Diario inutile. 31.

Diario inutile. 31.

2008_2013_2022

Lo scrissi in una sera d’estate di un ormai lontano 2013. Lontano, ma non troppo, a giudicare dallo stato delle cose e se come io credo la coscienza è il Tempo…

Lo scrissi allora riferendomi ad un mio testo inedito del 2008: “[…] chi sa perché, chi sa pensando a chi, mi lasciai andare ad una licenza politicamente impoetica. Oggi, chi sa perché l’ho trovata… o forse proprio oggi lei ha ritrovato me. Il caso, lo so, non esiste.”.

Posso riprendere quelle stesse parole oggi, in presenza di uno scenario in cui un amalgama letale di cinismo, irresponsabilità, ambizione smisurata e certamente spesso assai più grande delle proprie competenze, incapacità e scaltrezza di bambini viziati nello svezzamento di una insulsa Babele mediatica, stanno inferendo colpi mortali a quel che rimane della capacità di comprendere, dell’abilità politica di servire, organizzare e guidare un Domani possibile, libero e dignitoso, nato sotto il segno della Speranza. In un tramonto che, asfissiato da una lenta agonia, stenta a comprendere gli stati nascenti o a coglierne, servirne e guidarne verso esiti generativi i virgulti che pure esistono.

Scrivevo ancora in quella sera d’estate: Se è vero, come ho spesso scritto e come credo vero, che nessuno si salva da solo, è vero anche che il carisma benefico di un singolo può contribuire a scatenare la rivoluzione delle anime assopite dal conformismo della menzogna, della corruzione, dell’egoismo, dell’ipocrisia e del cinismo”.

Nella trepidazione di queste ore, riprendo anche quelle stesse poche frasi, aggiornandole qui con un link ad una parte della citazione che nel frattempo è diventata un meme, per qualcuno forse un mantra, o per troppi solo un luogo comune non di rado disatteso, come accade spesso ai luoghi comuni. E da troppi trasfigurato, con l’inettitudine di una visione ombelicale, nella sua più insidiosa nemesi: qui non si salva nessuno.

Diario inutile. 30.

Diario inutile. 30

Il Pudore.

Sono trascorsi quasi 13 anni da quei giorni. Continuo a vergognarmi, ora, che ne ho quasi 70, come allora, ed ancor più mi vergognerei se il candidato attuale divenisse l’eletto nelle prossime settimane.

C’è un limite pre politico ed umanissimo, per me decisivo, che si può definire con un termine ormai desueto ed assai poco frequentato da tante e da tanti, da tempo: si chiama pudore.

La mia vergogna attinge lì ed è uno stato d’animo che informa le mie scelte quotidiane ed anche quelle di cittadino chiamato ad esercitare la propria coscienza politica con coerenza personale. Perciò, per quanto inutilissimo, più inutile di tutte le pagine di questo marginale diario, ricordo, qui, in questi giorni drammatici e difficili, un minuscolo lacerto di memoria. E lo coltivo come il fiore spontaneo di una lieve ma tenace Speranza. Che domani sia il meglio di ieri.

Diario inutile. 29.

Diario inutile. 29

Umanesimo istituzionale.

Una tempesta comunicativa  affligge, da qualche decennio almeno, la contemporaneità, uno spazio dentro il quale sembrano non essere troppo spesso accudite e praticate virtù che pertengono l’umano nella sua declinazione interiore più persuasa, ma quasi sempre vengono apprezzate le scaltre coniugazioni di un situazionismo etico opportunista. Apprezzate ed applaudite anche e soprattutto quando vestono i panni miseri, e non di rado miserabili, di un esercizio retorico della propria forza, vincente qui ed ora e tanto sterile e povera da inabissarsi oltre la scena un solo istante dopo essere state pronunciate.

In tale inferno di segni, simboli, che perseguono spesso unicamente e senza tregua e remissione il solo ed unico scopo di alimentare ed insieme soddisfare il consenso, nell’assordante chiasso di una comunicazione monocorde che ha il suono sinistro di una guerra senza esclusione di colpi prevalentemente immateriali, ma non per questo meno efficaci e non di rado letali [ci sono tanti e diversi modi di spegnere vite umane], è raro e difficile poter cogliere la nota discorde di una parola che attinga qualche corda interiore vera di sé, senza prima essere piegata all’esercizio della lusinga o a quello del puro calcolo [quasi sempre anche errato: spesso l’umano è nel profondo di sé assai migliore della sua prezzolata e comunque interessata rappresentazione].

