Aedo.

Aedo.

Tutto si muove in questo tempo di infinito transito fra soglie e confini. Anche personali. Interiori soprattutto. L’urgenza d’essere, più ancora che quella inutilmente enfatizzata dalla contemporaneità d’essere presenti, incalza l’umano lungo sentieri stretti al limite della praticabilità. La tecnologia preme e spinge con un’infinita teoria di sempre apparentemente nuove invenzioni. Anche se i fondamenti ed il paradigma creativo sono quasi sempre da tempo identici a se stessi, le varianti pragmatiche e le variabili di scenario, sembrano postulare, soprattutto per il profano tra i quali certamente anch’io, necessità inderogabili e novità invitanti. Per non dire della scienza, un imperativo per chi volesse allungare il collo verso l’orizzonte del futuro. La poesia e la letteratura sembrano invece stentare. Paralizzate sulla soglia o calcinate sul confine. Gli sperimentalismi funzionali e le infinite varianti e variabili performative, che i mezzi non solo invitano a tentare, si affastellano e si cancellano l’una l’altra in una successione senza profondità possibile e dunque senza quasi storia. La contaminazione dei generi e più ancora la prossimità delle contingenze, l’utilizzo dei mezzi e l’oltranza dell’ispirazione, quando il dono permane e l’avvento del canto è ancora e come sempre urgenza di una parola e di un pensiero che nascono in noi, “dettati dentro”, possono generare nuove improvvise sorgive scaturigini. Una nuova consapevolezza su tratti di cammino già compiuti o un cambio di passo. Formale e/o solo strumentale. O tutte le cose insieme e ad un tempo.

Può succedere che un mattino la lunga ruminazione di una prassi da tempo esperita si manifesti in uno scarto di intenzionalità, forse di metodo, se non proprio di coscienza e di merito. Nascono allora piccole cose, come il gesto di uno scalpellino che piega la pietra ad una forma nuova ed indulgendo ed indugiando nel gesto, con tutta l’umiltà dell’anonimo, traccia un’ancóra inconsapevole sintassi della forma. Una traccia, una scintilla , “sfulingo”, direbbe il poeta. Un accento d’eternità. O forse un’epochè, nell’instancabile diuturna fatica del poeta. Forse un preludio ed una premessa. Certo, non ancóra una consapevole promessa. Perché gli scarti ontologici, le mutazioni antropologiche, pur debitrici spesso di tante anonime infinitesime epifanie di senso, non vanno a dimora in un punto certo del tempo e dello spazio, erette a sistema nel solo semplice gesto dell’artista o del pensatore intuitivo ed asistemico.

E’ successo anche a me stamani, a me che come talvolta ho accennato, l’ultima qui, sono nato nell’editoria del piombo fuso ed ho a lungo coltivato la frequentazione con la linotype per l’edizione e la stampa dei miei libri di poesia. A me che ho iniziato ad occuparmi della Rete dalla metà degli anni Novanta e a scriverci sul finire degli stessi. Mi è successo perché da tempo i miei piccoli quaderni di viaggio sono stati affiancati dalla scrittura in formato digitale. Mi è successo perché ad un certo punto ho rotto gli indugi e la poesia, sì, proprio la mia, quella delle edizioni in 100 esemplari ed in gran parte inedita e riposta fra carpette e quadernetti, ha iniziato a scriversi in Rete. Non solo ad essere pubblicata lì. Soprattutto sul SN. Mi è successo perché la gestazione creativa ha tempi lunghissimi, profonde esitazioni. Ruminazioni interiori senza tempo, come i monaci bene sapevano e sperimentavano. Scarti fulminei dell’intuizione. Mi è successo perché progetto e metafora seguono sempre l’abisso di Luce della Sorgente interiore che ispira il primato, ma io preferirei dire la primizia, di un nuovo frutto. Mi è successo perché da tempo tengo in sonno un’intenzione che ho solo accennato qui.

E che credo abbia molto a che vedere, nel merito, più che nel metodo, a quanto mi è successo stamani.

Quando ho sentito incalzare il canto, ho scelto, contrariamente a quel che spesso mi accade, lo strumento digitale. La prima intuizione è stato un mantra interiore. Avrei potuto dire più propriamente un “hashtag”, ed anzi subito coerentemente trasformarlo in tale. Ma io sono un uomo all’antica, anzi sono un uomo arcaico. Forse più che un poeta moderno, mi sono sempre sentito un aedo, un cantore tentato da Kosmos, prossimo, con tutta l’umiltà che devo, allo spirito che tale incarnazione evoca.

Il primo fra i tweet, è sfuggito alla solita ed ancor tenacemente resistente tentazione della carta. Il mio quaderno è rimasto a riposo, ed ho acceso lo smartphone. Canti d’Arcadia, le prime parole nate dentro. Poi, c’è stato solo da ascoltare, come spesso accade, il fluire del dettato.

Intanto, però, insieme al minimo spunto creativo, il pensiero che ne denota natura e senso, e tenta anche di dirmi il perché di un gesto continuativo nel senso ed ermetico nel merito, si è fatto avanti. Sono stati e sono tweet distinti, rispetto alla poesia. Li riporto di seguito, per esteso, in sequenza, come sono venuti e come li ho pubblicati. Senza un commento. So che ciascuno di essi potrebbe benissimo costituire il titolo di un capitolo di approfondimento e, almeno per quanto mi riguarda, meriterebbe un diverso ed argomentato svolgimento. Non so se mai accadrà.

1.Nel tempo dell’Artificiale, l’Arcadia è binaria e la face to face society del performer [l'Aedo digitale] è il SN.

2.L’oralità della scrittura estemporanea. [Aedo].

3.Calepini. Quaderni monocromi. Brogliacci. Scampoli di carta. Biglietti volanti. Supporti di fortuna. Vi amo e vi ho amati… [Aedo].

4.Continuiamo insieme, vnp! Ora da tempo anche qui. [Aedo].

5.La forma e la natura degli strumenti sono accidenti della…Grazia. Il canto è divina sostanza [Aedo].

 

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