Diario inutile. 20

Diario inutile. 20
Paul Celan.[23 Novembre 1920. 23 Novembre 2020].

Con misericordia, esercitata anche e soprattutto verso la smemoratezza che ormai mi abita con frequenza proporzionale all’incedere degli anni, mi avvicino alla soglia di un indelebile ricordo. Smarrito, smemorato, anche lui come tanti, forse troppi, tra i più cari e radicati nel profondo. Cancellato, mai. Assistito dalla Grazia, madre delle folgorazioni nei giusti ritorni.

Scrivo di lui, Paul Celan, il poeta che forse più di tutti ho amato. Da lontano nel tempo e per sempre.

L’ho ritrovato ieri sera, dopo qualche anno di sonno riposto nelle pieghe di una vita altra, diversa ed incalzante. La Grazia è il nome preciso del Destino ed il caso, nella sua accezione minuscola di luogo comune, non esiste. E’ accaduto che ritrovassi il mai perduto compagno di giorni e di ore trascorse nella luce di una Parola alta, la sua, mentre cercavo in archivio la traccia di altri sentieri, riposti ma non interrotti o accantonati per sempre.

Vagavo con sicura consapevolezza tra le cartelle degli archivi, regesto e vita viva di anni fervidi di una intensa partecipazione spirituale ed intellettuale. Tempi in cui le parole nella relazione tanto somigliavano, e per lunghi tratti davvero lo erano nel canto, all’attesa ed al compimento di un sublime umano incontro. Sotto il segno della sua poetica, mirabilmente esposta qui, in una sintesi esistenziale indimenticabile: “[…] Solo mani veraci scrivono poesie veraci. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano. […][in Paul Celan, «La verità della poesia», Ed. Einaudi, 1993].

Ho scritto tanto di Paul Celan. Alcuni tra i canti a lui dedicati e che avevo in precedenza pubblicati, li ho lasciati anche sul blog: qui, qui, per esempio. L’ho spesso citato in extemporalitas, dove egli è sempre stato per me ospite esemplare. Una presenza viva.

Vagavo con animo a tratti commosso, ieri sera. Cronos è per me in questo tempo ancor più insignificante di sempre. La prova del confinamento disorienta a tratti anche la sicura bussola interiore di ascendenza agostiniana. E’ stato così che con sgomento, aperta la cartella datata 23 Novembre, un novembre di qualche anno fa, ho letto il suo nome, Paul Celan, la traccia di un ricordo scritto, la data di una ricorrenza. Ho vacillato per un attimo dentro l’inconsapevolezza delle date: sarà domani, mi sono detto, sorpreso. Domani saranno 100 anni dalla nascita.

Non scriverò nulla, nulla più e null’altro su di lui. Non potrei significare meglio quello che in giorni alati l’incontro con il dono della sua poesia mi ha suscitato dentro. Non si può e non si deve scrivere ciò che già si è detto meglio, nel migliore per noi dei modi.

Vorrei unicamente ricordarlo per il fiore luminoso del suo canto, che non finisce mai.

Ci sono figli che, nell’incolpevole innocenza in cui la Storia li ha convocati a nascere, sono chiamati [vocati?] a riscattare anche le colpe dei padri. Ci sono figli che, generosamente per una vita intera e a costo della propria vita, vivono nel rimorso per una colpa che non hanno, che non avrebbero potuto avere: non avere potuto/saputo salvare i propri padri. Lo vivono ciascuno secondo il talento ricevuto. Paul Celan nella lingua, in quella che riteneva essere madre, la Lingua del canto, cercando l’indelebile Traccia. Che ricongiungesse la vita cancellata alla Vita viva in cui, figlio, con l’estrema umiltà degli ospiti inutili a tutto, era stato chiamato ad essere. Porgendo nella Parola del canto una mano tesa, oltre la cenere di un nichilismo pervasivo che tutto aveva annullato. Cancellandolo via, nell’incolpevole impotenza del figlio. Paul Celan, con e nella Lingua universale del canto, e con la precisa e responsabile scelta della lingua degli aguzzini, aveva cercato, lungo una vita intera, la parola, che presa per mano la Morte incolpevole dei cari e poi dei molti la convocasse dentro ed oltre la Soglia dell’Eternità, nel Tempo. Una Parola risorta.

