Bangui. [Un orizzonte di speranza].


«Bangui. [Un orizzonte di speranza]».

Nel marzo dello scorso anno, quando suor Antonietta Papa mi disse che sarebbe partita in missione, destinazione Repubblica Centrafricana, la invitai a raccontare la sua esperienza sul blog, in Agapé. Nacque così «Bangui», il diario di quei giorni scritto da suor Antonietta. Qualche anno prima, l’avevo intervistata, scrivendone un profilo: «Amare, una missione possibile».

Avevo immaginato che, in quest’occasione, lei stessa potesse essere al seguito del papa durante il suo viaggio in RCA: non sarà così, però, nei giorni scorsi, ho saputo che Domenica 29, se la visita non verrà annullata, lei sarà ospite in studio qui, durante la diretta dedicata alla giornata che il pontefice trascorrerà nel Paese africano.

La visita nella Repubblica Centrafricana costituisce un momento apicale della visione di questo pontefice, che sa cogliere ed ha colto alcuni nodi della storia declinandoli in un profilo personale coerente ed all’altezza dei tempi: i “segni dei tempi” [Marie-Dominique Chenu].

Non lo scrivo da cattolico, da cristiano o da credente: come tale, credente, intendo, se ciò oggi significa tuttora qualcosa di preciso e se qualcuno sa e può dire anche che cosa precisamente significhi nella società pervasivamente secolarizzata in cui viviamo, ho chiesto «una quiete contemplante.».

Lo scrivo da persona, da umana creatura. Se papa Francesco potrà portare a termine la sua visita, potrà compiere i gesti che si è proposto di compiere, potrà dire le parole che vorrebbe dire, potrà essere tra la gente, in una relazione che egli sa vivere con l’intensità di una prossimità empatica sempre vicina al profilo del “viso a viso” anche quando le moltitudini sembrano disperdere l’uno che egli è o ridurlo ad icona facendone un simbolo, il suo appuntamento con RCA avrà un esito assai più edificante e risolutivo di quello che hanno i distruttivi ed inutili bombardamenti in corso. Di quello che tutti i macro e micro conflitti che affliggono una parte ormai sempre più vasta del mondo hanno o potrebbero in futuro avere.

La verve persuasa di papa Francesco è assai pervasiva. Dura oltre la scena e, proprio perché priva dell’enfasi retorica inevitabilmente presente, anche in dosi minime o omeopatiche, nella militanza, scende nel profondo dei cuori e lì rimane, anche quando la ribalta chiude. Le anime semplici sono sensibili alla sua parola. Le sentono profondamente vere, portate alle labbra dal cuore di un testimone. L’orizzonte delle parole che egli pronuncia è assai più vasto di quello che può aprirsi davanti alla fede: investe la profondità dell’uomo. La sua sintassi è ispirata a fondamenti valoriali che qualsiasi anima, anche laica, sente veri e vivi anche dentro di sé. L’equità, la giustizia, la condivisione e la prossimità della mente e del cuore con il dolore degli ultimi, degli esclusi, dei deboli, dei marginali e degli emarginati. La sua narrazione è puntuale ed intrisa di storia contemporanea. Il sigillo della coerenza è posto in cima a tutta l’esperienza. Il rispetto dell’altro da sé è sincero e profondo. Il dialogo è un’attitudine esistenziale che egli mostra di avere amata sempre e coltivata in sé. Le folle smettono per quanto è nelle sue possibilità di essere tali e divengono volti singolari. Tutti e ciascuno. C’è sempre una flessione sorridente nell’atto di accogliere e di abbracciare, che rivela un sé sconfinatamente aperto all’incontro. Papa Francesco sembra sempre sinceramente sorpreso di ogni appuntamento con l’umano e curioso dell’altro. Pronto a chinarsi su di lui nell’ascolto e svelto alla condivisione. All’abbraccio. La misericordia non è un orpello forbito attinto ai santuari di un sapere cristallizzato: è un atto ispirato da una lunga, assidua genuflessione interiore compiuta sull’orizzonte del dolore. L’assenza di una verve militante, fa di lui un soggetto spirituale, un’entità terza e dunque accettabile del confronto. Papa Francesco non sembra mai un antagonista, eppure le sue denunce sono tra le più dure della contemporaneità. Non apre mai al conflitto: eppure la sua domanda è sempre accorata ed ultimativa. Con una Luce terza dentro, però, una Luce vera che a sé non porta nulla e chiede a lui tutta la fedeltà alla verità pronunciata. Sono tutti passi che avvicinano il profilo di questo papa sempre più ad una soglia mistica.

