Diario inutile. 10

Diario inutile. 10

Rosetta. Ariel. [25 Aprile].

Rosetta. Ariel. Potrei concludere qui, con i due link ai testi che ho dedicato loro, il ricordo di mia madre, Rosetta, e di mio padre, Ariel. Staffetta e comandante di un gruppo partigiano, vivi nella mia memoria nei loro nomi di copertura.

Dei numerosi scritti che ho dedicato ai miei genitori, pochissimi ne ho pubblicati e pochi sono usciti dalle cartelline in cui li custodisco. I due testi che ricordo oggi, in occasione del settantantacinquesimo anniversario della Liberazione, sono per me tra i più cari. Li ho riletti spesso, dopo che i miei genitori se ne sono andati, lei vent’anni fa, lui saranno 6 anni fra poco.

Li ho sempre vissuti insieme nel mio cuore. Spesso ho cercato la ricomposizione delle loro vite nell’unità che le storie personali avevano separata, in comunione dentro una narrazione. Nella sintesi di una luce poetica. Ho sempre rispettato la storia di ciascuno, a partire da quella dei miei genitori e detesto le narrazioni di maniera o strumentali. Ciascuno ha il diritto alla verità della propria storia. Ma non ho mai potuto dimenticare che essi, insieme, sono stati e saranno per sempre l’Alfa dei miei giorni terreni.

La prima volta che tentai con insuperabile commozione di scrivere di loro di nuovo insieme, nella composizione del ricordo, ero un adolescente. Ero seduto nella piccola stanza che fungeva da ingresso, da cucina, da sala da pranzo, da studiolo per i compiti e per la lettura. C’erano insieme il lavandino, il tavolo, la stufa di terracotta con il bruciatore a gas e l’etagere nero, lacerto d’altri tempi e di una storia affatto diversa, con il corredo stipato ed eterogeneo di libri dalla distinta origine e che avrebbero avuto tutti un differente destino. Non propriamente una minuscola biblioteca. Piuttosto, il baluardo resistente della conoscenza in uno spazio assediato da evidenze e problemi di tutt’altra sostanza. Inutile dire che amavo profondamente quello scampolo di casa e che quando potevo ergerlo in solitudine e nel silenzio a piccolo enclave della verità più vera di me, mi pervadeva una felicità rara e spesso sconosciuta nella ferialità di quegli anni.

Eravamo giunti lì a metà degli anni Sessanta. L’appartamento, è un eufemismo pudico, tutto insieme, non aveva la stessa superficie della stanza singola in cui avevo vissuto l’infanzia, fino ad 11 anni. Le stanze non raggiungevano credo i due metri d’altezza. Oggi, e forse nemmeno allora, non rispettavano neppure i criteri minimi dell’abitabilità. Il bagno, ancora mi vergogno a definirlo come propriamente avrebbe meritato, era uno sgabuzzino angusto posto all’angolo del balcone. In comune con l’altro appartamento [?] vicino. Lì, nei periodi di rientro dal collegio prima e durante gli ultimi anni di studio poi, avrei vissuto 10 anni della mia vita. Insieme a mia madre.

Fu in quella minuscola stanza, seduto al tavolo, davanti all’etagere nero che, in un pomeriggio di primavera, rimasto solo nel silenzio in compagnia dei sogni e della speranza, fui visitato, per la prima volta dopo gli anni della vita vissuta con i miei genitori nella bella casa dell’infanzia, dal ricordo di loro insieme. Non conoscevo i loro nomi di battaglia. Sapevo poco della loro vicenda giovanile, del loro innamoramento, della loro Resistenza condivisa. Avevo visto forse qualche rara fotografia, alla quale non avrei saputo attribuire allora alcun significato, né avrei potuto legarla a qualche circostanza particolare.

Eppure mi sembrava, forse nell’impeto giovanile di un’età che si avvicinava a quella che loro avevano avuto negli anni della guerra, di conoscere in quegli istanti i miei genitori come non mai li avevo conosciuti in vita. Di sapere di loro la profonda verità di sé che abitava in quei giorni, in quegli anni, in quegli istanti anche me. Piansi. Commosso e vivo di un sentimento dolente e gioioso insieme. Spesso, seduto a quel tavolo, in quella casa povera, così diversa da quella da cui provenivo, mi ero scoperto felice. Di una felicità inspiegabile, almeno per me a quei tempi, e, a giudicare dalle apparenze, del tutto incomprensibile ed inspiegabile davvero.

Mi ero sentito felice quando, nei pomeriggi d’estate, trascorrevo a casa la breve vacanza dal collegio. Felice di tutto e di nulla, come forse è proprio degli anni giovanili, quando la Speranza abita quasi per intero ed intatta l’orizzonte della Vita. Qualcosa del genere, pensavo quel pomeriggio, doveva essere accaduto ai miei genitori, pur nella diversa durezza della prova.

Felice come quel giorno in cui, a quello stesso tavolo, ero stato investito da un’altra epifania bella e dolente. Mi era successo nei giorni d’inverno, quando avevo scoperto Søren Kierkegaard. Mi era capitato tra le mani, esplorando il piccolo mobile nero, un libro bellissimo che mai più avrei ritrovato negli anni. La lettura mi aveva fatto conoscere un universo così bello e tanto straniero alla mia esperienza di studente di allora. In quegli istanti, insieme alla gioia per la rivelazione di un sapere altro, avevo avuto consapevolezza dell’irreparabile perdita nel sapere e nella crescita cui ero andato incontro e che stavo vivendo.

