Litanie dell’incontro/4.

Litanie dell’incontro/4.

In avvilente ritardo, o con feroce fraintendimento apologetico, i legittimi tutori della parola, o i presunti tali in un’epoca al tramonto, nella dissipazione di Senso cui essi stessi avevano, forse talvolta inconsapevolmente, contribuito, lanciavano l’inopportuno strale identitario contro i rei probabili dell’ultimo arbitrio nominale.

Dopo decenni di ipocriti pronunciamenti, nel solco tracciato dalla tagliente lama dell’ambiguità che separava le parole dai gesti, le Gazzette pullulavano, ancora e più che mai, del Nome, in un’orgia consumista di abusi, un overload spesso discinto e quasi sempre sgraziato, esso solo sì persuaso, della propria missione, dedita al rito della induzione, della coltivazione e della soddisfazione di desiderio.

I sacerdoti nel Tempio, gli scriba, i farisei ed i mercanti agitavano tutti, impugnandola ciascuno a proprio modo, a diverso titolo la forza del Nome. Nessuno poteva spargere più la Grazia sapida della Parola, attingendo in sé l’energia silente del testimone. La compromissione con le cose, ne aveva divorato l’intero paesaggio interiore, l’anima tutta. L’originalità è una terra poco frequentata in ogni tempo, priva della confortevole assonanza dei luoghi comuni, surrogato di ogni compagnia e falso preludio di una vera comunione.

Invano la caccia degli scherani batteva i margini ignoti della Terra, ormai divenuta Globo, in cerca del tremulo virgulto che avrebbe generato ancora nel Nome, nella Parola, il Futuro. Un possibile futuro.

Litanie dell’incontro/1.

litanie dell’incontro /2.

Litanie dell’incontro/3.

 

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/3.

Sfuggito alle vibratili zanne dei cinici scherani, degli Erode di ogni tempo, il potere costituito e costituente di ogni rendita di posizione, l’Innocente claudicava nella parola al margine dei tempi. Nascosto al Panopticon massmediatico dominante, visibile allo sguardo umile degli iniziati, nella greppia del suo scelto mutismo silente, ascoltava il palpito del già farsi Storia nel non ancora.

I retori disputavano la lettera del Natale, in un esercizio di affermazione e tutela dei principi laici, minimi, ma non minoritari, che nell’assenza del nome attingevano e difendevano la sostanza stessa della maiuscola libertà. L’indistinto ed indistinguibile nell’Istituzione a tutela della diversità e dei principi. Come una premessa o una promessa di raggiungimento laico di una pace possibile.

Come se essere, essere se stessi soltanto, l’essere in sé, avesse costituito l’ineluttabile premessa di un essere contro e non semplicemente la dignità irrevocabile di un essere altro. La mistificazione delle funzionalità dominanti e dei ruoli, effetto dell’essere, assurti al ruolo ontologico di causa, hanno dominato e guidato lo scampolo di storia che ha segnato il tramonto di un’epoca. Così come un Dio di tutti, anche Il senza nome, aveva donato nella verità di una venuta in Luce, sempre e comunque dall’origine singolare. Ed in tale singolarità vocata e disposta alla comunione. Pronti, dunque, non già al bellicoso confronto atto alla conquista ed alla opportunistica condivisione di una comune appartenenza dettata spesso unicamente dall’apparenza, che le etichette ed i target così bene disponevano e significavano. Bensì, incline ed educato alla relazione osmotica che iniziava anche i diversi da sé, soprattutto i diversi da sé!, alla comunione.

Litanie dell’incontro/1.

litanie dell’incontro /2.

 

 

 

Litanie dell’incontro /2.

Litanie dell’incontro/2.

Lo guardi. Lo lasci. Lo ascolti. La passione fredda dei cinici non è mai stata nelle tue corde interiori. Il pane eletto della sprezzatura precede il reciproco perdono e non sa nulla della confidenza che abitò un giorno gli amici e gli amanti.

L’ira fredda del terrore che tutto vorrebbe cambiare, nella radicale, rapida e ascesa al potere, e nulla in se stessi, non appartiene alla storia delle nobili, umanissime intenzioni. Nemmeno quando agita, violenta e demagoga, il vessillo strumentale della giustizia umana.

Tu non attendi più l’Innocenza a Betlemme.

Tu non sai nulla delle lente conversioni feriali e della folgore che colpì l’uomo vecchio dentro a Damasco.

Tu sei da lungo tempo disabitato da te stesso. Orfano di te, prima ancora che delle madri e dei padri, dopo avere rinnegato con secolare dedizione tutti i passi di un’eredità mnestica, cancellata nella sabbia del deserto contemporaneo.

