Diario inutile. 15

Diario inutile. 15

Mendicanti.

«…lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia.», ha detto tra l’altro il Papa nell’Omelia pronunciata durante la Santa Messa di Pentecoste, celebrata oggi nella Basilica di San Pietro.

Non so se essere confortato da una sintonia, forse solo apparente o unicamente nominale, che si manifesta ancora una volta, sia pure in uno scarto temporale che non so se sia solo cronologico o anche frutto di un’asimmetria della cui natura non saprei dire. Dopo Nessuno si salva da solo e Orfanezza, ecco ora le umane creature colte nella propria flessione mendicante [e poco rileva quale sia la specificità della mendicanza: importa la declinazione ontologica della loro condizione].

Ho più volte e in diverse occasioni espresso la mia stima nei confronti dell’attuale Pontefice. Una prima volta, poco tempo dopo la sua salita al soglio, scrissi “Il legno dritto di papa Francesco”. Era il 10 Luglio 2013. Qualche tempo dopo, raccolsi tutti gli scritti a lui dedicati e pubblicati sul blog, in un Piccolo Libro Libero, “La parola al margine”. Un giorno osai anche farglielo recapitare, consegnandolo, da perfetto sconosciuto quale ero e sono, animato unicamente dallo spirito del dono, ad una guardia che mi accolse in una garitta di Città del Vaticano. Dopo avere superato i passi dovuti, mi venne rilasciata una sorta di ricevuta, che credo riposi in qualche cartelletta nei miei personali archivi. Naturalmente, come ampiamente atteso, non ne seppi più nulla e, se escludo la memore consapevolezza di tutto quel che ho scritto negli anni su extemporalitas, ne ho io stesso un ricordo flebile e rapsodico. Che torna ad abitarmi talvolta con nostalgia di un pensiero intenso e dei viaggi e degli anni, e talaltra in occasioni come quella di oggi.

Non so se la ricorrenza dei vocaboli indichi una coincidenza solo ed esclusivamente nominale. Ai filologi l’esegesi secondo tale flessione cognitiva. In me, la puntualità coincide con sussulti di senso e di Grazia, che mi dicono in quale punto dell’itinerario spirituale mi trovi nella storia che vivo. Forse sarebbe meglio dire mi trovassi, dato lo scarto temporale che caratterizza i passaggi.

Certo, il contesto in cui le parole nacquero in me al seguito della testimonianza esistenziale personale e accolte nell’ascolto di ciò che dentro la Grazia muove e detta da una Fessura di Silenzio, era affatto diverso da quello di questi ultimi mesi. L’antropologia consapevole di una forma impotente della solitudine. Che prelude la relazione ed in essa la speranza della comunione, il suo avvento [nessuno si salva da solo]. Il tradimento identitario [l’orfanezza di sé e dunque l’impotenza a sentire il Padre]. La mendicanza d’amore e di ascolto [avendo accolto e scelto della Vita unicamente la sua qualità di dono ricevuto, come avrei potuto anche laicamente vivere, ai tempi degli imperativi cinici e secolari, senza la consapevolezza che tutto è affidamento, mano stesa, e non rivendicazione e difesa del possesso? Mendicanza d’amore e d’ascolto, per il poeta, creatura di Canto?].

Erano tre statuti interiori bene a dimora in me nei decenni precedenti. Giorni in cui l’umano, l’antropologia dei tempi che ho vissuto, non aveva scollinato le temperie epocali che ci avrebbero afflitto in modo storicamente ben visibile e diffuso in anni ed in mesi più vicini a noi in senso cronologico. Alcuni di coloro che pure ne avevano consapevolezza, la lasciavano opportunisticamente bene occultata sotto la crosta di altri e più rassicuranti imperativi assai poco spirituali. I tempi opportuni sono un discrimine forte per riconoscere la verità di parole ispirate da un ideale, da quelle animate da solo ed esclusivo interesse.

Ora sembrano affiorare, spero non unicamente nella forma dei nomi, gli statuti interiori che dovrebbero guidare i tempi della mistica nascente, ed è una consolazione constatarlo, certo.

Sono tornato fedele ad uno statuto interiore che è stato metafora di una condizione umana e poetica, la mendicanza , di senso e d’ascolto, scrivevo qui.

Pronta, con l’ansia dolente dei cercatori di senso, dei mendici d’amore e di ascolto”,[“Il posto delle fragole”].