Quando i volti giovani dei miei genitori mi avevano sorpreso al tavolo in quel pomeriggio di primavera, avevo fatto un gesto che spesso nella vita avrei compiuto in seguito. Un gesto per me salvifico allora come sempre negli anni a venire. Avevo preso alcuni fogli bianchi dai vecchi quaderni. Li avevo raccolti dentro un cartoncino grigio, che avevo recuperato e ripiegato a modo di frugale cartellina. Quindi avevo iniziato a scrivere lasciandomi guidare da quell’improvvisa nostalgia che nel mio cuore si accendeva nella narrazione con la Luce di una speranza impossibile.

I miei genitori, privi di nomi di fantasia nel racconto, si chiamavano con il nome proprio. E proprio come loro erano belli, giovani e colmi di sogno nel terribile clima della guerra che spegneva vite ed infrangeva i cammini di tante giovinezze. Loro si amavano, ed anche questo non era elemento costitutivo del plot della storia, ma verità del reale. La mia immaginazione giovane ed immatura non riusciva a spingersi sin dentro gli statuti interiori che sostenevano il loro impegno. Nella Libertà. Con sete di Giustizia. Si appoggiava alla confidenza filiale ed agli allora rari lacerti di testimonianza che, distintamente ciascuno per sé, avevano iniziato a raccontarmi di sé.

Avevo iniziato a scrivere forsennatamente e senza interruzioni, come spesso ho fatto nella vita. Con una grafia sempre più inaccessibile man mano che senza sosta proseguivo. In momenti diversi, avevo riempito decine di pagine. Più sostenuto dall’ispirazione romantica del loro essersi amati, che non dal conforto della verità storica. Poi era giunta l’estate ed avevo riposto tutto. Insieme ai libri di scuola, in qualche angolo della casa. Credo e penso che quella cartellina, così presente nella mia memoria, sia forse l’unica ad essere stata buttata. Non so più quando e se davvero l’ho fatto. Se così non fosse, sarebbe nel mio baule di carte sigillato nel 1977, quando uscii definitivamente dalla casa della mia adolescenza. Ho riaperto poche volte negli anni quel baule: so che lì riposano i diari del collegio e tanti altri scritti. Forse c’è anche quell’abbozzo, quell’embrione della storia di Rosetta ed Ariel, partigiani, di nuovo insieme nella mia memoria e nella speranza.

Ogni creatura ha uno o più punti di Luce apicale nella propria esistenza, che ne rischiarano e ne sostengono tutto insieme il corso. Mio padre, nei decenni successivi, è tornato più volte a raccontarmi di quegli anni. Lo ha fatto con intenzioni e per motivi diversi in numerosi differenti istanti della sua lunga vita. Si è spento a 90 anni appena compiuti. L’ultimo dialogo che abbiamo avuto soli, con lui ancora ben presente a se stesso e non minacciato nei fondamenti di memoria dalla malattia, mi aveva raccontato una volta ancora qualche scampolo della sua Resistenza. Lo aveva fatto in un modo diverso, quasi presago, con dovizia di particolari e quella volta stranamente anche di nomi e con ricchezza di episodi inediti, rispetto alle testimonianze precedenti. Quando ci congedammo ed io andai verso la fermata del pullman per tornare a casa, rimasi a lungo in compagnia della sua immagine. Di lui giovane che nel suo impermeabile bianco si muoveva guardingo e furtivo in una città del Nord a lui sconosciuta. Dopo essersi buttato dal treno, che nelle campagne si era fermato per una breve insospettata sosta. Quello stesso treno che lo avrebbe portato prima verso l’ospedale militare e poi da lì verso la Germania. Lo vidi a lungo, con il volto sorridente che gli conoscevo, impegnato nella lunga ed avventurosa fuga che lo avrebbe riportato nella sua città e lì a continuare la lotta nel gruppo partigiano del quale era comandante.

Amo credere che il punto di Luce apicale nell’esistenza di mio padre, siano stati i mesi della Resistenza, vissuta al fianco di Rosetta. E così reciprocamente credo di lei, mia madre.

Dopo anni, ho trovato le fotografie che li ritraevano in alcuni momenti condivisi di quell’avventura. Due in particolare ne ricordo, scattate lo stesso giorno. In una, mia madre è in piedi, accanto alla bicicletta: è bella, elegante, ma semplice, senza enfasi alcuna, vestita della festa, si sarebbe detto un tempo, radiosa e sorridente. A ritrarla è mio padre. Nell’altra è mio padre stesso, camicia bianca e cravatta sotto l’abito scuro. Bello ed elegante anche lui. Per quel che i tempi consentivano, avrei detto pieni di gioia. Certamente le loro anime irradiavano sogni e speranza, malgrado l’ora cupa e di rischio che vivevano. Sono riuscito a capire, grazie anche ai loro rispettivi racconti e a qualche particolare circostanziato, in quale contesto le avessero scattate. Mio padre ad un certo punto aveva dovuto scappare dalla sua città, perché il suo ruolo era stato sospettato. So che si era rifugiato in pianura, nella Bassa, ospite della canonica di un sacerdote. Durante quel nostro ultimo incontro di consapevole reciprocità mi aveva detto anche il nome del paesino. Da qualche parte, nei miei diari, di ritorno a casa quel giorno, lo avevo scritto. Era un giorno di festa, in cui mia madre, insieme ad un’amica, lo era andato a trovare. Una scampagnata di chilometri in bici, allora usava, in due, per non dare troppo nell’occhio. Rosetta ed Ariel, insieme, vestiti della festa, forse al sicuro dalle bombe, ma non dall’instancabile minaccia della delazione. Erano radiosi, nella campagna vicino al fiume. Nei loro volti c’era la Speranza del Paese che sognavano e che forse mai sarebbe compiutamente stato, secondo la flessione del loro giovane sogno. Quelle fotografie somigliavano in modo stupefacente alla narrazione che avevo maldestramente tentato di farne, molti anni prima, quando ancora ero all’oscuro di quasi tutto.

