Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

Sabato, il 24 Marzo, sono tornato a casa. Nella città in cui nacqui, decenni orsono. Credo che l’uomo vocato alla poesia sia a casa in ogni luogo e che il poeta viva in esilio ovunque e sempre. Dunque, non avrei dovuto registrare che una lieve increspatura con il sismografo dell’anima.

Invece, quella fessura di luce aperta in un incontro dall’apparenza fortuita, si è lentamente divaricata, fino a farsi torcia ardente, la stessa che riverbera il monaco, quando si accende nella parola della propria libera salmodia. Il canto del poeta. Un minuscolo accento di Luce acceso nel foro interiore, che traccia la speranza dell’attesa e dell’incontro, della condivisione, su, fino al diapason celestiale della comunione, quando accade.

La condivisione della poesia è, secondo la mia poetica, il gesto celaniano per eccellenza: la stretta di mano, antifona laica alla sacralità della comunione tra gli umani.

Sono tornato con un lacerto poetico della mia minuscola creatura, la poesia. Sono tornato nel modo che prediligo, in un luogo [su di un mezzo che attraversa il luogo…] che l’epica feriale, in me non mai disgiunta per scelta dal canto, mi ha reso familiare. Sono tornato condotto per mano da una sensibilità condivisa fin dall’origine. I nostri primi passi, così diversi nella forma scelta e così divaricati destinalmente lungo l’intera vita, mossero in parte su di un sentiero condiviso, sotto l’ala magistrale di Emo Marconi.

Sono tornato fedele ad uno statuto interiore che è stato metafora di una condizione umana e poetica, la mendicanza , di senso e d’ascolto.

Tutto si compone da sè, quando le tracce giungono a destino nella mente del Signore infinito, di tutti e di ciascuno.

Accanto e dentro ognuna delle parole e delle frasi che ho scritto qui, si annida un legame reso esplicito dall’ipertesto, che scioglie l’enigma ermetico della narrazione in una danza di rimandi e di letture che compongono lo spartito su cui muove l’evento. Per dare un volto più definito alla sinopia che ne ha annunciato l’affresco. Per mostrare lo sfondo della scena, così inconsultamente provvida, priva di segni e di segnali, di consuetudini e di frequentazioni. Disarmata a tutto, come deve essere la messa laica del poeta, quando intona il karma delle propria vocazione, ricevuta in dono e restituita nella vita. Gratuita. Libera. Aperta. Nomade. Fedele ad una sorgente interiore ineffabile, il cui solo confine lecito è il Mistero che la abita e che la pone dentro il solco vivo dei tempi.

Era un giorno di gennaio. Elena ed io camminavamo in città, nei pressi di una delle stazioni centrali della metropolitana. Lei era seduta dentro un locale, imbacuccata e resa quasi irriconoscibile negli abiti invernali. Eppure un tratto del suo volto me l’aveva resa familiare: avevo indugiato, tornando sui miei passi. Una, due, forse tre volte. Elena mi aveva raggiunto. Allora lei si era alzata: ci eravamo riconosciuti. Eravamo entrati nel locale anche noi ed avevamo iniziato una di quelle conversazioni un poco precarie e molto fervide che non ti inducono a sedere e nemmeno ti lasciano la briosa fretta dei rapidi congedi. Come accade quando non ci si frequenta da anni, ma la memoria attinge esperienze intense e condivise, se pure remote, le cui risonanze interiori rimangono vive, pronte a sgorgare nella forra carsica degli incontri casuali e sporadici.

Non ho mai voluto nominare con precisione di senso il caso, definirlo univocamente tale, perché il suo nome altro e più accurato è ed è sempre stato per me estraneo ad una estemporaneità priva di qualche fondamento esoterico. L’Invisibile che ci abita e che campisce l’orizzonte delle nostre vite, ha attitudini nascoste per convocarci al compimento dei nostri cammini.

Fino a quando Candida non aveva sorriso verso qualcuno che stava giungendo alle nostre spalle. Era la persona che lei stava attendendo. Con nostra reciproca sorpresa,tutti ci conoscevamo, ciascuno a proprio modo ed in circostanze diverse. L’avevo incontrata una prima volta anni prima. Suonava, seduta su di uno sgabello, lungo la via che percorrevo spesso al mattino per entrare in città. Avevo iniziato allora un dialogo sobrio con lei, che nel tempo si era esteso ad Elena. Sostavamo insieme ad ascoltarla, talvolta a lungo: amavo le sue note nomadi, come sempre mi accade, con chi risponde al dono del talento con l’estremo esercizio della restituzione libera e gratuita, non di rado al margine dei tempi, scampando così lo spreco di chi lo custodisce seppellendolo. Un giorno, tempo dopo, avevo scritto brevemente di lei, senza che lei stessa, assente per un lungo periodo, ne avesse mai saputo nulla.

