Amanti.

Amanti.

Tennero parole murate nel cuore:

un solo sospiro li avrebbe potuti tradire.

Seppero la dolce seduzione delle mute

ore. Strinsero mani lievemente arrese:

nel pugno chiuso, la promessa del futuro.

Oh, come azzurro fu il vostro sorriso,amanti

estremi nei disperati istanti dei congedi!

 

Il 25 Aprile 2022, alle ore 14.45, sorpreso dall’agguato dei ricordi [i volti dei miei cari in cammino ancora: un tempo, ora e per sempre…].

Immagina. [Il sogno del poeta].

Immagina. [Il sogno del poeta].

Allora, tese l’orecchio verso la terra

del Tempo, per ascoltare la ormai muta

memoria del Senso ignoto. Dalla

divina fessura del Silenzio, giunse

l’eco dei sogni smarriti. I passi

perduti, gli istanti corrotti dai compromessi

infiniti. Sedette all’ombra di se stesso

e pianse le giovinezze inutilmente

frante. Le immagini del Cielo andate

via nella consumazione degli orpelli vani.

Immagina, disse nel soliloquio estremo,

l’altra vita di te, la via che hai solo

concepita e lascia che il suo calco

divenga stampo di un futuro alato.

Da consegnare intatto al grembo di altre

Vite, per generare insieme, o inutile poeta

a tutto dal Secolo vinto, la gestazione

eterna della concordia umana.

 

Il 18 Aprile del 2022, alle ore 13.57.

 

La Vita semplice. [Tu, Luce del Mondo].

La Vita semplice. [Tu, Luce del Mondo].

La Vita è un inno francescano alla gioia. La Vita semplice, la nuda Vita, la Vita sola. La Vita che ogni giorno nasce e sboccia inattesa, che improvvisa e sempre fiorisce davanti. Muta ci sorprende e sempre, la Vita vera, c’innamora.

La Vita che ringrazia di essere così come è nata ed è. Il suo statuto di dono ne ricorda sempre lo stato di Grazia. La sola parola che ci abita dall’origine con diritto e dignità: Grazie.

Aprire gli occhi. Sentire ed ascoltare il battito del cuore. Lasciare che le gambe ci sostengano, mentre guidiamo l’incantesimo del risveglio dentro i nostri nuovi passi. Accompagnano il nostro cammino. Le braccia che si aprono, si sollevano, le mani che si dispongono all’incontro per stringere altre mani, sorelle.

[Dove, Signore, l’incantesimo si è spezzato e la distinzione da atto d’Amore si è fatto feroce disprezzo, preludio dell’azione belluina che vuole annichilire la mano altra, qualsiasi alterità di noi? Perché, dove abbiamo dimenticato che siamo sempre l’altro di qualcuno? Che l’altro siamo noi?]

Le labbra si dischiudono. Non per violare l’amabile Silenzio in cui Tu ti annunci ogni mattina: nella temperie sei nota misericorde, nella gioia sei come un felice compagno d’avventura. Le labbra si dischiudono per intonare la preghiera che silente ci detta dentro. Le labbra si dischiudono per pronunciare parole minuscole e sufficienti. Mentre cerchiamo di costruire sempre in noi l’orizzonte interiore che ce ne renda degni. Parole unicamente generose di noi stessi e senza spreco di un credito inesigibile: perché l’essere non è mai strumento o funzione ma unicamente un tratto della Creazione almeno pari a noi nell’essere noi la parte migliore di noi stessi. Bisogna almeno tentare di Vivere… [è l’invito del poeta].

La porta di casa si apre come sempre verso un quotidiano sentiero di Libertà. Chi in Origine la donò? Chi la restituì al nostro spensierato esistere per lunghi, talvolta inconsapevoli e irresponsabili anni?

Compiamo uscendo il gesto responsabile di essere nel mondo, rispettosi e grati del mondo [Grazie: il nostro risveglio è stato sempre una tensione alla gratitudine o abbiamo più spesso preferito soccombere alla risentita flessione dell’io che sempre conduce al rancore e nel rancore alla battaglia?].

La Vita pullula intorno alla nostra affollata solitudine di volti estemporanei, ed anch’essa è stata spesso, come può esserlo il Silenzio, una Grazia ed un dono. Nel frastuono delle insensatezze e nell’affollarsi di presenze curiose di tutto ma non dell’Anima, il solo fondamento relazionale essenziale affinché nascano l’incontro e la Vita dei due. [Dove ti sei smarrita armonia del Silenzio, custode attiva e premurosa della Solitudine, amica confidente della Speranza? In quale buio anfratto di noi ti abbiamo smarrita, sedotti dal cinismo o vinti dal terrore?].

