Addio, rapsodo di sogni.

Il 2 Giugno ho partecipato ai funerali del papà, morto il giorno prima. Alcune ore dopo averlo saputo, ho scritto di getto le poche righe che pubblico ora, ispirate a lui con il titolo di una frase dedicatoria che tempo prima avevo pensato. Le ho tenute in sonno, o forse in grembo, come in una lunga gestazione del dolore, attesa di una sua ultima ed ultimativa composizione dentro l’orizzonte della Pace e dell’Eternità in cui egli ora abita, dal primo istante del congedo, credo. Di mio padre e su mio padre ho scritto tantissimo in questi decenni. A lui, ho scritto, forse ancor più frequentemente. Pochissime righe tra quelle che gli ho dedicato, in circostanze diverse, alcune, due, credo, in apertura di miei lavori, sono divenute pubbliche. La gran parte sono riposte nelle mie carpette, chiuse nei testi originali conclusi, dentro qualche taccuino, in fogli sparsi di lettere iniziate e forse spesso anche terminate e mai inviate. Abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto fino al compimento dei miei dieci anni, forse meno. Oggi sono prossimo a compierne sessantuno. Mi è mancato molto, mio padre, negli anni durissimi della crescita. Mi è mancata la persona. L’uomo. Il padre. Mi è mancato in molti modi. Ma quella traccia interiore inestimabile che è la poesia, mi ha aiutato a costruire ponti sopra abissi di perdizione affacciati talvolta su paesaggi tempestosi, storicamente ed individualmente. Un ponte prediletto è stato gettato anche con lui, dopo l’adolescenza e la prima giovinezza trascorse. La nostra corrispondenza negli anni più vivi e più belli mi ha dato consolazioni inenarrabili. Quando qualcuno sproloquia della virtualità delle relazioni, io mi raccolgo come in preghiera sul grembo di quell’ insuperabile canto di affetti teso nella luce del valore condiviso e sorrido. Talvolta con dolore. Talvolta ironicamente. Talvolta per sconsolata insipienza del merito delle cose. Sempre con la certezza che l’astrazione del pensiero e la pienezza del sentimento, anche quando vissuti da lontano, non sono mai se veri surrogato della vita. Spesso sono la vita stessa sola e tutta intera. Così è stato. E’ stato a lungo tra me e mio papà. Certo, quelle che seguono non sono tra le cose più belle che ho scritto di lui ed a lui e non le più significative. Sono però le mie parole vere ispirate a lui nell’ora del congedo.

 

Addio, rapsodo di sogni.

Stamani, intorno alle 9.00, se n’è andato mio padre, Savino. Aveva compiuto 90 anni l’11 Aprile scorso. Era nato a Campolieto, in Molise, nel 1924. Da quarant’anni viveva poco lontano da Roma.

Il titolo di questo breve ricordo è parte di un pensiero a lui ispirato che scrissi tanti anni fa, e che ho negli anni quasi imparato a memoria. “Addio, rapsodo di sogni, spesso incompiuti, abbandonati mai”. Lo dedicai a mio padre in un attimo di folgorazione e di sintesi che mi colse credo sulla piazza antistante la Chiesa del paese in cui abito, a metà degli anni Novanta. Lo fermai sulla carta quel giorno stesso e poi nel tempo lo rielaborai più volte trascrivendolo su tanti e diversi quaderni nomadi che hanno accompagnato il mio pellegrinaggio interiore in questi decenni.

Non ho avuto bisogno di cercarlo. E’ fissato per sempre nel mio cuore e nella mia mente da tempo.

Posso dire che ho sentito morire il papà stamani. Una strana malinconia mi ha accompagnato fin dal risveglio. Qualcosa di inspiegabile che ha più volte tentato di farsi pianto. Commozione prima davanti allo specchio in bagno mentre mi facevo la barba. Poi sempre più precisa e dolorosa consapevolezza del tempo e degli affetti. In sala, nella luce del mattino, dentro l’aria fresca di un’estate incipiente, bella ma non ancora calda, mi sono calmato in me stesso.

Allora, seduto davanti alla finestra di sempre, mentre il verde stemperava il canto dolce degli uccelli e una brezza annunciava il giorno, ho pianto. Qualcosa si è fatto largo in me in modo sempre più deciso. Un sentimento complesso, la cui natura ho faticato a decifrare e la cui origine ho stentato a riconoscere. Subito però si è fatta avanti una memoria, ed è lì, credo, che il papà mi ha salutato. Ho rivisto una sera di tanti anni fa, lucida e chiara nascere in me. Oggi, come allora, stavo seduto davanti alla finestra. Era un’estate di fine anni Ottanta. Stavo concludendo la stesura di “Exsultet”. Per una serie di motivi che non voglio ricordare qui, in quelle sere d’estate, vigilia di vacanza, sedevo a lungo, ore intere, fino all’incalzare del sonno, a godere il fresco. Spalancavo entrambe le finestre, quella della sala e quella dello studio alle mie spalle. Mettevo musica classica ad un volume accettabile e poi iniziavo a viaggiare, dentro me, soprattutto, ed insieme nello spazio e nel tempo. Ricordo che talvolta rivedevo come in una vertigine gli apici esistenziali, belli o dolorosi, della mia adolescenza, il rapporto con mio padre. La Poesia. La Vita. L’Amore. Gli Affetti. Tutto, tutto, tutto, passava come un turbine dentro e mi lasciava placato e felice alla fine della musica e della serata, quando la notte era ormai giunta, con il cuore e le mani piene di canto. Talvolta era come se le intuizioni si sfiorassero tra loro e si componessero lontano, in una vita non mia, forse quella di mio padre. Andò così fino a quando ai primi di Agosto partii per la montagna, dove raggiunsi Elena che era già là insieme ai suoi. Exsultet, il mio poema più significativo, quello al quale avevo dedicato quasi quattro degli anni più intensi della vita e sacrificato tanto, era quasi ultimato e la rivista Madre chiudeva per le vacanze estive.

L’anno successivo pubblicai Exsultet . Qualche tempo dopo, mio padre mi regalò l’ultima sua fatica poetica, “Sinfonia cosmica”, un piccolo libro dalla copertina in un colore azzurro con venature bianche, che ho riposto dentro il comodino, dove tuttora è.

Pensavo a tutte queste circostanze, stamani, davanti alla finestra, in una solitudine più composta e meno tesa di allora, presente al reale che è il qui ed ora di questi anni.

Ero commosso ed ho pianto.

Non avrei mai immaginato che proprio in quegli stessi istanti mio padre stesse morendo.

L’ho saputo più tardi.

Ora so che mi stava salutando, con la puntualità di sempre.

Così, come stamani, infatti, non l’avevo più vissuto né in casa né altrove. Mai più avevo ricordato con tanta precisione e presenza quelle notti d’estate, di vita e di canto.

Addio, papà, rapsodo di sogni spesso incompiuti, abbandonati mai. Tra i quali, forse, sono stato anch’io.

1 Giugno 2014, ore 12,15

 

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