Diario inutile. 18

Diario inutile. 18
Eufonia d’estate.

Ubriaco di aria. Di luce. Di respiro, di vento. Il sole nell’azzurro, in alto. La memoria arde dentro. L’antica piazza in cui sono nato, l’infanzia prima ed estrema, nel cuore della vecchia città. L’ora unica e chiara di tutto il fulgido o dolente avvenire. Cammino svelto nell’eufonia del momento. Le strade strette snodano i passi, esperti di un passato remoto. Ecco l’adolescenza, colma di una speranza senza tempo. L’eternità nell’istante, vivo per sempre dentro. Scorgo lacerti di un nuovo smarrimento. Vado verso l’angolo strozzato che immette all’infinito. Nulla è mai del tutto dimenticato. Nulla è per sempre perduto. L’estate inclina la solitudine all’inaudito, allo sgomento. Lungo sentieri che più non conoscono la strada di ieri. Dentro la traccia ignota di arditi pensieri. Gli uccelli cantano ancora al suono lieve delle foglie e le cicale animano la discrezione incerta di un angolo sconosciuto. L’erta della memoria discende dolcemente e viva fra i ciottoli di un’altra età, alla nascente riva. Nessuna cosa più parla la lingua ignota di un allora che ormai fu. Forse tu solo, e alcuni rari intorno, indugi nell’abisso memore di uno sguardo altro, di una stagione andata: distendi l’orizzonte muto al suo segreto. Sono trascorsi anni, mesi, forse solamente istanti. Sotto la traccia oscura delle perdute ore, c’è l’armonia silente di Quello che tutto precede, di Qualcosa che mai muore.

Il vento si nasconde tra angoli di antichi palazzi. I vicoli mi guidano ed insieme mi accompagnano. Sento l’ora redenta nei passi scossi del presente.

Sono uscito, di nuovo, nell’aria e nel sole.

Non c’è disincanto nella luce che lenta si infrange alla svolta lieve di una piazza. La naturale icona della finitudine, che, tacita, si accompagna alle cose.

La ritroverai più in là. Viva nel presente in te. Ardente come un ricordo o dolente o bello.

L’eternità è nel per sempre di un ritrovato istante.

Sono uscito. Lo sguardo posato sulla geografia familiare della città. L’anima del mondo attende. L’anima del mondo non muore mai nello sguardo amante.

Un altro passo, verso il Mezzogiorno, verso l’età più adulta in cui tutto è attenzione, custodia e ritorno. I luoghi della vigilia adulta. Gli spazi della folle corsa sulle trine orlate di Luce degli scampati abissi. Ora tutto, almeno in te e per te, di nuovo tace. Forse nell’ode silenziosa al suo per sempre, che incalza come non mai prima, e, atteso, si avvicina. Forse nel calco dell’armonia che amasti, della pace che, finalmente!, vivi.

L’ora moderna batte i rintocchi dei suoi ultimi tramonti. La fervorosa si ritrae, stanca e forse vinta dall’urgenza di un altro futuro, che acclamato dagli stessi ignari incalza. Lo seppero nel proprio cuore i poeti. Lo intuirono i profeti. Lo avvertono confusamente e postumo ad altri e ben diversi passati, i propri, i cinici in agguato per ghermire il futuro. Anche il futuro, dopo avere prosciugato il passato nell’euforia delle promesse vanesie. Non v’è alcuna eredità da spartire. Gli avidi mentori dell’avere, coltivano ipnotiche passioni ignare del nulla che le attende. Gli strenui fedeli all’Essere, lo sanno in se stessi da sempre, senza schizofreniche illusioni divisive.

La frontiera urbana dei tempi segna e scandisce, con geometrica precisione, i varchi di senso. I passaggi andati a morire in un margine che nessun uomo aveva mai sognato. Solo progettato, con ostinata e volitiva dedizione quando tutto era promessa di futuro e l’avvenire una nebulosa incognita. Dismessa la presunzione di tutto sapere. Tutto conoscere. Tutto potere. Solo la mano lieve degli amanti mette ali alla città e al cuore degli uomini vivi dentro. Allora come ora. Oggi come già un tempo.

Il disegno di un passato effimero, tratteggiato con la mano leggera di un’interiorità in fuga da se stessa o da sempre sconosciuta, già scolora. Sulla traccia, nessuna storia ha avuto presa. L’epoca al tramonto vola via, smemorata nei profili senza radici e senza destino.