Mi è sembrata ancora e di nuovo e per sempre, l’amata parola di Celan, un viatico esemplare anche per questi giorni. Non è la Morte, il punto. E’ la nota di Senso che in essa abita e che ci abita. Lungo una intera vita. La Traccia che cerchiamo ed insieme lasciamo nella e con la nostra testimonianza.

Ci sono figure interiori apicali in ogni epoca. Ve ne sono state e ve ne sono anche in questi ultimi tempi di transito da un’epoca ad un’altra. Paul Celan, certamente è stato in vita, è oggi e come tutti i classici lo sarà per sempre, una di esse.

Un giorno, l’ho ricordato anche così, nel canto:

 

Ospitaletto, 06 Febbraio 2000, ore 11.00

Sui sentieri d’Europa d’un tempo in salita

è rimasta soltanto parola la vita, sola

prova e misura del senso, o poeta. E’ finita.

E’ per sempre finita la gran cerca

del grembo dove nascon l’arcano e la lingua,

la tua terra e la madre nel delitto sfinita.

Ti è rimasto il Silenzio, grande culla e per noi

tuoi eredi e tuoi figli di censo, un po’ indegni

poeti, la balbuzie del canto. Della lode

l’incenso. E’ finita. Nel tuo ultimo gesto

risorta per sempre ad ignoto destino

una nuova canzone, Paul Celan,

forse il Nuovo Cammino.

[in "Fessura di Silenzio", Brescia, Gennaio 2000, Giugno 2001].

 

 

La Via. [La Vita].

La Via. [La Vita].

Il testo che segue,riassume in sé i caratteri di due diversi Sentieri di Senso. Quelli del Convivio e quelli di Op.Cit. Avrei potuto, come sempre in passato, pubblicare il mio scritto in Convivio, e le citazioni dal libro di cui scrivo in Op.Cit. Il testo mi è venuto così, in forma di dialogo tra parole nate talvolta in seno a tempi lontani e scaturite quasi sempre in luoghi diversi e distanti. Come lontani, certamente nello spazio, siamo stati sempre e siamo Lan Lan ed io. Così come è nato, ho deciso di lasciare questo lavoro, suscitato dalle parole dell’autrice, Ly-Thanh-Huê, e dedicato al suo ultimo libro pubblicato, “La voie est sous vos pieds”, St Ouen, Les éditions du net, 2020.

 

Ho trovato la porta d’accesso, o forse la minuscola chiave che apre la soglia interiore, così evidente nella sua Bellezza da sembrare nascosta all’occhio pigro dell’indugiare feriale. Priva talvolta, nella fatica e nella prova, di vocazioni verticali accolte.

Me l’ha data lei, l’autrice.

Scrivo raramente, ed ancor più di rado ho scritto, dell’opera altrui, di libri pubblicati. Per un’indole poetica cui sono fedele da sempre, nella scrittura come nella lettura. Per una forma di rispetto della verità di me, di chi scrive, della nostra più viva e veritativa relazione. L’ipocrisia e la convenienza dell’opportunità critica o dell’opportunismo che cerca una improbabile elevazione di sé nelle asimmetrie dell’incomunicabilità, o dell’incomprensione più diffusa e probabile, conducono solo al delitto: lo spreco della Parola. Il seme inutile disperso e la generosità della parola in atto, il canto è gesto, sono nella sua origine e nel suo destino. A tale assioma etico sono fedeli, nella mia visione, il lettore ed il poeta.

L’opera in sè può essere un universo compiuto in attesa e può dischiudere mondi in chi lo scopre nella ricerca di rivelarlo a se stesso. Essere letti, forse essere amati… E, reciprocamente, in una relazione che attende la comunione, leggere con uno sguardo amante. La composizione della figura interiore che nasce da tale incontro, è la presenza al reale dell’opera.

