Diario inutile. 30.

Diario inutile. 30

Il Pudore.

Sono trascorsi quasi 13 anni da quei giorni. Continuo a vergognarmi, ora, che ne ho quasi 70, come allora, ed ancor più mi vergognerei se il candidato attuale divenisse l’eletto nelle prossime settimane.

C’è un limite pre politico ed umanissimo, per me decisivo, che si può definire con un termine ormai desueto ed assai poco frequentato da tante e da tanti, da tempo: si chiama pudore.

La mia vergogna attinge lì ed è uno stato d’animo che informa le mie scelte quotidiane ed anche quelle di cittadino chiamato ad esercitare la propria coscienza politica con coerenza personale. Perciò, per quanto inutilissimo, più inutile di tutte le pagine di questo marginale diario, ricordo, qui, in questi giorni drammatici e difficili, un minuscolo lacerto di memoria. E lo coltivo come il fiore spontaneo di una lieve ma tenace Speranza. Che domani sia il meglio di ieri.

Diario inutile. 29.

Diario inutile. 29

Umanesimo istituzionale.

Una tempesta comunicativa  affligge, da qualche decennio almeno, la contemporaneità, uno spazio dentro il quale sembrano non essere troppo spesso accudite e praticate virtù che pertengono l’umano nella sua declinazione interiore più persuasa, ma quasi sempre vengono apprezzate le scaltre coniugazioni di un situazionismo etico opportunista. Apprezzate ed applaudite anche e soprattutto quando vestono i panni miseri, e non di rado miserabili, di un esercizio retorico della propria forza, vincente qui ed ora e tanto sterile e povera da inabissarsi oltre la scena un solo istante dopo essere state pronunciate.

In tale inferno di segni, simboli, che perseguono spesso unicamente e senza tregua e remissione il solo ed unico scopo di alimentare ed insieme soddisfare il consenso, nell’assordante chiasso di una comunicazione monocorde che ha il suono sinistro di una guerra senza esclusione di colpi prevalentemente immateriali, ma non per questo meno efficaci e non di rado letali [ci sono tanti e diversi modi di spegnere vite umane], è raro e difficile poter cogliere la nota discorde di una parola che attinga qualche corda interiore vera di sé, senza prima essere piegata all’esercizio della lusinga o a quello del puro calcolo [quasi sempre anche errato: spesso l’umano è nel profondo di sé assai migliore della sua prezzolata e comunque interessata rappresentazione].

Da qualche giorno me ne ricorrono nella memoria del cuore almeno due. Le fermo qui, nella discreta e marginale condivisione del Diario inutile. Come minuscoli accenti di Luce, e dunque di umanissima e poetica speranza. Non so se siano, sull’orizzonte di una più ampia scena epocale, e non solo nella squisita credibilità di chi li ha compiuti, cenni duraturi di qualcosa che accade solo ora o che da qualche tempo già sta accadendo. Non so quanto di questo vi abbia avuto parte, almeno nella condizione rivelativa dell’inusuale.

Mi piace fermarli qui, e qui condividerli nella consapevolezza dell’umana erranza di ogni piccola convinzione personale, la mia naturalmente, nella certezza della loro stimabile ed umanamente pregevole singolarità.

Qui, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che, ricordando David Sassoli, il presidente del Parlamento europeo recentemente scomparso, lo definisce tra l’altro “… un uomo buono …”.

Qui, il Presidente del Consiglio dei ministri italiano, Mario Draghi, chiede scusa.

Sono consapevole di quale e quanta distanza separi i due fatti in sé e le due stesse circostanze che sono all’origine comunicativa.

