Un anno. [17 Marzo 2020_17 Marzo 2021].

Diario inutile. 23
Un anno. [17 Marzo 2020_17 Marzo 2021].

Il Silenzio reca in sé l’eco delle infinite verità narrate ed anche di quelle taciute. Il silenzio restituisce nella solitudine la verità di noi. Di coloro che siamo stati. La memoria ci parla nel silenzio dell’Assenza, della grande, di cui abbiamo da sempre e per sempre una infinita nostalgia, come della minuscola e feriale, che ricordiamo in scampoli di esistenza con partecipata commozione. Quando i volti di coloro che abbiamo amato, e che ora non sono più con noi lungo il sentiero bello ed a tratti terribile dell’umana avventura, si mostrano nella dissolvenza di qualche incantata solitudine. Il silenzio restituisce storie che parlano di sé ciascuna a modo proprio ed a ciascuno secondo una propria sintassi interiore. Perciò ogni silenzio si manifesta con una sua nota ed ognuno lo percepisce in sé in modo singolare. Conforme e coerente con l’armonia o la disarmonia di cui è testimone e portatore. L’anima cava e vuota di sé del monaco è l’archetipo della figura accogliente. Ed insieme è l’alveo desiderante di chi attende e spera di essere accolto. Il silenzio è un’esperienza viva e profonda e la solitudine un pellegrinaggio interiore.

Ho meditato in me tali flessioni dell’essere, mentre tanto del silenzio vissuto durante questo anno pareva la derivata coatta di scelte compiute altrove. Nei giorni in cui la solitudine pareva una necessità imposta dentro un cammino di scelte esiziali, le sole indicate per una salvezza terrena possibile.

Il silenzio e la solitudine, il sale della prova o la gioia degli spiriti contemplanti, attingono una dimensione nominale identica. La cui estensione nella vita di ciascuno si declina in forme e sostanza affatto diverse.

La preghiera di un anno ha tentato di aprire il sentiero della comunione, una compensazione della asimmetria degli stati nominalmente identici e sostanzialmente tanto apparentemente lontani fra loro, fra la voce muta e dolente di chi soffriva ed il sussurro gioioso di chi cantava la frugalità della vita nella sua essenza solitaria e sufficiente a tutto.

Durante l’anno trascorso ho pregato, come sempre e più di sempre. Compiendo la meno inutile tra le azioni che potessi compiere. Forse la sola a me possibile, erede e per un breve tratto ancora protagonista della mia vicenda umana di poeta inutile a tutto.

Ho pregato con le parole attinte al silenzio, nella presenza viva delle tante solitudini che ignote a me stesso iniziavano un altro cammino. Ho pregato per i volti cari andati via da tempo. Ho pregato per coloro che, spesso inconsapevoli del mio canto come della mia preghiera, ancora camminano a fianco e dentro il mio cuore. Orfani, talvolta, di sé nella più feroce delle solitudini. Ho pregato, mentre l’azzurrità del Cielo pareva l’impossibile quinta di un dolore insopportabile. Ascoltando, dentro l’umana ferita, la parola del canto, la preghiera che accendesse dalla feritoia della Solitudine e del Silenzio la Luce di una speranza senza tempo. La Parola, là, alta e ridente nella stessa azzurrità del Cielo, soglia e viatico all’incomponibile, al salvifico, all’eterno Mistero.

Affidato, il poeta nella preghiera, come un bimbo alla madre, come un amante all’amata, come un amico all’amico. Come un fratello al fratello, prima che Caino alzasse la mano sull’Innocenza e dopo che l’Innocente risorgesse l’ineluttabile tradimento di Giuda nella più alta e sublime delle fraternità conosciute. Quella che attinge il divino.

Ho solo pregato. Nel corpo. Nel canto. Nella laica orazione feriale, come in quella composta e sussurrante delle ore dedicate.