«Altamira».

«Altamira».

Si sfila lenta a passo di danza

l’insensata pazienza. L’incantesimo

senza alcun fondamento si cancella

e si perde, se stesso, lontano, una eco

silente di vento. Muore dentro, la notte

interiore soffocata nell’Assenza

del canto. L’eco muta del volto

rimane e nuda sussurra di sé

in qualche remoto lacerto, memoria

dal fondo d’abisso in un giorno ormai

spento. Dove ebbe il suo volto l’ipocrita

per sempre scolpito su pietra nel suo io

già disperso, primordiale il suo segno,

e nel male del Cosmo il terrore fu infisso.

Rimane sulla croda innocente dell’Evo

che muore la speranza nella mite

sorgente che nasce e rimbalza fra rocce

d’eterno, l’infinito tuo suono, mio Amore.

 

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