Ne ho stimato per entrambi vero ed inusuale il merito [che cosa: un uomo buono e le scuse], il metodo discreto [come: autenticamente commosso nell’un caso e sinceramente sorpreso nell’altro], il tono emozionato e partecipe dell’una, il distacco nell’altro, forse talvolta frainteso quale sprezzatura, e che a me pare invece la cifra interiore di una sobrietà elegante, solo poco dissimulata dall’ironia quale strumento di difesa [non è sarcasmo] e, nel suo essere rara, quasi pudica. Desuete entrambe, le scuse e la sobrietà che nulla chiede, se non di essere capita, nella prevalente antropologia contemporanea, votata e vocata alla miglior rappresentazione di sé [ma poco incline ad essere il più possibile il meglio di sé].

Mi sembra, soprattutto, che un filo sottile e profondo ne possa però distinguere una identica sorgente ispirativa. Qualcosa che mi sentirei di definire, con una locuzione forse poco ortodossa ed a suo modo eretica,umanesimo istituzionale. La persona, una volta tanto, qualifica il ruolo, senza tuttavia perderne in alcun modo il rispetto e l’accredito di dignità cui essa stessa sa di poter attingere.

Due briciole, forse. Insufficienti, certo, a fermare o solo flettere la freccia, veloce ed inesorabile, di un assalto scompigliato e senza tregua a quel che rimane, ormai solo in forma residuale, della reciproca fiducia sugli spalti terrifici dell’umanità in rotta da se stessa, in un confronto pubblico che ha spesso perduto l’orizzonte interiore e dunque il proprio stesso futuro. La guerra della rappresentazione mediatica confermativa di sé, prima che quella delle armi stabilisca il dominio dei corpi. Vincere è il fine primo ed ultimo di entrambe. E nessuna delle due forme di un identico conflitto contempla la cura e l’esercizio di due delle qualità più alte dell’umano, la delicatezza d’animo e la lealtà sostanziale. Declinazioni discrete di una comunità gentile in via d’estinzione .

 

Litanie dell’incontro/5.

Litanie dell’incontro/5.

L’affanno dei retori nella caccia al corpo della cosa ed al nome proprio e giusto confondeva intimità ed estimità, in una corsa all’appropriazione indebita di ogni statuto interiore. Dove Kaos giaceva vinto, sarebbe nato [Risorto] un giorno Cosmos. Nessuno sapeva precisamente dove. L’angoscia panica non era dettata unicamente dalla contingenza storica. Lo stato nascente non è mai un effetto. Visto nella luce postuma della profezia, è sempre una causa.

L’ora tremula della Parola era forse già da tempo venuta, chi sa dove, chi sa quando, chi sa in chi, chi sa come. Ora era il tempo vivo della parola tremebonda, accomodata alla necessità di affermasi nel qui ed ora della Storia. Non sarebbe stato sufficiente dismettere i panni trionfanti un tempo, ed ancora trionfali nella sintassi dominante della migliore rappresentazione di sé, nella conservazione vigente, per attingere la fragile bellezza degli ultimi.

La persuasione nel Nome è una via caritativa, che non perdona nel sentiero dei testimoni e tutto chiede loro, mentre tutto ad essi dona.

La chiarità degli esiti sconta spesso l’ermetismo tacito delle premesse. La parola non promette mai: è sempre, nei profeti, nei poeti, nei testimoni, unicamente una premessa del futuro che accadrà.

Pochi, o nessuno più, abitavano, da immemorabile data, il ciglio dei tempi. I ricordi avevano abdicato alla smemoratezza. La pietas era un sentimento troppo intenso, e dunque insopportabile, per le anime cabriolet abituate alla confortevole zona del privilegio ed ormai disabitate da tutto. Il Tempo, la nota sublime cui si accordò un giorno lontano e per sempre la speranza, avvicinava l’appuntamento con l’Esito.

Ognuno presumeva di conoscere l’ora. Il senso smarrito delle cose, aveva annichilito in ciascuno ogni consapevolezza esoterica.

Gli stati nascenti, umiliati dai ruoli e dalle funzioni vincenti nel qui ed ora della storia, scontavano l’innocenza con esercizi mirabili di vita interiore.