Ho scritto di lui in due occasioni soltanto: non mi ripeterò oltre con affermazioni che ho già proposto, qui e qui. L’anima del mondo moderno sconta un estremo ritardo sul suo corpo in corsa.”, ho sostenuto in «Papa Francesco. Una persuasione senza retorica.». E’ la parafrasi di un racconto che ascoltai, tanti anni fa, a Roma. Lo presentò come un episodio di vita vissuta, un’esperienza in prima persona, un manager di una grande multinazionale. In anni successivi, ne ho lette in almeno due occasioni diverse, due differenti versioni. Non è questo però il punto. Il punto riguarda la perfetta adesione della metafora allo scenario secolarizzato. Il manager, forse l’AD stesso della multinazionale, riferiva di tale episodio come se gli fosse stato raccontato in Africa. E lo aveva assunto quale sintesi efficace per dire, nell’ambito di un convegno sui beni culturali di cui la sua company era sponsor, come la distanza che separava il nostro presente occidentale, moderno, secolarizzato dal proprio passato così ricco di una bellezza che pareva quasi inaccessibile allo spirito della modernità, riguardasse l’anima. Un’anima che la corsa folle [ed eravamo all'inizio degli anni Novanta del secolo scorso!] aveva lasciato indietro. Resa stanca al punto da non sapersi alzare, su se stessa, per ancora vedere.

Non è credo solo un paradosso che un papa argentino, di origini italiane, vada oggi in Africa per ricordare come si declini una puntuale e vera presenza dell’anima in un tempo serrato nella morsa fra cinismo e terrore, che dell’anima, il sacrario dell’elezione umana, sembrano non avere alcuna considerazione. Che vada là per tendere il filo di un umanesimo che, mentre sembra morire sotto il peso di un secolarismo feroce, rimane la sola via che apra alla speranza. Al futuro. Alla vita. Papa Francesco non è un comunista, né è l’interprete acuto di una religione che inclina all’animismo. E’ un uomo che nella consapevolezza del proprio carisma confida nell’allineamento tra l’interiorità dell’uomo, l’anima, e la realtà esteriore, la storia. Per riguadagnare all’uomo stesso un orizzonte spirituale.

«[…] e impara a vivere». [23/11, Paul Celan].


«[…] e impara a vivere». [23/11, Paul Celan].

Domani, il 23 Novembre, saranno trascorsi esattamente 95 anni dalla nascita di Paul Celan. Ho scritto spesso ed a lungo di lui e per lui. Il blog è disseminato del suo ricordo, così presente sempre alla mia vita, al cuore ed al pensiero. Nel suo nome ho scritto un lungo post per ricordarne, due anni fa, la scomparsa. Aggiungerò poco o nulla, questa sera, ai miei scritti. Non attingerò più la piccola antologia di canti che in due decenni ho dedicato a lui. Lascerò la parola a Paul Celan, alla sua poesia.

Potrei dire che non v’è alcuna particolare attenzione ad una continuità, ad una coerenza, ad un senso nella scelta dei cinque canti che mi sono venuti incontro nel ricordo. Non avevo pensieri e premesse. In un’epoca afflitta dalla verve analitica e sedotta dalla infinita e presunta potenza dei dati, tengo sempre l’una e l’altra a riposo. Mi lascio guidare dall’ipotetica certezza del rischio intuitivo, un ossimoro, forse una palese contraddizione. Per alcuni, non certo per i poeti, per i profeti, per i mistici, una patente aporia.

Poi, leggendoli una prima volta dopo averli scelti, balbettando nel mare grande della pervasiva inquietudine che si è distesa dentro ed intorno a me in questi ultimi giorni, qualcosa che somiglia sempre più all’incedere consapevole di un dolore empatico, ho sentito affiorare la brezza ben nota della epifania intuitiva che tiene insieme le cose in uno sguardo poetico dato a priori e i cui contorni critici si tracciano in un consapevole a posteriori.

E’ qualcosa che riguarda da vicino l’io poetico, il suo profilo e la densità interiore ed esistenziale di chi scrive. Qualcosa che non si limita ad alludere al dolore e lo rende esplicito nel canto. Qualcosa che rivela la resistenza del poeta nel canto. Dunque, l’uomo, il poeta, il suo dolente incedere nei tempi a lui contemporanei ed il suo essere una creatura durevole dentro tale scenario. Qualcosa, l’esegesi di una poetica tutta raccolta nelle poche righe di una sintesi estrema, il cui fondale celeste è campito dall’arte.E, quasi ineluttabile corollario, la solitudine, che fu nell’origine e che sarà nel suo destino. Su tutto e tutti, su tempi e Tempo, qualcosa, la parola, notazione e fondamento, il Vero. La strenua affezione del poeta alla libertà [dell'uomo e dell'arte], alla sua essenza, la sua ricerca e l’assidua testimonianza in lui.