Toccare con lo sguardo dell’anima la profondità di chi ha scritto, è un esercizio impervio. L’intuizione, simile alla folgorazione che accende il cuore nell’atto di fede, è un dono da custodire con cura ed attenzione. L’altezza della comprensione raggiunta è il sentiero al termine del quale la mente sussurra l’incipit dell’incontro, il proprio “Eureka”. Non sempre la meta è data, ed anche quando lo è, talvolta non è data per sempre.

Da alcune settimane ho concluso la lettura del libro di Lan Lan, ma Sœur du Nord.

Da tempo l’ho lasciato in un sonno vigile ed attivo, fedele all’esergo, una nota iniziatica della mia minuscola storia creativa. L’ho posta in apertura del blog: Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento.

Da tempo, il libro stesso mi guarda ed insieme mi chiama a raccogliere la sintesi del nostro incontro. Lo vedo e lo ascolto ogni volta che scorgo i segnalibri fare capolino dalle sue pagine. Sono i segnavia di passo che ho posto, le tracce di una memorabilità della relazione fra le parole scritte da Lan Lan e la mia lettura.

E’ seguendo tali tracce e citando i suoi passi, che avrei voluto scrivere della sua opera. Come in un dialogo ininterrotto in cui la parola di chi scrive suscita una risonanza interiore. Talvolta il ricordo di altre parole che egli stesso scrisse. In una conversazione oltre lo spazio tempo delle contingenze, che reca in sé gli accenni dell’infinità e dell’eterno. Come è dell’amicizia e della fedeltà che, anche nella parola, dura.

Più volte ho esitato: ogni punto di intersezione e di accesso, tra quelli evocati dai miei segnalibri, mi è sembrato adeguato e bello.

Infine, nei giorni scorsi, è venuta lei, con la consegna dirompente e decisiva, con la chiave d’accesso alla soglia. Ecco dunque il fiume, quella mirabile metafora del tempo, la porta d’accesso, la chiave del senso. Di un possibile inizio nella narrazione dell’incontro.

Le fleuve est la métaphore du temps, de son flux, de son impermanence. Ici, impétueux torrent, là, calme et étale, telle la vie changeante sans cesse, jamais sans douleurs ni tracas, il s’écoule. Il est peinture, poème, koan peut-être, énigmes sans fin, qui inspirent l’âme humaine. Alors, méditons-nous le fleuve ou le fleuve nous médite-t-il ?“. Quel tempo che è la Vita stessa, scandita dal metronomo interiore della Coscienza [La Coscienza è il Tempo, in Exsultet, 1990].

Inizia qui la restituzione nel dialogo, costellato dagli accenti dei segnalibri, della Via che Lan Lan ha segnato con il suo passo. Quel Tempo, che è la Vita stessa.

Con una domanda che forse è preludio alla sinfonia cosmica il cui unico Cantore è il solo Autore ignoto. “Alors, méditons-nous le fleuve ou le fleuve nous médite-t-il?”. Nella Parola [o nel segno: il Poema o il Dipinto, che importa…], l’enigma senza fine. Senza il Fiume, nessun Canto. Senza il Canto, nessuna rivelazione dell’Essere del Fiume sarebbe possibile. In mezzo, l’uomo, creatura divina, medita ed è meditato, nell’icona ultima e decisiva del Segno. Che rivela e snuda l’Abisso e la Luce. La calma pienezza del Tutto, al colmo della rivelazione. Che è, prima di tutto, Relazione fra la Cosa, il Mondo, e l’incantesimo dell’Essere che nella Parola eternamente canta. Il poetico istante in cui tutto è Chiaro e l’uomo vede l’Essere in sé e la Natura stessa vede nel suo esistere l’uomo.