Tutti sembravano capire tutto, ed erigevano sintassi comunicative prive di sentieri osmotici fondati nell’intuizione singolare. Lo sprezzo dell’originale incompiuto ed incompreso, preludeva Babele. Nessuno se ne avvide. Fino a quando, l’avvento del minuscolo sferzò l’apparenza e ne rase al suolo le fragili fondamenta.

Barcollando, la mano tesa in avanti verso un gesto fraterno e desueto, l’umano uscì dalla polvere cui gli anni, i decenni lo avevano confinato, incatenato al mistico silenzio o ad una parola poetica inutile a tutto. Esausto e vivo. Forse, risorto dal margine. L’orizzonte di nuovo aperto, dentro e davanti.

 

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/2.

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/4.

 

 

 

Diario Inutile. 28.

Diario inutile. 28

La Luce degli Assenti. [Orazione].

O Voi, che ve ne siete andati senza il conforto di una parola amante, dentro il silenzio inquieto delle assenze, o Voi, perdonate la latitanza degli affetti nei giorni dell’ego furente. Perdonate l’indolente cadenza di giorni feriali assuefatti all’ignavia. Io spero, io credo, che nell’istante dell’ultimo abisso, preludio al Cielo, vi abitasse una Luce. La Luce più alta dei tempi in cui, creature dedite all’ascolto del vostro eletto e più singolare carisma, foste nella vita. Il dono di un sé prossimo ed aperto al noi che ci precede e che sempre ci attende. La Luce che tutto rischiara dall’origine del vostro intatto cromosoma fino alla polvere redenta del corpo inanimato.

O Voi, perdonate la mano che si sottrasse alla stretta. Il corpo che si negò all’abbraccio nell’addio. Perdonate tutto il tempo di cronos, che abbiamo perduto credendolo signore del nostro vero tempo, il tempo interiore.

O Voi, creature amanti, che abbiamo amato con insufficiente ardore: io spero, io credo che ci avrete voluto, che ci avrete saputo nell’istante estremo perdonare. O Voi!, come somigliate al noi stessi che abbiamo troppo a lungo dimenticato, mentre nell’attimo supremo la coscienza scuoteva dolcemente l’anima per sussurrarle le parole alate dei congedi e della prova. O Voi che già gustate la libertà degli eterni, pregate affinché sappiamo affrancarci nella libertà da vivi, e non siamo coatti alla finitudine ed al suo unico memento, nel durevole non ancora che ci abita.

O Voi che avete conosciuto il destino felice di stringere mani amanti nell’addio e di vedere chinata su Voi la luce ardente di occhi innamorati nel saluto, o Voi, siate grandi nel Cielo e pregate per noi. Adesso. E nell’ora della nostra morte. Dimenticate i torti, in virtù dell’eternità che ora vi avvolge in un palpabile Osanna. Abbiate infinita pietà e misericordia di noi, impegnati nel resistente esercizio di credere al sogno grande della vita. Che la vita sia un grande, inestimabile dono. Un Sogno eletto ed elettivo in cui la mano si tende ed il pugno si apre, l’abbraccio accoglie, il cuore ascolta e la mente benedice.

O Voi, pregate per noi nell’impervia credulità di tentare d’essere sempre le creature libere sbocciate nell’ora innocente del dono di sé. Dentro il quale, nella singolarità senza solitudine, siamo nati.

Litanie dell’incontro/4.

Litanie dell’incontro/4.

In avvilente ritardo, o con feroce fraintendimento apologetico, i legittimi tutori della parola, o i presunti tali in un’epoca al tramonto, nella dissipazione di Senso cui essi stessi avevano, forse talvolta inconsapevolmente, contribuito, lanciavano l’inopportuno strale identitario contro i rei probabili dell’ultimo arbitrio nominale.