L’umanità non appagata dall’istante, ha raccolto le sue cose in modo frugale e, come un mendicante d’amore, è già altrove.”,[“Fata Morgana”].

Forse qualche nota a margine ne racconta i gesti oscuri e mendicanti.”, [“Olocausto di sogni”].

Sono alcune fra le minuscole tracce del cammino umano compiuto in quei durissimi decenni. Durante i quali, la consapevolezza del limite ontologico dell’umano e degli altri, tanti, personali, insieme a quelli scelti ed abbracciati nell’alveo della storia feriale, mi avevano sospinto e condotto fino al margine esistenziale della sola rilevanza anagrafica. Dove la sintassi interiore della mendicanza è una dimensione confidente nella propria angusta quotidianità. Fu in una di quelle sere costellate di solitudine, minacciate quasi ogni giorno dall’altrui orfanezza di sé, sostenute unicamente dalla generosa carità di chi accoglieva la mia mano interiore sempre aperta e distesa nella richiesta indifesa a tutto, che per la prima volta diedi forma alla parola ed alle convinzioni che mi abitavano ed accompagnavano. La mendicanza. Era, credo, una notte sul finire degli Anni Novanta. Non ho mai più cancellato quel sito.

Diario inutile. 14

Diario inutile. 14

Affidarsi.

Devo a Nino il passaggio tutto interiore, e la premessa di una riflessione che ne fosse argomento e sostanza, dalla fiducia all’affidamento. E’ accaduto il giorno in cui ho scritto Diario inutile. 11.

Qualche tempo dopo, Tode mi ha parlato di questa sua bella iniziativa, invitandomi a scrivere io stesso il mio primo passo. Nei giorni scorsi, ho riflettuto a lungo, ancora e più di sempre, come ho tentato di fare sin dall’inizio, sul senso, sull’esito e sul preciso luogo interiore, il piccolo pertugio, dal quale ho vissuto e scrutato la tempesta.

Ne è nata un’altra pagina del mio Diario inutile, che forse pubblicherò nei prossimi giorni, dalla quale ho colto in estrema sintesi il passaggio che segue. Il mio primo passo. Affidarsi.

 

#therightfoot

Abbiamo sperimentato tutti, forse qualcuno per la prima volta, una consapevole, assoluta fragilità personale. Timore, incertezza, impotenza davanti all’intensità virulenta del dramma.

Fuori dai paludamenti istituzionali e dalla forza, che statuiscono entrambi la garanzia dell’esito atteso, avevamo quasi abbandonato l’arte feriale e ispirata alla mitezza di avere fede nel prossimo.

La prova estrema ci ha restituito anche infinitesime esperienze di reciproco affidamento. Minuscoli gesti di solidarietà. Di prossimità. Di vicinanza. Mani tese e sconosciute. Libere. Spesso gratuite. Non dimentichiamole. Compiamo il primo passo nella memoria di tale affidamento. Inizieremo un cammino che ci porterà lontano. Insieme.

Uscendo dalla tribù degli interessi costituiti, per costruire la comunità degli ideali condivisi.

La giusta direzione.

 

Diario inutile. 13

La giusta direzione.

Carlo Todeschini, anima digitale di uno dei primi progetti di telematica civica in Italia, nella seconda metà degli anni Novanta, RcCR, ripropone ora lo spirito originario ed originale della sua passione, umana e professionale. Torna al posto delle fragole, che abita irrevocabilmente ciascuno di noi e riaffiora, talvolta e negli istanti colmi di Grazia, quando i segni dei tempi   rivelano le sorgenti, nella temperie carsica della storia, maiuscola o minuscola di tutti e di ciascuno.

Con identica, feriale dedizione e con uguale fiducia della singolarità responsabile di ciascuno nella relazione, in ogni relazione, peer to peer, Tode  ripropone la tecnologia come strumento funzionale alla comunità. Consapevole del fatto che la comunità non è mai, né mai potrà essere, una derivata della tecnologia, qualunque essa fosse. Dalla pietra affabulatoria dei Flinstones alla concreta silice che ha acceso la modernità. Certo e convinto, Tode, che la comunità è l’anima di ogni progetto tecnologico. Un organismo vivo e che tale è sarà e rimarrà fino a quando non si consegnerà alla subalternità organizzativa. Una supplenza o un surrogato che piano piano sovrascrive e lentamente spegne la pienezza esistenziale delle origini.

