L’Ora risorta. [Pasqua 2019].

L’Ora risorta. [Pasqua 2019].

L’aria s’era fatta più lieve di sempre, nell’incipiente sera. L’anima diradava il senso, di ora in ora. Lui, l’esule per eccellenza, un poeta, stava genuflesso nel venerdì di sempre. In attesa. Forse. Nella Speranza. Certamente. Mentre saliva verso gli ultimi istanti, nell’estrema consapevole migrazione, indugiava. Il distacco dolente, il congedo ebbro di memoria e di canto. Tutto si faceva presente, di un’immanenza reale come mai prima, in quella sua ultima sequela.

Le cose sono tutte eterne. Diceva. Ed anche gli orizzonti brevi che si celano nei naufragi della tua fragilità, squisitamente umana, tendono ciascuno ad un proprio infinito, invisibile. Qui ed ora. Sapeva.

Aveva camminato con l’esperta precisione del dolore, che aveva incontrato presto, nella sua apicale manifestazione prossima alla disperazione e all’abbandono. Sapeva che nessuna luce, nemmeno la Luce, che tanto e da sempre aveva intensamente amata, e dunque cercata, prima di tutto in se stesso, con il viatico aperto in fessure di Silenzio, era data senza l’istanza alta del sacrificio. La rinuncia. Due canoni che, se scelti in forma vocativa, sembravano essere stati stranieri alla contemporaneità che ne aveva accompagnato tutta la giovinezza e buona parte della vita adulta.

Ora camminava leggero. Il canto di resurrezione che gli era nato dentro fin dai suoi primi laicissimi venerdì, non lo aveva mai più abbandonato. Conosci la strada, gli diceva la voce della coscienza sbocciata in sé, quando i tempi a lui coevi spargevano con bulimia tentatrice gli inviti alla perdizione.

Non tutto ciò che ci è possibile fare è anche lecito fare. Essere è la sola via del fare e dunque essere innocenti era stato il viatico. Conosceva bene i limiti del lecito, davanti alle tentazioni del possibile. Il naufragio dell’antropologia sincrona nella selva oscura eretta dai legulei e quel rifugiarsi ossessivo nella norma, mai suffragata da una testimonianza coerente, ed in assenza di uno statuto interiore rispettato in se stessi, lo avevano spesso infastidito. Talvolta umiliato, quando la declinazione attiva di retori dalle scarse credenziali spirituali, lo aveva convocato sul filo della regola in difesa dei luoghi comuni dai tanti abusati.

Ora quasi tutto era finito. O era prossimo a finire.

Saliva lentamente nel silenzio e nella solitudine. Le compagne fedeli di una vita intera.

Indugiava talvolta.

Nulla e nessuno avrebbero potuto trattenerlo di qui dalla soglia.

L’erranza dei mistici e dei poeti sembrava manifestare un’indolenza flaneur nell’epoca dell’azione compulsiva e della speculazione belluina. La loro inutilità, afunzionale e non strumentalizzabile da nessuno e per alcun motivo, conferiva loro il carisma dell’estraneità. Gli stranieri per eccellenza, in un tempo consacrato alla speculatività assoluta e funzionale.

Pasqua era un istante di purezza adamantina rivelato nell’ora luminosa di un’infanzia nata già adulta. Non lo aveva mai più abbandonato.

Ora caracollava dentro le stanchezze e gli abbandoni. A lungo crocifisso nel silenzio di tempi immolati all’auto rappresentazione perpetua, aveva scelto di scomparire dalla scena. Il margine. Sapeva che in vetta al tempo della Vita lo attendeva il pertugio consacrato dai passi compiuti. Come un sacerdote laico, aveva votato il giorno nell’ostensione della parola. Liberamente e gratuitamente offerta, così come il corpo, alla speranza della comunione.

Era stato un ospite e, nei momenti più spinti della partecipazione alle cose del mondo, un custode. Non teneva nulla tra le mani. Se ne andava, con l’eleganza incompresa degli ospiti discreti. Se ne andava nell’ermetismo incompiuto dei custodi. Che consegnavano nel proprio Destino al Padre le chiavi del giorno che Egli aveva donato loro nell’Origine.

L’Ora risorta, quel memorabile migrare nella Luce, non era distinto dalla Morte, nella consapevolezza degli iniziati. Nei poeti.