I tigli alti sorridono e proteggono: ogni chioma è una composita armonia della sinfonia più grande. Solo lo sguardo amante li accoglie nell’unità dei diversi, che fa del suono informe un canto composto.

Ci sono state tante, minuscole prime volte. Tante uscite dopo i lunghi mesi trascorsi in casa. Tutte, declinate nella flessione autobiografica, mi sono sembrate subito, non appena vissute, esemplari per essere messe a tema nel Diario Inutile. Così colme di grazia ricevuta, l’essenziale vita, e di gioia vitale, il semplice bastarsi in se stesse. Così vive, di nuovo, nell’essenza e nell’essenzialità delle relazioni in esse e con esse accampate. Ne ho tratto tracce, appunti, spunti. Riposti. Meditati. Rimandati ad un altro più ampio e più diffuso scritto. Stamani, quando nel sole alto dell’estate sono ripassato per l’ennesima volta davanti all’antico portone, ingresso della casa in cui nacqui, ho sentito salirmi dentro le stesse identiche parole con le quali ho iniziato questo scritto. Insieme all’eco di quelle del poeta: “Nel mio principio è la mia fine. […] Nella mia fine è il mio principio “. Lungo i muri vecchi in pietra sui quali salgono tralci tenaci, si accende nel mattino la Luce degli eterni. Che ci custodisce nel silenzio dei giorni e ci accompagna al Varco. Dai nostri passi l’infinito sprigiona l’ineffabile profumo del moto perpetuo. L’infinità del cammino, che nessun ciottolo, pervicace, prepotente ed egoico, potrà mai sigillare nella pietra d’inciampo di un istante terreno. Ignoto forse talvolta a noi stessi nei tratti oscuri dell’abbandono, ma non mai a Dio. Freme la città nel frinire delle cicale e l’ansia ricomposta nel sole sembra indulgere di nuovo a prudenti consuetudini. La nascita chiede una pazienza feriale. Ebbro, ascolto il passo della vita minuscola che basta a se stessa. Siedo, nell’eternità degli attimi: l’insignificanza che mi abita, lascia spazio a tutte le ignote vastità. Spero che sia la Grazia a salire nel cuore. L’arco teso del passato remoto e quello di un futuro lontano: sento la scintilla che scocca fra i diversi tempi e li unisce. La Mano si posa sulla spalla benevolente ed amica. Chiama, forse. Forse. O forse solo mi accarezza un Tempo senza inizio e senza fine. Quello in cui si è felici di tutto e per niente. Origine e Destino, nel palmo aperto dei congedi e dei ritorni.

Tieni alte le ali, poeta. Dice la Voce dentro. Nell’istante del Volo eterno che ti è dato, farfalla di Luce, componi nel presente la nostalgia, l’esilio, la speranza. Sei un minuscolo accento, la consapevole scintilla che resiste, nell’Infinito. Sei la parola che ascolti, mentre ti nasce nel cuore e nella mente. Svelata in te da Qualcuno cui da sempre diligente attendi e del Quale sei sempre in attesa.

 

Scritto il 27 Luglio, come mi ricorda la data di apertura del file. Il testo ha riposato nelle pieghe della quotidianità, compagnia discreta e talvolta rivisitata: [pubblico quando credo…, esergo in aggiornamento].

Aggiornamento:

Lan Lan mi ha fatto dono di una preziosa continuità nel dialogo con il Diario inutile, «Journal inutile.18 Euphonie de l’été.». Qui la sua traduzione di un passo del mio testo, accompagnata da un icastico introito meditativo in forma di Haiku:

la vie ce sablier/ et chaque grain/sa conscience”, Lan Lan Huê

[«la vita, questa clessidra/ ciascun granello,/ sua coscienza».]

Felice di essere di nuovo ospite del suo blog, accolto con la voce modulata interiormente da una nota che evoca un cammino ininterrotto. Anche quando il sentiero pare svanire all’occhio esperto unicamente della forma esteriore. Altrimenti detto, nel linguaggio che più pertiene e meglio significa tanta parte della contemporaneità, apparenza. La sinfonia dei pensieri e dei sentimenti amicali che risuonano oltre lo spazio tempo, le contingenze e la brevità estemporanea delle flessioni prensili, è sempre un’oasi di ristoro nei deserti che traversiamo a dorso del silenzio.

[https://rencontresimprobables.blogspot.com/2020/08/dialogue-avec-le-journal-inutile.html]