Amare, una missione possibile.

Amare. Una missione possibile.

Ho conosciuto Suor Antonietta Papa nell’autunno del 1994. Le nostre strade si sono incontrate una prima volta a Roma. Antonietta era appena rientrata alla Casa madre delle Figlie di Maria Missionarie dal Brasile, dove aveva trascorso un lungo periodo in missione, gran parte tra gli Xerente. Io stavo vivendo i primi mesi di una interminabile disoccupazione, dopo aver dato le dimissioni dal giornale nel quale avevo lavorato per oltre 16 anni. Il primo approdo era stato per me un corso di aggiornamento professionale, uno dei tanti che avrei poi frequentato. Si teneva a Roma. Avevo cercato una sistemazione economicamente sostenibile per poterlo frequentare durante cinque mesi e l’avevo trovata presso il pensionato delle suore FdMM.

Entrambi, Antonietta ed io, ci trovavamo nei pressi di un passaggio significativo ed impegnativo delle nostre rispettive esistenze. Il dialogo tra noi è nato fin da subito intenso, sincero e duraturo. Non si è mai interrotto durante questi vent’anni. Prima dal vivo, a Roma, poi epistolare. Poi, ancora di persona, di nuovo a Roma, a Milano, a Casalmaggiore, dove talvolta ci siamo incontrati…

L’11 Marzo suor Antonietta è partita per Bangui, nella Repubblica Centrafricana, dove le Suore FdMM sono presenti dal 1980. Una realtà che Antonietta conosce bene. Sul suo blog si possono leggere diversi post dedicati alla missione, a visite, a viaggi, a lettere di testimonianza e di appello ricevute dalla RCA ed a servizi sulla RCA stessa.

Non è partita all’improvviso. Il viaggio era all’orizzonte da tempo. Eppure, la notizia ricevuta nell’ imminenza, lascia sempre un retrogusto di sorpresa. Non appena ho saputo con certezza che sarebbe andata, ho pensato che, nello spirito del Convivio, avrei invitato suor Antonietta all’Agapé. E così ho fatto.

Ho intervistato Antonietta nel 2010. L’intervista è uscita sul settimanale diocesano della mia città. E’ un testo che ripropongo qui nella sua versione estesa: “Amare. Una missione possibile”.

Poco prima della sua partenza, ho chiesto cosa ne pensasse. Scrivere di ciò che accade nella quotidianità della RCA, mi ha detto Antonietta, è un modo per conoscere un dramma di cui poco si sa ed ancor meno si racconta. Abbiamo deciso il cosa ed il come pubblicare. E’ stato un accordo piuttosto rapido e frugale. Nel contesto in cui si trova e con il carico di incombenze che credo abbia, immaginare una corrispondenza puntuale e ben strutturata è un’insensatezza umana. Gli accenti drammatici che traspaiono sin dai suoi primi SMS, non offrono uno scenario geopolitico. La sua narrazione, Bangui, estemporanea rispetta l’angustia della condizione in cui si trova ed i tempi del possibile. Sono frammenti e non pretendono di significare nella parte il tutto. Non sono lanci d’agenzia e nemmeno schegge d’autobiografia. Dicono però di un dramma in cui la vita stessa è la prima condizione di feriale precarietà.

Ho invitato Antonietta nello spirito del Convivio e secondo il canone interiore dell’Agapé e con tale passo interiore l’accolgo.

 

Intervista a Suor Antonietta Papa.[i]

Amare, una missione possibile.

E’ nata in Calabria a metà degli anni Cinquanta. Ha studiato ed è cresciuta tra la Sicilia del Belice e la Parigi del Sessantotto. Ha compiuto l’aspirandato ed ha emesso la prima professione di fede a Roma nel pieno della stagione post-conciliare. E’ stata missionaria in Brasile per dieci anni, dal 1982 al 1992, due dei quali trascorsi con gli indios Xerente, nella Foresta Amazzonica. Segretaria del SUAM (Segretariato Unitario di Animazione Missionaria) dal 1995, è oggi membro della presidenza di Missio, l’organismo pastorale della Chiesa in Italia costituito dalla CEI nel 2005 a sostegno della missionarietà ecclesiale. Segretaria generale, archivista e postulatrice per la sua Congregazione, Figlie di Maria Missionarie, si occupa tra l’altro degli scritti del suo fondatore, don Giacinto Bianchi, dichiarato venerabile nel 2008.

