Bangui. [Un orizzonte di speranza].


«Bangui. [Un orizzonte di speranza]».

Nel marzo dello scorso anno, quando suor Antonietta Papa mi disse che sarebbe partita in missione, destinazione Repubblica Centrafricana, la invitai a raccontare la sua esperienza sul blog, in Agapé. Nacque così «Bangui», il diario di quei giorni scritto da suor Antonietta. Qualche anno prima, l’avevo intervistata, scrivendone un profilo: «Amare, una missione possibile».

Avevo immaginato che, in quest’occasione, lei stessa potesse essere al seguito del papa durante il suo viaggio in RCA: non sarà così, però, nei giorni scorsi, ho saputo che Domenica 29, se la visita non verrà annullata, lei sarà ospite in studio qui, durante la diretta dedicata alla giornata che il pontefice trascorrerà nel Paese africano.

La visita nella Repubblica Centrafricana costituisce un momento apicale della visione di questo pontefice, che sa cogliere ed ha colto alcuni nodi della storia declinandoli in un profilo personale coerente ed all’altezza dei tempi: i “segni dei tempi” [Marie-Dominique Chenu].

Non lo scrivo da cattolico, da cristiano o da credente: come tale, credente, intendo, se ciò oggi significa tuttora qualcosa di preciso e se qualcuno sa e può dire anche che cosa precisamente significhi nella società pervasivamente secolarizzata in cui viviamo, ho chiesto «una quiete contemplante.».

Lo scrivo da persona, da umana creatura. Se papa Francesco potrà portare a termine la sua visita, potrà compiere i gesti che si è proposto di compiere, potrà dire le parole che vorrebbe dire, potrà essere tra la gente, in una relazione che egli sa vivere con l’intensità di una prossimità empatica sempre vicina al profilo del “viso a viso” anche quando le moltitudini sembrano disperdere l’uno che egli è o ridurlo ad icona facendone un simbolo, il suo appuntamento con RCA avrà un esito assai più edificante e risolutivo di quello che hanno i distruttivi ed inutili bombardamenti in corso. Di quello che tutti i macro e micro conflitti che affliggono una parte ormai sempre più vasta del mondo hanno o potrebbero in futuro avere.

La verve persuasa di papa Francesco è assai pervasiva. Dura oltre la scena e, proprio perché priva dell’enfasi retorica inevitabilmente presente, anche in dosi minime o omeopatiche, nella militanza, scende nel profondo dei cuori e lì rimane, anche quando la ribalta chiude. Le anime semplici sono sensibili alla sua parola. Le sentono profondamente vere, portate alle labbra dal cuore di un testimone. L’orizzonte delle parole che egli pronuncia è assai più vasto di quello che può aprirsi davanti alla fede: investe la profondità dell’uomo. La sua sintassi è ispirata a fondamenti valoriali che qualsiasi anima, anche laica, sente veri e vivi anche dentro di sé. L’equità, la giustizia, la condivisione e la prossimità della mente e del cuore con il dolore degli ultimi, degli esclusi, dei deboli, dei marginali e degli emarginati. La sua narrazione è puntuale ed intrisa di storia contemporanea. Il sigillo della coerenza è posto in cima a tutta l’esperienza. Il rispetto dell’altro da sé è sincero e profondo. Il dialogo è un’attitudine esistenziale che egli mostra di avere amata sempre e coltivata in sé. Le folle smettono per quanto è nelle sue possibilità di essere tali e divengono volti singolari. Tutti e ciascuno. C’è sempre una flessione sorridente nell’atto di accogliere e di abbracciare, che rivela un sé sconfinatamente aperto all’incontro. Papa Francesco sembra sempre sinceramente sorpreso di ogni appuntamento con l’umano e curioso dell’altro. Pronto a chinarsi su di lui nell’ascolto e svelto alla condivisione. All’abbraccio. La misericordia non è un orpello forbito attinto ai santuari di un sapere cristallizzato: è un atto ispirato da una lunga, assidua genuflessione interiore compiuta sull’orizzonte del dolore. L’assenza di una verve militante, fa di lui un soggetto spirituale, un’entità terza e dunque accettabile del confronto. Papa Francesco non sembra mai un antagonista, eppure le sue denunce sono tra le più dure della contemporaneità. Non apre mai al conflitto: eppure la sua domanda è sempre accorata ed ultimativa. Con una Luce terza dentro, però, una Luce vera che a sé non porta nulla e chiede a lui tutta la fedeltà alla verità pronunciata. Sono tutti passi che avvicinano il profilo di questo papa sempre più ad una soglia mistica.

Ho scritto di lui in due occasioni soltanto: non mi ripeterò oltre con affermazioni che ho già proposto, qui e qui. L’anima del mondo moderno sconta un estremo ritardo sul suo corpo in corsa.”, ho sostenuto in «Papa Francesco. Una persuasione senza retorica.». E’ la parafrasi di un racconto che ascoltai, tanti anni fa, a Roma. Lo presentò come un episodio di vita vissuta, un’esperienza in prima persona, un manager di una grande multinazionale. In anni successivi, ne ho lette in almeno due occasioni diverse, due differenti versioni. Non è questo però il punto. Il punto riguarda la perfetta adesione della metafora allo scenario secolarizzato. Il manager, forse l’AD stesso della multinazionale, riferiva di tale episodio come se gli fosse stato raccontato in Africa. E lo aveva assunto quale sintesi efficace per dire, nell’ambito di un convegno sui beni culturali di cui la sua company era sponsor, come la distanza che separava il nostro presente occidentale, moderno, secolarizzato dal proprio passato così ricco di una bellezza che pareva quasi inaccessibile allo spirito della modernità, riguardasse l’anima. Un’anima che la corsa folle [ed eravamo all'inizio degli anni Novanta del secolo scorso!] aveva lasciato indietro. Resa stanca al punto da non sapersi alzare, su se stessa, per ancora vedere.

Non è credo solo un paradosso che un papa argentino, di origini italiane, vada oggi in Africa per ricordare come si declini una puntuale e vera presenza dell’anima in un tempo serrato nella morsa fra cinismo e terrore, che dell’anima, il sacrario dell’elezione umana, sembrano non avere alcuna considerazione. Che vada là per tendere il filo di un umanesimo che, mentre sembra morire sotto il peso di un secolarismo feroce, rimane la sola via che apra alla speranza. Al futuro. Alla vita. Papa Francesco non è un comunista, né è l’interprete acuto di una religione che inclina all’animismo. E’ un uomo che nella consapevolezza del proprio carisma confida nell’allineamento tra l’interiorità dell’uomo, l’anima, e la realtà esteriore, la storia. Per riguadagnare all’uomo stesso un orizzonte spirituale.

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