[…] Conta l’informale, inteso così tutto ciò che si considera naturale, cioè non manipolato dall’uomo, ma soprattutto non rivelato, non reso cioè da esso in qualche modo intelligibile alla vita. Interessa tutto ciò che esiste prima che nel pensiero di qualche creatura sia stato pensato, cioè fondato a oggetto di relazione, rivelato. Tutto ciò che preesiste, preesisteva all’uomo, ad ogni uomo, in ogni tempo, e alla sua capacità e possibilità di nominarlo.[…]

Nello zero assoluto è, oggi, l’ispirazione del poeta, la sublimazione di un incontro tra un uomo in esilio nel grande silenzio e ciò che accade.

Compito del poeta non è quello di ordinare le cose, ma quello di vivere nella consapevolezza estrema, e mai abbandonata, che esse sono in quanto diamo loro un nome. L’albero è di per sé già cosa. Ma senza l’ideogramma primitivo che lo definì, senza il più raffinato fonema, forse senza la forza di una simbologia trasmissibile domani nel e con il solo pensiero (una sublimazione di cui l’intuizione non sarebbe che il fondamento primo), l’albero non entra nel cono di luce della vita, non si rivela.” [in Exsultet, poema.1990].

Il fiume contempla l’uomo da un ineffabile indizio di perennità. C’era prima, ci sarà dopo l’uomo. Il poeta scandisce nella parola il canto dell’Essere, che intuisce, presente, vivo, infinito ed eterno nel fiume. Il quale, mentre gli detta dentro i caratteri del mistero primordiale, viene letto nella parola estrema del poeta, alla soglia dell’indicibile che abita la meditazione e prelude l’avventura mistica. Una relazione incantevole in cui l’uno rivela l’altro a se stesso. Nel divino scenario del Silenzio. Il Fiume pensa l’uomo o il poeta canta il Fiume? Nella Relazione tra il Fiume ed il poeta si rivela l’incantesimo del Mistero. L’anima meditativa del Mondo. Che tutto precede, da cui tutto procede, che tutto segue.

Dire l’Ineffabile, tentare di dirLo, è un esercizio estremo. Del quale Ly-Thanh-Huê, nel suo libro, ci offre più di una traccia e numerosi indizi.

Ly-Thanh-Huê è, fin dalla biografia, una creatura di confine, inteso come apertura di orizzonti di condivisione. Ly-Thanh-Huê sembra amarne la porosità [cit.], qualità che sospinge la conoscenza oltre l’angustia dei luoghi dati e comuni. Le origini, la nascita ad Oriente, ed il destino, l’esperienza in Occidente.

Ne La voie est sous vos pieds”, se ne colgono ampie tracce interdisciplinari, interculturali, interreligiose. Che lei tratta con discrezione esistenziale e con competente, umana cura, sebbene con l’indispensabile audacia di chi cammina davanti. Sarebbe sufficiente l’icona di un titolino da lei dato ad alcuni paragrafi del suo testo, per rendere l’accento sapido che distingue la Via di Lan Lan. “Un jour la parole délivre du langage, dit la psychanalyse après Lacan. Un autre jour le silence délivre de la parole, dit le zen”.

C’è la religione, [e vedremo poi con quale profondo sguardo interculturale], c’è la scienza, [Ly-Thanh-Huê è psichiatra e psicanalista e Lacan scandisce spesso la messa a fuoco del pensiero di Lan Lan, nelle sue pagine]. C’è l’arte: Huê scrive poesia, il suo blog ne offre ampia testimonianza ed il libro stesso, con puntuali citazioni, da Bachelard a Omero, a Dante, disegna un cammino singolare e profondo nel confronto con la parola poetica. Senza dimenticare il fondamento haiku del canto di Lan Lan, che ha in Basho ed Issa due sicuri custodi della sua avventura creativa.

La meditazione, nutrimento e stilema centrale dell’universo esistenziale e creativamente generativo di Lan Lan, attraversa, sostiene ed unisce tutto il suo cammino, nelle diverse declinazioni interdisciplinari. In una sintesi intuitiva, direbbe forse Emo Marconi. Nello sguardo di monos, il monaco, sostiene il poeta, che ha accettato, nella lezione di Raimondo Panikkar, la sfida di scoprirsi tale.