Da qualche giorno me ne ricorrono nella memoria del cuore almeno due. Le fermo qui, nella discreta e marginale condivisione del Diario inutile. Come minuscoli accenti di Luce, e dunque di umanissima e poetica speranza. Non so se siano, sull’orizzonte di una più ampia scena epocale, e non solo nella squisita credibilità di chi li ha compiuti, cenni duraturi di qualcosa che accade solo ora o che da qualche tempo già sta accadendo. Non so quanto di questo vi abbia avuto parte, almeno nella condizione rivelativa dell’inusuale.

Mi piace fermarli qui, e qui condividerli nella consapevolezza dell’umana erranza di ogni piccola convinzione personale, la mia naturalmente, nella certezza della loro stimabile ed umanamente pregevole singolarità.

Qui, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che, ricordando David Sassoli, il presidente del Parlamento europeo recentemente scomparso, lo definisce tra l’altro “… un uomo buono …”.

Qui, il Presidente del Consiglio dei ministri italiano, Mario Draghi, chiede scusa.

Sono consapevole di quale e quanta distanza separi i due fatti in sé e le due stesse circostanze che sono all’origine comunicativa.

Ne ho stimato per entrambi vero ed inusuale il merito [che cosa: un uomo buono e le scuse], il metodo discreto [come: autenticamente commosso nell’un caso e sinceramente sorpreso nell’altro], il tono emozionato e partecipe dell’una, il distacco nell’altro, forse talvolta frainteso quale sprezzatura, e che a me pare invece la cifra interiore di una sobrietà elegante, solo poco dissimulata dall’ironia quale strumento di difesa [non è sarcasmo] e, nel suo essere rara, quasi pudica. Desuete entrambe, le scuse e la sobrietà che nulla chiede, se non di essere capita, nella prevalente antropologia contemporanea, votata e vocata alla miglior rappresentazione di sé [ma poco incline ad essere il più possibile il meglio di sé].

Mi sembra, soprattutto, che un filo sottile e profondo ne possa però distinguere una identica sorgente ispirativa. Qualcosa che mi sentirei di definire, con una locuzione forse poco ortodossa ed a suo modo eretica,umanesimo istituzionale. La persona, una volta tanto, qualifica il ruolo, senza tuttavia perderne in alcun modo il rispetto e l’accredito di dignità cui essa stessa sa di poter attingere.

Due briciole, forse. Insufficienti, certo, a fermare o solo flettere la freccia, veloce ed inesorabile, di un assalto scompigliato e senza tregua a quel che rimane, ormai solo in forma residuale, della reciproca fiducia sugli spalti terrifici dell’umanità in rotta da se stessa, in un confronto pubblico che ha spesso perduto l’orizzonte interiore e dunque il proprio stesso futuro. La guerra della rappresentazione mediatica confermativa di sé, prima che quella delle armi stabilisca il dominio dei corpi. Vincere è il fine primo ed ultimo di entrambe. E nessuna delle due forme di un identico conflitto contempla la cura e l’esercizio di due delle qualità più alte dell’umano, la delicatezza d’animo e la lealtà sostanziale. Declinazioni discrete di una comunità gentile in via d’estinzione .

 

Litanie dell’incontro/5.

Litanie dell’incontro/5.

L’affanno dei retori nella caccia al corpo della cosa ed al nome proprio e giusto confondeva intimità ed estimità, in una corsa all’appropriazione indebita di ogni statuto interiore. Dove Kaos giaceva vinto, sarebbe nato [Risorto] un giorno Cosmos. Nessuno sapeva precisamente dove. L’angoscia panica non era dettata unicamente dalla contingenza storica. Lo stato nascente non è mai un effetto. Visto nella luce postuma della profezia, è sempre una causa.

L’ora tremula della Parola era forse già da tempo venuta, chi sa dove, chi sa quando, chi sa in chi, chi sa come. Ora era il tempo vivo della parola tremebonda, accomodata alla necessità di affermasi nel qui ed ora della Storia. Non sarebbe stato sufficiente dismettere i panni trionfanti un tempo, ed ancora trionfali nella sintassi dominante della migliore rappresentazione di sé, nella conservazione vigente, per attingere la fragile bellezza degli ultimi.

La persuasione nel Nome è una via caritativa, che non perdona nel sentiero dei testimoni e tutto chiede loro, mentre tutto ad essi dona.