Dopo decenni di ipocriti pronunciamenti, nel solco tracciato dalla tagliente lama dell’ambiguità che separava le parole dai gesti, le Gazzette pullulavano, ancora e più che mai, del Nome, in un’orgia consumista di abusi, un overload spesso discinto e quasi sempre sgraziato, esso solo sì persuaso, della propria missione, dedita al rito della induzione, della coltivazione e della soddisfazione di desiderio.

I sacerdoti nel Tempio, gli scriba, i farisei ed i mercanti agitavano tutti, impugnandola ciascuno a proprio modo, a diverso titolo la forza del Nome. Nessuno poteva spargere più la Grazia sapida della Parola, attingendo in sé l’energia silente del testimone. La compromissione con le cose, ne aveva divorato l’intero paesaggio interiore, l’anima tutta. L’originalità è una terra poco frequentata in ogni tempo, priva della confortevole assonanza dei luoghi comuni, surrogato di ogni compagnia e falso preludio di una vera comunione.

Invano la caccia degli scherani batteva i margini ignoti della Terra, ormai divenuta Globo, in cerca del tremulo virgulto che avrebbe generato ancora nel Nome, nella Parola, il Futuro. Un possibile futuro.

Litanie dell’incontro/1.

litanie dell’incontro /2.

Litanie dell’incontro/3.

 

Litanie dell’incontro/3.

Litanie dell’incontro/3.

Sfuggito alle vibratili zanne dei cinici scherani, degli Erode di ogni tempo, il potere costituito e costituente di ogni rendita di posizione, l’Innocente claudicava nella parola al margine dei tempi. Nascosto al Panopticon massmediatico dominante, visibile allo sguardo umile degli iniziati, nella greppia del suo scelto mutismo silente, ascoltava il palpito del già farsi Storia nel non ancora.

I retori disputavano la lettera del Natale, in un esercizio di affermazione e tutela dei principi laici, minimi, ma non minoritari, che nell’assenza del nome attingevano e difendevano la sostanza stessa della maiuscola libertà. L’indistinto ed indistinguibile nell’Istituzione a tutela della diversità e dei principi. Come una premessa o una promessa di raggiungimento laico di una pace possibile.

Come se essere, essere se stessi soltanto, l’essere in sé, avesse costituito l’ineluttabile premessa di un essere contro e non semplicemente la dignità irrevocabile di un essere altro. La mistificazione delle funzionalità dominanti e dei ruoli, effetto dell’essere, assurti al ruolo ontologico di causa, hanno dominato e guidato lo scampolo di storia che ha segnato il tramonto di un’epoca. Così come un Dio di tutti, anche Il senza nome, aveva donato nella verità di una venuta in Luce, sempre e comunque dall’origine singolare. Ed in tale singolarità vocata e disposta alla comunione. Pronti, dunque, non già al bellicoso confronto atto alla conquista ed alla opportunistica condivisione di una comune appartenenza dettata spesso unicamente dall’apparenza, che le etichette ed i target così bene disponevano e significavano. Bensì, incline ed educato alla relazione osmotica che iniziava anche i diversi da sé, soprattutto i diversi da sé!, alla comunione.

Litanie dell’incontro/1.

litanie dell’incontro /2.

 

 

 

Litanie dell’incontro /2.

Litanie dell’incontro/2.

Lo guardi. Lo lasci. Lo ascolti. La passione fredda dei cinici non è mai stata nelle tue corde interiori. Il pane eletto della sprezzatura precede il reciproco perdono e non sa nulla della confidenza che abitò un giorno gli amici e gli amanti.

L’ira fredda del terrore che tutto vorrebbe cambiare, nella radicale, rapida e ascesa al potere, e nulla in se stessi, non appartiene alla storia delle nobili, umanissime intenzioni. Nemmeno quando agita, violenta e demagoga, il vessillo strumentale della giustizia umana.

Tu non attendi più l’Innocenza a Betlemme.

Tu non sai nulla delle lente conversioni feriali e della folgore che colpì l’uomo vecchio dentro a Damasco.