Ha vissuto dunque in prima persona la stagione post-conciliare. Ha preso i voti proprio quando la Chiesa e l’intera società, non solo quella cristiana, vivevano un particolare momento, ricco di fermenti, di speranze anche storicamente attestate, di aspettative di grande cambiamento. Ha portato la parola di Dio in tre continenti e ai confini tra due epoche, in una fase di grande trasformazione.

 

Suor Antonietta Papa, hai di nuovo l’età della tua vocazione. Stai decidendo la tua vita. Scegli di consacrarla. In particolare, alla evangelizzazione missionaria. Quando? Come? Perché?

R. Credo che la vocazione alla vita consacrata sia nata per me in seguito a due precisi avvenimenti, il terremoto del 1968 e la morte di mia madre qualche anno prima. Ero in Sicilia quando ci fu il terremoto  del Belice. Mi trovavo là perché mio padre voleva che io ricevessi un’educazione un po’ diversa da quella parigina. In quei giorni ero ammalata. Quando mi svegliai,  dopo la scossa più forte, vidi che già non c’era più nessuno accanto a me. Era tutto crollato. Qualche anno prima, avevo perso mia madre. Credo che quelle esperienze, così forti e ravvicinate, avessero fatto nascere in me una consapevolezza e aiutato a maturare una scelta: “La realtà umana, le cose, persino i legami più cari, è precaria, ora c’è, ora non c’è … L’unica certezza è veramente Dio”. Con quel pensiero tornai a Parigi, dai miei che vivevano là, e qui terminai le scuole medie, dopo averne frequentato una parte in Italia. Era il ’68, il Sessantotto di Parigi. Andavo a scuola nel centro della città, dove si svolgevano sempre le manifestazioni degli studenti. Lì incontrai una persona molto impegnata, un ragazzo, che mi disse tra l’altro: “Se vuoi fare davvero la rivoluzione, sappi che non è questa. La rivoluzione vera è quella che tu riesci a fare con te stessa, dentro di te stessa”. Quella frase mi accompagnò e mi guidò. Nel ‘69, conclusa la terza media, decisi. Andai dalle uniche suore che conoscevo, quelle della Sicilia, le Figlie di Maria Missionarie. Quindi arrivai a Roma, nel ’69. Compii i 15 anni in convento, e da là iniziò questa avventura. Perché la missione? Un’altra frase che ha sempre accompagnato la mia vita, è quella che trovi nel Vangelo e che dice: “…ogni volta che avrete fatto questo al più piccolo dei miei fratelli, lo avrete fatto a me”. La relazione con Dio è complessa e così la risposta che dai alla chiamata. I fratelli sono importanti. Sono l’ “altro”, con il quale tu ti misuri e nel quale c’è Dio. Un esempio banalissimo. A volte, soprattutto in Brasile, ma succede anche in Italia, verso le 3, le 4 del mattino, qualcuno bussa alla porta. In genere si è inclini a dire: “ Cosa vogliono a quest’ora?”. Invece, il primo pensiero è: “Ma se fosse Gesù Cristo…?”. Che significa:  “E’ un tuo fratello, alzati!” E tu dunque vai, senza esitazioni.

 

La Foresta Amazzonica prima. In anni più recenti, Costa d’Avorio, poi la Repubblica Centrale Africana. Puoi raccontare la  tua esperienza missionaria?

