Canto di Primavera [Testamento].


Canto di Primavera [Testamento].

Ho disarmato l’anima, dal primo giorno adulto e responsabile. Nel grembo di un silenzio indifeso, la coscienza un fiore sbocciato non visto sugli argini ai margini dei tempi, la parola ha dismesso ogni forza latente, ogni ansia desiderante, ogni atto in potenza volto alla conquista e non all’ostensione. Il monaco, monos, la singolarità dell’essere è uno, teso sempre all’innocenza contemplante. Attento, nell’istante decisivo, a non mai occupare spazio, a non mai ostentare il linguaggio di una narrazione astuta. Indifeso a tutto e senza frontiere interiori a protezione del proprio confine. L’essere, a immagine e somiglianza del dono originale ricevuto, non ha confini.

Non andare mai lungo i sentieri interrotti della menzogna, della ipocrisia, della violenza. Non indulgere mai in cinismo e terrore.

Infinite volte rimarrai solo nel canto di vigilia dell’eterno, nell’esule vita. Solitario, con il Dio del Silenzio, del sussurro e dell’ascolto. Solo, ai margini dei tempi. Infinite volte riprenderai il cammino della parola. Muovendo a tentoni nell’innocenza, salirai l’erta che conduce alla promessa di comunione.

Non perdere il tuo tempo umano. Non sprecarlo nell’ansia vanesia del consenso. Non attendere mai la parola che ti elegge nella spoglia etichetta di un nome. Non appartenere mai: sii. Non reagire: agisci, dunque, sii te stesso soltanto.

Infinite volte sentirai pulsare il tremore dell’incontro, la prossimità di una relazione nascente nell’armonia.

Non stendere la mano per stringere, non chiudere, per serrare nel pugno ciò che desideri, ciò che puoi, ciò che è lecito prendere. Lascia stesa la tua mano per sempre. Infinite volte rimarrai povero di tutto, nel residuo del tuo minuscolo niente. Infinite volte il Dio del dono, provvido di eternità incompiute, si poserà sulla tua mano, mendica d’amore per colmarla con la manna misericorde di un’altra speranza. Per issarti ancora nel cielo del sabato, l’attesa feriale. Tu non dimenticare la grazia domenicale dei compimenti: verranno, un giorno, forse quando sarai la tabula rasa dei bisogni e ti ergerei luminoso come sole sanno essere le sinopie dei profeti. Le narrazioni del sogno quando giunte alla meta, finalmente compiute, con il realismo dei santi, diranno le cose. I nomi, le forme, abitate, esse sì, e non le parossistiche icone del consumo, dall’anima. Sii grande, nel tuo minuscolo io, quando il pianto di tutte le sconfitte eleggerà la deriva quale tua sola dimora. Alzati, allora, sul cuore di te, come nell’infanzia, quando la carezza della madre ti faceva per sempre innocente.

Non accogliere mai l’animale in libera uscita che giace e dorme in te, dal tempo antico e originale della resurrezione. Un canto umano e divino di inenarrabile speranza e di domani ti sostiene. Infinite volte cadrai nella tentazione di essere la parte peggiore di te per lucrare le effimere conquiste feriali e durature nel tempo secolare. Infinite volte il volto della bellezza ti rialzerà sulle rovine delle tua minorità, facendoti acceso e splendente, nel volto e negli occhi.

Non avere fretta.

L’incantesimo finisce presto, visto dal pertugio della tua minuscola proporzione interiore. Alza lo sguardo, alto sopra la soglia pigra della tua indolenza, dell’io minore. Guarda l’eternità divina che ti abita. Sii, almeno per un istante sublime. Infinite volte l’umanità migliore, non vista, ti soccorre. Non hai motivo di dubitare, se il tuo corpo che muore all’ora del proprio destino, torna, nella parola, all’amata sorgente, che hai sentita nel giorno per sempre vibrare.

Non temere, il tuo dio, dagli infiniti nomi ed anche nessuno, ti cingerà svelto per issarti ancora in cima all’ora sorella degli amanti.

Primavera ride negli occhi dei vinti d’amore: tu lo sai con esperta e dolente, con duratura sapienza. L’esperienza del giorno è il solo orizzonte celeste: non dimenticare che ogni istante è abitato dal Dio eterno e silente che condusse i pastori alla grotta innocente.

Non importa, di nuovo, il Suo nome. Non importa che il sacro indossi nel rito paramenti sovrani. Basta un lieve giungersi delle nostre, delle fraterne mani. Basta questa parola incorrotta che hai portato nel grembo come madre di un tempo nascente. Basta questa realtà resa ancora sublime dal canto. Basta all’uomo. Basta, certo, al poeta.

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