Estrarre la continuità della storia da un’astrazione poetica potrebbe sembrare un atto ermetico, una recessione criptica rispetto al sogno di un umanesimo sorgivo e nascente,luminoso e trasparente. Eppure io sento, ho sentito qui come altrove in Celan, tutto il mio Tempo, quello che ho vissuto in relazione ai tempi che ho avuto il dono e la ventura di attraversare. Il Tempo che non finisce mai e che sola, la poesia, sa dire e la mistica fermare.

Le cinque poesie. Le ho cercate lasciandomi guidare dalla memoria del cuore. Mi sono venute incontro, attese e confidenti, come una stretta di mano. Proprio nel segno della poetica celaniana. Ho porto loro la mia, aperta ad un profondo ascolto, e le ho lasciate libere vagare lungo i sentieri dell’anima e dei tempi, quelli a me contemporanei.

Le ho scandite a voce alta e le ho sommessamente dette nel profondo di me. Mi hanno fatto compagnia, ancora una volta, come un tempo, come sempre. Non sono mai andato a Thiais per portargli un fiore, e non se nemmeno se mai più potrò permettermi di farlo. Lo depongo idealmente qui, ora, nella forma di minuscolo ricordo.

E’ un fiore semplice, il mio, come una margherita di campo. Come un fiore spontaneo, di quelli che nascono come vogliono, quando vogliono, dove vogliono in un prato brado, all’improvviso. Sbocciano inattesi e non visti. Come accade spesso alle parole dei poeti e nelle visioni dei profeti. Come sboccia in eterno e per sempre il tuo canto sublime, carissimo Paul.

 

1.

«L’arte paga il prezzo, l’uomo

non ne paga.

Voi siete per la libertà dell’arte,

dell’uomo

parlate solo sotto

questo

segno.

E tuttavia

è lo stesso

Dio in noi tutti, il Brutto-

Bello,

il Vero.»

Paul Celan

 

2.

«Questo è il momento in cui

i lupi mannari non

ce la fanno.

Nessuno

scherano piú

vive.

 

L’uomo, vero e solo,

va eretto in mezzo

agli uomini.»

Paul Celan

 

3.

«Non scriverti

tra i mondi,

 

tieni testa

alla varietà dei significati,

 

fidati della traccia di lacrime

e impara a vivere.»

Paul Celan

 

4.

«Soffiata-qui con il saluto

dell’avena delle dune, tutta sventagliata,

io non ci sarò,

quando tu fai la ruota del rendere felice, sotto il cielo,

la ruota verso il cielo,

che io da impensabile lontananza

afferro ai mozzi, io

un solitario, che scrive.»

Paul Celan

 

5.

«Frugati nel nonfrugato,

senti dire il dolore lí dentro:io

soltanto ero, io

sono,

sono il già stato,

 

afferralo per te come un fiocco,

non tenerlo,

lascialo essere,

 

sii il tuo stesso

mosso dall’alito,

controsapiente

inverno»

Paul Celan

 

[Le cinque poesie che ho scelto, sono tratte da “Sotto il tiro di presagi”, traduzione e cura di Michele Ranchetti e Jutta Leskien, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2001].

 

α


Un piccolo aggiornamento.

@rosaturca ha aperto stamani l’orizzonte del ricordo in una memoria più ampia della mia singolare, condivisa. Lo ha fatto recando una piccola parte del mio minuscolo dono a Paul Celan in un suo spazio di scrittura. Come se anche lei avesse voluto posare un fiore semplice a Thiais. Un vento di brezza spirava intorno. I petali hanno ondeggiato di gratitudine, piano. La ringrazio infinitamente, soprattutto per averci lasciati “insieme”. Certo, in un’asimmetria interiore della quale sono ben consapevole, tutta in favore di Paul, ma talvolta l’amore colma distanze all’apparenza impossibili da comporre e genera forme ritenute ad uno sguardo di superficie improbabili.

GM

Il silenzio di Dio. [Un'orazione laica].


Il silenzio di Dio. [un'orazione laica].

Tu mi attendevi, all’altro capo del canto. Alla parola andata in fuga nel silenzio, chiedevi un volto. Che fosse stella accesa nel muto firmamento. L’anima arresa alla folgore, al lampo della storia brillato in un nuovo sgomento. Il margine era fiorito dai ricordi. Nessuno. Nessuno più abitava la sorgente. Eri un uomo solo e vinto ai confini del tuo smarrito niente. L’invincibile armata dei bisogni, quell’indole guerriera che avevi cancellata dal millenario cromosoma del quale fosti erede, si vendicava cinica, nella tua ultima sera. Povero sì, miserabile mai.

L’incedere solenne degli sconfitti che, redenti a se stessi, per una intera vita ti avevano camminato al fianco, tendeva la mano, ora.

