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So che non è elegante citare se stessi. So che atteggiandosi a profeti del giorno dopo, “io l’avevo detto”, si corre il rischio di essere assimilati alle millanterie dei profeti dell’istante. A 60 anni, dopo quasi venti di inoccupazione, in gran parte scelta e rinnovata nel rispetto della coscienza personale, e dopo enne citazioni di altri, persuase e convinte, proseguo l’azzardo e mi cito. Riprendo cioè pubblicamente, senza alcun motivo o sollecitazione terza (invito, convegno, seminario), un mio lavoro professionalmente attestato in un contesto che, per le sue caratteristiche di estrema gratuità e marginalità, professionale non verrebbe considerato ad alcun titolo. Questo blog, per esempio.

Nel 2000, dopo che il Ministero aveva introdotto (1998) la possibilità di svolgere la prova scritta di Italiano nella forma delle nuove tipologie testuali articolo di giornale e saggio breve, mi inventai questo progetto.

Per la prima volta mi sfilai da uno dei tanti corsi di formazione ai quali avevo partecipato dopo le mie dimissioni dal giornale, nel 1994, sei, per un totale di più di 2000 ore di formazione in quattro anni, e riuscii a salvare dalle forche caudine dell’emulazione e del plagio e dello sfruttamento a titolo gratuito, un mio impegno, un mio progetto. Approdai per la prima volta dopo 6 anni ad un lavoro retribuito, con il progetto Trenta righe per sessanta battute. Nel 2003, incoraggiato dalla benevolenza che la vita sembrava riservare ancora e di nuovo all’iniziativa personale, proposi alla casa editrice Erickson di pubblicare un testo propedeutico alla scrittura delle nuove tipologie testuali, che attingesse alla mia esperienza lunga di giornalista e a quella più breve di formatore. Non conoscevo nessuno all’interno della casa editrice di Trento. Avevo letto in momenti diversi, differenti libri da loro pubblicati. Telefonai. Mi suggerirono di scrivere una prima email. Lo feci. Mi risposero di inviare una bozza sommario dell’opera, che sembrava interessare. Qualche tempo dopo, mi invitarono ad andare a Trento, per discutere del testo, accettato. Ci andai, una prima ed unica volta, con la bozza, per presentare alla direzione il mio progetto. Nel 2004, dopo poco più di un anno ed un intenso dialogo a distanza con la Editor, uscì il libro.

In questi tredici anni, ho avuto altre rare volte la possibilità di riscontrare una felice coincidenza tra le intuizioni personali e le proposte fatte in sede d’Esame dal Ministero. Nulla di rilevante: piccole concomitanze, talvolta relative a tracce nuove ed ulteriori che di anno in anno ho preparato e proposto agli allievi dei corsi. Mai, però, mi era accaduto di comparare, come quest’anno, quattro ricorrenze (autoriali). Dopo aver letto le tracce, nei giorni scorsi, avevo scritto un semplice twitt, in proposito, nulla più. Poi, le numerose reazioni di diverso segno nate intorno alle scelte (Claudio Magris) e alla ripresa di un autore tanto apprezzato quanto spesso poco conosciuto, Pier Paolo Pasolini, mi hanno indotto in questo, poco elegante lo so, excursus nella memoria dell’esperienza personale. Certo, non è necessario avere letto “L’anello di Clarisse” o “Illazioni su una sciabola”, (per esempio, non ho letto “Danubio”), o sapere dei testi che l’autore triestino ha dedicato a Carlo Michelstaedter o a Paul Celan per conoscere lo spessore umano di Magris e la sua statura di autore. Sarebbe bastato leggere alcuni dei numerosissimi ed eccellenti saggi brevi che egli ha pubblicato per anni sul “Corriere della Sera” per avere qualche perplessità in merito ad alcuni dubbi esposti nelle interviste, dopo l’Esame.

Nelle tracce date quest’anno dal Ministero, erano citati Claudio Magris, Pier Paolo Pasolini, con gli “Scritti corsari”, Montale e  M.L. Salvadori. Tutti autori che ho inserito nel mio libro (2004). Alcuni, li ho più volte ricordati durante gli anni (nello svolgimento del corso e nelle dispense consegnate di volta in volta agli allievi). Pasolini è un ospite fisso dei miei corsi sin dalla prima edizione. L’ho sempre indicato nelle dispense, proprio con i suoi “Scritti corsari”, quale esempio chiaro di autore di saggi brevi, che ha frequentato il giornalismo. Gli ho dedicato più di un paragrafo nel libro citato più sopra. (Per inciso, a maggio, avevo destinato a PPP questo scritto).

Di Magris, avevo ripreso io stesso la presentazione di un volume (diverso da quello scelto dal Ministero: il mio era “Un poeta ed altri racconti”, di Eugenio Colorni) per consigliare un esercizio di lettura, analisi critica/commento, nel lavoro pubblicato da Erickson.

Certo, forse Claudio Magris non è un classico (non lo è ancora e non potrebbe esserlo). Ma chi e quando mai potrebbe definire il (un) canone della contemporaneità senza rischiare di essere subito smentito, se non anche di coprirsi di ridicolo? Quante volte chi ha una lunga vita alle spalle ha sentito gridare alla nascita del “novello Dante”, l’indice critico della lode puntato verso l’ennesimo fenomeno letterario, presto scomparso dagli orizzonti della poesia?

E’ più importante sapere della presunta grandezza di un autore o è più significativo tentare di capire se chi scrive aiuta a pensare, aiuta a capire? Se un autore circonfuso di gloria, spesso un solo modesto accento mediatico su teste meritevoli di altri e più prosaici destini, o meno, prima ed oltre la sua stessa fama, fa luce dentro (l’uomo) e davanti (l’orizzonte della storia)? Ho sempre scelto senza alcuna esitazione le seconde risposte.

 

 

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