Ho sempre seguito fin dai primissimi giorni il drammatico incalzare della pandemia a Cremona, che ha preceduto di soli pochi giorni una stessa e forse ancor più virulenta diffusione nella mia città. Una città che ho molto amata, Cremona.

E’ stata per qualche anno il mio discreto e fugace rifugio, in uno dei momenti più drammatici della mia storia professionale. Insieme alla preziosità di qualche raro incontro vero, in quegli anni sopraffatti quasi dovunque dall’ipocrisia e dal cinismo, gemelli omozigoti nella gestazione dei tempi devastanti che abbiamo vissuti, la città mi ha offerto scenari di consolante bellezza, a me fino a quei giorni sconosciuta.

Spesso, durante le pause tra un impegno e l’altro, mi sono rifugiato ed immerso nelle sua strade. Per meglio cogliere, nella solitudine e nel nascondimento che alcuni percorsi del centro storico così bene custodivano, nelle ore orfane di una frenesia altrove incessantemente a dimora, senza remissione, la Luce inesausta della Speranza. Non dimenticherò mai il giorno in cui, al termine di un lungo peregrinare a cavallo del Mezzogiorno, mi ritrovai in Sant’Agostino sopraffatto dalla commozione. Rimasi a lungo in quella sospensione di Luce e di bellezza, che mi aveva attratto e che sembrava non più lasciarmi. Un ricordo che è rimasto per me, più del tanto rivelato e svelato dalla memoria e dagli incontri, l’icona insieme felice e dolente di un tempo custodito nella densità infinita di un transito da un’epoca, quella nella quale sono nato, ad un’altra, tuttora in embrione e la cui forma compiuta mai vedrò.

Così, ieri sera, dopo avere letto i dati riguardanti la città, mi è sembrato del tutto naturale inviare un sms a Tode: “Carlo, ho letto poco fa, Cremona, 0 contagi! Ce la state facendo almeno voi?”. Dopo un breve scambio, uno dei tanti di questi anni e degli ultimi mesi in particolare, che hanno caratterizzato il nostro dialogo, di prossimità e di distanza anche quello, dall’andamento sinusoidale e a tratti sincopato, Tode mi ha risposto: “Ti voglio parlare del progetto che abbiamo lanciato ieri. Dai un occhio a therightfoot.site”.

Tra ieri sera tardi e stamani ho dato più di un’occhiata: nelle more degli ultimi scambi, me ne aveva accennato. Ora so che Tode è tornato nel luogo dell’origine, quello che sempre informa e sostiene gli stati nascenti.

I nostri tempi, per chi ha potuto, voluto, saputo leggerli dentro se stessi ed in profondità nel cuore dei tempi stessi, sono fitti di tali condizioni sorgive. Come è giusto che sia in un’epoca del tramonto  che prelude naturalmente alla nascita di un’altra epoca. Le parole solitarie di chi apre le strade all’avvento di forme nuove, ciascuno secondo il proprio evangelico talento, sono le gocce d’acqua che compongono il fiume della Storia e della Vita.

Ciascuno la propria goccia: perché, come scrivono Tode ed i suoi nello spazio dedicato alla missione: “Vogliamo trasformare tante piccole voci in un grande coro”.

Il grande coro della Vita, che, ora lento ora lieve, ora rapido ora furente, eternamente scorre verso l’infinito Mare del proprio per sempre. Ciascuno intonando la singolare, l’indispensabile, la libera e gratuita, la feriale nota.

Orfanezza.

Diario inutile. 12

Orfanezza

Un’altra singolare coincidenza, dopo questa. L’ho rilevata stamani, quando, partecipando alla Santa Messa celebrata da Papa Francesco, l’ultima aperta ai fedeli [rinnovo il grazie che avevo già espresso in modo persuaso qui], ho sentito pronunciare nel corso dell’Omelia la parola orfanezza. Un vocabolo piuttosto desueto, con il quale intrattengo da anni una certa familiarità. Tracce evidenti di tale consuetudine, affatto nominale, qui e qui.

