nella coincidenza fra l’io che sono e l’io che avrei potuto essere. L’identità.

Chi salda le cesure generate dall’asimmetria? Quale lembo di mantello copre il freddo cinismo della distanza, quando l’ottusangolo di interiorità incompiute le aumenta fino alla perdizione di sé ed alla sopraffazione dell’altro per scelta? La carità salda davvero mondi nel qui ed ora della storia? E la pietas è divenuto un orpello vintage o peggio ancora dimenticato dalla voracità laica che conquista a se stessa tutto il futuro, o tutto il futuro per se stessa possibile?

Il genio dell’etica non apre alcun vulnus nel muro fermo della incomprensione che non ascolta e non si china. E comprendere non significa necessariamente condividere. Chi copre tutti i gradini che separano i mondi? Chi lo farà per noi se debuttiamo da latitanti e ci ostiniamo sempre più all’irresponsabilità di una convivenza che si lascia plasmare unicamente dalla forza? Quale confine fra liceità e potenza? Nessuno, ancora, come un tempo, come sempre, forse? O uno spiraglio di intelligenza dell’anima è aperto alle soglie di un nuovo millennio e ispira il canto della Mistica, la levitazione del mistero, come un accento di consapevolezza in noi?