Quel pomeriggio d’inverno, Candida ci aveva rivelato il nome della fisarmonicista sconosciuta: la protagonista del mio modesto cammeo in prosa si chiamava Pepa. Le legava una certa consuetudine artistica. Non potevo immaginare né sapere che Pepa sarebbe stata tra i protagonisti del mio ritorno poetico in città.

L’altro siamo noi, scrissi una prima volta venticinque anni fa per una collega impegnata in una iniziativa di accoglienza, che mi aveva chiesto qualche pensiero dedicato al tema. La singolarità dell’essere straniero è un’esperienza che ognuno può fare ogni giorno, a partire dal confronto con l’io più profondo di sè, nel dialogo assiduo con il Mistero che lo abita. Sono stato contento di sapere che la mia poesia esule in patria sarebbe tornata a casa in compagnia di una straniera ormai a dimora nella Brescia in cui sono nato.

Qualche tempo dopo, Candida mi aveva inviato un inatteso e breve messaggio. Mi informava dell’iniziativa chiedendomi se avessi avuto piacere di partecipare con una mia poesia da leggere nel contesto.

Le avevo risposto una prima volta, felice dell’invito, inviandole alcune poesie, introdotte dalla breve nota seguente.

«Come.1. I testi che propongo per una tua ulteriore scelta sono in totale otto. Nessuno è inedito: sono tutti tratti da una stessa opera, “Luce d’Abissi”, raccolta di poesie del 1999, accompagnata da un saggio critico che scrissi io stesso, in un secondo volume, pubblicato contemporaneamente con il titolo “Pensiero Nomade”.

Alcune poesie, quelle che fanno parte degli “Euforismi”, furono lette da “Scena Sintetica”, la sera dell’esordio in pubblico in nome e per conto della mia poesia,in San Desiderio, il 21 Marzo 1999 alle ore 21.00, all’età di 46. Fu la prima e credo terz’ultima volta.

Nel programma di sala che scrissi e preparai per la serata, raccontai la genesi del lavoro ed il suo significato. Ne trascrivo qui alcune righe.

Ho scritto questi trentatré brevi componimenti, secondo una misura, un ritmo, una cifra poetica per me insolita, in quarantacinque giorni, nel periodo compreso fra il 15 Gennaio scorso ed il 1° marzo. Non avevo alcuna intenzione progettuale, alcuna idea di opera complessiva. [..] Ho deciso di dare un titolo a questa breve raccolta. Euforismi. Una parola che svela un’assonanza e compendia una sintesi di contenuto fra Aforismi, Epigrammi, Eufemismi. E’ un segno euforico del naufragio riconosciuto e della albificazione che la consapevolezza postula. Un inizio, un nuovo inizio… Testimoniato nell’esperienza, la cui gioia suscita una distanza critica, figlia, naturalmente, dell’etica.”

Gli Euforismi costituiscono insieme a Minima umana, Aprile ed Aurore le parti di “Luce d’Abissi”, dalle quali ho tratto i testi che ti invio.

Perché.2. Negli anni successivi ho scritto e pubblicato altro. L’ultima opera in tre volumi è del 2017. Ho scelto “Luce d’Abissi” perché è uno dei miei testi più drammaticamente contemporanei all’epoca che ho vissuto, nel transito apicale già bene a dimora in quegli anni, per me dolorosamente provati e così intensamente vissuti per scelta consapevole nel cuore più cinico del tramonto.[...]

Infine, una minuscola nota di merito. Ho inserito anche Elemosina metropolitana [Amore in metrò]. [...] Il testo è stato scritto in metropolitana, a Milano… Scrivevo spesso all’impiedi, sostenuto da un’urgenza interiore incontenibile ed appassionata. Quando non sapevo dove appoggiarmi o non riuscivo a recuperare la carta, tentavo di imparare a memoria i versi che mi nascevano dentro. I luoghi ed i tempi dichiarati raccontano con precisione e puntualità tale condizione creativa. In particolare, le persone di cui scrissi in questo canto erano essi stessi musici: ne ho incontrati tanti in quegli anni nomadi! Ne accennai altrove, un giorno, ricordando come spesso salissero sui mezzi pubblici accompagnati e preceduti dalla litania dolorosa della mendicità, con il bicchiere di plastica per la colletta successiva in mano: “sono una dona povero…”.