Uno tra i più forti smarrimenti dei tempi che ho vissuto, riguarda i passaggi generazionali. Spesso la voracità del possesso e la velocità delle mutazioni in atto, hanno spento le icone interiori di cui i nostri anziani sono stati portatori. Mi ha sempre molto colpito la scarsa volontà di vedere nell’adulto che è il bambino che fu. Così come spesso la vita dell’anziano è cristallizzata in un’immagine stereotipa del suo presente, con qualche concessione alla retorica dell’uomo che sarebbe stato un tempo lontano e forse smarrito nella sua verità di sè. Come antidoto, ho sempre tentato di fare un esercizio, anzi due. Il primo, quello di esercitare una reciprocità il più possibile fedele agli statuti interiori delle diverse età della creatura: che giovane sarei stato io nei giorni della Resistenza? L’altro, che ho messo spesso in atto durante tutta la vita, è un appello alla memoria che ho voluto risuonasse in me come un memento. Ho sempre cercato di vedere nei miei genitori in particolare, ma in generale in tutti gli anziani con i quali ho condiviso tratti lunghi o significativi del cammino, l’icona interiore dei giovani che erano stati. Ho cercato di farlo anche dalla semplice ricognizione su di una fotografia. Per non dimenticare che il sentimento di onnipotenza che talvolta pervade gli umani al culmine di sé nelle stagioni più intense della propria vita, non è una condizione originale ed esclusiva di chi la sta vivendo. E’ un carattere ontologico dell’antropologia di ogni tempo.

Così, quando ho visto il corpo di mia madre insidiato dalla malattia farsi fragile e sempre più fragile e la vecchiaia segnare il tramonto della sua bellezza, mi sono sempre affidato al ricordo della sua immagine giovane. Di quella che sapevo essere stata mia madre. Non per alimentare la sua vanità o per gratificare il mio orgoglio. Esercizi incomprensibili ed inutili entrambi. L’ho fatto quale monito e memento per me e per un atto di giustizia verso la sua vita: lei era stata ed era tutta intera quella persona, non solo l’istanza sofferente che sembrava essere. Così con mio padre. Così con tutte le persona anziane che ho incontrato.

E’ sorprendente e genera sempre un sincero stupore, almeno in me, al netto dell’autocelebrazione impositiva e vanesia, che pure esiste, e della retorica di atti dei quali nessuno può dare veramente conto, conoscere la creatura giovane che ha abitato ed ancora abita il grembo sempre nascente ad un giorno nuovo di questa creatura anziana. Che indifesa a tutto sembra spesso andare incontro ad un futuro privo di memoria e disabitato da se stesso.

Non serve credere e scomodare l’essere eterno di tutti gli essenti per stimare come duratura la qualità interiore che fa di ciascuno l’uomo che è e dell’amore che è stato una verità viva per sempre.

Così, stamani, ho salutato una volta ancora Rosetta ed Ariel, insieme sull’orizzonte teso della loro giovane pianura, resa infinita dal sogno di domani.

 

 

 

Diario inutile. 9

Diario inutile. 9

In Cielo fioriscono i ciliegi.

Lan Lan Huê tiene alto il filo dell’incontro nel dialogo interiore che serra lo spazio ed estingue il tempo. Siamo vicini da lontano, in una scansione temporale che conosce unicamente la fedeltà nel reciproco dono della riflessione condivisa.

Era il 25 Marzo quando Lan Lan scandiva l’eco delle mie parole nelle sue e restituiva luce nel canto:

il rollio del tempo/ nella risacca delle sue onde/

i colori delle brume /e la loro eco incessante/

il ragno del giorno/ all’angolo del muro/

che fila l’acqua viva/ nei suoi riflessi del mezzogiorno/.”.

[“rouleau du temps/en ses vagues ressac/
brumes couleurs/sans cesse échos/
araignée du jour/au coin du mur/
qui file l'eau vive/de ses reflets midi/”.]

 

L’acqua, nella sua corsa impetuosa, colta nelle immagini che ne accompagnano la corsa verso il destino: tra le rocce, nei salti dei sassi feriali, dei talvolta grigi abissi, giù, fino alla quiete raggiunta. Dove l’acqua si placa, nella verdissima pace di un’oasi raccolta. Di meditazione. Di solitudine. Di silenzio. L’impeto della corsa e l’Armonia del raggiungimento stanno insieme, nell’ultima immagine, chiara di una Luce umbratile che filtra, dolce e tersa, dalla fessura che apre sul cielo tra i rami.

Le fleuve parle-t-il toujours dans la douleur et le Silence? L’âme du monde continue-t-elle de s’épanouir dans les belles fleurs de votre jardin?, ho chiesto a Lan Lan. Mi ha risposto così. La certezza della Vita che tuttora fiorisce, nell’orizzonte dolente che non concede ciniche indulgenze, ha ancora, nella gratuità che divina sboccia, una promessa di Bellezza.

Dopo avere tradotto con l’acuta precisione intuitiva che la distingue il punto dell’ultima pagina del Diario inutile, con parole poetiche si è inerpicata lungo i sentieri di un presente che chiede [anche] la semplice spoliazione da tutto, nella contemplazione della Vita che accade. Attesa e maestra di semplicità nel dono di sé.

sulla terra come in cielo/

i ciliegi fioriscono/

ed io tossisco/ ( nomiyama asuka )”.