La forte tensione spirituale che ne anima e ne distingue il passo, allontana l’eco temibile di un sincretismo citazionista e colto. Il tratto discreto dell’umiltà si respira in ogni pagina e mette al riparo da improvvisazione ed al sicuro rispetto ai dettami di una superficialità indotta dalla devozione all’apparenza.

C’è, in apertura del volume, una riflessione che precede il cammino: “Avant le chemin”, Qui, il vaso di Pandora [cit.] sprigiona tutte le domande, e le risposte che sembravano sicure, la via è sotto i vostri piedi [cit.], divengono incerte, fragili, precarie. Come sempre è nel destino dell’uomo, anche quando egli lo ritiene compiuto. Ed altre domande si aprono dentro di lui e davanti a lui. Gli haikus, questi infiniti stupori [cit.], è un pensiero iniziale [iniziatico?] di Lan Lan, elogio del minuscolo qui ed ora, ne accompagnano il cammino [in cerca di risposte?]. Di nuove risposte. Perché il destino dell’uomo, qualsiasi possa essere il vero significato del compimento, il Koan?, non è mai dato per sempre. Per sempre compiuto.

Basho è, nella sua prima citazione, il distico che introduce il cammino, “Pour introduir le chemin”. Con chi? Verso dove? Con lui, Basho, verso le grand nettoyage [de ce bas monde]”. “Il y a d’abord marcher”, scrive Lan Lan. E, all’inizio del paragrafo successivo, “Il y a ensuite et insensiblment, méditer”. Compare qui decisivamente il fiume, la Via e, quindi, la Vita. “Le fleuve a souvent servi de métaphore du cours de la vie”, prosegue Lan Lan. “Marcher et méditer au quotidien.

Camminare e meditare nella vita quotidiana, sono esercizi che lei introduce con una figura enigmatica ed insieme icastica della modernità. Il protagonista di un viaggio senza origine e senza destino. E’ il camminatore di Giacometti. “in movimento verso dove, verso cosa, nessuno lo sa…. Lo sguardo dello spettatore rimane sospeso al suo solo movimento.”. [cit.]. Sembra di cogliere qui l’insensato ipercinetismo di un’epoca smarrita. Un muovere fine a se stesso. Di cui nessuno, a partire dal camminatore stesso, comprende più il senso. Se mai più uno ne avesse. Infinitamente lontano dal lento pellegrinaggio interiore che la meditazione ispira. Il viaggio dentro se stessi in presenza del quotidiano. Il sorriso silente di statuari Buddha dagli occhi semichiusi, che sembrano essere ormai tutt’uno con la natura che li avvolge, si erge, nelle immagini calme di visi scolpiti nella pietra: pare un esoterico contrappunto, se dressent les images tranquilles [cit.], ed insieme un conforto ed una consolazione per i viandanti. “… se dressent [...] face à elle”, la statua dell’uomo spoglio di tutto di Giacometti, la cui unica dimensione percepita, nella sua nudità sgomenta, è, appunto, il muovere. Muoversi purchessia.

Tutto potrebbe finire qui dove inizia. Il La, nota d’avvio del cammino, è dato. La religione del Silenzio contemplativo, è già in embrione nella pietra immobile, in faccia all’uomo nudo di una dissacrante frenesia senza meta, ma in atto. Un terribile destino senza requie, nella contemporaneità.

Un’odissea di freschezza [cit.] tende, invece, dolci agguati nella prossimità feriale [purché essa sia vissuta “…tout le long le fleuve…”, con indole meditativa...]. Perché l’orizzonte della meditazione non ha unicamente lo sguardo ampio dell’epoca. Al contrario, si muove ed attinge, proprio perché la via è sotto i nostri piedi, anche la bella seppur insospettabile e talvolta faticosa prossimità feriale. “Une odyssée de fraicheur”, scrive Lan Lan. Alla quale ci guida ed introduce con Issa:

La meditatione est ce chemin...le long du fleuve.”. Un orecchio bene esercitato alla preghiera laboriosa, all’orazione meditativa del corpo dedito alla vita semplice,non può non sentire in queste pagine, sin dai primi passi, “faire la vaisselle, le jardin…”, l’eco feriale dello spirito benedettino. Ora et labora. Quando il gesto del canto feriale è anche l’atto del corpo quotidiano che canta. L’Armonia spesso dolente del cosmo, si conforta, si consola e rischiara nella minuscola preghiera senza remissione, di tutti e di ciascuno. La meditazione contemplante della compostezza. Al soffio [le souffle?, cit. ] di un Dio nascosto o misconosciuto, sempre presente. Anche in chi crede di non credere e lo chiama con uno dei nomi prediletti della modernità in perpetuo movimento nell’estimità: Nessuno.

Lungo la via, sul cammino, lo sguardo meditativo del pellegrino interiore si apre da una finestra [forse una delle tante che si dischiudono dentro e sulle Anime?…]. Lo soccorre, dopo l’esordio con Buddha, una memoria cristica, tutta occidentale. Fenêtres sur âmes?”, si interroga Lan Lan. Si capisce che ha trovato una sua risposta. Finestre sulle anime?,ce château est l’âme…”. E si comprende che il paesaggio sul quale si posa lo sguardo dell’autrice è quello, inevitabilmente familiare per uno spirito meditativo, di Teresa D’Avila, con la sua esaustiva metafora del castello interiore.

Thérèse d’Avila parlait du château de l’âme, dans lequel se déploient les chambres de l’âme. Si la mème métaphore pouvait être utilisée ici, il serait possible de se représenter les langues et les cultures comme des fenêtres différentes s’ouvrant sur l’intérieur du château de l’âme. Elles n’ouvrent pas toutes sur la même chambre. Ce en quoi, elles ne sont pas la même expérience. Mais elles ouvrent certes sur la même maison, le même château de l’âme, soit l’expérience intérieure. […] La méditation en ce sens, ne serait pas une chambre particulière de la maison, chambre monacale de recueillement, singulière et unique au sein de l’être. Elle est partout, habitant toutes les chambres de l’âme, tous les moments possibles de la vie, elle est légère, fluide, polymorphe, circulant comme un souffle, elle est respiration entre les différentes chambres de la vie. Méditer serait tout simplement ce souffle qui traverse la vie intérieure [...]».

Lan Lan offre uno sguardo oltre l’orizzonte della modernità, composto ed atto a ricomporre un dialogo fra diversi e lontani. L’incontro, lo sguardo dell’alterità , le diverse culture: un punto di sintesi e di condivisione. Il castello dell’anima. Assai prima che lo spazio ed il tempo sembrassero convocati in un’unica [quanto spesso fittizia ed illusoria!] dimensione dai prodigi digitali, lo sguardo interiore, aggettato da finestre intemporali [preludio d’Eternità?], convoca nella compresenza del dialogo essenze umane in apparenza lontane [prossimità degli Infiniti?] ed affatto diverse. Un invito senza tempo a riconoscere [conoscere? Approfondire, scendere con Luce dello Spirito nell’umano abisso fino allo scrigno in cui un Dio ci veglia ed assiste?], prima di tutto nel sé dove già ci abita, il luogo, l’Anima. In cui sono custodite la Bellezza, l’Amore. Il linguaggio comune nella Babele contemporanea [o forse oltre il suo incerto balbettio, babil [cit.]?]. Il Linguaggio? Le souffle [cit.], che è respiro dell’Anima. Intuito nel suo più intimo e riposto recesso, perché, come scriveva Teresa d’Avila, C’è un cuore del castello che è abitato. C’è un cuore del castello dove abita Dio. C’è un cuore del castello dove Dio vuole parlare e intrattenersi con noi. Noi possiamo esserne fuori, ma Egli è là, al cuore del nostro cuore”.

La parola estrema del poeta ed il silenzio del mistico attingono la soglia dell’Indicibile e del Mistero, in prossimità del cuore del castello interiore che è la loro anima stessa [Le souffle, linguaggio ed insieme anima mundi?]. Per questo, forse, come Lan Lan ha scritto,La méditation […] Elle est partout […]. Lo Spirito, [le souffle? [cit.] infatti, soffia dove vuole, e l’umana creatura lo ascolta, lo accoglie quando può e dove vuole. Ne è abitato sempre.