Tutto fu composto e là era, in Origine, nell’Armonia creata per noi ed in noi. Nessuno infranse per lungo tempo la compostezza contemplante. Il poco che abbiamo è sufficiente. L’essere che siamo è tutto.

Non possiamo dimenticare che tutto è Grazia e dono e non possiamo fare altro che ringraziare, quando la compostezza armonica del microcosmo in cui viviamo è l’essenziale e l’essenza della Vita stessa. Luce dentro, Luce davanti. [Dove Signore e quando abbiamo infranto l’Orizzonte, da quale feritoia il buio ha fatto scempio di noi, invadendo la luminosa chiarità del tuo dono fino a renderci abisso?].

Perché dunque chiedere ancora, perché desiderare? Perché issarci sino alla più alta e luminosa parte di noi e poi reclamare di avere altro, altro ancora e più di noi? La volontà concupiscente è dunque la feritoia? E il nostro parossistico desiderio di avere, è l’incurabile ferita?

La lunga sosta nel sabato, dentro la soglia dell’Attesa, non è l’incompiutezza dell’Assenza. E’ la primavera di ciò che ora siamo nell’essere ciò che fummo. Il tempo cura tutte le ferite e l’estremo addio viene come un istante fratello dell’ora nascente.

Nessuno chiese nulla e nulla ci fu dovuto.

Tutto è stato dono e come tale si è rivelato il suo avvento.

Restituirlo è un atto naturale, come lo fu l’entrare con sguardo animato e cosciente nel cono di Luce della presenza. La vita si basta di se stessa. Su di essa sorrideva il sole degli stati nascenti, quando è toccato a noi entrare nella presenza al reale. E camminare con il nostro volto e con un nostro nome. Affidato anche quello al Mistero che abita l’anima, un mantello identitario amorevole, viatico di caritatevole compagnia nel cammino singolare eppur vocato alla comunione. L’anima, il volto, il nome, note sinfoniche nell’armonia degli incontri. Nel Coro della Vita. [Dove Signore abbiamo intonato la dissonanza che ci ha allontanati da noi stessi, dalla profondità dell’io e poi ci ha posto nella irriconoscibilità dentro la relazione? Chi di noi ha scagliato la prima pietra, per spegnere l’anima, deturpare il volto, cancellare il nome? Perché lo fece? Perché lo abbiamo fatto? Perché con la pervicace ostinazione del nostro essere la parte più oscura di noi tuttora lo facciamo?].

Fummo accolti e avremmo dovuto essere accoglienti.

Fummo dono e avremmo dovuto essere almeno gratitudine, se non restituzione.

Tu hai redento Signore la parte oscura di noi che prevalse ed ancora diffusamente prevale.

Lasciaci cantare la gioia della Luce che irradi nel mondo. Lascia che come un lampo, come un lacerto, come il riverbero dello statuto originale, che fu Innocente, la nostra umilissima ed inutile parola si alzi ancora nella notte, che pure abbiamo conosciuto, frequentato e talvolta dissolutamente amato.

Lasciaci il Tuo redento perdono.

La fine non è una resa. Il linguaggio armato è poco affine alla Vita semplice di cui stimiamo indegnamente l’essenza. È un artefatto inutile, del quale la Vita vera non ha né nostalgia, né bisogno, né necessità alcuna.

Ci difendiamo da soli ed in silenzio. Poiché le parole dei poeti nascono sempre e solo nella solitudine disarmata a tutto di chi si affida all’ascolto, di Te o del Silenzio.

Vieni Tu, Signore, a scrivere qui la parola Fine sul mio tratto terreno.

Sarà lo so l’inizio di un altro cammino nella storia di sempre.

Che è un atto di creazione infinita e di eterna creatività.

Le labbra che si dischiudono nel mattino al risveglio, gli occhi che si aprono, le mani cercano e spesso riconoscono unicamente, anche in questi terribili tempi, una sola dolente e pur sempre vera intonazione: perché la Tua solenne sinfonia si ispira alla Gratuità. Alla Grazia. Alla Gratitudine.

Prendimi Signore come vuoi e quando vuoi: la Vita Semplice che mi hai donato, è Tua. Il mio minuscolo grazie non potrà mai attingere compiutamente la pienezza della Luce che Tu sei, Luce del mondo. È stato bello tentare di vivere l’avventura della compiutezza terrena, sapendo che il Tuo orizzonte è Celeste.

 

Il 16 Aprile 2022, ore 9.30

 

 

Paul Celan [Resurrezioni].