Tu sei da lungo tempo disabitato da te stesso. Orfano di te, prima ancora che delle madri e dei padri, dopo avere rinnegato con secolare dedizione tutti i passi di un’eredità mnestica, cancellata nella sabbia del deserto contemporaneo.

Da tempo tu Le sei andato incontro, nel turbine di tramontana della modernità che lenta e dura si spegne.

L’hai abbracciata, come un figlio una madre, ancora a te stesso in gran parte ignota nel suo mistero sublime. Come a se stessa sconosciuta, nella sua casta e vibratile essenza, prigioniero tu delle tue tracce irrisolte ed ambigue, tutte accartocciate sull’autonomia di un presente fiero. Privo delle smarrite altezze che tracciano l’orizzonte infinito e aprono all’eterno cielo. Privo, ormai, della sacralità dei nomi. Smarrito nella gloria folgorante di un delirante plauso transeunte.

Ho pregato sempre nel silenzio, affinché il Tempo dell’incontro ricomponesse la feroce divaricazione compiuta dalle ore ferite dentro. Tutte le dissonanze, in una litania del canto e del gesto, lenite e ricongiunte dalla cura nell’incontro, di sé con se stessi, di sé con l’altro da sé. Verso e dentro l’Epifania di un noi.

 

[litanie dell’incontro /1.]

Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/1.

Tu non sai se nel profondo Silenzio degli addii, lungo i sentieri interrotti dei congedi che affollano ogni singola vita e le comunità di destino, alberghi una domanda inevasa.

Di te a te stesso, di te ad altri. Di altri a te, di altri a se stessi. Di Senso. Di cose, chissà, ancora. Il non detto è forse talvolta un desiderio innominato, un senza nome?, o un fiore reciso o mai compiutamente sbocciato? Quale davvero è la volontà di Dio, quando la vita si scioglie dall’abbraccio innamorato che la pose nel sentiero del giorno?

Urla il tuo volto, ora, nel mio profondo sé e la memoria non ha né carità né scampo. Smemora o accoglie? Chi davvero è andato via da te stesso, recando con sé una minuscola orma di te e del noi che foste insieme? E tu, dove te ne sei andato quando hai esercitato il passo degli addii? Verso quale, altro nuovo incontro? O sei migrato nell’attesa, in quel palpito di vita a tratti struggente, spesso malinconico? Hai scelto la solitudine, il vertice alto della vita dal quale in silenzio contemplare? Attendi forse un Altro per sempre, il diverso da tutti? In quale anima ancora vibra la traccia degli istanti condivisi, nella Luce di un Valore e dunque di un Credo, qualunque esso fosse, anche laico, che non tramonta mai?

La libertà di ciascuno esige il rispetto e tu non sfiori e mai sfiorasti, nemmeno nella forma discreta di un’acuta divagazione sul tema dell’incontro, prima che osi la comunione, il punto dell’assenza. Un passo che non compi e mai compisti oltre la soglia muta dei commiati. L’indifferenza non ha nulla a che vedere con la responsabilità dei cammini scelti, accolti, attesi, condivisi e no. Se il silenzio celi una decisione o l’indolente dissimulazione è tema dell’arte di vivere da sempre, sapida intuizione nell’incontro. La verità di sé. La verità di te. La verità di un noi possibile. Se il Silenzio sia una latenza leopardiana di felicità, una cristica attesa di resurrezione, il memorabile regesto di un originario Indicibile o il nulla desertificato della vita interiore che si è spenta nell’esercizio situazionista di un opportunismo attendista e sempre disponibile per le opzioni vincenti, solo tu ed un Dio amico, amante e confidente potete conoscere e sapere.

C’è forse là un ascolto, una dolente voce dissimulata nel no di tutte le cesure?