Il libro di Lan Lan è un breviario laico per l’uomo in cammino. Nella ricerca della meta più negletta alla contemporaneità. Lungo il corso del più ineffabile dei cammini, nel deserto secolare dei nostri tempi: quello di un pellegrinaggio interiore sostenuto dall’umile passo della nostra viandanza, che segna ed insieme compie e distingue l’originalità di ogni singolo incedere. La Via è sotto i nostri piedi. Se sappiamo alzare lo sguardo al Cielo, in alto, nel profondo, dentro, e tutto intorno dovunque, lasciandoci guardare dalla Vita, il Fiume, che eternamente scorre.

Potrei, e avrei potuto, proseguire nell’affascinante ricognizione dialogica, parola su parola, dentro il testo di Lan Lan. O cercando di camminare con lei, accanto, lungo la via che è sotto i miei piedi. Tentando di cogliere altre chiavi che introducano all’intimità meditativa del viaggio, mentre l’estimità  del paesaggio richiama l’attenzione sulla Bellezza delle forme e/o sulla Semplicità degli istanti. Che divengono, nella relazione che una all’altro rivela, chiare di una Luce altra.

Il mio passo non è stanco di seguire, fedele alla propria cadenza, speranzoso nell’affidamento della viandanza ad un destino di comunione, la Via che Lan Lan ha tracciato: altri scorci e nuovi accessi non mancano. C’è Sant’Agostino, la cui esegesi del tempo interiore, così lontana dalla pervasiva e feroce partizione cronologica della contemporaneità, ho sempre amata. Mi fermo qui.

Lascio, lungo questi Sentieri di Senso, in Op. Cit., qualche altra traccia del viaggio che ho compiuto nei passi di Lan Lan. Scorci del Fiume aperti su visioni a me sempre care, quali, tra tutte, il Silenzio.

Un sublime lacerto del cammino, che è viatico e destino di una poetica meditativa, ed è un universale dell’umano. “Le silence comme fond de l’expérience humaine”, intitola un suo capitoletto Lan Lan. Poche righe più avanti, Angelus Silesius irrompe con la perfezione della Bellezza, la risposta dell’arte: “La rosa è senza perché”. La Poesia [e la mistica, con l’Angelo della Slesia...], che non si è mai interrotta, può iniziare. Ed in lei e con lei la contemplazione.

[…]Alors peut surgir la paisible et sereine contemplation de la fleur, de la lune, de la nature, en son éphémérité et impermanence, en son silence immense, pur être là, contemplation dépouillée du brouhaha du monde, universelle, accueille sans fin l’immensité du monde a travers ses détails infimes.[…]; le silence vibre de ce lointain murmure des affects qui le colorent. Les silences contemplatifs se font sur ce socle premier du langage.Ils surgissent entre les mots, découpent les phrases et font réapparaître l’oxygène d’origine qui a fait naître les mots, leur souffle premier.[…]”.

Ed un’altra traccia, quella della parola  vissuta, che dal Silenzio nasce, tra Vita, lettura e scrittura e poema.

[…] La parole trouve sa véritable valeur a partir de son socle de silence. Et c’est dans le silence, a partir de ce silence, que le retour a l’origine amène a la nature, a la vie. Devenir la montagne, l’arbre, la fleur est alors ce vécu d’évidence d’un être dans le monde qui se retrouve en solidarité avec tous les autres êtres au monde. Se mettre alors a l’écoute, en silence. Et ce n’est qu’ensuite que les mots viennent témoigner de ce partage, de cet être au monde, en ramenant une parole délestée, allégée,libérée, vivifiée par le silence. […]”.

Un fitto canto di risonanze interiori ed echi si leva qui, lungo il fiume della generatività creativa, che entrambi, Ly-Thanh-Huê ed io, pur lungo cammini così lontani e forse anche affatto diversi, abbiamo, per vocazione o destino, entrambi percorso. Qualche volta, condiviso.