[“sur la terre comme au ciel

les cerisiers fleurissent

et moi je tousse ( nomiyama asuka )”.]

 

la loro attesa, di anno in anno/

effimeri/

semplici sono i vostri nomi/” (Lan Lan Hue).

[“leur attente tous les ans/

éphémères/

simples sont vos noms/”(Lan Lan Hue).]

La caducità della Bellezza, che sempre ritorna ad ogni anno, con la forza semplice della forma e dei nomi. Il miracolo della vita che nel mistero del suo eterno ritorno manifesta la fragilità del limite in sé. Nascere e morire. L’umano che sale sino alla soglia smemorata di sé, che più non ricorda e non conosce l’interezza del proprio compimento in cui si racchiude ab origine il limite nella forma terrena. Mentre i ciliegi, anche in Cielo, continuano a fiorire in eterno…

Il tempo [la coscienza è il tempo, autocit., Exsultet, 1990] passa al setaccio la vita. Solo la grana fine di ciò che ha fondamenti interiori nella verità [le fondamenta del vero] passa attraverso la rete sottile dei tempi. Verso l’approdo del Tempo [tempi e Tempo, Paul Celan]. Solo la verità delle promesse conferisce loro statuto duraturo. L’amore. L’amicizia. La confidenza nella trasparenza del dialogo. Senza strumentalizzazioni e senza infingimenti. La verità di sé si espande ed accoglie nella relazione con l’altro da sé unicamente se gli statuti interiori del dialogo sono aperti uno all’altro e sono stabili nella autenticità dei propri fondamenti.

La distanza, lo spazio, i tempi, la durata, gli strumenti, i mezzi, non hanno alcun vanto nell’osmosi rivelatrice della Relazione [la Relazione è rivelazione, autocit. Vigilie in esilio, 1996]. Nelle Relazioni Spirituali.

La comunità, la comunione dei due, non ha alcuna necessità contestuale della presenza fisica. Del corpo. Come avrebbero potuto, è solo uno fra i tanti esempi possibili, trovare destino epistolari colmi di infinita empatia, se così non fosse stato sempre? Al contrario, vi sono presenze fisiche, prossimità feriali, assidue che non generano alcuna comunione. Dentro le quali il dialogo si infrange, se mai nasce. Quale è dunque lo statuto ontologico delle relazioni umane?

Ogni volta che mi accingo ad entrare in dialogo con i lontani [come con i prossimi], così come con Lan Lan ora, sempre mi chiedo, chiedo a me stesso se i fondamenti dell’alienazione, l’assenza della verità di me stesso, o della gnosi, qualche indulgenza all’inconciliabilità tra spirito e corpo, abbiano corrotto la purezza della mia attesa di comunione. Se il dubbio persiste o si radica in me, significa che la soglia dell’essere inclina all’una, l’alienazione, o all’altra, la gnosi. Se la via del dialogo è pervia, significa che il sentiero dell’attesa e dell’incontro è pieno di luce e di speranza. Aperto. Allora la parola, con qualunque mezzo ostesa, anche nessun altro che non fosse il semplice e primario, la bocca, non è altro che ciò che vorrei sempre fosse, viatico e promessa di comunione.

Accade unicamente per Grazia. Quando la persona ha posto in essere tutto il proprio talento, agostinianamente, e tutto il proprio carisma, qualunque fosse il valore dell’uno o dell’altro, a ciascuno il proprio dono, allora il Cielo dell’incontro si dischiude. I ciliegi regalano una nuova fioritura. E non importa che il corpo del poeta, chiuso nella propria leopardiana e consapevole ed ontologica finitudine, abbia qualche colpo di tosse… L’attesa è per l’eternità del tutto, che, nella semplicità dei nomi, annuncia diuturnamente il Suo per sempre.

Diario inutile. 8

Diario inutile. 8

Il capitombolo della modernità. [Damasco è lontana].

Il rivo sottile di una relazione carsica, che lenta negli anni si spegneva, d’improvviso s’insabbia nei silenzi abissali delle forre. L’acqua abbondante cessa di fluire alla luce della superficie, dopo la sua corsa folle tra rocce e sconosciuti anfratti. Persa nell’incantesimo oscuro di qualche nascosta grotta. La verità di ogni singolo sé impegnata nella costruzione di un noi, spesso un’ipotesi dell’irrealtà alimentata solo dall’indefettibile speranza dei cuori generosi e dei sognatori, si schianta contro il muro dell’Assenza. Non la nascosta. Non l’Ineffabile di tutte le origini e del Mistero. La reale e tangibile, anche nella sua dimensione impropriamente definita come virtuale [?]. L’ipocrisia. La reticenza. La laboriosa ed instancabile opera della minorità interiore, conosce il proprio memento apicale. La verità di sé, snudata dalla prova, si svela nella pienezza icastica della sua essenza. Fossero pure la menzogna e l’inganno le uniche verità di sé da sempre poste in essere. Vissute. La Storia rimane un’impronta calcinata sul muro del Presente. Un fotogramma epocale. Quasi una nemesi per tempi che avevano assunto il presente a paradigma esistenziale. Quasi un assoluto necessario.

La violenza con cui il dramma incombe, non lascia scampo all’identità. Siamo coloro che sempre siamo stati. Che abbiamo scelto di essere, istante su istante nell’impegno senza remissione del libero arbitrio. Che abbiamo abbracciato, nella comunione di un destino vocato. Ci sorprende qui, e talvolta qui ci confina coatti, in limine alla nostra minuscola verità di creature vissute. Secondo volontà. Coerenti ad una coscienza. Fedeli ad un Segno spirituale, l’orma di un nostro credo.Persino nella chiamata del nome. La nostra responsabile storia. Affidata in prima persona singolare a ciascuno di noi sin dall’origine in forma di dono. Il Dono per eccellenza. L’eccellenza del Dono. La Vita.

