“Il posto delle fragole”. [Fake news].

Il posto delle fragole”. [fake news].

L’occhio opaco del secolarismo pervasivo, che ha abitato i tempi da me vissuti, è ebbro di visibilità e miete vittime ogni giorno, tra coloro che si accasano nella vulgata vincente di luoghi comuni.

La felicità in similpelle dei potenti contemporanei, desertificata dentro, asperge di sé la scena mediatica del mondo, con il simulacro di un godimento condiviso. L’immagine è l’ostensorio dissacrante di una religione senza alcun dio, se non il vitello d’oro dell’apparenza.

La comunicazione, il solo totem con cui i domini moderni aggiogano e seducono le tribù della post-modernità, ha eretto, con frenesia tecnologica e con l’ossessione compulsiva del primato finanziario, l’ultima Torre di Babele: un manufatto cosmico in cui l’unico linguaggio assente, o marginalissimo, è quello dell’anima profonda del mondo, l’umano. Quello che, solo, restituirebbe sfondo, e dunque comprensibilità condivisibile fino alla comunione, a tutti gli altri assunti nell’unicum della vanità. Il mirabile assolo inudibile dei mistici. La soglia vibratile del suo diapason non è percepita dall’angusta distrazione, frammentata e discontinua, dei consumatori seriali di segni, analogici o digitali. Talvolta, replicanti di maniera si rispecchiano nelle parole dei giusti per lucrare l’istante invisibile che mai hanno vissuto. Nessuna simulazione emana il soffio vitale. Murare le parole nelle celle anguste della menzogna non libera nessuno: illude gli stolti e impanca la vanità dei tiranni a potere pro tempore [fake news?: l’eterna tentazione dei falsi].

Le ali spezzate del sogno laico tengono il volo nel vento sacro della preghiera. L’ontologia degli ultimi e dei marginali non sprezza il consenso. Lo eleva nella nicchia spirituale, priva della necessità imperativa del numero.

L’ebbra vocazione al Cielo, che tenne il cuore originale dell’inizio, innocente, è tuttora lì. Intatta. Ferita, ma non vinta nel suo pianto impotente e senza denti. Pronta, con l’ansia dolente dei cercatori di senso, dei mendici d’amore e di ascolto. Ogni nuovo inizio palpita e trema nelle solitudini di chi ha abbracciato un credo e ha rifiutato l’opportunismo di una mediocrità sempre ripiegata dalla necessità di qualcosa. I giusti non cedono al rancore, non troverebbero motivo fondante nella propria istanza interiore. Gli uomini liberi non conoscono il risentimento: sarebbe un insulto troppo grande al dolore esperito nella tenacia con cui hanno testimoniato un valore ed un credo. Le diminuzioni a cose fatte e a pancia piena, la tardiva declinazione downshifter di una vita vissuta altrimenti e talvolta goffamente dissimulata nel ripiego dell’ultima sera, non seducono l’amante appassionato del vero. Solo la stanchezza conseguente la devastazione dell’anima umana potrebbe fare qualche volta premio, come nel Pierre di Vercors, quando l’orizzonte pervicacemente vessatorio piega le umanissime gambe della speranza nelle creature mai prima perdute a se stesse.

Le torsioni della coscienza che abitano gli uomini giusti e liberi non hanno nulla a che vedere con il falso pentimento dei sazi di tutto ed ormai irrimediabilmente disabitati dal se stesso che immolarono sull’altare dell’ego, dell’apparenza e del possesso.

L’uomo affidato traccia nella notte dei tempi una minuscola luce il cui riverbero non conosce l’oltraggio dell’apparenza. La sua cura non è stata per il dominio dello stile e per gli imperativi della forma, sebbene abbia stimato l’uno e l’altra nella diuturna dedizione alla dissepoltura del talento, senza mai indulgere alla dissoluzione del dono ricevuto dal Dio silente di sempre. Lo scarto dell’istante decisivo è la cruna d’ago del destino e della provvidenza: la sua punta disegna a sanguigna la sinopia dell’eternità che permane in lui e nella sua personale storia dall’Origine nascente.

Il suo posto è stato sempre, per vocazione e per scelta, nel margine. L’arbitrio del sì e del no costituisce l’unica istanza responsabile, di qui e di là dalle soglie alte ed elette della misericordia e della carità: la lezione agostiniana è ben presente nella vicenda degli uomini liberi. La fragilità del proprio limite non è mai un alibi per l’uomo libero. Solo in tale consapevolezza egli si cerca e si vive alla soglia dell’Infinito.

Così, quando l’uomo libero si incammina verso gli ultimi istanti del Dio che chiama tutte le particelle del corpo alla convocazione estrema, egli sente nascere in sé non la diminuzione di una privazione, ma l’ultima, in ordine di tempo, vocazione al dono di sé. Alla restituzione. Così l’uomo che ha amato tutto e tutti prima di sé, cercando sempre di amare per primo, sentirà il canto caro della comunione salire con l’intonazione della nota perfetta, come mai prima aveva avuto la gioia di sperimentare.

La felicità dolente degli esclusi da tutto pare ad alcuni una maledizione, nella sua condanna feriale alla povertà, alla fatica, alla solitudine, alla sconfitta, al sacrificio. Talvolta è invece uno scelto osanna di Luce nella cui piega silente riposa e vive la speranza di tutti i destini. Una sorgente laica di libertà in cui germoglia e sboccia non visto il fiore di un inatteso domani. Di uomini liberi, giusti, più uguali ai se stessi che il Dio della gratuità e del dono aveva pensati in Origine, ciascuno vero della verità singolare di sè.

L’infinità e l’eternità sono i fondamenti ontologici che invitano al superamento del limite. Di sé, dell’ego. I mistici coniugano nella tensione spirituale l’avvento della libertà. Il canto della nuda cosa sulle labbra del poeta è un’antifona alla sinfonia del cosmo.

Desiderare, consumare, possedere, stare proni nell’orizzonte secolare senza lievito interiore che affacci all’infinità ed all’eterno, significa abdicare alla concezione di un giorno che muore con noi. Una visione ombelicale che ha afflitto tanta parte della contemporaneità ed ha spesso spento sul nascere il domani. Cercare tra i cascami ed i frammenti del passato prossimo lacerti di senso, immolandoli nella retorica e trattandoli dunque come sarcofagi vuoti di Spirito ed orfani di senso, tentare di modulare la speranza affidandosi all’interesse immediato sprezzando l’ideale che attinge la durata è stato, ed è, il placebo assiduamente offerto dai dominatori dell’istante. Imbonitori del consenso, profeti del giorno dopo, narratori dei luoghi comuni, teorici della banalità. Situazionisti del conformismo, lesti a cogliere la cresta d’onda dell’inconfutabile evidenza.

Preferisco da sempre l’inutile canto dei poeti, l’eretica asimmetria silente dei profeti, la taciturna dissonanza dei mistici. La voce di chi solitario muove nel coro d’Infiniti senza tempo. Dentro l’orma della loro assenza dalla scena è a dimora il seme del domani.