Naturalmente non commetto l’arbitrio di lasciarmi andare a supposizioni in merito all’origine ed all’originalità delle intuizioni singolari. Se la sorgente vocazionale e vocativa delle parole è nel poeta, sacerdote di Luce, come scrissi ormai più di 40 anni fa, e dunque diffusamente gratuita e libera, la responsabilità testimoniale delle parole stesse declinate nella forma di un pensiero pensato in proprio, risponde alla e della singolarità creaturale. Dono divino anch’essa. Compiuto il tuo nella tensione all’essere, l’armonia che ne scaturisce è ancora e solo opera divina. L’essere sia tutto ed unicamente l’essere se stesso, la parte migliore di sé e la sua intera gratuita oblazione nella parola ostesa: il Padre che fu nell’Origine, ritroverai tale nel tuo Destino. Lo spazio del viaggio compiuto è tutto nell’anima di chi si espone nella parola. Il sentiero breve di una testimonianza non esperita nella parola, minaccia ed insidia l’armonia costituita della comunione. L’esito atteso del Canto.

Non ho la presunzione di saper compiere un’esegesi comparata ed argomentata delle eventualmente diverse orfanezze. A partire da due forse differenti flessioni di senso e da contesti relazionali e comparativi affatto diversi. Annoto solo qui, come si può rilevare dalla lettura di Magnificat, che per me, in quel testo come nella stessa vita, l’uno mai dato senza l’altra, l’orfanezza è sì del Padre, nei nostri tempi, ma anche e soprattutto del figlio, quello minuscolo che noi siamo stati ed in gran parte siamo. Orfani di noi stessi. Di un’orfanezza interiore che denota e denuncia l’incompiuta del nostro sentiero. Quello che conduce a reincontrare il Padre.

 

Diario inutile.11

Diario inutile. 11

La danza della Vita.

Durante i mesi trascorsi in casa, 62 giorni consecutivi senza quasi mai uscire se non per compiere i 200 passi che mi separano da un paio di urgenze primarie, ho coltivato la Grazia del dialogo. Un dono ricevuto inestimabile, che vale più di un placebo, del cui altissimo valore effettuale sono comunque convinto. Una Grazia declinata in diversi aspetti della vita, alcuni dei quali mi sono stati, oltre che di conforto sempre, come è dei rapporti veri, di guida. Nella prossimità di una conoscenza duratura e confidente. Uno di questi, è quello con un amico medico, culminato nei giorni scorsi con una email che gli ho scritto per ringraziarlo: cerco di capire, la frase che ho messo in oggetto. Allora, poiché credo che siano tutti atti costituivi della quotidianità di questi giorni e dunque a pieno titolo e a buon diritto soggetti del Diario Inutile, trascrivo qui alcuni passi essenziali dell’epistola digitale, tratti cioè dalla email stessa, che ho integrato con altre riflessioni. Il tu al quale mi rivolgo, non è un soggetto impersonale, come spesso mi accade quando scrivo poesia, ma rimanda ad un’anima e ad un volto precisi, quelli dell’amico medico.

Caro Nino

grazie per l’aiuto che mi dai nel cercare di capire: ritengo che faccia parte a pieno titolo di quella Cura che ti sta tanto a cuore. Sebbene io non sia in senso proprio un tuo paziente: dunque, grazie due volte…

[…] Capire mi aiuta a vivere [tentare di capire, per quel che posso] e a superare questo difficile momento. Almeno negli aspetti cognitivi, informativi. Non voglio abbandonare un’attitudine interiore che ho sempre coltivato, cercato di coltivare, alla correttezza. Prima di lasciarmi andare a scomposte manifestazioni di indignazione, frutto spesso più di ignoranza che di sostanza. Ed in questi drammatici giorni, Dio solo sa quanto più di sempre mi affligga l’ignoranza!

[…] le bussole che mi hai dato durante le ultime settimane, e fin dall’inizio del dramma che ci ha tutti coinvolti, sono state almeno tre. Non di tutte ho colto subito l’essenziale e semplice essere fondamentali [la semplicità e l’essenzialità colgono quasi sempre i fondamenti, anche della complessità...].