L’orizzonte si stringe. Il campo visuale interiore mozza il respiro. Chi sono io? Chi sei tu? Chi avremmo potuto essere insieme, nel Noi che ci elegge [che ci avrebbe potuto eleggere] nell’alto di noi stessi, quando a sostenerne la nascita e la crescita è un ideale e non un interesse?

All’improvviso non c’è via di fuga. Da se stessi. Dalla menzogna. Dall’evidenza della nostra storia. La solitudine ed il silenzio, che credevamo dei monaci, dei mistici e dei poeti, sono all’improvviso le ospiti indiscrete ed indesiderate della nostra ferialità. Sopraggiunte per coazione e non per vocazione, come fu da una vita e da sempre per i mistici, per i monaci, per alcuni poeti.

Damasco è lontana per coloro che sono stati fedeli ad una sola luce: quella della ribalta, minuscola e feriale o vasta non importa, che genera consenso. Prima che condivisone. Prima che, al diapason delle anime nell’incontro, comunione.

La conversione comporta l’ascesa lungo il sentiero erto di una coerente ascesi. Cambiare etichetta, il nome alle cose, l’abito esteriore senza alcuna attenzione all’interiorità di sé, il foro in cui Dio ci visita e dove Egli ci abita, alla sorgente di ogni relazione, significa continuare nella stessa prassi ontologica che ha segnato numerosi cammini nella storia recente, anche in quella minuscola e feriale in cui la responsabilità del destino pare più fievole. Eppure l’etica dell’obolo della vedova dovrebbe informare una sintassi antropologica condivisa.

La pietà laica, la carità e la misericordia inducono a chinare l’orecchio dei servi inutili verso l’ascolto. Anche l’esercizio della nominazione, il primo gradino verso la purezza della verità delle cose, di sé ed in sé, il compito caro ai poeti, stenta, quando la tragedia pare offuscare i nomi, le cose ed occludere il respiro dell’anima stessa.

L’incontro claudicante, sostenuto dall’infingimento e dalla speculazione attiva e strumentale dell’uomo sull’uomo, cede quando il suo solo destino è unicamente il silenzio. Resiste la verità oblativa dell’elezione gratuita nel dono di sé. Non c’è più nulla da prendere. Nulla da spartire. L’organismo vivo dura, la vita tributaria di qualche declinazione organizzata secolarmente esogena, inclina al tramonto. I demoni dell’abuso altrui praticato con destrezza, hanno preparato nuove maschere. L’onda della meschinità s’infrange e cessa, quando l’innocenza è il loro approdo.

Il Bene. Il Male. La Bellezza. Un catechismo elementare, religioso e laico, risorge sotto le coltri di una smemorata opulenza. Gli ipocriti ed i retori a gettone tentano di impugnarne il vessillo, per provare a porsi ancora una volta alla guida del Destino. Dei destini. La conversione è una provvida sincope interiore. Non c’è più tempo per la vita bugiarda. Non c’è più orizzonte per gli imbonitori del pacco vuoto di tutto e solo colmo del proprio devastante ego.

La sinopia dei giorni che viviamo era già tutta disegnata nelle solitudini che non viste hanno scontato una vita intera ai margini di un tempo al tramonto.

All’improvviso tutto si è fatto chiaro. La tempesta di menzogne snudata dall’impotenza nella prova. La carità del vero eretta a testimone di un tempo che verrà. Nel segno della comunione tra i viventi. Nella caritatevole preghiera dedicata ai morti dentro di ogni tempo.

Si perde il fiume lento di relazioni povere. Si schianta la feroce ipocrisia di chi specula sulle altrui vite nel nome delle istanze più belle, l’amicizia, l’amore. Si perdono le lallazioni adulte degli approcci privi di fondamenti interiori. Una gioiosa speranza si accende di Luce pura, finalmente alta sull’orizzonte terso del domani. Un’opportunità per le anime elette dal dono nella gratuità. Una condanna per i pervicaci numi tutelari della speculazione. Il fuoco che arde il monaco nel canto, si alimenta nella rarefazione. Lo Spirito induce alla levità.

Non esiste gioia più grande, da condividere nell’amore e nell’amicizia, spoglie di tutto e nude di cose, di quella che si alimenta negli stati nascenti. Nella Solitudine e nel Silenzio. L’onda lenta frange la corsa. La memoria torna lieve a campire la vita. La speranza aggetta sul futuro. Rende lungimirante e duraturo lo sguardo. Apud Deum. Dove tutto e non solo la Parola nasce e dove tutto sta nel suo per sempre.

 

 

 

Diario inutile. 7

Diario inutile. 7

Ippocrate.

Il dolore di chi muore solo, privo del conforto degli affetti più cari. La parola, lo sguardo, la mano, tutti strumenti sublimi della sororità dei gesti che ci sono prossimi e familiari. Smarriti nella cesura rapida e violenta di una quotidianità calda di esperienze a lungo condivise, di sogni insieme vissuti ed ora bruscamente spezzati nel breve volgere di pochi istanti.

La generosa dedizione e l’amorevole competenza di chi vive con loro nella cura, chinandosi sui corpi con la speranza della guarigione e poi, spesso, nel gesto estremo dell’ultimo saluto, quando la stessa cura assume l’altro orizzonte dell’umano, l’anima, come nuovo e ultimo esercizio della propria umanissima attenzione. Nella dolenza degli addii.

