Cantico spirituale. [A SJdC, mistico poeta]

Cantico spirituale. [A SJdC, mistico poeta]

Fra perdizione e senso non sola salva la nuda cosa in sé. Teso t’innalza e solitario il respiro dell’Infinito sparso nell’Immenso.

L’occhio fermo nella quietudine del reale visibile segna la feriale apoteosi di ogni inconsapevole perdizione. A futura e tardiva memoria.

Poeti. Resistere nel tempo di un’ancor ignota resurrezione. Vivi nel gesto. Salvi, nella parola.

Nel pertugio dell’istante, l’occhio distende l’azzurrità dell’essere nell’infinità della Relazione possibile. Uno all’Altra rivelati.

L’Assoluto del silenzio, in ascolto dell’imo teso di sé. In attesa della nota d’infinito che calma e composta risuoni di luce.

Il Mistero dischiude il labbro lento in un sussurro che si posa lieve al margine del mondo. Il Mistico respira all’unisono…

A passo lento, fuori dal tuo tempo. Scrutando alle spalle i giorni inabissarsi, al tramonto dell’evo, mentre il sole trema sulla nuda mano.

E sotto l’ala tesa dell’epoca che muore, la domanda estrema del monaco che chiede l’unità interiore dell’innocenza alla sorgente.

Dove un giorno passò altero di gloria sul luminoso sentiero del tramonto un fratello fiero del passato e del futuro ignaro.

La storia non conosce scarti e l’uomo è solo nella fessura che detta luce dentro sotto la stella ignota di una coerente identità singolare.

Nel libro sacro dei giorni la vita come una preghiera, ignota ai molti e cara ai rari, fragile e ferita nell’interminabile silenzio del mondo.

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