Sorridere, quel privilegio ardente caro agli amanti, è una grazia, quando il nulla degli eventi incalza l’uomo, dentro. La parola è andata troppo avanti, vestita soltanto della sua nuda profezia. Nel corpo della forma, sola. L’anima la guarda da lontano. L’estrema gioia ha mancato l’appuntamento. L’hybris dell’infinito godimento l’ha per sempre spenta, dentro. Ed ora che il vento caldo della smarrita profezia l’avrebbe abbracciata, scaldata ancora come un tempo, ora la lingua è per sempre smarrita dalla meditazione e nel silenzio.

La balbettante retorica dei padri, ormai proni e spenti dalla lunga frequentazione con le istanze secolari, armata fino ai denti nella guerra dei media, lanciava il suo stentoreo: “Vinceremo!”. Rispondeva un’eco lamentosa, sparsa nei frammenti di voci claudicanti, abbarbicate a se stesse, al piccolo ombelicale privilegio di esistere senza passione. Priva di persuasione.

Una luce spirituale, un’esile traccia, si accendeva al confine dell’orizzonte, come nelle pianure dell’infanzia, quando la nebbia cancellava il profilo alle cose.

Un solo tepore ardeva, ancora, nell’imo del cuore. L’uomo guardava là, fisso lo sguardo nell’oltre che sempre aveva amato. Solitario e solo, sino all’argine del ruscello. Dove il gelo già aveva fermato l’acqua. Il suo per sempre era un seme di canto sotto la neve. Nessuna follia l’avrebbe potuto estinguere. Nessuna violenza uccidere. Nessun cinismo cancellare. La vita era a dimora nel silenzio. Non vista. Ignota. L’Eterno respirava, ancora. In cammino, verso l’Infinito. A tutti aperto nel sintagma oblativo. Il poeta si inginocchiò nella notte e pianse. Chiese in un’ultima, estrema, inedita preghiera, una quiete contemplante, il Silenzio e l’Assenza al Nome e al Volto, alla vera Presenza in sé. Di cancellare, per il tempo che fosse servito, il Suo nome, il suo volto, il soffio in cui percepiva dal varco aperto, una fessura di Silenzio, l’Essere nel suo infinitesimo, ma non infimo, essere. Da se stesso il Nome, il Volto, la Presenza avvertita di Dio. Per continuare ad essere la verità dell’Essere nella sola responsabile solitudine di sé. Fedele nella fedeltà all’umano che tutto aveva scontato. Tutto perduto. Tutto pianto. L’uomo avrebbe eletto la sua piccola dimora interiore a minuscolo e ardente testimone della Luce. Nessuna chiesa più, l’organizzazione della comunità, avrebbe avuto vanto sull’organismo vivente di chi solo soffre, spera, crede, ama. Nessuna religione costituente avrebbe avuto più vanto sullo statuto interiore costituito. L’appartenenza denotata da etichette e brand cancellata dalla comunione ispirata alla condivisione sororale ed amante. Spoglio, come un albero d’inverno. Nudo, come i folli di Dio e gli anacoreti nel gelo dell’opulenta incredulità che li circonda. Solo, come i monaci contemplanti quando il fuoco interiore riduce al silenzio ogni refolo di vita, fatti tutti nella trasmutazione dei metalli, un unicum orante. Monos. Un piccolo accento, ma tenace, nella notte del cosmo. Un esilio profano, ma sacro, nell’incredulo incedere di una Storia che, tremante, non sapeva tracciare più alcun orizzonte futuro. Inchiodata a se stessa, allo sguardo involuto che lucrava il consenso e il potere terreno declinando a piacere ogni nome divino. L’assoluto qui ed ora. Per diritto d’erede di millenni di fede e di credo. Il poeta in ascolto chiese infine a se stesso pregando che l’antica sua accusa al Silenzio di Dio diventasse nelle sorde parole dell’uomo moderno il silenzio su Dio.