R. Ho vissuto in Brasile, 10 anni. Quella è stata la mia esperienza missionaria vera e propria. Arrivai là nell’82. Avevo già frequentato la scuola teologica e seguito la formazione necessaria. Nella mia parrocchia, la Trasfigurazione di Roma, mi chiedevano: “Perché parti?”. Era l’epoca, a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta, in cui ci si interrogava sul senso della missione. Erano anni in cui si parlava prima di tutto di rispetto dell’altro. Vado non per annunciare, si diceva in sostanza, ma per condividere. Insieme, indigeni e missionari, ciascuno con la propria esperienza, camminiamo sulla stessa strada. Arrivai a San Paolo ed ebbi dapprima la responsabilità della piccola catechesi. Un giorno mi chiamò la Superiora e mi disse: “Guarda, in Rondonia, la regione pre – amazzonica, c’è bisogno di un parroco… Se te la senti…”. Andai. Pimenta Bueno è stata la mia prima parrocchia. Aveva un’estensione di 12.477  chilometri quadrati (pari a metà Lombardia, nda.). Oggi è divisa in 4 parrocchie, ma a quell’epoca era unica. Eravamo in tre suore, due più giovani ed una più anziana, e avevamo due parrocchie da seguire. Amministravamo i battesimi, il culto, la liturgia della parola, preparavamo le omelie.

Là mi resi conto che tu puoi manipolare l’altro, perché sei “quella che sa”. La gente dipende da te. L’istruzione religiosa dipende interamente da te. Mi riferisco al Brasile degli anni Ottanta. Oggi certamente la situazione è totalmente cambiata. Ma in quegli anni  il parroco, il medico erano le persone istruite, le figure di riferimento: “Questo l’ha detto la suora”. Ben presto, però, compresi, soprattutto commentando la Bibbia,  che non potevo non dire la verità, ma nello stesso tempo non potevo scandalizzare. Ci voleva una diversa preparazione, e lì incontrai, per mia fortuna, Carlos Mesters, col CEBI (Centro Ecumenico di Studi Biblici di Belo Horizonte, di cui il carmelitano olandese Mesters è stato fondatore, nda), con la sua proposta di lettura della Bibbia, che è estremamente sincera, e nello stesso tempo molto adatta a loro. Perché la gente, là, non è come noi, non ha varie strutture mentali che filtrano i messaggi. Per loro “Dio ha detto” equivale a “Dio ha fatto”. Questo, all’inizio, mi aveva spaventata. Era fede pura.

 

Da un certo punto di vista, un arricchimento enorme…

 

R. Enorme. Rimasi un anno e mezzo in comunità, in parrocchia. Nel frattempo, il Vescovo mi chiamò a coordinare di tutte le pastorali della diocesi. Quindi, andai in diocesi. In quel periodo, uccisero Ezechiele Ramin, un sacerdote comboniano di Padova. Aveva 33 anni. Era il 1985. Condividevamo le riflessioni sulla preghiera. Lui era coordinatore vocazionale. Avevamo parecchie attività insieme. Quando arrivò la polizia, ci portarono per il riconoscimento. Lo riconobbero il vescovo ed i comboniani. Era crivellato di pallottole. Fu per me una esperienza difficile. Anche dal punto di vista della fede. Quando tornai nella mia parrocchia, anch’io, come lui aveva fatto, assunsi poi la CPT, che è la commissione pastorale della terra, ed il SIMI, che è la commissione indigenista missionaria, della quale fui coordinatrice per un anno a Porto Velho, capitale della Rondonia. In Rondonia ci sono tuttora 23 popoli indigeni. Padre Ezechiele aveva capito la strategia messa in atto dai latifondisti. I fazendeiros chiamavano i posseiros, cioè i più piccoli, per potere disboscare, e poi mettevano gli indios contro i posseiros, gli uni contro gli altri, i poveri contro i poveri.  Così i fazendeiros avevano il campo  libero. Iniziammo dunque a fare incontri fra CPT e Commissione indigenista, per lo meno una volta all’anno. In modo da ritrovarsi insieme. Perché i problemi erano simili e tutti riguardavano la terra. Mi appassionai alle vicende degli indios e rimasi con loro, gli Xerente, altri due anni. Eravamo andate fra loro perché i vescovi avevano chiesto di rispondere all’appello che riguardava educazione e salute. E dunque partimmo, io che facevo scuola, e l’altra suora, che era infermiera. Andammo proprio nell’aldeia (il villaggio) per stare con loro. Ci diedero un loro nome indigeno…

 

Non hai mai avuto alcun problema con le tue convinzioni, nell’ accettare così totalmente, così radicalmente l’altro?

