Finisterre.


Finisterre.

Sei il rivo strozzato. L’amore finito.

Il canto che giace in un tempo smarrito.

Sei il limite umano ed ardito che mette

le ali divine al creato. Sei il tempo

che tutto se stesso ha donato.

Sei l’ora che sale innocente nel grido

del sogno più ardente. Sei il volto

scolpito e silente che rischiara

il mio grembo e la mente. Sei

la stella e l’aurora, la mia prima,

la mia ultima ora.

La conquista del mezzo ha annichilito il messaggio.


«La conquista del mezzo ha annichilito il messaggio.».

Una collazione di luoghi comuni aveva colonizzato l’immaginario collettivo. L’anima era insidiata dall’effimero. Una Bengodi senza fine, ma non eterna, con il volto dissimulato della seduzione popolare aveva annichilito ogni istanza empatica. Le sfumature, non quelle del grigio, quelle ipostasi del Cielo che scandiscono il ritmo interiore, erano state bandite dal canone performativo. La funzionalità, la quantità, il dinamismo, avevano innescato un moto perpetuo in cui l’abilità esecutiva nell’istante, il qui ed ora risolutivo dell’immagine, il numero e la rapidità dominavano la scena del mondo. La malinconia, l’empatia, la profondità, la durata, la contemplazione, l’attenzione, che è il nuovo nome di Dio, messe al margine. Presto catalogate nel regesto inquietante di prodromi patologici. Del resto, già gli antenati di questa plastica post modernità sostenevano che chi si ferma è perduto.

Apparire era il dominus. Lo statuto interiore dell’Essere doveva sapersi e potersi esprimere in scena con la qualità sublime del tempo: la capacità di rappresentarsi. Anche l’invisibile era stato reclutato con il volto di un dio minore e ben armato che fosse efficace nel qui ed ora della storia. Vincente. Pur di campire la scena mediatica, ormai sovraffollata da un’infinità devastante di mezzi e di messaggi, si doveva essere disposti a tutto. Lo spregio etico aveva trovato la sua sintesi sublime, perfetta, se la perfezione fosse mai stata un attributo pertinente dell’umano: la conquista del mezzo aveva annichilito il messaggio.

L’agapé sororale e fraterna, quel convivio ereditato da una sapida cultura ultra millenaria, in cui si compiva il cantico sublime della comunione, secondo un canone di reciprocità nella relazione, era diventato un campo di battaglia. Il luogo in cui esercitare al meglio l’arte della sopraffazione: non per esporsi al volto dell’altro con la fiducia confidente che nasce dalla speranza. Per meglio imporre se stessi e di se stessi tutto occupando manu militari, prima la scena e poi l’anima stessa di malcapitati, nel disperato esercizio di un godimento che informa di luce oscura il proprio disperato tramonto. Il cinismo era il fondamento antropologico dei tempi, la storica koinè dell’epoca morente.

In quell’inferno, nel sabba orgasmico della Novità purchessia, la nuova divinità che legittimava gli officianti del rito, la cancellazione delle tracce sapide di sogno era l’esercizio prediletto degli scherani. Ricompensati con generosità dagli epuloni che lasciavano cadere lacerti di notorietà e di fama dallo sterminato desco. Briciole di una nuova manna, nobilitata perfino nel nome: visibilità, la nuova moneta di scambio o di remunerazione del servizio. Gli altri, i minuscoli dissidenti, i solitari, i rari, spazzati via. Cancellati per sovrascrittura esistenziale, per obliterazione dell’esperienza, spesso prima saccheggiata poi smagatamente annichilita con l’arte dell’oblio, ben nascosta nell’esercizio della dissimulazione. I profeti uccisi due volte: nel silenzio in cui nasceva la loro minuscola o grande [non era questo il punto etico: l'obolo della vedova informava la visione] verità prima, con l’appropriazione a sé della verità stessa poi. L’errore di nascere innocenti rispetto al canone compromesso dei tempi,aveva nobili antecedenti nella storia umana. La presunzione di resistere nell’amabile solco di tale innocenza, sotto la neve e nel gelo dell’inverno che era loro contemporaneo, scontava pene inenarrabili. L’epoca nichilista aveva solo perfezionato la pratica della cancellazione.

L’anima che sperava contro ogni evidenza, che scontava il reale assumendolo su di sé ed in sé ma vivendo al suo margine, era insopportabile per chi aveva fretta di chiudere la partita della storia a proprio vantaggio o per chi voleva mantenere la condizione di supremazia in cui viveva.

Il Potere, spesso non vedeva il margine, ma ne conosceva l’insidia. Erode era un paradigma antropologico. I suoi mastini, come in ogni tempo ed ogni luogo, venivano sguinzagliati alla ricerca della verità che nasceva. Certo, non per sublimarla nella sua evidenza. Nemmeno per sopprimerla. Per meglio assimilarla -anche in questo la post modernità aveva perfezionato la macchina da guerra- e così sfruttarla. Come fosse cosa propria, priva di origine, ma con un destino certo e sicuro. Quello del tiranno di turno che ne avrebbe fatto il sopruso voluto o l’avrebbe se necessario confinata in un destino senza rappresentazione. Dunque, nel nulla, secondo il canone vigente e vincente.

Il Silenzio di Dio, a lungo invocato come una moratoria sull’abuso di una comunicazione parossistica,non sarebbe stato un placebo, ma un balsamo sulle ferite inferte dai tempi a se stesso dall’uomo. Anche l’anima ignota,al diapason del proprio requiem, avrebbe conosciuto, finalmente!, uno scampolo esistenziale in cui persuasa abitare. Per un attimo solo certo, come conveniva ai tempi, vissuti con la fretta alle calcagna e sublimati in una rappresentazione di sé senza soluzione di continuità.

Sinopia. [Il fiore della profezia].


Sinopia. [Il fiore della profezia].

Tu, minuscolo frammento, un lampo

nello Spazio fratto il Tempo. L’anima

distillata nel canto. All’alba dell’epoca

che nel silenzio muore. Esile fiore

sbocciato nell’estremo suo tramonto.

Nella parola ardente, la sinopia

dei futuri tempi. Scontata nell’Amore,

nel vento contemplante di un solitario

agire.

Requiem per un’anima ignota. [Poeta].


Requiem per un’anima ignota. [Poeta].

Fosti solo una riga di nera,

nel tramonto silente, nella pavida

sera. L’uomo spento nel margine ignavo,

nel margine pigro. Senza un grido,

senza un lampo, senza ombra di fama

né vanto. Crocefisso al silenzio.

La vendetta di giorni felici compiuta.

Sei scomparsa, creatura feriale. Tutto

il male del mondo hai saputo e quel poco

di bene goduto troppo presto ed a lungo

hai scontato. Nell’invidia che rode

i mediocri, eccellenza normale,

presa dentro tra i fuochi di una vita

perduta. Orizzonte sognante e per gli altri

irreale. Sei andato, poeta,

come un casto viandante sconosciuto

ai vicini e alla gente. Ti ha ferito

il suo colpo letale. La morale

degli ipocriti che nulla hanno creduto

mentre tutto hanno finto e vissuto.