Paul Celan [Resurrezioni].

La scrissi e la pubblicai una prima volta nel 1996 [in “Vigilie in esilio”]. Erano trascorsi 25 anni dalla sua morte. Ripresi «Paul Celan», uno dei numerosi canti che avevo a lui dedicato, forse il primo, qualche anno dopo, nel 2001, in “Fessura di Silenzio”. Il 19 aprile del 2015, lo proposi sul blog. Tutta la mia opera, edita ed inedita, è costellata di scritti nel suo nome di poetico ed umanissimo testimone. La sua presenza in me è stata assidua e persuasa sempre: non l’ho mai dimenticato, perché, come ogni vero statuto interiore, la memoria resiste e persiste quando i suoi fondamenti sono veritieri e dunque veritativi. Forse lo spirito di resurrezione che informa il mio canto non attinge un canone affine nell’ortodossia a quello cristico pasquale. Certamente, la testimonianza poetica di Paul Celan è stata il viatico alla mia parola poetica, il seme del canto in un poeta contemporaneo in essa risorto.

Senza di lui, la visione di Adorno, da qualcuno irrisa con superficialità accomodata nell’omissione di prova personale, si sarebbe per decenni solidificata nella soglia invalicabile di una parola in grado solo di dire l’Assenza e la dissoluzione di gran parte delle forme spirituali nell’umano. Condannata, la parola poetica, al calco retorico di un’umanità in cerca della parte migliore di sé annichilita o all’afasia di un indicibile che in nulla somiglia al mistico sublime del Silenzio contemplante.

Al vertice del nichilismo che aveva frantumato l’umanesimo in un’iperbole di cinismo sistemico, lo sterminio di milioni di creature, il momento storico apicale del declino coniugava la secolarizzazione come verbo dei nuovi stati nascenti. Il canto strozzato in gola di un’umanità memore di sé, di colei che era stata capace di essere, ed incapace più della Parola. Il secolarismo avrebbe con cura scientifica coltivato la distruzione, l’emarginazione, la dissoluzione resa immemore degli stati nascenti e delle più alte e sottili istanze umane, con una reificazione quantitativa, strumentale e funzionale della spiritualità.

Vorrei condurti fuori dal tuo inferno, [...]]/al vento lieve che rivela l’indiviso,/al Bene, al Male.”, [“Paul Celan”].Nel 2001, ancora in “Fessura di Silenzio”, avevo dedicato altri canti al poeta che più ho amato.

Scrive Delphine Horvilleur: “Il futuro non è davanti a noi, bensì alle nostre spalle, nelle tracce dei nostri passi sul suolo di una montagna appena scalata, tracce nelle quali coloro che verranno dopo di noi e ci sopravviveranno avranno modo di leggere quel che a noi non è stato ancora dato di vedere.

Gli ebrei sostengono di non sapere quel che c’è dopo la nostra morte. Però potrebbero anche dirla diversamente: dopo la nostra morte, c’è quel che non sappiamo. C’è quel che a noi non è ancora stato svelato, quel che gli altri faranno, diranno e racconteranno meglio di noi, perché noi siamo stati”.

So e certamente posso sostenere, con piena consapevolezza dei limiti personali, che il mio canto è perché Paul Celan è stato. Ho trascorso gran parte della mia vita di poeta, almeno trent’anni sono passati da quando ne ho scoperto l’opera, a tentare di capire quale fosse il Senso della scalata di Paul Celan, quale la sua montagna. Dove potessero condurre le tracce del suo passo interiore, dentro l’eco di quel “qualcosa” [Qualcosa?]… Ho trascorso tutta la vita di uomo e di poeta, ormai 50 anni sono passati da quando scrissi i primi canti, nel tentativo di cogliere qualcosa del Senso che abita il dono della Vita, frequentando spesso, in solitudine e silenzio, le soglie estreme del Mistero. Consapevole sempre dell’Assenza, della mancanza, della soglia indicibile. Dell’incompiutezza, dell’incompletezza e del limite della terrena, umana avventura. Così aperta, però, alla Via celeste ed al futuro che essa non abiterà se non in spirito. E di questo cammino ho cercato di lasciare traccia nel canto, muovendo al margine della storia contemporanea e cercando però sempre di essere presente al reale.

Tra qualche giorno, il 17 Aprile, domenica, sarà Pasqua. Martedì 19, saranno passati 52 anni dalla notte in cui Paul Celan mosse il passo estremo. “[...]Va’, la tua ora/ non ha sorelle, sei –/sei a casa. […]“. Forse verso quel Qualcosa che, nel cammino composto dai suoi sentieri terreni, ancora non gli fu dato di compiutamente vedere… Verso l’Ora risorta della cui ricerca, nella sua inquieta ascesa, ha lasciato per noi mirabile ed inconfondibile traccia.