 

R. No. Mi riferisco sempre agli anni Ottanta, quando la Commissione missionaria indigenista aveva quale idea principale quella di entrare nelle aldeie non solo per convertire, ma soprattutto per condividere. L’aldeia in cui stavo era costituita da 142 persone, Xerente. Uno dei capi mi chiese: “Ma tu, perché sei qui?”. Intanto, non avevamo un uomo. Il che voleva dire moltissimo, in una società in cui la donna da sola non esiste. Tentammo di rispondere: “Noi siamo donne di Dio”.  L’unica risposta è:  “Perché vi vogliamo bene, perché…Dio vuole bene a noi e noi umanamente vogliamo condividere questo bene con voi”. Anche se difficile da spiegare, il fatto di essere là, con loro, voleva dire quello. Noi non possedevamo nulla. Loro avevano costruito la nostra casa. Quindi vivevamo tra loro proprio “come loro”. C’era un libro, in quegli anni, di Voillaume dal titolo: “Come loro” (Padre René Voillaume, “Come loro”. Il libro uscì in Francia nel 1950 e venne tradotto in Italia nel 1963, nda). Era quella l’idea: condividere, fino in fondo. Eri proprio, in quel momento, come loro. Il che non vuol dire non annunciare. Vuol dire annunciare con la tua presenza, che è una testimonianza. Essere annuncio di quello in cui tu credi. E quindi il rispetto è in questo. Lasciare che l’altro possa avvicinarti e dire: “Ecco, io faccio così… perché credo in questo”. Senza nulla imporre. Questo è stata la missionarietà in Brasile. Questo era, credo, anche nell’aria che si respirava in quegli anni.

 

Nella tua lunga esperienza missionaria sei andata anche in Costa d’Avorio e nella Repubblica Centrale Africana.

 

R. Sono andata in Costa D’Avorio, in Repubblica Centro Africana rimanendo ogni volta per periodi diversi: due mesi, sei mesi. Si è trattato di visite. La congregazione mi manda a condividere con le sorelle di un’altra nazione ora gli scritti del fondatore, ora le costituzioni, a riflettere con loro sul cammino compiuto, a costruire itinerari di ricerca condivisa. 

La tua vocazione missionaria ti vede ora impegnata in un’identica chiamata, con un diverso ruolo. Puoi dire cos’è Missio e che cosa ci fai tu là, precisamente?

R. Missio è nata nel 2005. E’ una realtà ecclesiale ed è un organo della CEI, la Conferenza Episcopale Italiana. E’ l’ombrello sotto il quale vanno tutte le realtà missionarie esistenti in Italia. Sono entrata in Missio perché ero segretaria del SUAM, il Segretariato Unitario di Animazione Missionaria, dove convergono gli istituti missionari. Sono stata nominata dalla CEI membro della presidenza. Missio è una cosa che…mi sorpassa. Tutte le volte che vado a Missio sono meravigliata. La realtà italiana, dalla Valle D’Aosta alla Sicilia, passando per la Sardegna, è un puzzle. In una regione si fa il 90%, nell’altra regione l’1%. Allora ci si chiede come riuscire a promuovere realtà tanto diverse tra loro. Un impegno che sento in modo particolare, che mi piace, è l’appuntamento con il CUM (Centro Unitario Missionario: l’organismo della CEI che si cura della formazione dei missionari italiani. Ha sede a Verona, nda), che fa parte di Missio. Quando vado al CUM, incontro i missionari che ritornano ed è stupendo. Li vedo tornare dalla missione nel momento in cui si reinseriscono nella realtà italiana. Ad aggiornare i missionari è don Maurilio Guasco (sacerdote, docente di Storia contemporanea in diverse Università italiane, nda) che presenta la realtà italiana attuale a missionari che chiedono, talvolta: “Questa è l’Italia?”. Sono coloro che si ritrovano una situazione del tutto diversa da quella che avevano lasciato.

 

All’inizio di quest’anno, hai trascorso più di un mese in Brasile: cosa è cambiato? Con quale mandato missionario lo hai visto?

