A mani strette verso il cielo del noi

Stringere mani, unire il tu e l’io nel cuore del noi. Sciogliere intrecci di pavida quiete per giungere insieme alla più alta fra le umane mete. Giungere dove il raggio silente della Luce più pura una agli altri ci congiunge e rischiara la mente. C’erano terra e tempo davanti. Spazi immensi e infinite durate nell’attesa che la vita fosse oltre il suo avvento. Tu scegliesti la resa al Suo compimento. Nulla più che potesse oscurare il Suo Senso.

Quale fosse la misura del dono, la sostanza del potere sovrano, lo vedesti nel vivo embrione. Giovinezza, desolata pazienza di inesperta speranza. Giunto al bivio delle ore sorelle, incalzasti la via delle stelle. Con nascosta fatica scollinasti la prima salita. V’erano tracce di inquieta baldanza nelle stanze afflitte dall’ego. Prega, mi dicesti sospeso nel vento. Prego qui nell’imo silenzio. Fino all’orlo abissale del canto. Tieni nella stretta di mano la canzone più lieve, che innamori il vicino e il lontano.

Chiusi i pugni su incantate ragioni, uomo pigro ti spogliasti dei doni. Quando lungo altri e più erti sentieri ti scordasti chi fosti, l’orma viva di ieri. Ti attendeva il premio in destino. Non avresti conosciuta mai più la dolcezza che alberga lassù, la più mite di ogni virtù. Ti spogliasti della Sua carità. Risplendevi nei panni orgogliosi della tua vanità. Senza più compassione, sfoderasti la tua ferrea ragione.

Un mattino degli ultimi inverni, tu signore di tutti gli inferni, ritrovasti la Bellezza in un fiore e sapesti di nuovo, nell’istante fugace, la pienezza che abita amore. Conficcato nel crudo rimorso il passato penetrò nel tuo cuore con l’acuto bruciante di un chiodo. Quando, ti chiedesti piangendo, Ti lasciai dalla mano? Dove mi scordai la Tua voce, il sussurro più umano? Chi mi trasse dal Tuo firmamento? Quale altro più dolce mi prese del Tuo eterno Silenzio?

Forse fu in quel primo mattino, quando insieme ci scoprì il Tuo cammino. Quando il braccio proteso in avanti, rifiutai il Tuo primo fra i santi. Nella sera di un giorno qualunque io ritrassi la mano, vanitoso seguace del niente. Mentre l’altro, il Tuo servo ignorato, camminava, la sua mano più aperta, contemplando ogni fiore del prato. Prono, ogni incontro felice congiungeva destino a destino, il suo palmo offerto ad un sogno, senza nulla mai chiedere al suo dio generoso, il bisogno.  Lo lasciai che piangeva affannato, nel dolente silenzio del mattino incantato. Il suo cuore si ritrasse ferito, ma la mano saldamente legata al suo credo innalzava nel Cielo “l’io credo”.

Ah, se in un giorno del Mistero più acceso lo potessi di nuovo incontrare! E saprei ora bene come l’uomo si può comportare. Coprirei quel suo sguardo un po’ triste delle cose migliori e mai viste. Lascerei la mia perla e un sorriso in omaggio al suo candido viso. Oh, Ti potessi di nuovo seguire, mia incantevole orma del cuore! Dimmi quale stretto sentiero ora debba incrociare.

Sarei prodigo di mille ritorni, renderei nella Luce i miei ultimi giorni. Dimmi, mio silente Signore dove attinger pentito l’Amore.

Qui, nel mio lento tremore, fatto nuovo conosco l’ardore. Passo passo ti vengo vicino, ecco, apro di nuovo la mano. Non negarmi la gioia incantata. Non lasciare la mia sete che brucia.

…Là, nella piana più chiara del mondo, dove corre la Luce infinita che al Suo Cielo ogni attimo invita, le più miti creature solcavano dune e silenzio, e correvano piano, l’una all’altra stringendo per sempre la mano. Senza attesa di premio, senza atteso destino che non fosse quel sorriso innocente e divino. Paghe dentro della comunione, già redente nell’Eterna canzone.

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