Sono le due prese strette, il morso sui giorni che vivo, che non mi lasciano mai, in questo drammatico esistere nella fortezza Bastiani della mia ferialità, in attesa, e nel timore, che il nemico invisibile e subdolo si decida ad attaccare anche me e chi mi è al mondo più caro. Compagni indiscreti che sempre fanno capolino, in limine alla speranza e alla discreta letizia con cui il giorno si scandisce e continua. Nella preghiera, nella contemplazione. Nei dialoghi da lontano. Loro, le tracce di sentieri altri e provati sono sempre lì, accanto al vissuto e fanno sgomenta compagnia.

Non ho mai amato scrivere del [sul?] dolore degli altri. Una forma di irrevocabile pudore mi ha sempre indotto ad alzare la penna. Per rispetto. Perché il silenzio nella presenza di chi soffre un dolore non direttamente esperito possa levarsi come una preghiera, ai margini di una condivisione tutta interiore, sebbene non ripiegata su di sé.

Così preferisco indulgere al racconto in prima persona singolare: non per narcisismo. Per senso di responsabilità: scrivo solo di ciò che ho vissuto e conosco. La testimonianza come esperienza senza la quale la parola mi pare orfana del vero, di una sua declinazione attestata nello statuto interiore di chi scrive [e ha vissuto]. E’ un esercizio che nella prosa discende per me da una poetica che ho posto da sempre a fondamento della vocazione a scrivere. Umana. Professionale. Poetica, appunto. Fa molta pulizia. Nel pensiero e nell’opera.

Eppure sento come mio lo sgomento di chi muore solo. Lo sento vivo dentro di me. Mi abita e mi accompagna in diversi momenti della vita. Da più di un mese e mezzo. Da quando questa prova è iniziata, poco dopo la metà di febbraio. La Grazia di essere qui, vivo e sano, sconta la consapevolezza di una precarietà più vera di sempre. La consapevolezza di chi sa che da un istante all’altro potrebbe varcare la soglia e separarsi dalla persona che ama. In modo definitivo, senza la carezza di un addio, inatteso e forse imminente. Senza il compimento di tutti i sogni che ancora ci abitano. Senza una parola di condivisione dell’ultimo, dell’estremo atto di fede pronunciato insieme. Senza la dolcezza dell’arrivederci a presto in cui crediamo.

Qui si incontrano l’attesa e la speranza dell’altra presenza assidua di questi giorni, la generosa dedizione e l’amorevole competenza. Non è una certezza. E’ una speranza, forte ed intensa. Radicata in me da tempo e nata da lontano. Dentro la quale si è fatto strada in me il ricordo di una poesia che scrissi tanti anni fa.

E’ intitolata “Ippocrate”. La scrissi un giorno di 21 anni fa. Non v’è alcun nesso causale con una specifica circostanza, come spesso accade, almeno a me, quando scrivo poesia. Sono certo però che essa attingesse qualche dialogo intercorso tra me ed il mio medico di famiglia. Quello che per 32 anni si è preso cura di me.

Mi è tornata alla mente in modo insistente quando ho ascoltato per la prima volta un religioso chiedere al personale degli ospedali di farsi esso stesso “ministro” in prossimità dell’estremo congedo. Ministro e umanissimo interprete nella cura degli addii, laici ed affettuosi. L’ultimo baluardo di empatia nella solitudine di chi muore. Mi è tornata alla mente quando ho letto le numerose, commoventi testimonianze di chi, tra medici ed infermieri, si è fatto prossimo, in una dimensione della sororità e della fraternità che dovrebbe essere la nota interiore più alta dell’umano, di persone fino a pochi istanti prima sconosciute.

C’è speranza. Il canto degli addii. Il culto degli addii.

Nella ricomposizione di un destino divaricato fra tecnica e anima, così a dimora nel nostro tempo e forse ancor più in quegli anni, cercai con le parole del mio canto una sintassi interiore rispettosa della prima, la scienza, dedita con persuasione laica ed interiore alla seconda,l’anima.

Verrà un giorno, presto [e forse è già venuto] in cui anche i tanti indifferenti si chiederanno perché e come è potuto accadere che l’anima sia stata lasciata, sempre più e così a lungo, indietro nella vorticosa corsa verso l’onnipotenza del corpo, inteso nelle sue espressioni meno dedite ed affini alla cura. Declinata spesso come derivata e non come primarietà nell’essenza dell’umano.

Quel giorno di settembre in cui scontavo la dura emarginazione dell’anima, scrissi “Ippocrate”. Speranzosa come una preghiera. Dell’uomo fiducioso di morire tra braccia umane, sororali e fraterne.

Ospitaletto, 30

09

’999

 

 

 

 

Ippocrate

 

Giura che in questa mia prigione

dove indifeso e solo non sono

che un ricordo, un’ombra senza fede,

comprenderai il dolore. Giura

che poserai placebo lo sguardo

tuo di uomo sopra il mio corpo

stanco e sulla sua rovina. Giura

e non importa allora quale sarà

il tuo nome, amara medicina.

Sento che in tanto mio soffrire all’imo

del respiro saprò il Suo nome udire.

 

Giordano Mariani

 

 

 

Diario inutile. 6

Diario inutile. 6

Nomadelfia. 39 anni dopo.

Nella temperie dei giorni drammatici che all’improvviso hanno investito le nostre vite, fino a spegnerle o a travolgerle, solo l’essenziale resiste in noi e di noi.

Ci abita, ci stabilisce e ci guida, anche verso l’Eternità aperta per sempre dall’istante estremo, e più di sempre e come non mai, schiacciato sull’orizzonte esistenziale dei tempi, ognuno di noi è solo ed unicamente la verità di se stesso. Di ciò che è stato. Lì, se mai vi sarà, cantano la promessa e la speranza di un tempo nuovo e di un uomo diverso, se la Grazia assisterà il corpo e la Luce guiderà, insieme al corpo stesso, l’anima delle cose. L’istanza spirituale dell’umano.

