[5] La livella della visibilità.

La resa di Natale.[5]

La livella della visibilità.

La bolla mediatica era esplosa, intossicando irrimediabilmente, con il precipitato, tutto lo spazio vitale. Nessuna certificazione del vero, la latitanza dei fatti stessi nella loro completa sintesi di evidenza, era più in grado di offrire i meridiani che conducessero a sorgenti di pura e comprensibile informazione. I segnavia di senso erano passaggi clandestini, lungo cui muovere con rischio estremo, auto consegnandosi spesso alla cancellazione di sé, ad un oblio senza destino alcuno. Essere abitati da un Dio senza telecamera e privo di microfono, sfornito di un pulpito mediatico, influente e quanto più possibile broadcasting, dotato della sola parola marginale, non era più possibile, nemmeno ai contemplativi per vocazione. La cometa dei Magi era accesa sul margine di una profezia in fieri, frequentato unicamente dalla genia delle creature un po’ folli, quelle che già sapevano il domani, ma non disponevano ancora dei dati a conforto e sostegno. Non conoscevano e disertavano per vocazione e per scelta il centro della scena, illustrato ed abbagliante nella spettacolarità dei luoghi comuni. Dove trionfava, in una complicità omologante, tutto ciò che era bene documentato, prove alla mano, perché già interamente dato. L’istante privo di una traccia riproducibile era destinato alla perdizione, qualunque fosse la sua natura etica e qualsivoglia fosse la sua densità spirituale.

La vita dell’uomo contemporaneo era stata affidata ad una rappresentazione perpetua di sé, addestrata al surfing sulle profondità dell’io interiore e del reale esteriore. Un selfie sconfinato, che registrava ogni micro evento, deponendolo nella culla sterile di un archivio infinito. I data base destinati ad una nuvola ospitale per l’eternità.

Il navigatore dei Magi puntava su di una culla vuota. I pastori erano animati da rancorosi risentimenti. Attendevano una legge umana che facesse giustizia dei torti subiti: ciascuno ne aveva uno proprio da denunciare ed ognuno sapeva dettare con precisione il testo che stabilisse il nuovo diritto. Tutti cercavano di rubare all’altro la scena. L’uguaglianza era stabilita dalla livella della visibilità, l’unico garante riconosciuto di quel che rimaneva del merito, un criterio distintivo da decenni in via d’estinzione. La comunità dello spirito di condivisione aveva ceduto il passo alla sentenza tribale dell’immagine vincente. I più ambiziosi tra loro si erano garantiti una posizione privilegiata sulle modeste alture di qualche reality, uno tra i fori mediatici riconosciuti per emettere sentenze di valore. I profeti del secolarismo moderno si agitavano isterici sulle poltrone dei talk show, in attesa che la Verità si accomodasse nella modesta declinazione della loro superba abilità performativa. Guardavano verso la capanna con l’occhio cinico di un disincanto rotto a tutto, non alieni da una devozione strumentale da senza Dio devoti. Nessuno ascoltava nessuno, nell’apoteosi del nulla sorgivo che mulinava le parole come armi, corpi contundenti, strumenti sempre di tentata imposizione, mai di comunione.

6. L’Idiota contemporaneo

 

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