Da tempo tu Le sei andato incontro, nel turbine di tramontana della modernità che lenta e dura si spegne.

L’hai abbracciata, come un figlio una madre, ancora a te stesso in gran parte ignota nel suo mistero sublime. Come a se stessa sconosciuta, nella sua casta e vibratile essenza, prigioniero tu delle tue tracce irrisolte ed ambigue, tutte accartocciate sull’autonomia di un presente fiero. Privo delle smarrite altezze che tracciano l’orizzonte infinito e aprono all’eterno cielo. Privo, ormai, della sacralità dei nomi. Smarrito nella gloria folgorante di un delirante plauso transeunte.

Ho pregato sempre nel silenzio, affinché il Tempo dell’incontro ricomponesse la feroce divaricazione compiuta dalle ore ferite dentro. Tutte le dissonanze, in una litania del canto e del gesto, lenite e ricongiunte dalla cura nell’incontro, di sé con se stessi, di sé con l’altro da sé. Verso e dentro l’Epifania di un noi.

 

[litanie dell’incontro /1.]

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/1.

Tu non sai se nel profondo Silenzio degli addii, lungo i sentieri interrotti dei congedi che affollano ogni singola vita e le comunità di destino, alberghi una domanda inevasa.

Di te a te stesso, di te ad altri. Di altri a te, di altri a se stessi. Di Senso. Di cose, chissà, ancora. Il non detto è forse talvolta un desiderio innominato, un senza nome?, o un fiore reciso o mai compiutamente sbocciato? Quale davvero è la volontà di Dio, quando la vita si scioglie dall’abbraccio innamorato che la pose nel sentiero del giorno?

Urla il tuo volto, ora, nel mio profondo sé e la memoria non ha né carità né scampo. Smemora o accoglie? Chi davvero è andato via da te stesso, recando con sé una minuscola orma di te e del noi che foste insieme? E tu, dove te ne sei andato quando hai esercitato il passo degli addii? Verso quale, altro nuovo incontro? O sei migrato nell’attesa, in quel palpito di vita a tratti struggente, spesso malinconico? Hai scelto la solitudine, il vertice alto della vita dal quale in silenzio contemplare? Attendi forse un Altro per sempre, il diverso da tutti? In quale anima ancora vibra la traccia degli istanti condivisi, nella Luce di un Valore e dunque di un Credo, qualunque esso fosse, anche laico, che non tramonta mai?

La libertà di ciascuno esige il rispetto e tu non sfiori e mai sfiorasti, nemmeno nella forma discreta di un’acuta divagazione sul tema dell’incontro, prima che osi la comunione, il punto dell’assenza. Un passo che non compi e mai compisti oltre la soglia muta dei commiati. L’indifferenza non ha nulla a che vedere con la responsabilità dei cammini scelti, accolti, attesi, condivisi e no. Se il silenzio celi una decisione o l’indolente dissimulazione è tema dell’arte di vivere da sempre, sapida intuizione nell’incontro. La verità di sé. La verità di te. La verità di un noi possibile. Se il Silenzio sia una latenza leopardiana di felicità, una cristica attesa di resurrezione, il memorabile regesto di un originario Indicibile o il nulla desertificato della vita interiore che si è spenta nell’esercizio situazionista di un opportunismo attendista e sempre disponibile per le opzioni vincenti, solo tu ed un Dio amico, amante e confidente potete conoscere e sapere.

C’è forse là un ascolto, una dolente voce dissimulata nel no di tutte le cesure?

Il canto dell’incontro e dell’addio, la Vita stessa, non vuole in prima istanza condurre nessuno in alcun luogo. Non ha, nella parola poetica, corpo della parola e gesto del poeta, unità destinale, alcuna intenzione impositiva. Se mai, nelle più nobili intenzioni dell’attesa, la speranza di avvento, dell’incontro innocente. La Litania che prelude ed accompagna l’incontro e l’addio, non vuole essere, ma è, il luogo in cui insieme abitano il poeta e la parola di Dio, o il Pensiero che precede ogni silenzio, laicamente detto. Il luogo in cui potrebbero stare insieme, per un tempo indefinito e misterioso nelle sue premesse mai con certezza date e mai date per sempre, l’attesa e l’ascolto, nell’incontro.

Le parole furono, per l’Adamo universale, le cose, e lo sono sempre, lo sono tuttora, per la creatura innocente. Che cos’è la solitudine, se non l’Assenza di uno sguardo Altro su di noi, che abbracciandoci ci accarezza e ci narra, nella levità di una rivelazione di sé a se stesso, di noi ad un sé altro ed a noi stessi, in una composizione armonica di note singolari ed amanti?