Per me, l’essere me stesso significa essere noi. Sono nato e rinato a me stesso 39 anni fa, al termine di un lungo cammino di rinascita ed all’inizio della vita nuova. Il 5 Aprile del 1981, Elena ed io ci siamo sposati a Nomadelfia.

Nei giorni scorsi ho ripreso il testo che avevo scritto per quel giorno e che, al termine del pranzo, nel clima festoso e amabilissimo del gruppo familiare che ci ospitava, avevo letto.

Per una singolare coincidenza, che mi venne confidata da un nomadelfo al termine del pranzo, la mia breve lettura, nella quale esprimevo i motivi che mi avevano condotto al nostro sì a Nomadelfia, non era stata registrata. Un incidente tecnico, mi era stato detto, che aveva interrotto la registrazione su nastro dei momenti più intensi della giornata.

Tra coloro che avevano partecipato al nostro matrimonio, c’erano anche alcuni miei colleghi. Fu uno di loro, Fulvio, che al momento di congedarsi, mi chiese di inviargli il mio testo in redazione. Era il responsabile della pagine giovani e, così mi disse, aveva intenzione di dedicare il numero in preparazione al tema del matrimonio. All’epoca non esisteva la posta elettronica ed il solo mezzo a mia disposizione era la corrispondenza tradizionale. Qualche giorno dopo, durante il viaggio di nozze, spedii a Fulvio il mio breve testo. Uscì sul numero di Giugno: i tempi di preparazione e di lavorazione si svolgono in un mensile con largo anticipo.

Nei giorni scorsi, sono andato a cercare l’annata rilegata che conservo insieme alle altre, memoria di 16 anni vissuti al giornale. Fulvio se ne è andato, giovane, quasi 13 anni fa: prima di aprire le pagine e di rileggere, l’ho rivisto parlare con me, in quella primavera lontana, così colma di luce, di bellezza, di speranza. Al giovane collega con il quale ho condiviso gli esordi, ho dedicato più di una pagina dei miei diari, ma non ho mai pubblicato nulla. Le nostre strade si divisero presto ed il suo destino professionale fu affatto diverso dal mio. Non ho mai voluto millantare confidenze o intonare elegie postume non suffragate da una vita condivisa. Preferisco il pudore della scrittura privata.

Il testo che lessi quel giorno a Nomadelfia è la filigrana delle nostre vite, mia e di Elena. Tutto sembra scandito con la precisione di una sinopia, il disegno che precede e prefigura l’opera. “Il perché del mio sì con te a Nomadelfia”, è intitolato. E’ una lettera a Elena, mia moglie. C’è una frase, una sola, che più di tutte campisce la mia memoria commossa, mentre leggo e rileggo: “Ma al dolore sapremo resistere, talvolta anche durante quello sorrideremo, ma dopo senz’altro troveremo il sorriso. Uguale al primo, nel primo istante, nudo anche lui come le mani, duraturo”.

Dio solo sa quale e quanto dolore abbiamo condiviso, Elena ed io. Quale prezzo abbiamo pagato insieme alla dignità delle mani nude, la verità di noi, ciascuno per sé nella reciprocità del dono.

Potrei indulgere alla memoria tracciando il profilo che spesso restituisce l’esperienza. La quantità degli anni ed il suo corollario, la stanchezza. Non è così. Sento solo ed unicamente la levità del dono, la Grazia cui va il mio grazie, di un tempo duraturo vissuto insieme. Un valore inestimabile dentro il quale non accampare alcun personale merito.

In una delle omelie in Santa Marta, nei giorni scorsi, Papa Francesco ha parlato della Fede come di un’alleanza. Tre, ha detto, sono i caratteri distintivi del cammino condiviso con Dio [la Relazione per eccellenza, la Relazione eccellente]. Tre i momenti. C’è una promessa, ha detto il Papa. C’è l’alleanza. C’è la fedeltà. Mentre leggevo commosso il testo che scrissi allora, mi sono tornate alla mente le parole di Papa Francesco. La relazione con Dio è una Relazione d’Amore. Solo l’Amore è in grado di sostenere un’alleanza fedele. Duratura. Per questo forse l’amore dei due è l’archetipo dell’amore di Dio. Anche noi abbiamo vissuto una promessa, abbiamo stabilito un’alleanza. Le siamo stati fedeli. Ho sentito scorrere in me l’eco dei giorni più duri, quando la nostra mano nella mano, quella di Elena e la mia, la nudità delle nostre vite indifese ed impotenti nella prova, erano tutto ciò di cui potevamo disporre ed erano tutto. La nostra alleanza si rinsaldava, al fuoco lento della prova e le mani nude e serrate recitavano l’evangelico ut unum sint di Don Zeno e di Nomadelfia. Rinuncia a possedere e resistenza nell’alleanza. Perché il mio sì a Nomadelfia…

Del resto, il nostro minuscolo tempio domestico, è stato anche il luogo dell’esercizio della democrazia. “La democrazia comincia a due”, scrisse Luce Irigaray. Non c’è nessun altro luogo di apprendimento della democrazia che non sia la comunità di chi convive. L’esercizio feriale del rispetto, dell’osmosi continua di vita, del confronto trova nell’alleanza d’Amore una culla di senso e di significato che solo la Grazia può e sa sostenere. Perché solo nell’amore si impara. E si conosce.