Il canto dell’incontro e dell’addio, la Vita stessa, non vuole in prima istanza condurre nessuno in alcun luogo. Non ha, nella parola poetica, corpo della parola e gesto del poeta, unità destinale, alcuna intenzione impositiva. Se mai, nelle più nobili intenzioni dell’attesa, la speranza di avvento, dell’incontro innocente. La Litania che prelude ed accompagna l’incontro e l’addio, non vuole essere, ma è, il luogo in cui insieme abitano il poeta e la parola di Dio, o il Pensiero che precede ogni silenzio, laicamente detto. Il luogo in cui potrebbero stare insieme, per un tempo indefinito e misterioso nelle sue premesse mai con certezza date e mai date per sempre, l’attesa e l’ascolto, nell’incontro.

Le parole furono, per l’Adamo universale, le cose, e lo sono sempre, lo sono tuttora, per la creatura innocente. Che cos’è la solitudine, se non l’Assenza di uno sguardo Altro su di noi, che abbracciandoci ci accarezza e ci narra, nella levità di una rivelazione di sé a se stesso, di noi ad un sé altro ed a noi stessi, in una composizione armonica di note singolari ed amanti?

 

Poeti: esuli e profeti.

Poeti: esuli e profeti.

Raramente scrivo per una motivazione altra che non sia quella di un dettato interiore impellente ed irrevocabile. Quasi mai ispirato a scadenze cronologiche, ricorrenze, anniversari. Assai prima di leggere Agostino, stimavo il tempo interiore quale unità prevalente di Senso ed al suo metronomo ho accordato sempre il mio passo esistenziale e la nota di tutto il mio canto. Il tempo è la coscienza, scrissi in Exsultet, era il 1990.

Se oggi compio un’eccezione, non è per onorare una convenzione, un ossimoro temo, o per ricordare un amore ed una passione mai dimenticati, come ho fatto non di rado per Paul Celan e, credo, per lui solo.

Il VII centenario della morte di Dante Alighieri (1321-2021) non avrebbe, del resto, certo necessità della mia minuscola nota ed io stesso non voglio in alcun modo disciogliermi nel fluviale corso degli eventi, delle mostre, degli spettacoli a lui dedicati per celebrarlo. Né le mie parole scarne e marginali ambiscono a farsi largo tra i corifei della commemorazione in servizio permanente effettivo.

La convinzione profonda, causa e non effetto del silenzio, che una poetica tutta fondata nella consapevolezza di essere postuma di se stessa e dunque straniera da sempre per vocazione e per scelta al proprio tempo, sa bene che, soprattutto in un’epoca al tramonto, e forse propriamente ed unicamente in quella, cinicamente segnata da uno spirito di mera sopravvivenza nel ruolo purchessia, lo scippo con destrezza, l’agguato etico del copia incolla dissimulato, lo strusciamento intellettuale, sono sempre ben diffusi, radicati e praticati senza distinzione di livello d’accredito sociale e creativo. L’età, quella sì, che dispone una sempre più profonda inclinazione alla pace, non solo interiore di marca quietamente contemplativa, come è stato durante gli anni della vita adulta. Perché resistere alle ferite inferte dalla violenza del plagio e/o della manipolazione delle intuizioni originali, nel silenzio della propria condizione indifesa e marginale da sempre per scelta, indifesa perché marginale, chiede una grande energia, una condizione non solo spirituale eccellente. Condizione che gli anni sempre più minacciano e non di rado compromettono. Il sapere, come ampiamente sostenuto fin dal titolo anche ne “La Luce postuma del canto”, il mio ultimo lavoro pubblicato, che il riconoscimento, non la riconoscenza verso , che per un poeta libero dalla vanità e non solo vale nulla, dell’opera sarà frutto di tempi, di anni, di un’Epoca nascente che già è ma non ancora si sta compiendo. Come accade in tutte le sintassi profetiche storicamente ed interiormente attestate. L’eresia e la profezia stanno insieme, nei testimoni, esuli dal proprio tempo. Come scrissi in anni non sospetti, fin dall’origine della mia minuscola avventura esistenziale e poetica.