La chiarità degli esiti sconta spesso l’ermetismo tacito delle premesse. La parola non promette mai: è sempre, nei profeti, nei poeti, nei testimoni, unicamente una premessa del futuro che accadrà.

Pochi, o nessuno più, abitavano, da immemorabile data, il ciglio dei tempi. I ricordi avevano abdicato alla smemoratezza. La pietas era un sentimento troppo intenso, e dunque insopportabile, per le anime cabriolet abituate alla confortevole zona del privilegio ed ormai disabitate da tutto. Il Tempo, la nota sublime cui si accordò un giorno lontano e per sempre la speranza, avvicinava l’appuntamento con l’Esito.

Ognuno presumeva di conoscere l’ora. Il senso smarrito delle cose, aveva annichilito in ciascuno ogni consapevolezza esoterica.

Gli stati nascenti, umiliati dai ruoli e dalle funzioni vincenti nel qui ed ora della storia, scontavano l’innocenza con esercizi mirabili di vita interiore.

Tutti sembravano capire tutto, ed erigevano sintassi comunicative prive di sentieri osmotici fondati nell’intuizione singolare. Lo sprezzo dell’originale incompiuto ed incompreso, preludeva Babele. Nessuno se ne avvide. Fino a quando, l’avvento del minuscolo sferzò l’apparenza e ne rase al suolo le fragili fondamenta.

Barcollando, la mano tesa in avanti verso un gesto fraterno e desueto, l’umano uscì dalla polvere cui gli anni, i decenni lo avevano confinato, incatenato al mistico silenzio o ad una parola poetica inutile a tutto. Esausto e vivo. Forse, risorto dal margine. L’orizzonte di nuovo aperto, dentro e davanti.

 

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/2.

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/4.

 

 

 

Diario Inutile. 28.

Diario inutile. 28

La Luce degli Assenti. [Orazione].

O Voi, che ve ne siete andati senza il conforto di una parola amante, dentro il silenzio inquieto delle assenze, o Voi, perdonate la latitanza degli affetti nei giorni dell’ego furente. Perdonate l’indolente cadenza di giorni feriali assuefatti all’ignavia. Io spero, io credo, che nell’istante dell’ultimo abisso, preludio al Cielo, vi abitasse una Luce. La Luce più alta dei tempi in cui, creature dedite all’ascolto del vostro eletto e più singolare carisma, foste nella vita. Il dono di un sé prossimo ed aperto al noi che ci precede e che sempre ci attende. La Luce che tutto rischiara dall’origine del vostro intatto cromosoma fino alla polvere redenta del corpo inanimato.

O Voi, perdonate la mano che si sottrasse alla stretta. Il corpo che si negò all’abbraccio nell’addio. Perdonate tutto il tempo di cronos, che abbiamo perduto credendolo signore del nostro vero tempo, il tempo interiore.

O Voi, creature amanti, che abbiamo amato con insufficiente ardore: io spero, io credo che ci avrete voluto, che ci avrete saputo nell’istante estremo perdonare. O Voi!, come somigliate al noi stessi che abbiamo troppo a lungo dimenticato, mentre nell’attimo supremo la coscienza scuoteva dolcemente l’anima per sussurrarle le parole alate dei congedi e della prova. O Voi che già gustate la libertà degli eterni, pregate affinché sappiamo affrancarci nella libertà da vivi, e non siamo coatti alla finitudine ed al suo unico memento, nel durevole non ancora che ci abita.

O Voi che avete conosciuto il destino felice di stringere mani amanti nell’addio e di vedere chinata su Voi la luce ardente di occhi innamorati nel saluto, o Voi, siate grandi nel Cielo e pregate per noi. Adesso. E nell’ora della nostra morte. Dimenticate i torti, in virtù dell’eternità che ora vi avvolge in un palpabile Osanna. Abbiate infinita pietà e misericordia di noi, impegnati nel resistente esercizio di credere al sogno grande della vita. Che la vita sia un grande, inestimabile dono. Un Sogno eletto ed elettivo in cui la mano si tende ed il pugno si apre, l’abbraccio accoglie, il cuore ascolta e la mente benedice.

O Voi, pregate per noi nell’impervia credulità di tentare d’essere sempre le creature libere sbocciate nell’ora innocente del dono di sé. Dentro il quale, nella singolarità senza solitudine, siamo nati.