La singolare coincidenza del nostro incontro in Piazza Vittoria, mi ha invitato a cogliere il segno di una presenza in qualche modo destinale/provvidenziale. Il nome del Caso è assai più preciso e giusto di quanto la creatura umana sia disposta spesso a pensare o a credere.[...]».

Qualche giorno dopo, Candida mi aveva chiesto di scrivere alcune righe di presentazione della poesia, un incipit contestuale e di senso per il canto prescelto. Le avevo risposto inviandole un sintetico introito e alcune altre poesie tra le quali scegliere, in sostituzione, se avesse ritenuto, delle precedenti. Motivando, in parte, anche così la mia decisione.

«Ho cercato di tenere il fuoco della mia poetica e di porlo in armonia con la natura del contesto. Uno scenario assai contemporaneo, feriale ed insieme avanzato, nel quale l’irrompere della parola, così come della musica [insomma, dell'arte...] genera [dovrebbe generare...] la mirabile sospensione del tempo interiore che restituisce o rivela alla vita la propria essenza. Uno scenario che mi è fisicamente e spiritualmente assai familiare, sebbene non abbia mai esercitato in alcun modo la poesia in senso performativo. Insomma, è la vita, almeno la mia…

Proprio sollecitato dalle osservazioni che hai fatto oggi al telefono, raccontando la tua e vostra precedente esperienza, sono stato aiutato a rovesciare lo sguardo, che è quello di una persona abitualmente dedita all’ascolto dell’altrui opera in fieri, per esercitarlo secondo la declinazione attiva che da poeta ho vissuto scrivendo. I tempi scandiscono la drammaturgia della rappresentazione, mi pare di avere capito, ed io, pur con i miei poveri rudimenti di totale analfabeta della rappresentazione, ho cercato di assecondarli. Sostenendo il merito: così ho scelto io stesso, come tu mi avevi invitato a fare, il testo. Anzi, i testi. La loro brevità sopporta bene le sincopi del viaggiatore che sale e che scende ed il merito appunto tiene e sostiene il filo della continuità, della durata.
Le cinque poesie sono scelte nell’ordine in cui le ho poste. Se decideste di leggerne solo una, sarebbe la prima, la prescelta, “Elemosina metropolitana (Amore in metrò…)”,eliminando quindi in successione le altre.».

Ed ecco il breve introito:

«Stazioni [Nicchie contemporanee di senso].

Amore. Misericordia. Contemplazione. Il Silenzio!

Lo spazio dell’eccellenza performante ed il tempo lento della meditazione,nel moto perpetuo di una mobilità senza requie, si incontrano, non più stranieri. Le solitudini distratte e quelle consapevolmente dolenti, insieme, al diapason di una Modernità sublime.

Una minuscola eternità feriale irrompe, in forma di parola, evocata nel canto del poeta. Vibrano risonanze estreme all’unisono,l’umanissimo limite e l’Infinito della tacita speranza.

Due attese si danno silenti la mano. Convocate qui, dove la corsa si ferma, per un lungo istante, mentre il Viaggio, incessantemente, divarica e converge gli infiniti sentieri interrotti del giorno.

Le singole vite, accese di Luce e di senso singolari, invitate dal canto alla pluralità ardente della comunione.».

Il ritorno a casa si è compiuto, quasi vent’anni dopo,nel segno poetico dello stesso esordio, quegli Euforismi che di “Luce d’Abissi” furono embrione e fondamento. In mezzo, qualche quasi clandestina incursione poetica, due, forse tre, ospite marginale nel cuore della mia città.

Mater dolorosissima, origine del microcosmo del mio canto, non sono nato a primavera, il 21 marzo, ma nell’inverno del tramonto che, da contemporaneo ai tempi, ho vissuto. Nel resistente esilio, nel margine resiliente. Sotto il cui gelo ho messo a dimora semi di tempi che non ho goduto, se non nel poetico sogno, e che mai vedrò. Che per sempre sentirò vivi nel cuore del canto. Accesi in eterno. Di Luce postuma. Nel paradiso muto della speranza senza tempo. La sola che dura e resiste.

 

 

Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].