R. Sono stata in gennaio. Sono andata per questioni interne alla mia Congregazione: si è tenuta infatti l’annuale assemblea che vede riunite tutte le suore. In Brasile è  cambiata la liturgia, tantissimo. Mentre prima, negli anni Ottanta intendo, i canti, per esempio, rispecchiavano tutti la realtà che la gente stava vivendo, ora sono diventati estremamente spirituali. Quello che voglio dire è questo. Mentre in un primo tempo il cammino del Brasile si svolgeva ad un livello davvero molto sociale, oggi si sta riscoprendo l’aspetto carismatico.

 

Una componente spirituale…

 

R. L’uomo ha bisogno certamente di una dimensione spirituale. E questo arriverà giustamente quando la pancia sarà piena. Negli anni Ottanta si affacciava in Brasile il PT, il partito dei lavoratori (Partido dos Trabalhadores, nda), che nasceva dalle comunità di base. Il PT è  nato, è vissuto, è cresciuto, si è consolidato è stato organizzato dalle comunità di base. Di questo ho conoscenza sicura, per lo meno in Rondonia. Il PT era il cambiamento, significava la rottura. Adesso, probabilmente, c’è questo secondo passo da compiere.

 

Durante quel mese ti sei occupata prevalentemente della vostra realtà missionaria …

 

R. Noi abbiamo in Brasile sette comunità. Tre al Nord, dove le suore si occupano soprattutto della pastorale, e abbiamo solo un’opera strutturata che è l’educandario San Josè, in San Anastacio, a 600 chilometri da San Paolo. Lì vengono accolti adolescenti, con alcuni progetti che la prefettura mantiene e che la beneficenza dell’Italia sostiene. Le suore seguono quei ragazzi, che altrimenti avrebbero la strada quale destino. Sono ospiti fissi della comunità, crescono con noi. Le suore li educano, li crescono. Nella CEBASP, a San Paolo, 380 bambini, vi sono cinque unità. Poi c’è “Gesù adolescente”, con una falegnameria, per insegnare agli adolescenti ad essere bravi falegnami. I ragazzi ospiti qui provengono tutti delle periferie della grande San Paolo. E quindi sono i figli di gente che ha molte difficoltà. C’è la CRESC, che ospita bambini che vengono da situazioni difficili. La Polizia li porta la sera, la notte, vengono con ogni situazione alle spalle. Infine c’è l’altra unità, dove sono ospitati i bambini orfani, o con mamme in difficoltà.  Là ci sono le mamme di adozione, una di giorno, una di notte ogni cinque, sei bambini.  Sono case famiglia. Le mamme fanno volontariato e vengono qui con i propri figli. Sono più di 200 volontarie….

 

Giacinto Bianchi è stato un cristiano inquieto …”. Inizia così la prima riga della prima pagina di presentazione della biografia del tuo fondatore.

R. Un uomo davvero inquieto, che non ha mai voluto essere parroco. Non gli interessavano le parrocchie, nel senso di doversi sedere in un ufficio, ma è andato sempre predicando. Soprattutto, ha avuto una visione avanzata del ruolo della donna. Certamente: nell’Ottocento, quasi tutti ne furono consapevoli, perché si diffondeva l’industrializzazione. Iniziavano dunque a manifestarsi tutti i problemi legati al lavoro della donna. Ed egli diceva una cosa molto interessante: “Dall’intelligenza della donna dipende la felicità dei popoli”. Una rivoluzione.

 

Don Primo Mazzolari, commentando il cammino del vostro fondatore, scrive: “Non carte di fondazioni; non regole ma un impeto di grazia e di spontaneità che resiste al tempo e agli uomini, alle opposizioni ed agli insuccessi di ogni genere…”. Cosa resiste di tale grazia nei tempi che viviamo, improntati ad una certa secolarizzazione, alla quale non è estranea la volontà  di organizzazione assoluta di tutte le cose.