La stessa nella quale, minuscola creatura ed inutile poeta, ho tentato indegnamente di cantare l’umanità del presente a me contemporaneo. Consapevole di poterlo fare unicamente perché Paul Celan è stato.

 

 

Diario inutile. 33.

Diario inutile. 33.

La Campagna/LA 2i

Ci sono state, oltre ed insieme alla vita viva e feriale, altre esperienze, altri incontri. Rare le une e gli altri. Di poche ho scritto, se non qualche cenno, nel Diario, al coinvolgimento ed al dialogo.

Di una, in particolare, che è stata a lungo per me di conforto e segno di speranza condivisa, non ho mai raccontato nulla, né accennato alcunché.

Lo farò ora, che mi sono congedato dalla partecipazione attiva.

Lo farò, quasi esclusivamente con le stesse parole che ho impegnato insieme a loro, negli incontri a distanza o nella corrispondenza.

Lo farò aiutandomi con il corollario di riflessioni e di dubbi, di sgomento, di compiuta serenità talvolta, che l’esperienza della solitudine prima e della condivisione poi hanno suscitato in me. La partecipazione attiva è iniziata a novembre del 2020 e si è conclusa nel marzo del 2021.

E’ stata un’esperienza costruttiva, umanamente bella, sebbene vissuta sempre ed esclusivamente, almeno per parte mia, a distanza. Del resto, non ho, né avrei potuto mai avere, riserve interiori rispetto alle potenzialità vera e veritativa degli incontri, dei dialoghi e delle relazioni così vissute. Il diapason delle quali è nella loro natura di relazioni spirituali.

Conobbi la “Campagna italiana per un nuovo modello di Cure Primarie” verso la metà del 2020.

Erano i mesi drammatici in cui i medici ed il personale sanitario, gran parte di coloro che si muovevano nell’orizzonte della cura, venivano definiti, spesso con qualche enfasi retorica [e presto la realtà si sarebbe incaricata di rivelare quanta poca persuasione vi fosse in molti di quei pronunciamenti, dettati spesso più da autentica paura che da vera convinzione] ora angeli, ora eroi. Erano i giorni in cui, nella terra in cui vivo, i racconti drammatici si inseguivano a ritmo incalzante, nella prossimità delle conoscenze, come nella narrazione mediatica. Accompagnati, i racconti, dalla colonna sonora delle sirene delle ambulanze, che sembrava non cessare mai. Erano i giorni dell’angoscia, vissuti in un isolamento privo [o con scarsissime, di incerta identificazione e provatissime...] di sicure referenze cliniche ed assistenziali.

Erano i mesi della responsabilità sociale che chiedeva una scelta solitudine fisica. La rarefazione, se non l’assenza, dell’incontro. Schiacciata per alcuni sulla muta angoscia di sere che si accasciavano con sollievo nella notte, come una consolazione raggiunta nell’incoscienza inconsapevole del sonno. L’indicibile omaggio allo scampato pericolo quotidiano, ed insieme l’evasione nel sogno del risveglio in un futuro libero dalla prova.

Erano i giorni in cui qualcuno, e tante e tanti insieme a lui, rivelavano quello che qualcun altro sosteneva da tempo, forse da sempre. Se il neo umanesimo sia stato solo una parentesi retorica, un lacerto di promessa, una tremula fiammella accesa ed agitata nella buia notte, spaventata e spaventevole, o sia tuttora e sarà in futuro una persuasa nota interiore, lo diranno meglio e più precisamente i tempi.

Damasco pare tuttora lontana, talvolta, oggi, più di un tempo. La conversione chiede una dura ascesa, libera da infingimenti interiori e da coazioni ad agire.

Il corpo pulsante e vivo della speranza pare del resto ampiamente disatteso anche dalle istanze organizzative di chi ha responsabilità di merito. Accartocciato, il primo, sull’oblio, cancellato dalla smemoratezza di ciò che ci è contemporaneo, che è la vera afflizione dei tempi in cui viviamo. Affondate, le altre, nella palude delle buone intenzioni e bersagliate dalla infinità di dichiarazioni e promesse che, come un boomerang, tornano a colpire gli incauti cercatori di consenso estemporaneo.

iContinuo, a distanza di un anno dall’ultimo incontro al quale ho partecipato, il racconto della esperienza che ho vissuto nel cammino del Libro Azzurro [LA].