Vorrei darti la mano, sorella, fratello, chiunque tu sia. Porla nella tua con la confidente fiducia di un bimbo innocente che si affida totalmente, senza remissione, all’altro di cui infinitamente conosce il volto, intuisce nel profondo il senso. Di cui sa il nome. Abbandonato. E così camminare con te lungo il sentiero della vita, al margine del fiume, nella luce del sole che filtra tra gli alberi. Nell’ora immensa in cui l’origine ancora non interroga il proprio destino con l’ardita domanda, perché non siam tutti fratelli?, che incombe impellente quando la coscienza dell’uno che siamo piano piano stacca la mano dal dolce sogno, dall’estremo sonno?, e ci scioglie, ognuno incontro ad un diverso cammino, tutti dentro uno stesso orizzonte. Vorrei parlarti così in silenzio ed ancora pregarti come nell’ora incontaminata del gioco di svelarmi il tuo segreto, la curiosa evidenza del tuo nome e del tuo volto così diversi dai miei che senza alcuna malizia così fermamente e fortemente mi attraggono… Vorrei… Vorrei che questo nostro viaggio non finisse mai. Che fosse tutta e per sempre dentro noi la bellezza adamantina di questo istante puro, che non ci lascia mai. Che riposto nel cuore riposa sotto una coltre di giorni fino all’ultimo respiro quando dagli anfratti carsici del dolore ancora sboccia in forma di rosa, sbocciano insieme il tuo nome ed il tuo volto e le nostre mani fatte anziane e raccolte nelle infinite grinze che raccontano memoria di noi e si cercano, di nuovo, come un alito di vita residua. Vorrei pregarti, e con te pregare insieme, come si prega un dio. Ed allora forse il Silenzio divino si interromperebbe. Ed io revocherei la mia preghiera adulta… Vorrei, questa sera, fratello, sorella, con te, con voi che fossimo insieme, oltre il Nome, oltre il Volto, oltre il respiro silente del Mistero. Oltre Dio stesso… nei primi passi di quest’infanzia che è la vita tutta davanti all’Eterno.

Un dolce canto estremo.

Un dolce canto estremo.

[L'aruspice poeta interroga il Cielo.]

Tutto è iniziato, tra Élaine Audet e me, con un primo embrione di dialogo sulla TL. Era settembre del 2014, quando, con lieta sorpresa, ho trovato un mio tweet tradotto da Élaine. Ci seguivamo reciprocamente da tempo, su Twitter. Stimavo molto, e stimo tuttora, il suo lungo ed appassionato impegno, che avevo imparato un poco a conoscere qui. Soprattutto amavo ed amo, il verbo è giusto, la squisita qualità poetica di Élaine, che avevo la gioia di leggere spesso sulla TL.

È iniziato uno scambio, dapprima essenziale fino alla frugalità come accade sul SN, che si è aperto, e raramente succede, poi in un dialogo più ampio ed intenso, in gran parte condotto sulla TL, prima di sfociare nella diversa e più ampia forma dell’epistola elettronica. Serbo un ricordo bello e forte di quel periodo di lavoro, di reciprocità esperita sul filo vivo della parola, nel cuore intatto della poesia. Nutro per Élaine una gratitudine viva: le sue traduzioni, un dono per me prezioso, sono custodite in una carpetta azzurra, e mi apro in un sorriso, misto di nostalgia e di contentezza, quando, scorrendo le cartelle all’interno di “extemporalitas”, sull’HD, leggo: “Quaderno di traduzioni in lavorazione”. Tutto il prezioso dono di Élaine è serbato lì, nel suo formato digitale, insieme alle sudate carte che testimoniano di uno scambio serrato, di un lavoro appassionante, il suo. Dell’eccellenza della gratuità, quella che ho assaporato nella sua forma più decisiva, almeno per me, anche nella relazione spirituale con Élaine.

Quando, ai primi di Ottobre di quest’anno, mi sono congedato dal SN, una delle rare persone che ho ricordato esplicitamente nel mio post di saluto è stata lei. L’ho fatto con le parole che ho scritto qui sopra. Naturalmente, lasciare il SN non avrebbe dovuto [voluto?] significare per me dire addio a coloro che ho incontrato durante quegli anni. Il fondamento della parola è il valore che la sostiene. Senza una dimensione interiore attinta all’esperienza di colui che la scrive, vorrei dire che la vive, essa è un corpo inerte, nel migliore dei casi un elegante orpello stilisticamente ben attestato. Certo, il poeta non può rispondere altro che di se stesso, come del resto ogni creatura nel grembo del proprio giorno. Vita, parola e cosa. Non può e non deve secondo la mia visione etica, che è ed è stato il fondamento di un’esistenza e di una poetica, andare oltre la tentazione del dono, il porgere il canto ed in esso la propria vita stessa. Se esso torna all’origine, muto e senza eco, senza destino alcuno, nessuno oltre al poeta è portatore più o meno innocente di responsabilità ontologiche. Così la scrittura in Rete. Verso la quale e dentro la quale altri riporranno certamente visioni altre e più lievi, quando non smagate e/ovoracemente svagate. Dunque, la parola che ho impegnato sul social network, non diversamente dalla parola e dalla parola poetica di sempre, non è rimasta per quel che mi riguarda svolazzante e sospesa al filo esile di un fragile aquilone sospinto dal vento avaro delle promesse. Ci sentiremo. Ci scriveremo. Ci leggeremo. Ho tentato [«Le vent se lève... II faut tenter de vivre!», Paul Valéry, “Il cimitero marino”.], ancora una volta e come sempre, la via del dialogo, nel rispetto del canone aureo interiore che è mio e spero possa essere, nel segno della reciprocità, di altri. L’ho posto in esergo al blog: “Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento”.