Se oggi faccio un’eccezione a tutto, la scarsa inclinazione a commemorare la ricorrenza ed un’energia resistente ormai residuale, riprendendo il filo duro di un’esegesi critica autobiografica e talvolta purtroppo anche inevitabilmente autoreferenziale, data la natura delle cose, è perché c’è una questione di merito, argomentazioni e parole. Alcuni dei fondamenti della mia poetica esposti in favore di un’autorialità mai esplorata altrove nella luce di tali considerazioni, mi avevano condotto tanti anni fa, era il 1994 un anno cronologicamente neutrale e creativamente non sospetto, a Dante.

Essendo tali visioni i fondamenti ontologici della mia poetica e alcune precise parole le ricorrenze più attestate in tutta l’opera, ne ho scritto diffusamente, anche in Rete e su questo stesso blog, Extemporalitas, dove ho talvolta citato opere già pubblicate in formato analogico. Rimane, quasi una lieve icona di Senso, oltre che un preciso riferimento ed un’attestazione di quello che ho scritto fin qui, un tweet. E’ del 10 Luglio 2015 ed è fissato sul profilo da anni: “«La Terra è l’esilio dei poeti, di ogni tempo ed in ogni luogo.», in «Esilio», #autocit.║http://extemporalitas.org/esilio/  Là attestavo l’esilio quale condizione ontologica dell’essere poeta e rilevavo in Dante la vena eccellente di tale sorgente spirituale. Che poco ha a che vedere con la Terra, Firenze o qualsiasi altrove secolare, e molto con il Cielo. I secoli passano e corrono veloci, davanti all’Eternità da cui la parola è dettata e verso La quale si espande. I tempi sono talvolta la ridotta in cui i poeti praticano l’estrema resistenza, solitari ed aperti all’Infinità cui lo sguardo attinge. La Verità ha una propria talvolta feroce ed insieme caritatevole permanenza. Vocazionale nel singolare e destinale nel coro. Per questo e non per altro credo si possa ancor oggi pronunciare insieme le parole sommo e poeta Dante senza cedere alla tentazione del riso che sommerge l’esercizio retorico dei traduttor dei traduttor dell’altrui pensiero.

 

 

Diario inutile. 27

Diario inutile. 27

Futuro anteriore.

Il solo tempo che, giunti alle soglie degli esami di coscienza ultimativi ed estremi, sappiamo di avere nella Vita perduto, è quello trascorso dopo avere compiuto la scelta consapevole di non amare [una parola che ancora oso scrivere, tentando l’estremo pudore di me, nell’abuso e nello spreco cui è stata esposta da un vento secolare, a tratti paradossale e grottesco nelle sue manifestazioni di prossimità prosaica].

Forse, esercitando l’opzione contingente, avremo potuto salvare qualcosa di noi stessi, del nostro corpo. Avremo potuto lucrare potere e consenso. Salvare cose e beni. Coltivare ambizioni minime e minoritarie, lasciandoci sospingere e guidare dalla vanità oltre la soglia discreta ed umile della irrevocabile necessità feriale. Gratificare e solidificare l’orgoglio murato del nostro ego, la fortezza che presiede e presidia gran parte della nostra umanissima sete di affermazione di noi stessi purchessia.

Avremo potuto gonfiare a dismisura la soglia etica del merito, dilagando nella bulimia illimitata del privilegio, fino all’esercizio ormai colpevole della prepotenza, sebbene talvolta inconsapevole a causa della estrema diluizione della coscienza nella sua ameboide pronazione ai luoghi comuni.

Ascoltando la voce del vuoto interiore che sale dentro noi nell’ora della più sincera confessione, sapremo con precisa acutezza in quale abisso di perdizione ci ha confinati la sequela degli istanti in cui abbiamo detto no alla Vis amante che ci aveva interrogati. Nelle grandi chiamate decisive delle singole vocazioni, come nelle minuscole occasioni quotidiane e feriali di ciascuna vita.