A surrogare la debole sostanza di una realtà socio assistenziale della mia Regione e della mia Città, provata da discutibili e discussi interventi, del passato prossimo e remoto e del presente, è stata chiamata spesso, anche in questa occasione, la Comunicazione, il dio minore della contemporaneità, che lo ha eletto da decenni a causa ed effetto di qualsiasi situazione. Conferendogli uno statuto di onnipotenza, che va ben oltre le conseguenze anestetiche, di cui viene accreditato nella società della comunicazione di massa. Viviamo sempre più spesso una comunicazione priva di comunità. La cui assenza è stata per decenni alimentata da un opportunismo cinico ed onnipervasivo che ha annichilito la comunione. E, insieme a lei, pur nell’opulenza superflua dei mezzi, anche molti tra i messaggi. I ripetuti annunci, spesso privi di seguito nei fatti, la discrepanza tra il dire ed il fare, come l’ha elegantemente definita una persona gentile, riferendosi in queste settimane ad una di tali situazioni, non hanno fatto altro che alimentare l’ansia ed il senso di disillusione, che spesso è anticamera della ribellione.

Ora, l’articolo che ti ho segnalato stamani. Se ho ben compreso leggendo la documentazione e la sintesi che mi hai inviato, le cose stanno [anche] come è scritto nell’articolo stesso.

Considerate le lunghe premesse di cui sopra [che si potrebbero sintetizzare in una sola frase, mantra estremo ed essenziale delle mie convinzioni e dei miei comportamenti rispetto alla tecnologia: nessuna tecnologia può sostituire o rimediare all’assenza di una realtà umanamente fondata, che ne sia premessa e sia ad essa sottesa in ambito valoriale. L’umanesimo tecnologico, del quale qualcuno si è appropriato definendolo tardivamente nuovo umanesimo, una sorta di vintage copia incolla, sarebbe questo, declinato nella sua sintassi interiore ed epistemologica più elevata] mi è parso di cogliere un’eccellenza funzionale nella piattaforma di gestione dei dati. Una condizione che non ha fatto la differenza tra Veneto e Lombardia, ma, come accade di tutta la tecnologia che funziona correttamente [svolge cioè adeguatamente il proprio compito: l’eccellenza ontologica della tecnologia è, è stata e sempre solo sarà unicamente funzionale. Non pertiene infatti gli statuti ontologici dell’umano, che sono squisitamente valoriali], ha aiutato a realizzarla. A porla in atto. Ne è stata il moltiplicatore funzionale nei percorsi di gestione dell’epidemia. I cui esiti più favorevoli in una regione rispetto ad un’altra, sono stati sicuramente determinati in prima istanza dalla presenza attiva ed organizzata di una medicina di comunità ben attestata.[…]

[…] La bella app e la piattaforma eccellente sono cattedrali nel deserto, nella società umanamente disabitata da architetture relazionali coerenti e correttamente finalizzate. Anche questo non è un problema nuovo. Le fughe in avanti della sintassi digitale priva di un’antropologia del futuro, sono una caratteristica diffusa degli ultimi decenni. La tecnologia, in quanto eccellenza funzionale, non fa altro che moltiplicare l’evidenza dell’esistente. Adottata in un contesto in cui la medicina di comunità fosse insufficiente o quasi inesistente, non farebbe altro che replicare in modo esponenziale fino al disastro tale evidenza originaria.

È un’afflizione che affonda le proprie radici lontano nel tempo, quella di comportamenti che, in assenza di soluzioni radicali all’origine del problema, strumentalizza la scorciatoia delle magnifiche e progressive sorti, finendo così per accelerare unicamente la caduta nel baratro di una profonda inconsistenza originaria.

Ne scrissi in uno studio sulla comunicazione della Rete, nel 1997, quando, dopo avere incontrato numerosi soggetti istituzionali per realizzare la ricerca, mi resi conto che, chi era privo di qualsiasi idea di futuro, si affidava spesso alla magica e presuntamente salvifica istanza tecnologica per porre rimedio all’irrimediabile. Serve un mutamento di paradigma interiore e non la semplice sostituzione dei mezzi. I quali, senza una visione del mondo, pur essendo eccellenza nella novità, non producono alcun futuro. Gli esempi velleitari e fallimentari in tal senso, sono negli ultimi anni numerosi e tutti di una drammatica evidenza, nei diversi ambiti della vita di relazione. Così come è immotivata la pretestuosa e spesso demagogica separazione tra virtuale e reale, che ha a lungo afflitto e ritardato una matura e responsabile evoluzione della società digitalizzata, è ed è stata sempre del tutto velleitaria la presunzione di chi avrebbe voluto far credere la tecnologia risolutiva rispetto agli stati di insofferenza e di insufficienza degli organismi collettivi viventi. Singolari o comunitari. La tecnologia è un moltiplicatore funzionale dell’esistente. Se paradossalmente il valore della realtà cui la si applica fosse pari a zero, l’esito sarebbe coerente con tale origine. Il risultato, dunque, pari a zero. La diffusa tentazione di riempire l’apparente vuoto storico degli stati nascenti, tipici di un’epoca di transizione, approfittando del solo vantaggio competitivo di cui si dispone, l’arma tecnologica, ha prodotto spesso un orizzonte del futuro sul cui schermo campiscono le parole: esito nullo. Il dispiego sovrabbondante di strumenti ed il dispendio di umano impegno in assenza di fondamenti e di orizzonti primari, vanifica le promesse del paradiso della tecnica.