Così, nei giorni scorsi, sono tornato da Élaine, anche da lei. Perché ho sentito che il filo del canto è teso fra noi malgrado talvolta il duro rinterzare della prova nella ferialità. Nell’orizzonte dei giorni. E dunque ho dovuto.

L’ho letta spesso, a lungo, di nuovo in questi mesi. Anche durante l’ultimo.

«Je traduis en mécréante…», mi scrisse in un suo tweet nei mesi della nostra intensa corrispondenza, quando fu lei a tradurre la mia poesia. «Peut-être que l’artiste est l’élève imparfait d’un Dieu qui lui [m. et f.] chante à l’intérieur […à la lettre, tout en respectant les mots et la parole…]. Mais on peut sûrement aussi traduire _l’élève imparfait de l’Infini_ [même minuscule]. Parce que entre Dieu, Infini, Éternel, n’a pas pour moi vraiment question…», le risposi con alcuni tweet successivi, nei quali proponevo anche una versione più spiritualmente ecumenica di un mio tweet da lei tradotto.

Élaine coglie, con estrema e delicata sensibilità, nella parola che canta, il fuoco acceso ed ardente che tende a rischiarare il suo stesso farsi canto. E lei, che si dice miscredente, sembra trascegliere con la mano lieve, che è solo dei veri poeti, gli accenti che più indulgono alla umana sete di infinito. La stessa che ci abita da sempre. Che accende da dentro l’essere creatura pensante, cosciente di un sé che tende all’Infinito ed all’Eterno. Qualunque fosse il nome preciso che nei secoli dei secoli abbiamo tentato di dargli.

Non amo il retorico encomio della poetica del dilettante, come se l’esercizio assiduo e non casuale della poesia fosse necessariamente orfano della sua flessione, della sua dedizione, della sua necessità primariamente vocata all’incontro. So che infinite volte gli epistolari dei poeti hanno svelato l’infinitamente aperta vocazione del cuore a varcare soglie, talvolta per inabissarsi dentro tale seducente ed irrevocabile chiamata. Io credo però anche all’abbraccio redento, quello che nell’invito all’incontro ed all’ascolto sente non già lo stimolo alla perdizione e la suggestione del primato della tecnicalità nella parola, ma il suo compimento nella comunione. Il diapason. Il sublime dell’abbraccio. La stretta di mano che accade, secondo la visione dell’amato Celan.

Credo che la qualità umana di Élaine abbia merito nell’avvento e nel sostegno di tale incantesimo, nell’incontro della poesia che si esercita per varcare un’altra soglia, quella di una lingua non condivisa. Credo che l’attitudine maturata nel suo impegno, posso scrivere femminista?, l’abbia aiutata nell’esercizio di quella qualità relazionale che fa dell’incontro dei diversi un’epifania di comunione. Diversi per sesso, per lingua, per convinzione profonda, certamente nelle pratiche esistenziali. Portatori ciascuno di un’asimmetria esistenziale, religiosa, sociale, culturale che solo il fuoco di una passione redenta, per il poeta dalla vita e nel canto, sa accendere per tentare di saldare la cesura. Vocati all’incontro che spinge all’abbraccio, superando soglie, che ci sono, accettando responsabilmente frontiere, anche di senso. Volando, però, quando la parola [la Parola?] si accende della scintilla appassionata che fa dell’Infinito un incantesimo. Preludio di eternità e certezza di condivisione nel qui ed ora della storia. Che, dell’eternità, è un’ipostasi.

Dieci canti.