Une pratique d’écriture qui est exercice spirituel.

Retenons ce premier point. L’expression peut faire penser aux exercices d’Ignace en un tout autre contexte. Exercice est en tout cas le maître mot, il est cet entraînement au quotidien, il n’est pas seulement gymnastique de l’esprit, en sa mécanique formelle et technique. Il est d’abord et avant tout posture de l’être. Et cette posture est en communion avec les autres êtres de la nature. Un trait, une couleur, un parfum, et tous peuvent pousser a une expérience qui dépliée majore un être au monde, dans ce monde où nous ne sommes qu’invités de passage […]”.

Forse, non fu dunque un caso [e chi sa mai quale sia il nome preciso e proprio del Caso nelle vicende umane] che, poco o nulla conoscendo di lei, tanti anni fa, invitassi proprio Lan Lan, tra i pochi e rari, a tentare di vivere l’avventura creativa cui stavo cercando di dare vita, quella delle Relazioni Spirituali.

Sono solo minuscoli accenti di una sintesi esistenziale che è anima, spirito, corpo.

En guise d’étape, conclude o forse inizia di nuovo e per sempre, il suo cammino Lan Lan. “II y a-t-il un bout du chemin ? Voyager en impermanence, en sa voie ou ses voies, en sa voix ou ses voix, est peut-être le propos de la méditation, comme celui de la marche et de la respiration, comme aussi celui de la poésie et du chemin de l’analyse, tout le long du fleuve de la vie. La voie me suis-je dit, n’est peut-être finalement que le nom donne a la vie, et elle ne peut être que profondément marginale car les voix qui peuvent s’en élever ne sont que celles qui se sont élevées en chacun, singulières réponses a différents temps de sa vie, pour tenter de la dire justement, au plus près, éthique d’un bien-dire qui se cherche tout le long du chemin. […]”.

E, infine, giunta in prossimità della fine del Viaggio, il lascito Elle peut des lors servir a d'autres, ou non, librement.»] ed i sogni […]. Discreti, come tutto nel libro di Lan Lan, ed infinitamente chiari: […]Marcher, méditer, écrire, recueillir les mots sur le chemin. «Le monde est notre représentation», disait Schopenhauer, cueillant l’essence d’un bouddhisme que l’occident avait importé en son temps. Ce monde est construction, facticité, regards, fenêtres sur un réel. Il est possible alors de se distancier de ses représentations, de s’en détacher même s’ils nous ont été utiles en une vie. Laisser la barque qui a aidé a traverser le fleuve sur le rivage. Elle peut des lors servir a d’autres, ou non, librement.[…]”.

[… ]Les mots sont simples métaphores, barques arrimées sur le rivage du langage commun, que même le simple d’esprit peut entendre. Certainement pas dogmes, ils servent juste a maintenir la vigilance dans ce voyage de la vie que nous savons tous, être vallée des songes.[…]”.

Qualche eco parafrastica della preghiera, la “valle di lacrime”, diviene ed è, nella declinazione laica e professionale di Lan Lan, la valle dei sogni. Qualche accento esistenziale, con l’ineluttabile metafora del Fiume, con le sue barche, forse anche quelle vere che ondeggiano discrete nell’orizzonte di Port Thibault. Da cui Lan lan firma e data la conclusione del libro [forse del Viaggio?].

 

 

Note.

1. Quando scrivo di Arte, Religione e Scienza, mi riferisco alla lezione del mio indimenticabile ed indimenticato maestro, Emo Marconi.

2. Quando cito intercultura e visione interreligiosa, mi riferisco al dialogo di Raimondo Panikkar, di cui ho più volte scritto sul blog.

3. Le citazioni dal libro di Ly-Thanh-Huê sono in corsivo ed in lingua originale. Quelle da me tradotte e/o introdotte nell’intercalare parafrastico ed argomentativo, sono contrassegnate con [cit.], anche quando si tratta di una sola semplice parola.