Nulla intorno, nella ferialità vissuta, mi parla e mi ha parlato quasi più di Nomadelfia. Solo lacerti di fraternità e stremate e dolenti resistenze nell’alleanza hanno reso conforto alla solitudine. E’ giusto così. Non ci sono né premio né prezzo per il cammino della Grazia. Perciò è ed è stato tutto inesorabilmente giusto così. Don Zeno, sento, ancora e per sempre ci sorride, dal grembo della Terra in cui riposa e dove ci accolse un giorno per riconoscere la nascita della nostra promessa e della nostra alleanza. Nella fedeltà.

 

Diario inutile. 5

Diario inutile. 5

“Nessuna croce manca[…]”.

Le parole respirano piano, nel grembo dell’alba. Mormorano. Hanno il ritmo interiore di un pudico fiore, sbocciato nel silenzio dei tempi dolenti, sul ciglio di un rivo nascosto.

Al margine, i nomi andati via nella solitudine del loro per sempre, senza il caldo addio delle mani che avevano strette, a lungo, negli istanti feriali di una propria piccola grande storia condivisa.

Un Vento d’amore, implacabile e memore di una calda ed eternabile passione, spazza l’insidiosa polvere dell’oblio, che lieve e repentina si posa nell’affanno della lotta e sull’urlo degli addii.

Ma nel cuore/ nessuna croce manca/ è il mio cuore/ il paese più straziato”.

Il poeta del Porto sepolto, ha offerto sin da subito le parole con cui accordare il metronomo interiore. In quest’altra drammatica vicenda che tante similitudini accampa, nel suo essere, al pari della guerra, una catastrofe.

Era febbraio, verso la fine, quando annotavo nel diario per la prima volta i versi con cui Ungaretti scandiva la precisione della tragedia imminente: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”. [All’improvviso, l’incerto destino esistenziale sembrava essere diventato il solo signore delle fondamenta interiori, commentavo in quei giorni].

Poco prima, l’amato poeta dell’adolescenza aveva offerto un’ancora di consapevolezza al sempre più incalzante sgomento ontologico.

Mi sono riconosciuto/
Una docile fibra/
Dell’universo”
.

[L’onnipotenza, veloce e funzionale, della modernità vincente ed impositiva, messa in ginocchio. L’uomo, rannicchiato nell’impotenza del proprio limite ontologico, a lungo dimenticato e misconosciuto, ferito e piegato, ritrovava all’improvviso in se stesso la nota interiore della propria essenza, umana ed insieme divina, lInfinito, l’Eterno, scrivevo ancora nel diario: erano i primi di marzo. La grande, la lunga corsa iniziava a fermarsi. Un brusco, violento arresto mozzava il fiato ai competitors vertiginosamente lanciati sul ciglio dei tempi. Il sentiero della ferialità dimenticata, lungo argini sapidi di altre e remote memorie, diventava all’improvviso la sola strada che la Storia avrebbe potuto intraprendere. Per un tempo lungo o breve, ormai non importava più tanto sapere. Esistere, Essere?, era divenuta all’improvviso l’unica strada percorribile dalla speranza di un domani].

Una sera d’estate di tanti anni fa stavamo tornando a casa. La notte e la confidenza ci rendeva inclini a conversazioni meno convenzionali. Avevo poco più di vent’anni, a metà dei Settanta. Un’epoca fa. Le nostre storie profumavano ancora dell’eco di una memoria contadina, che aveva in parte scandito anche qualcuna delle nostre infanzie. Almeno uno dei nonni di ciascuno di noi, ce ne aveva trasmesso i canoni aurei con la forza esistenziale della testimonianza. La prossimità con la Morte come evento naturale e non rimosso dalla familiarità feriale, non era già più un fatto scontato, ma non era ancora divenuto un tabù da consegnare alla mediazione di contesti e competenze altre. La geografia interiore di ognuno di noi recava nomi e luoghi segnati da lacrime amabili e dolenti insieme. Quella sera, mentre giovani percorrevamo una delle tante strade calme e lente della nostra pianura, rispondendo ad una mia considerazione sulla morte, Silvio, qualche anno più di me, disse, quasi per darmi sostegno e conforto: ” Credo che per una persona sensibile, indipendentemente dall’età, sia giusto interrogarsi sulla morte. Troverei più strano non parlarne”.

La solitudine di chi muore solo, i tantissimi, stringe come una morsa al collo dei giorni. Non lascia mai la presa e risuona come un basso continuo anche nei momenti di stacco, i rari, che il dramma condiviso concede. Perché la morte, come scrissi nel 1990 in Exsultet, il poema nel quale dedicai 11 canti a Thanatos, è per me porta di Senso”, [“o Morte, o varco sublime del Tempo/ o porta d’Altrove e di Senso[…], Thanatos, Exsultet, 1990”, ]. Cui giungere lungo i sentieri di un paesaggio feriale nel quale si contemplano l’amore, gli affetti, la condivisione delle domande e delle risposte. Soprattutto di quelle estreme.

Il vulnus di questi giorni [mesi, ormai?] attinge e stabilisce la forma più dolente degli addii. La più dolente tra le forme.

Canto memoria e preghiera. La compagnia, un’eco delle domande e delle risposte a lungo scambiate nel passaggio terreno condiviso, una traccia degli sguardi, la carezza di una parola lieve come una stretta di mano d’addio, nell’istante più duro del cammino di chi ci lascia. Mentre nella solitudine e nel silenzio percorre il tratto verso la Porta estrema. Nessuno muore solo, nel coro di parole dedicate che amorevoli lo accompagnano, lo sostengono, lo innalzano. Anche se pronunciate lontano nello spazio e nel tempo.  Oremus.