Nei giorni scorsi ho iniziato a tradurre alcuni tweet di Élaine Audet, scritti da lei nell’arco temporale di circa un mese. “Un dolce canto estremo”, è stato il titolo che subito mi hanno ispirato, prima ancora di chiedermi quale fosse l’eventuale natura di una loro coerente poetica. Non so se vi fosse qualche progettualità in questa successione del suo esercizio poetico. Certo, anche ad un occhio profano non sfuggono la natura della sequenzialità, dettata da una contiguità temporale, giorno dopo giorno, e la reiterazione della domanda, sia pure posta in una sua forma indefinita: «Où va…». Non credo che tali caratteri siano sufficienti a delineare una prospettiva poetica coerente. Non costituiscono in sé fondamento di un’opera. Certo, possono rivelare un’intenzionalità. Non lo statuto interiore di un poeta. Del poeta. Eppure, posti così, uno accanto all’altro, in un atto funzionale alla traduzione, obbligano subito chi se ne occupa criticamente a staccarli dai precedenti e dai successivi. I dieci brevi canti di Élaine letti tutti insieme e in una prospettiva di continuità rivelano l’accorata tensione che anima il poeta. Uno stato interiore che lo pone e lo mostra a testa alta davanti all’orizzonte dell’Infinito. Per interrogarlo. Per porgli una volta di più ed una volta ancora le struggenti domande che abitano l’anima dei poeti in particolare e quella di tutte le creature in generale. Quelle stesse domande che, consapevoli del proprio umano limite, gli aedi osano: impetrando l’Eterno. Talvolta, portatori sani d’innocenza, scrutano l’abisso di sé e del mistero attingendo, o tentando di attingere, il minuscolo seme di Luce che alberga la parola. Una divinazione che l’intuizione del poeta porge quando attingendo l’infinito e l’eterno osa porre la parola futuro nel solco di una laica profezia. Talvolta il canto è, sa essere un’orazione laica: «Où vont nos pensées/ quand le large les porte à l’extrême/ avec un grain de beauté…», scrive Élaine Audet.

Così mentre le religioni della tradizione sembrano tramontare inabissate in un secolarismo ora cinico, la corruzione, ora violento, il terrore, l’arte, questo minuscolo ed irrevocabile accento luminoso acceso nel cuore dell’uomo, interroga a mani nude le soglie del mistero. Non servono al poeta credenziali d’appartenenza, le istituzioni, o gli accecanti e violenti bagliori dell’apparenza. Per dire la propria fedeltà all’umano che lo abita e che lo eleva sino alla soglia sublime della Bellezza. Nell’alveo incerto, e non di rado doloroso, di una solitudine senza risposte terrene, il poeta interroga da uomo libero il volto silente dell’ignoto. «Où va la vie quand soudain la mer roule au loin…». Non v’è nulla di retorico nelle accorate domande di Élaine Audet. Piuttosto la sincera innocenza di chi chiede al limite di sé l’audacia di superarsi. Per tentare, ancora una volta, di alzare lo sguardo oltre l’orizzonte. Oltre la leopardiana siepe. Mentre la modernità incalza con la sua rovinosa deriva secolare ed il naufragio sembra essere ormai il prevalente destino della sua origine, il poeta cerca il varco di una risposta possibile. La possibile risposta.

«Me restent la poésie et l’amour.», mi ha scritto nei giorni scorsi Élaine Audet. Credo sia il viatico testimoniale più significativo a sigillo di una vita vissuta da poeta. «Io voglio seguire la religione dell’amore: qualunque sentiero imbocchino i cammelli dell’Amore, è il sentiero della mia religione e della mia fede.», ha scritto il sufi Ibn ʿarabī, nato nel 1165 e morto nel 1240. La libertà, soprattutto da se stessi e dall’arroganza degli assolutismi impositivi e senza scampo, è un mezzo che aiuta chi si mette in cammino nella ricerca della verità. Il poeta è un cercatore di senso, non un dispensatore di certezze. E’ una mite creatura del limite che accetta con coraggio di ergersi nei pressi della soglia estrema per porre con dolcezza le domande di cui l’uomo ha sete, nella sua infinita sete d’eterno. Élaine Audet lo ha fatto nei suoi dieci canti che ho avuto la gioia di leggere e di tradurre.

 

la sera del 3 Novembre 2015

 

  α

 [Il viaggio.Dieci Canti di Élaine Audet  tradotti da Giordano Mariani ]

α
["Il viaggio.Un dolce canto estremo."
Dieci Canti di Élaine Audet tradotti da Giordano Mariani Qui è possibile leggere o scaricare la plaquette digitale con i testi originali di Élaine Audet, un commento e la traduzione di Giordano Mariani.]

Il viaggio.

Il viaggio.

Dieci Canti di Élaine Audet  tradotti da Giordano Mariani

 

1.

“Le rire”

«Où va le rire

cet éclat soudain de l’air dans la nuit

et les iris ouverts

pour attirer le vent dans leur velours».

 

 

“Il riso”

«Dove va il riso

questo improvviso lampo dell’aria nella notte

e gl’iris aperti

per attrarre il vento dentro il loro velluto».

[24 ottobre 2015]

 

2.

“Les pensées”

«Où vont nos pensées

quand le large les porte à l’extrême

avec un grain de beauté

et ce long goût du sel sur la langue».

 

“I pensieri”

«Dove vanno i nostri pensieri

quando il largo li porta all’estremo

con un grano di bellezza

e sulla lingua questo duraturo gusto di sale».

[25 ottobre 2015]

 

3.

“Les vagues”

«Où vont les vagues

quand elles se retirent muettes des yeux

pleines de sable

pour garder le souvenir de nos lèvres».