Certo, le relazioni umane sono assai più impegnative e complesse di quanto possano lasciar credere le scorciatoie dell’onnipotenza virale dei mezzi. La durata, il tempo, e la profondità, lo spazio, sono qualità ontologiche dell’umano. Gli strumenti, quando servono, e se davvero servono, seguono. Non guidano la danza. Ancora una volta, l’anello debole è la comunità. Nei casi più drammatici, la sua assenza. Prima di adottare prassi e strumenti è necessario conoscerne o disegnarne il destino. Un destino possibile. L’orizzonte condiviso della Cura, tra medico e paziente, attinge questa consapevolezza e questa speranza. Se esse sono entrambe presenti, la scelta e l’adozione dei mezzi con cui realizzare il destino condiviso della cura, segue con docilità estrema.

In questa ultima considerazione è contenuta e sciolta per me anche l’altra delle questioni, quella relativa alla privacy. Io, […] mi affido assolutamente a te, medico, e attraverso te, anche ai soggetti istituzionali che verranno a conoscenza dei miei dati con la finalità della Cura [è solo un esempio, fondato nella nostra relazione confidente ed amicale, umana, dunque, però, e per questo lo adotto…: il tu costituisce un preciso destino identitario]. La filiera del consenso passa attraverso nodi dei quali tu, medico, sei garante per me, fino alla mia persona. Più in alto, solo tu puoi vedere, sapere, conoscere. È sempre stato così. E’ un tema che attiene l’organizzazione della società e non primariamente ed unicamente l’architettura digitale, lo strumento relazionale della contemporaneità.

Così ho cercato e sto cercando di fare in modo che fosse anche con il mio nuovo medico di medicina generale, che ho dovuto cambiare dopo 31 anni. Preferisco lo spirito di collaborazione, di cooperazione, di condivisione fiduciaria a quello, purtroppo assai praticato e diffuso, del conflitto permanente effettivo. Che ha sostituito, spesso in anni recenti, alla cartella clinica del medico, la carpetta della pratica legale aperta dal paziente. Alla confidenza ed alla fiducia nel dialogo, il conflitto.

In tale spirito, ma non solo, scrissi, tanti anni fa, Ippocrate. La responsabilità sociale del medico, quella che un tempo gli conferiva uno statuto socialmente accreditato, passa oggi anche attraverso tali consapevolezze e gesti. Possiamo anche non fidarci, non lasciare cioè la delega del nostro destino all’altrui sola responsabilità. Dobbiamo, però, affidarci, seguire il solo sentiero interiore che aiuta nella costruzione della relazione. La fiducia cieca potrebbe essere esiziale o persino distruttiva e inconcludente. L’affidamento traccia la via della consapevolezza, in quella che Raimondo Panikkar avrebbe definito, con un felice neologismo di sua invenzione, l’interindipendenza. La libertà dell’io di ciascuno nella nascita del noi condiviso. Irrevocabili entrambe. Dobbiamo reciprocamente aiutarci a fidarci. Ognuno ha le proprie responsabilità ed il carisma di un suo personale coraggio. L’affidamento alla Speranza nasce e si conduce per ciascuno in modi diversi. Ci sono i volontari che testano i vaccini. Ci sono i pazienti che si affidano alla competenza ed al coraggio responsabile e civile dei propri medici. Senza, tutto si ferma e ci schiantiamo tutti. Anche se dotati delle migliori tecnologie e delle più vaste conoscenze cliniche. È il cuore dell’uomo a guidare la danza della Vita.