Agapé.

Agapé

di Isabelle Pariente-Butterlin

Il linguaggio, come un paesaggio di nebbie, talvolta, dissemina evenienze,   dentro le quali noi siamo sperduti come viaggiatori che sperano nella possibilità del ritorno.

Tra loro, noi sentiamo, noi distinguiamo una voce, una sola, che si stacca dalle altre, senza d’altronde far nulla essa stessa affinché ciò accada, e quasi vorremmo ignorarla o non troppo notarla, come il poco, come il niente che chiede, e rivela, solamente, nel silenzio, la sua pura presenza. Che sentiamo. Con precisione infinita. Che si distingue dalle altre. Involontariamente. Senza causa apparente. Semplicemente perché noi abbiamo, per intuirla, e per coglierla fra le tracce ed i segni che essa diffonde, un senso del tutto particolare. Un’attenzione tutta particolare. Sconosciuta a noi stessi, solo un istante prima. Semplicemente non sapevamo di averla.

Il linguaggio come un paesaggio di nebbia azzurrognola.

Fra le conversazioni che si confondono, come brani musicali, una tra loro risulta per noi chiara ed evidente. C’è, nel gesto dell’amicizia, nell’ospitalità amicale, una quietudine sublime. Le frasi dell’uno all’altro rispondono, gli scoppi di risa dell’uno rispondono all’altro, i sorrisi, i silenzi, e nulla pesa, e nulla di tutto quello che è e che è stato viene gettato, nulla si cancella nel tempo. Nulla. Io ti ritrovo, amico, dopo mesi di silenzio. Dopo mesi di silenzio (senza dubbio perché la vita è assurda, per la maggior parte del tempo) e la quietudine sublime della nostra amicizia, l’evidenza calma del gesto amicale si diffonde con la stessa puntualità dell’ultima volta in cui ci siamo parlati.

La nebbia sfuma i profili, il silenzio copre le voci tra loro lontane, si potrebbe credere che tutto si perda. Ed il cammino segna il distacco.  Si potrebbe credere che tutto si perda.

L’amico ritrovato riassume l’esatto profilo di colui che mai ha cessato di essere. Non ha mai cessato di essere lui, l’amico, al ritmo stesso delle sue scomparse, delle sue riapparizioni nella nebbia azzurrognola dei giorni. Il tempo andato è quasi nulla, se non fosse per un leggerissimo accentuarsi del sorriso all’angolo degli occhi.  Egli ricompare. Sicuramentele le nostre vite non sono condivise, l’amico sa della mia quel che voglio rivelargliene, ed io conosco della sua quel che egli me ne racconta, nulla più, noi non andremo un passo oltre, non c’è fra noi quasi alcuna domanda; io so come egli stesso sa, la versione della vita che egli narra a se stesso, ed egli sa quel che io mi racconto della mia vita, ed entrambe non ambiscono l’intera verità. Abbiamo le vite di cui  noi narriamo a noi stessi. Io noto unicamente che egli tenta di rendermi il racconto che mi faccio della mia un poco più dolce, un tanto più sorridente,  sempre un po’ più sorridente, liberi di ridere dei nostri dolori. Le linee melodiche delle nostre voci si fondono, e si fanno confidenti, sempre un po’.

Nulla più. Noi possiamo nulla l’uno per l’altro,  se non il dono pacificato dell’amicizia, che implica gli altri doni, tutti quelli che noi vorremmo ben ricevere. Nulla più.

Una volta, talvolta, si dovrà trasgredire, raramente, il più raramente possibile e con un’infinità di precauzioni, ed andare un passo più avanti di quel che l’amico accetterebbe, se lo lasciassimo fare, ma sono scelte molto difficili da valutare. Solo l’amicizia che dura da tempo è in grado di accogliere doni di tale natura, radicali ed incomprensibili a chiunque non abbia percorso da se stesso un identico cammino. E poi essa riprende il proprio corso, calmo e pacificato. E ci conduce a comprenderci attraverso il silenzio stesso. Le parole pronunciate avrebbero potuto non esserlo, e che lo siano state è un altro dono. Così, essa si riscopre dentro forme di volta in volta sempre più essenziali. Come se, di un frattale, noi andassimo ad esplorare sequenze tanto minuscole da risultare a malapena percepibili anche alla nostre dita assai sensibili. Dicendoci poco tra noi, comprendiamo di noi ciò che c’è da comprendere. Ciò che noi vogliamo ben far comprendere. Ciò che basta. All’amicizia tutta intera. E a rendere possibili le sue rivelazioni.

Niente di più. Un profilo amico sul mondo. All’improvviso, la sua voce si manifesta all’orecchio, nella cacofonia del mondo, proprio all’orecchio, qualche parola, un messaggio lasciato sulla segreteria telefonica, ed una sua possibile presenza si profila all’improvviso. Tutta intera. Entro qualche giorno, egli sarà là, spingerà la nostra porta, o noi la sua, questa è davvero una precisazione che non ha alcuna importanza, e la corsa mai interrotta dell’amicizia riprenderà, in una conversazione e tra scoppi di risa, ed in silenzi che non spezzano nulla, che nulla può turbare, e che si disegnano intrecciati sulla speculare superficie del mondo.

L’amicizia va così tessendo la sua temporalità e ne avvolge il mondo, come unedera sicura e vivace.

[traduzione dalla Lingua francese  di Giordano Mariani]

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