 

“Le onde”

«Dove vanno le onde

quando si ritirano mute dagli occhi

colmi di sabbia

per tenere il ricordo delle nostre labbra».

[26 ottobre 2015]

 

4.

“Les mots”

«Où vont les mots

à l’instant où nous fermons les yeux

cils clos sur fond bleu

et partout la pulsation du silence».

 

“Le parole”

«Dove vanno le parole

l’istante in cui serriamo gli occhi

le ciglia chiuse sul fondo blu

e ovunque batte il polso del silenzio».

[27 ottobre 2015]

 

5.

“Les poèmes”

«Où vont nos poèmes

quand les mots prennent le large

passent la vague

pour franchir libres la barre du rêve».

 

“I canti”

«Dove vanno i nostri canti

quando le parole prendono il largo

sfilano l’onda

per varcare libere l’orizzonte del sogno».

[28 ottobre 2015]

 

6.

“Les désirs”

«Où vont nos désirs

quand des épaves ornent la mémoire

de secrets incandescents

que les mains parfois caressent encore».

 

“I desideri”

«Dove vanno i nostri desideri

quando relitti adornano la memoria

di segreti incandescenti

che le mani talvolta carezzano ancora».

[29 ottobre 2015]

 

7.

“L‘amour”

«Où va l’amour

quand les mots nous valsent hors du temps

l’impossible aux talons

et l’étincelle de la joie au bout des doigts».

 

“L’amore”

«Dove va l’amore

quando le parole ci conducono in un valzer fuori dal tempo

l’impossibile danza ai nostri piedi

e la scintilla della gioia canta sulla punta delle dita».

[30 ottobre 2015]

 

8.

“La vie”

«Où va la vie

quand soudain la mer roule au loin

avec nos voix précaires

voilées de vents et d’éclairs invisibles».

 

“La vita”

«Dove va la vita

quando all’improvviso il mare fugge lontano

con la nostre effimere voci

velate dai venti e da invisibili fulmini».

[31 ottobre 2015]

 

9.

“Les morts”

«Où vont nos morts

quand les rêves nous les ramènent

jeunes et joyeux

et que nos bras en larmes battent l’air».

 

“I morti”

«Dove vanno i nostri morti

quando i sogni li riconducono a noi

giovani e felici

e le nostre braccia in lacrime battono l’aria».

[1 novembre 2015]

 

 

10.

“La mer”

«Où va la mer

quand la terre perd ses eaux

l’infini se vide

et la mort fait la pluie et le beau temps».

 

“Il mare”

«Dove va il mare

quando la terra perde le sue acque

si vuota l’infinito

e la morte fa il buono ed il cattivo tempo».

[2 novembre 2015]

 ○ Quando decisi di tradurre i dieci tweet di Élaine Audet, dando loro la forma di una raccolta, scelsi per lei il titolo “Un dolce canto estremo”. Nel corso del denso scambio epistolare con il quale le avevo, tra altro, illustrato il mio piccolo progetto e l’intenzione di pubblicare, l’autrice mi ha detto che lei stessa aveva raccolto i tweet con il titolo “Il viaggio”. Nel rispetto delle intenzioni autoriali, ho mantenuto il mio per il commento che pubblico in “Convivio”, ed ho lasciato ad Élaine il suo.

α

["Un dolce canto estremo." Un commento di Giordano Mariani  alla poesia di Élaine Audet]

 

α
["Il viaggio.Un dolce canto estremo."
Dieci Canti di Élaine Audet  tradotti da Giordano Mariani  Qui è possibile leggere o scaricare la plaquette digitale con i testi originali di Élaine Audet, un commento e la traduzione di Giordano Mariani.]

Limen. [Soglia e frontiera].


Limen. [Soglia e frontiera].

Sia mite, poeta, il tuo canto, e ferma

la mano nel porgere la vita distesa

nell’imo di Luce, l’estrema parola.

Sia nuda la soglia interiore e spoglia

di orgoglio. Sia tutta fremente d’ardore

l’amante frontiera, la sola, infinita

che genera e attinge il tuo vento d’amore.

Sia casto il tuo limen, deserto di vane

parole. Sia sgombro il confine, aperto

in eterno al chiarore di albe divine.

Foce.


Foce.

Corre alla foce il fiume nello scenario

lento. Colmo d’origine e di canto.

Il fango impetra il cuore, muto alla soglia

delle estreme ore. Il sasso s’alza in volo

e frange il silenzio nel mormorante

assolo. Il Tempo! Memoria e lacerti

d’istanti: tu speranza vai verso l’abisso

tesa, le mani senza resa, dentro

il Destino avanzi. Intrecci di arcane

voci dolci accenti, nei cori degli amanti.