Accento circonflesso.


Accento circonflesso.

Ma tu non vorrai nell’ora tarda e mite

della sera inabissarti e presto scomparire

nell’onda che lenta e furente investe

il nulla assente, la vita del poeta

e mendicante.

Abbarbicato all’orma del ricordo,

lacerto di scogliera, starai sull’irto

abisso del tuo canto. Tu, pover’uomo

muto e della storia minima memento.

Tu, accento circonflesso di Silenzio,

a lume spento, nella bella notte

che intero ne ha sedotto il Tempo.

[A te, che ancora sogni, solo...]


[A te, che ancora sogni, solo...]

La feroce muta di cinici ardenti,

ne spolpa, nel giorno felice, il silenzio.

I vinti, i cari alla terra promessa

di un Tempo futuro, perduti

nel numero immane degli uomini in coro.

Sedotti, nel canto, dall’ala tremante

dei sogni rapiti. L’infanzia nel volo.

Una sinfonia di giorni vissuti. [Un coro di cicisbei]. [Due]


Una sinfonia di giorni vissuti. [Un coro di cicisbei].[Due]

Si spengono ad una ad una le stelle amiche. La notte rimane, la sola compagnia. Anche la luna, calda di luce e solitaria, scompare piano e lenta alla vista. L’alba è una promessa lontana. Tu tieni il viaggio stento. Stai sulla soglia. Al limite, al confine. Sogni passi d’addio. Congedi dal qui ed ora, promesse di domani.

Quale cammino, ancora, prima dell’Aurora?

I tempi ad Occidente reclamano tutto il futuro. Soli nel margine sussurrano i poeti. I maledetti, prima. I decadenti, poi. I balbuzienti all’infinito, l’anima segnata e vinta dalle contraddizioni, ostentano vessilli di parole. Effimeri gadget di solerti comunità nella contemporaneità d’intenti. Così lontani, tutti, dalla comunione.

Quando verrà la tua stretta di mano, in un futuro che sai lontano?

Celan s’inabissa nella Senna. La sua parola apre tempi nuovi in cui resiste, lacerto di una Bellezza che fu, alta. Qualcosa… Oltre il nome e la cosa. Creatrice, ancora.

Tu caracolli sul ciglio del fiume, ubriaco di profezia. C’è sempre uno scarto fra il tuo tempo interiore ed i tempi che vivi. Lo spaesamento è una luce che affiora, nitida in te e ferma sull’orizzonte.

Quando si compirà l’amato canto nelle feriali ore?

Ti abbracciano profonde certezze sorelle. L’effimero canto delle sirene risuona lontano, alla foce del fiume. L’eletto consesso dei vinti è un amico fraterno, un seme di luce nel campo, sotto tutta la neve del tuo fremente inverno. La linea retta avuta in eredità dai tempi, l’Epoca morente, sembra frangersi in infinitesimi frammenti. Il fiume perdersi in rivoli senza destino.

Chi terrà il filo d’oro della memoria teso e vivo nella speranza, nel domani?

Il secolo stende un manto d’oblio. La realtà trova rifugio nella fiaba. Idoli di cartapesta campiscono la scena. Una invisibile resistenza mormora, come un giunco nel vento. L’impossibile ha teso un agguato all’utopia. La ferialità, l’altare di ogni sacro compimento, pare un inutile orpello. Nel teatro della menzogna. La rappresentazione annichilisce ogni forma di messaggio. Un incantesimo, la comunicazione, rende di pietra le coscienza. Una foresta inane ed inerme.

Come la storia avrebbe trovato ancora il rivo innocente?

La realtà, il sacro destino di ogni parola, atterra l’ala del poeta che, solo, s’invola.

Dove, dunque, il varco?

L’anima mormora nel silenzio contemplante.

C’è stato un giorno in cui l’alleanza trinitaria tra io, parola, mondo, sembrava essere l’eco dell’istanza divina. In cui camminare, minuscole creature, felici e definitive come solo sanno essere le ipostasi del cielo.

Come era bella quell’ora e come giovane di speranze e non più di anni risuonava nel cuore di tutti la voce!

Poi abbiamo perduto l’innocenza. Abbiamo d’improvviso saputo che ciascuno ha un proprio impotente dolore che schiaccia sulla soglia dell’ego le promesse oblative di sé.

La menzogna ha tessuto nuove sante alleanze.

Le piccole tribù degli uguali a se stessi, degli uguali fra loro, hanno costretto all’esilio di nuovo, dopo un breve soliloquio tra pari, gli umani senz’ali, il poeta.

Le parole incollate al vetro freddo del reale come promesse e delizia, appannato dal fiato di corto respiro, aggrappato il tempo, allo spettro di un sogno smarrito. A un inane silenzio.

Mentre un coro di cicisbei regge l’ombra del giorno a madama. O forse a quel che ne resta nell’occidente secolarizzato e postmoderno, rotto a tutte le rappresentazioni e a tutte le eccellenze performative, fra panel et circenses. Un retorico esercizio di ambiziose pratiche della vanità.

 

Una sinfonia di giorni vissuti. [Uno]


Una sinfonia di giorni vissuti. [Uno]

L’ora s’apriva nell’inusitata Luce del presente. Il passato, l’orma dolente del giorno, saliva, in alto, verso un cielo senza ritorno. Era l’autunno, una sinfonia di giorni vissuti, nell’imo del cuore sonante.

Tu, stavi dolce, nell’azzurro, in agguato, non visto in uno scampolo di memoria. Non avevi che parole e canto, un grembo fiorito d’istanti e di speranza.

Andavi così, incontro all’orizzonte casto, sul volto solo un sorriso mesto.

Nessuno sapeva di te. Invisibile al presente. Sconosciuto alla memoria dei compagni in cammino. Ignaro di ogni possibile futuro.

Lei stava in alto, la parola, nascosta in grembo a Dio, in una nicchia di Silenzio.

Verrà mai, chiedevi, il mio tempo?

La levità, pensavi, era forse il solo dono per gli assenti.

La Vita, quella che fu detto essere sueño, stava serrata dentro la morsa del reale.

Al suo confine rinterzato dalle prove, al calor bianco dell’errore, sapevi, si temprava il racconto, nasceva il pensiero, sgorgavano sorgive e mute le parole.

Ci sarà mai, chiedevi, nel qui ed ora della Storia un vero Altrove?

I poeti, i primi, ti tenevano per mano. Un’infanzia provata, e non più già innocente. Ungà, l’amatissimo, tesseva la sua rete fraterna di parole. Pareva che il suo strazio sul Carso fosse, ed era!, immenso, dentro la tua piccola solitudine, affacciata sui primi scorci dell’alienazione incipiente.

Verrà mai, chiedevi, la mano sorella che tutte le feroci cancella?

Stavi all’ombra ed al riparo del mondo, anche se il fiume, non più dolce nell’ansa e petroso, scomparso il verde felice dei ricordi, già ribolliva dentro. Sognavi e tremavi. Sognavi nell’ora calda dell’aurora un Dio che ti abitasse con dolce passione. Lontano dal giorno furente. Sognavi che la parola animasse la cosa, che la facesse viva, come una canzone. Che in essa fosse vero tutto. Il pensiero. Il silenzio. L’azione. Che la vita trovasse presto il suo corso, nel letto ampio della contemplazione. Che lo sguardo andasse lento verso la foce. Che un giorno sussurrasse sulle sponde più care la pace.

 

[Uno.]