Aurore.

La vita umana terrena è ontologicamente un tempo di transito. Di passaggio dall’una condizione all’altra, in una permanenza che si compie fra Origine e Mistero.

Vi sono, però, alcune epoche storiche che più di altre vivono contraddistinte dalla precarietà dei topos che le abitano, dei canoni che le informano, delle Koiné culturali (antropologiche?) che le distinguono e insieme le fondano.

Posso dire di avere trascorso tutta la mia vita nel pieno di un transito epocale.

L’incertezza delle soglie, la dissoluzione dei confini, l’angoscia dei destini, l’angustia delle definizioni, subito bruciate dall’avvento di una nuova.

Si ha l’impressione di vivere e di muoversi in una lacerazione bipolare dell’anima. Talvolta, protagonisti noi stessi di esacerbati testa a testa con verità prive di fondamento, se non nel qui ed ora della superficie. Dell’apparenza che distingue come un’etichetta sul prodotto che siamo, nel supermercato esistenziale di un presente senza apparente scampo. Senza destino.

Divisi fra manichei ed opportunisti. Fra la dolorosa oltranza della coerente visione e la felicità cabriolet di istantanee della verità mutante. In un irrisolto ed irresolubile confronto fra coloro che con ostinazione sentono l’attrazione di Medusa e, cedendo infine alla tentazione, volgono lo sguardo (al passato), venendo perciò pietrificati nella calcinazione della presenza in un qui ed ora immutabile per sempre; e coloro che tendono fino all’estremo limite, al diapason dell’ansia, la forma del nuovo, l’epifania degli stati nascenti invocati senza remissione, e subito rinnegati prima che giungano alla dignità di un pensiero profondo e perciò duraturo.

Non c’è ambito della vita umana, dalla prosa feriale, all’arte, alla religione, alla scienza che non sia stato informato da tale torsione interiore. Che non abbia conosciuto nel presente storico che ho vissuto tale tensione fra coscienza irrevocabile del tramonto e necessità esiziale dell’aurora.

I micro ed i macroscenari del presente storico a me contemporaneo, hanno scontato e scontano spesso la precarietà del transito. In cui i canoni statuiti tramontano nella luce gloriosa di ciò che furono, per unanime riconoscimento e riconoscenza. Ed i fondamenti ontologici di tempi nuovi stentano a nascere, minacciati come sono da piccole feriali ambizioni, da minorità interiori. Da paura dell’ego e temerarietà delle ambizioni scaltre.

L’integralismo dell’integrazione ai luoghi comuni, vincenti e rassicuranti, sembra avere strozzato la profezia. Sembra avere garantito la sopravvivenza delle forme della tradizione, intatte, sia pure nella loro declinazione di simulacro. Ha certamente dato vita alla disintegrazione dell’io profondo, dell’anima del mondo.

Non di rado si inciampa e si viene coinvolti in conflitti che sono conseguenza di un’ambiguità latente. Come se, timorosi di futuro e destino, nostalgici di passato e memoria, fossimo abitati dall’ambiguità di Giano. Impotenti, anche fuori, nella realtà delle cose, e non solo dentro, nella frantumazione  dell’io. La vita nuova, che sarebbe tessitura armonica di memoria e speranza, inciampa allora, nella trama corrotta dei giorni.

Quante volte ci si ritrova vittima di paradossi? Quante volte una semplice rimodulazione dei mezzi non risponde di una risurrezione interiore? Quante volte i paradigmi analitici scontano la superficialità dell’indagine, che procede per semplice sostituzione dei mezzi, la novità (la presunta tale), e ignora la profondità della sintesi, che è intuizione di senso del non ancora esperito?
Le epoche di transito sono insidiose più di sempre per l’ontologia dell’umano. Lo sono ancor più per i testimoni dell’innocenza.

L’opportunismo ghermisce con gli artigli dell’ego la forma dei tempi che si compiono. Solo la vita pura ne anima gli abissi, conferisce luce, abita la profondità che radica i tempi nel Tempo.

Talvolta gli spacciatori del nuovo si attestano su uno sperone di futuro, intorbidando l’aria con i fumogeni, suoni e luci, dei prodigi tecnologici. E l’anima dei saggi sembra segnare il passo, scontare un ritardo. Talvolta, i mentori di una tradizione che ambisce al potere in eterno, o all’eternità del potere nella forma da essi stessi abitata,  presidiano il futuro, segnando le Forche Caudine, il passaggio obbligato cui rendere omaggio. La tradizione. Pronta alla trasformazione opportunistica. Quasi mai alla conversione profonda, che significherebbe perdita della rendita.

Quando vedo, vivo, penso a tali ricorrenti circostanze (accade spesso, purtroppo, e ancora, nella vita quotidiana), mi ricordo di una riflessione che ho posto ad epigrafe di un capitolo, “Aurore primitive”, in un mio libro del 1999, “Pensiero nomade”. E’ una frase che ho ripreso da “Preghiere alle stinche”:

“Né l’arcaismo, il ritorno ai bei tempi antichi, né il futurismo, con i suoi ottimistici programmi, e neppure gli sforzi più realistici e testardi per saldare di nuovo gli elementi in disgregazione, impediranno lo scisma dell’anima, lo scisma del corpo sociale. Solo la nascita di qualcosa di nuovo lo impedirà” (Anonimo).

 

 

 

 

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