 

R. Proprio ieri ci siamo incontrate con le suore di questa regione (Lombardia, nda) e abbiamo cercato di capire come aggiornare le nostre proposizioni. Proprio perché c’è, si rivela quella tensione fra le strutture ed il carisma. Come muoverci in questa ricerca di equilibrio tra strutture e carisma, sapendo che per mantenere un carisma ci vuole una struttura?  Che possa però anche essere flessibile. Nello stesso tempo,  si deve andare controcorrente.  Si devono considerare gli stili di vita oggi diffusi. Stiamo attente  a non accumulare, per esempio. Certo,  così si diventa più fragili: però si diventa più vere.

 

Incontri uno spirito originale. Ha vent’anni. Gli parli. Con quale sogno lo inviti?

R. E’ successo proprio quest’estate. Più che persuadere, è un dire: “Vieni e vedi come viviamo, cosa possiamo offrirti”. Quest’estate c’è stata una bellissima esperienza, con una ragazza di 26 anni. Siamo andati in Sicilia e abbiamo vissuto un periodo con le sorelle, per  vedere un po’, per scambiarci idea. Ha tentato di capire cosa muove il cuore delle persone. Tuttora continuiamo il dialogo. Quello che credo sia difficile, ma questo lo diventa perché lo è nella società, è il “per sempre”. E’ il fare il passo dove tu dici: “Guarda, se ti impegni…”. Molti, per esempio, si impegnano per un mese, per sei mesi, per un anno. Sì, un’esperienza missionaria, è avvincente, vale la pena. Vedi gli occhi che brillano quando racconti. Ultimamente sono stata con 10, 12 ragazze. Loro immediatamente  sentono a pelle che la cosa le attrae. Però il passo che non viene è quello che significa “il per sempre”.

 

15 anni fa, tu eri da poco rientrata dal Brasile. Ricordo che dicesti: “Credo sia più difficile evangelizzare Roma che non le popolazioni dell’Amazzonia”. Che cosa intendevi dire, precisamente?

 

R. Intendevo forse dire che la gente, in Brasile e in Africa, è semplice. Quindi tu ti trovi a tuo agio. Lì, hai l’immediatezza della cosa. Evangelizzare vuol dire annunciare che “tu sei importante per me, che ti voglio bene”, senza problemi. Qui, ed è indicativo, per esempio, a Roma, se esci per strada e dici anche soltanto buongiorno ad una qualsiasi persona, ti  risponde: “Scusi, ma ci conosciamo?”. Mentre in Brasile questo “buongiorno, come sta?” è premessa per continuare il dialogo.

 

Siamo gravemente malati…

 

R. Siamo gravemente malati. “Scusi, ci conosciamo?”. Ho subito replicato: “Bisogna conoscersi per salutarsi?”. Per fortuna che il signore cui mi riferisco si è subito ripreso e mi ha detto: “Ma lei…”. Ho risposto: “Io sono missionaria”, prima che lui rivelasse: “L’avevo capito”. Bisogna avere un abito per poter dire. La gente ha bisogno delle maschere per poter parlare. Mentre là, in Brasile, la cosa è immediata. Questa è la difficoltà dell’evangelizzazione. Però vedo, che anche a Roma, se noi missionari evangelizziamo, e questo sarebbe interessante poterlo fare tutti, se cioè ci poniamo nello stesso modo in cui ci si pone quando siamo in missione…allora si cambia. E la gente cambia. Ne ho esperienza. Sono piccole cose, piccolissime, ma credo significative di ciò che intendo sostenere. Ho fatto, per esempio, un incontro stupendo in metropolitana,  con una ragazza che sembrava una punk. Ero vestita proprio da suora. Mi sono messa vicina, di proposito. E le ho chiesto: “Scusi, sa a che ora passa il treno?”. Prendo tutti i giorni quel treno…. Mi guarda un po’ così, poi dice: “Beh, suora, passa alla tal ora”. “Ma lei è una suora…?”. “Sì, sono una suora. Una missionaria…Sono stata in Brasile. Sono stata tra gli indios.”. E abbiamo parlato di questo. Si è congedata dicendo: “Starei con lei a parlare tutto il tempo…”. Bisogna andare al di là degli abiti, dell’apparenza. Ed è un’altra storia, veramente un’altra storia. Ecco, l’altra cosa che padre Giacinto diceva, è che per essere missionari bisogna uscire da se stessi. Conoscere se stessi e uscire prima di tutto da se stessi. Conoscere se stessi già è interessante. E poi, una volta conosciuti, uscire da se stessi…e non c’è bisogno di andare, partire…Si può fare qui.