Non sarà l’esercizio feroce di un moralismo tardivo, tutto affidato alla laicità del pur eticamente fondativo principio di non contraddizione, a scandire la coerenza della prova di una diversa opzione, che ci fu talvolta umanamente impossibile. O, O.

Nemmeno la latenza di una retorica composizione della necessità nell’evidenza del suo contrario, cara alle creature che hanno scelto sempre e solo la superficie della vita ed agli opportunisti di ogni tempo, a confortare l’anima nuda e ad assolvere l’orfanezza etica di tempi consegnati ad una bellezza tutta ed unicamente affidata alla pienezza ed alla necessità del Secolo. E, E.

Solo una compostezza interiore, interamente abitata nella consapevolezza del proprio limite dalla Grazia, gli restituirà la Voce dolente del se stesso che nel tempo del disamore aveva irrevocabilmente e forse irredimibilmente perduto. Nel qui ed ora della Storia. La piccola, la grande.

Allora la sequela degli Aut Aut e la sequenza degli Et Et lo prenderà come un morso di rimpianto alla gola. L’uomo perduto a se stesso e senza scampo si fletterà sul silenzio complice e responsabile del tempo perduto.

La Desolazione abiterà l’anima con l’acutezza del rimorso.

Forse a nulla consolazione porterà la luminosa voce dei testimoni risorti che gli si presenteranno davanti nell’ora delle sintesi estreme. Forse la stessa Luce alta della Bellezza cui aveva detto pervicacemente no quando l’Amore lo aveva chiamato, invece di confortarlo, susciterà in lui una nuova e mai esperita vergogna.

Non rimarranno allora che le amorevoli mani del Dio silente, il compagno di sempre che egli aveva nei suoi dinieghi smarrito, a sollevarlo ancora nella Chiarità dell’eterno silenzio. La sua smarrita sorgente. Il suo immeritato approdo.

L’argine del Silenzio lascerà che il fiume dei volti amati ed amanti scorrano un’ultima volta ancora sulla scena muta del suo giorno, offrendo un varco di divina misericordia e la silente feritoia di una umana pietas.

Il Mistero non è la soglia di perdizione degli umani. E’ l’anima compagna e soccorrevole che nell’incognita dei giorni, passati, presenti, futuri, sparge generosi indizi di Senso. Guida i Poeti nella sintassi vocativa di ogni loro singolare destino creativo.

L’uomo che non sa nulla di sé e nulla vuole sapere, preda della feriale consolazione che lo inebria di retoriche certezze nel qui ed ora del consenso, dell’affermazione e dell’appropriazione, sconta una passione durevole nell’Assenza.

La parola creatrice sparge il seme della comunione, generatrice di futuro. In essa canta tutto il Tempo perduto che la dedizione all’Amore ha consacrato al canto e nel canto. Nell’uomo perduto a se stesso, i tempi smarriscono il proprio fondamento ed il futuro incerto inclina alle forme al caos.

L’Angelo necessario abita la luminosa Chiarità dei margini scelti ed abbracciati.

L’alibi della lotta secolare è un argomento insufficiente nella fondazione del canto sublime. Essere, ed essere testimoni di un credo creduto, è la sola risposta armonica al dono della Vita ricevuta. Vocazione. Memoria. Speranza. L’imperativo della Coscienza precede ed informa il Gesto. Nessuna azione, e nessun fare, per quanto nobile, redime l’orfanezza dell’essere che, disabitato da se stesso, ha cancellato così anche i Padri. La dolce fatica di Amare non conosce mai l’obliterazione e l’oblio, la via breve che non osa attendere l’avvento paziente della Grazia. Perdendo tutto il Tempo inutile e necessario per la sua lenta distillazione, spesso solitaria e marginale, nell’Anima.