 

In anni recenti hai frequentato un corso di postulatrice presso la Congregazione dei santi, forse per seguire la causa di Padre Giacinto Bianchi, un sacerdote che fondò alla fine dell’Ottocento la Congregazione alla quale appartieni.

R. Il fondatore diceva: “La santità dipende dal modo in cui fai le cose, non dalle cose in sé”. Certo, i santi, oggi, bisognerebbe anche saperli conoscere, magari. Perché ci passi accanto e nemmeno ti accorgi che quella persona … Perché che cos’è la santità? E’ quando tu sei te stesso fino in fondo: però, lo ripeto, fino in fondo. Quando non hai una doppiezza. E’ l’essere riconciliati con se stessi, con gli altri, con Dio. E fare quello che devi fare adesso, e non domani.

 

Padre Marie Dominique Chenu, il teologo dei “segni dei tempi” che ricoprì il ruolo di perito durante il Concilio Vaticano II, auspicava il superamento della “cristianità costantiniana”. Credi che da qualche parte, qui o altrove, la Parola abbia ispirato un mondo nuovo, lo stia invitando a nascere…

R. A me sta molto a cuore questo andare oltre… e la mia speranza era il Brasile, a dire il vero. Voglio dirti questo: don Moacyr Grechi, che è il vescovo di Porto Velho, oggi, ha aperto l’incontro delle comunità di base dicendo loro: siete gente semplice, povera, che operando in contesti poco importanti, poveri, ottiene però grandi cambiamenti. Ed è fondamentalmente vero. E’ quello che io credo: la chiesa è come quelle piccole comunità che si radunano. E c’è in ogni continente. Come il fiume carsico, che mi fa pensare alle cose non viste, che però si muovono e che poi riaffiorano…, riemergono per farti capire che c’è, che lo puoi intravedere, che al di là dell’apparenza quel mondo esiste. Forse la fede non te lo fa toccare sempre con mano, subito. Non con la chiarezza immediata. Esistono però queste comunità che ripropongono perfettamente l’ideale cristiano. Senza sovrastrutture. C’è una chiesa dei poveri, una chiesa che cammina con la gente, che non ha voglia di mostrarsi. Sì, questo esiste.

 

Raimondo Panikkar, il sacerdote e monaco spagnolo, sostiene che il terzo millennio sarà dai mistici.

R. Sì. E’ in quella luce che io dicevo del Brasile. E’ esattamente in quella chiave. Il misticismo è quella dimensione che ti fa essere e operare all’unisono. La spinta interiore nella quale tu riconosci vere le cose, che ti fa comprendere ed accettare la verità delle cose anche quando esse ti sembrano scomode, che ti spinge oltre l’apparenza. E non sai farlo senza preparazione spirituale, senza preghiera, che per noi è tale, per un induista potrà essere meditazione, per un buddista anche. Una dimensione dell’anima che offre la profondità con la quale tu puoi vedere le cose.

 

In missione hai incontrato persone di cultura diversa, di lingua diversa, di religione diversa. C’è in loro uno sguardo, un segno, che possa denotare una qualità condivisa dell’animo umano comune a tutte le creature? C’è qualcosa che rimanda l’eco di Qualcuno di più grande? Ha un nome, ti sentiresti di darne uno…

R. Sì, c’è. Credo che sia soltanto l’Amore. Credo che sia la parola più giusta. Capire l’altro fino in fondo, che cosa lo muove. Comprendere perché dice quella cosa e non un’altra, perché ti guarda in quel modo e non in un altro.  Senza l’Amore, davvero, non si può far nulla.

 

Giordano Mariani

 

 

 

 




[i]     Articolo pubblicato su “La voce del popolo”, 23 Aprile 2010

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